Blog della rivista Out, musica e arte visiva dal 1998 ;)

The walking band

by WM

Uno spettro si aggira per l’Europa. Grandi rockers del passato si aggirano come ombre per i palasport, non rassegnandosi a raccontare, con in mano una tisana e non una chitarra, le lontane gesta degli anni che furono ai nipoti davanti al caminetto.

musicalbox_foxtrot_wpL’attenzione a questi dead men walking si era accesa pochi anni fa mentre si discettava in allegria di (vere) cover band, non quelle di Vasco e Liga, ma di gruppi talmente indietro nel tempo da poter essere considerati Storia né più e né meno di Giulio Cesare o Winston Churchill; la distanza ideologica e musicale dai ruggenti Sessanta e Settanta ha permesso il sorgere di imitatori filologicamente impeccabili di grandi band storiche del prog e del rock anglosassone: impressionanti, ad esempio, sono i canadesi The Musical Box, i quali studiano persino gli abiti di scena dei Genesis 1972-74 per poter ricreare il concerto-teatro dei massimi padri del prog inglese con una cura a dir poco maniacale.
Bene: fin qui ci può stare: congelare il passato e provare a rifarlo può essere una enorme fonte di divertimento reciproco. It’s only rock’n’roll, geniale truffa in maschera.

Il problema è quando tutti si credono i Rolling Stones o gli AC/DC, gente produttiva che gestisce con genio musicale la propria decadenza. Molte band storiche (o almeno quel che ne resta) innestate da musicisti giovani, cantanti sostituti, con qualche vecchio membro alle tastiere o al basso, continuano a girare il mondo con il loro marchio consunto per raccattare quel che possono in nome della passata gloria. E i gonzi accorrono festanti.

Guardiamo, ad esempio, nella parrocchia del prog, vera religione per certi neofanatici incapaci di prendere le distanze da quelle che sono splendide elaborazioni musicali, ma non un sistema ideologico-filosofico.

A spulicchiare i gonzi ci pensa l’unico che nei Genesis ci credeva, il chitarrista Steve Hackett (1): riunita una buona band che ha subito una “cura Ludovico” coi classici

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Steve “celafaccioancora” Hackett

genesisiani, rivisita da anni gli stessi pezzi: nonostante la sua strepitosa tecnica sulle corde, l’effetto complessivo è quella di una allegra sagra di anziani che si esaltano con Cucciolo dei Dik Dik (non se la prenda il grande Cucciolo, per il quale nutro solo stima e affetto, molta più stima che per Hackett). Non parliamo poi dei cantanti, spaesati e a disagio come un cammello al polo, per cui suggerirei al buon vecchio Steve di Assoldare i Musical Box se proprio deve proseguire nella burla.
Un nanetto. Il buon amico Pierluigi Auddino mi narrò anni fa di uno spettatore che in un concerto italiano si alzò scandalizzato sclerando a un concerto di Hackett più o meno così: “Cos’è ‘sta roba? Io c’ero nel ’71 coi Genesis! Io c’ero!!!”. All’epoca fremetti per  la lesa maestà, ma mo’ quasi quasi mi trovo d’accordo. Anzi, tolgo il “quasi quasi”.

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Ramsete II e i suoi fratelli (YES)

Caso davvero limite sono gli Yes, quelli dei dischi infiniti e delle sinfonie rock, che sopravvivono col polmone d’acciaio, coi membri che muoiono o si ammalano e vengono rimpiazzati da membri di cover band (cioè, no… ah beh… questi davvero si servono delle cover band: leggete la pagina di Wikipedia sulla line-up e da oggi in poi la trama de Il Trono di Spade vi sembrerà una bazzecola). Trascinano un sound uguale e fedele nei secoli avendo organizzato una macchina musicale che virtualmente durerà fino all’estinzione del genere umano, ma non dirà mai più nulla di nuovo. Una rendita perpetua per omnia saecula.

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Villa Arzilla Deep Purple

Dei vecchi rockers citerei anche i Deep Purple, che ho avuto la fortuna (?) di ascoltare dal vivo nel 2006, coperti dai miei sbadigli: sì ok, “Smoke on the Water” è quella che è, la voce di Ian Gillian ancora spaccava, ma era davvero impietoso il confronto fra i vecchi e le canzoni di un ultimo stanco album, fra la filologia che richiede quella chitarra là, quel basso lì, e le confuse e ammassate composizioni degli ultimi anni, che ad onor del vero almeno tentavano qualche strada nuova. Ancora girano, ancora il marchio tira, ma per quanto ancora?

Questa INPS del rock classico ha trasformato la musica in brand, ha spostato l’attenzione dal prodotto al logo e inaridito le fonti di ispirazione; la filologia dovrebbe essere pane per le cover band e la musica per gli artisti, ma gente pur grande ha finito per clonare se stessa. Per mettere il pane in tavola o la nafta nei riscaldamenti della megavilla del QualcosaShire, le walking band attendono che la genetica cloni i rocker e non solo le pecore per vivere gli anni che furono come un parco a tema, immemori dello scorrere del tempo e con le cornine alzate, perché la vita scorre, ma il rock è eterno. Vabbè, il problema è che puzza.

 

Reload: “Rent” di Jonathan Larson

dicembre 31, 2016 Lascia un commento

di Flavia Guidi

Il Natale è appena passato, e ,come.ogni anno, mi sono concessa la visione ormai rituale, di uno dei miei musical preferiti: “Rent”. Per chi non lo sapesse si tratta di una rock opera, ispirata alla “Bohème” di Puccini, molto conosciuta fra gli amanti del musical.

rent_wall02_1920x1200Oggi, però, non voglio parlare dell’opera, ma del suo autore: .

rent1E’ così facile sentirsi vicini alle storie che si intrecciano in “Rent”, ma se qualcuno mi chiedesse il perché direi che la risposta è molto difficile da dare: non siamo più negli anni ’90, non siamo negli States e non ho vissuto quel momento nei ghetti americani… non sono nera, non sono affetta da AIDS e non sono omosessuale…Tuttavia quelle storie attraversano la mia anima come un coltello nel petto. Penso, perciò, che Larson sia riuscito ad acciuffare una “bellezza” che dura nonostante il tempo e che vola attraverso lo spazio. Perché? Quale “bellezza”? Non di certo il dramma del vivere alla giornata, senza sapere se avrai abbastanza soldi da permetterti l’affitto del prossimo mese, e neppure l’essere malato a vent’anni o la dipendenza dalla droga, perché “Rent” racconta soprattutto questo.

rent-1Se qualcuno conosce quel genio di Larson sa che, invece, i personaggi che prendono vita nel musical hanno molto in comune con il loro autore: Larson era statunitense, aveva vissuto in un loft al quinto piano senza riscaldamento insieme ad altri ragazzi, lavorava a una tavola calda; da musicista squattrinato e con un futuro incerto conviveva con una stufa a legna illegale, con una vasca da bagno in mezzo alla cucina e con il citofono rotto. Come uno dei personaggi di “Rent” Larson fu lasciato dalla ragazza per un’altra donna.
Larson era malato, da sempre, e morì il 25 gennaio 1996, appena qualche ora dopo la sua prima e unica intervista, mentre allestiva la messinscena di “Rent”.
La prima fu cancellata, ma amici e famiglia si riunirono al teatro dove gli attori eseguirono alcune canzoni del musical. Alla fine dello spettacolo, dopo un lungo applauso, calò il silenzio. Poco dopo qualcuno dal pubblico urlò: “Thank you, Jonathan Larson!”.

larsonnewspaper Penso che ciò che fa la “bellezza” di “Rent” ancora oggi, e sempre la farà, sia il legame unico fra l’opera e il suo autore: quello stesso Larson che aveva trasformato in arte la sporca e frustrante vita di un musicista squattrinato moriva prima di sapere che il suo lavoro sarebbe diventato un successo…proprio lui che aveva composto per “Rent” “One song glory”, pezzo in cui il musicista Roger cerca disperatamente quella canzone che lo salvi dalla povertà, ma soprattutto dall’oblio, una volta che sarà scomparso per la sua malattia.

Ritengo quindi “summa” di tutto ciò che è questo musical e che è stato Jonathan Larson la “One song glory” cantata dal suo stesso creatore.

Grazie, Jonathan Larson!

Rrröööaaarrr: Raw Power

dicembre 31, 2016 Lascia un commento

by DOOM

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I Raw Power sono una band di hardcore punk italiana fondata nel 1981 a Poviglio, piccolo comune della bassa reggiana, dai fratelli Codeluppi. Già conosciuti come Off Limit cover rock band. Il gruppo tiene per pochi mesi il nome Off Limit, dopodiché, grazie ad un disco degli Stooges, cambia e diventa Raw Power. Dopo pochi concerti la band registra il primo demo su cassetta nel 1983, contenente due brani che vengono inseriti nella compilation di punk italiano Raptus, prodotta dall’italiana Meccano Records, la stessa etichetta che pubblica l’album di debutto You Are The Victim. I Raw Power iniziano a ricevere consensi anche all’estero, e grazie al supporto di Jello Biafra dei Dead Kennedys, partecipano alla compilation di Maximum Rocknroll, Welcome to 1984, altri due brani finiscono poi sul secondo volume di Raptus della Meccano, intitolato Raptus: negazione e superamento (1984). Nel 1984 una piccola etichetta statunitense, la BCT, ristampa il primo demo, con l’aggiunta dello storico concerto a Pisa, il Last White Christmas, registrato nel 1983. Tramite la stessa etichetta ed una serie di contatti i Raw Power arrivano negli States nel 1984 per il loro primo tour, è la prima punk hardcore band italiana a proporsi al pubblico degli States. Qualche mese prima della partenza oltreoceano arriva il chitarrista Davide Devoti (ex Chelsea Hotel), futuro membro della band di Vasco Rossi.

raw-powerI Raw Power suonano a Los Angeles coi Dead Kennedys davanti a più di 4.000 persone. In quei giorni la Toxic Shock Records di Pomona, California si fa avanti per la pubblicazione del secondo album Screams From The Gutter. Il disco esce nel 1985 e vende più di 40.000 copie tramite canali indipendenti. Ancora nel 1985 registrano un 7″, Wop Hour, che esce nuovamente per la Toxic Shock, che produrrà anche il terzo album, After Your Brain (1986). Nel 1989 esce Mine To Kill (Rat Cage), quarto disco dei Raw Power. Segue il primo live ufficiale Live Danger (TVOR 1991) e Too Tough To Burn (Contempo 1992). A metà anni novanta inizia la pubblicazione di una serie di raccolte, un nuovo album in studio, Fight (Godhead 1995), un altro album Live intitolato Live From The Gutter (Godhead 1996) fino ad arrivare all’uscita del settimo full length Reptile House (West World 1998). Trust Me (Hello Records 2001) sarà l’ultimo disco suonato da Giuseppe Codeluppi perché il 6 ottobre del 2002 muore dopo un malore. La band ha celebrato i 20 anni di carriera registrando il nuovo album Still Screming After 20 Years, che esce nel 2003. Dopo parecchi cambi di formazione escono le raccolte The Hit List (Sudden Death 2004), Fuck Authority (SOA 2005) e The Reagan Years (Beer City 2010). Nel 2010 dopo ben sette anni esce il nuovo disco Resuscitate (Pig 2010).

Nel 2012 l’italiana F.O.A.D. Records riproporre tutti gli album classici dei Raw Power, partendo dal primo Demo stampato per la prima volta su vinile, intitolato Birth, passando per i primi quattro dischi, aggiungendo per la prima volta materiale audio totalmente inedito, tra cui la scoperta di un Demo totalmente sconosciuto e risalente al 1982. Il 7 ottobre del 2012, sfortunatamente, un altro componente dei Raw Power, Luca “Lupus” Carpi, muore all’età di 34 anni. Nel 2014 è uscito Tired and Furious (Beer City). Nel corso dei 30 anni di carriera i Raw Power dividono il palco con tutti i gruppi più importanti della scena punk, hardcore e metal mondiale: Dead Kennedys, GBH, Corrosion of Conformity, Suicidal Tendencies, Motorhead, Cro Mags, Sick of it All, Agnostic Front, Circle Jerks, Scream, Adolescents, Rancid, Poison Idea, Slayer, Venom, D.R.I., e nel 1985 in un piccolo club di Seattle una band ancora sconosciuta apre per un loro concerto, i Guns’n’Roses. Rimangono la band più longeva nella storia del punk hardcore italiano.

Crazy Diamonds – Pink Floyd/Syd Barrett, “Jugband Blues” (1968, traduzione)

dicembre 25, 2016 Lascia un commento

by WM

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Ultimo pezzo di Syd Barrett per i Pink Floyd, pubblicato nel 1968 in un album che già dal titolo dice tutto (“una zuppiera di segreti”, A Sauceful of Secrets), Jugband Blues è un guazzabuglio di ritmi e suggestioni da far impallidire “Sgt Pepper” dei Beatles. Il probabile mash-up di quattro demo diversi e l’uso di una banda dell’Esercito della Salvezza producono un tessuto sgrammaticato e disortografico, dove emerge potente la dissociazione barrettiana.
Il Diamante Pazzo non si rivolge alla Luna, ma le si volge e vi si annulla, quindi il suo Io viene frantumato alla luce di una Luna troppo grande, troppo blu/blues/triste; le figure cerimoniali ne gettano via le scarpe, simbolo della vita camminata in piedi e ormai inutili, e recano il corpo che guarda verso l’altro, ormai non più qui, come il Socrate del Fedone, che ammoniva gli allievi a non credere che il suo cadavere sarebbe stato il vero Socrate. Costoro, innominati, incedono rossi come i papaveri della Lupa verghiana, simbolo vermiglio di morte che si stagliano su un inverno senza sole e dai colori attutiti e malinconici.

Costoro siamo noi che siamo stati lasciati qui a risolvere il rebus della sua vita, cercando di sopportare la nostra, mentre lui ci aveva avvertiti: I’m not anything that you think I am anyway. Non sono nulla di quello che pensate.

Jugband Blues (testo originale)

È davvero cortese che vi curiate di me qui,
e vi sono davvero grato per aver reso a tutti chiaro che non sono qui.

E mica sapevo che la Luna fosse così grande
E mica sapevo che la Luna fosse così triste
E vi sono grato che abbiate gettato via le mie scarpe vecchie
E che mi abbiate portato qui, vestiti di rosso
E mi chiedo proprio chi sia colui che potrebbe mai scrivere questa canzone.

Non mi importa se il sole non splende
E non mi importa di non possedere nulla
E non mi importa se sono nervoso con te:
esprimerò il mio amore in Inverno.

E verde non è il mare
E la regina non posso che amare
E cos’è esattamente sognare?
E cos’è esattamente una burla?

Vaiana, for non-calabrian only

Scartando fra cartelle sepolte in un armadio, tiro fuori un paio di copie master di una fanzine che pubblicavo con amici qualche migliaio di qualsiasi cosa fa, roba da nascondere ma che dispiace buttare perché non si sa mai e anche perché incombe il mio super-io in forma del mio maestro che rimbrotta “Lei è un antistoricista: accetti il passato”. L’ha vinta il super-io. Leggo quella sublime e ingenua robaccia e ci scopro vecchi amici persi di vista e una cosa che mi ero dimenticato.

La cosa è questa: un inveterato e viscerale odio per la Disney.

Odio, sissignori. Perché un antistoricista è anche uno che c’è l’ha facile facile il senso del bene e del male, è il male era la Disney e la sua melassa, la Disney e quell’educazione all’atlantismo e al sogno americano che riduceva la complessità del mondo a pura operetta di scarso impegno e di grosse pretese. Altro che arte grafica, altro che arte: alabarda spaziale! L’altra sì che era animazione!

Poi il tempo passa e i nipoti accumulano aristogatti e pinocchi, la fronte si incanutisce e l’antistoricismo passa come il morbillo, lasciando solo qualche traccia superficiale e la memoria del tempo che fu. In fondo le chiavi di lettura di un opera, mi dicevo, non possono essere liquidate moralisticamente ed essa va calata nel contesto, ne si possono cogliere sottotesti e sottili fili di divertimento spassionato: è la commedia che rende sopportabile l’arido vero, quello che sta fuori dal portone di casa o solo fuori dal tuo studio.

Negli anni i classici sono stati affiancati da sedicenti nuovi classici, i disegni da modelli 3D e l’inventiva dal post-moderno che frulla elementi del passato e riscrive la storia (la noia provata davanti a palesi schifezze quali Rapunzel e Frozen non ha prezzo: ridatemi quelle tre ore di vita, please). Fa senso come un gatto sull’asfalto il politicamente corretto con i personaggi ridotti ormai tenere marionette congelate, uomini e principesse senza qualità e senza principe. Faccio fatica a non far riaffiorare l’antipatia per questi sentimenti ipocriti e senza dramma, che perlomeno Bambi e Biancaneve sfioravano con sentimenti di acuta passione e dolore.

La stroncatura di Oceania appena letta dà il colpo finale all’ultimo lavoro degli eredi di Walt, ormai rincoglioniti dalla politeness obbligatoria, tanto da dover censurare il nome della protagonista, passata in Italia dal chiamarsi Moana (nome che evocherebbe altri scenari e coprotagonisti) a Vaiana.

Cioè, la chiami “membro virile” in calabrese?

Me l’immagino il cinema a Pizzo Calabro, coi bambini che sillaberanno il nome indicibile e sforneranno le più ardite e salaci metafore a sfondo pecoreccio sulla vaiana, fino a sconfinare alle battute da terza elementare del compagno sporcaccione (“Il cameriere neanche lava sotto il letto”, ma  questa la capirà solo il 3% della provincia di Reggio), contribuendo alla diseducazione sessuale ormai vigente.

Nel regno incantato di Disney è entrato il nemico, il sesso priapico, la scorrettezza del rapporto carnale dopo il “felici e contenti”, e questo, per fortuna, ci fa riscoprire sentimenti veri e momenti dimenticati.

Viva l’antistoricismo e abbasso Disney.

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Rrröööaaarrr: D.R.I.

novembre 26, 2016 Lascia un commento

by DOOM

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I Dirty Rotten Imbeciles (conosciuti con l’acronimo di D.R.I.), sono una band di punk metal formata nel 1982 a Houston, Texas. Nata dalle ceneri del gruppo hardcore Suburbanites. La formazione originale comprende Kurt Brecht alla voce, il fratello Eric Brecht alla batteria, Spike Cassidy alla chitarra e Dennis Johnson al basso. Il gruppo inizia a provare a casa dei genitori dei fratelli Brecht, provocando le ire del padre che un giorno li insulta con l’appellativo «bunch of dirty rotten imbeciles» (“branco di imbecilli sporchi marci”). Il gruppo decide così di usare il nome U.S.D.R.I., poi abbreviato in D.R.I. e accompagnato dal caratteristico logo disegnato dal batterista Eric. Nel 1982 registrano il loro primo EP da 7” “Dirty Rotten EP” composto da ventidue tracce compresse in diciotto minuti e stampato in sole mille copie. La crescente domanda del pubblico spinge per una versione in 12″ pubblicato nel 1983, intitolato poi “Dirty Rotten LP”. Lo stesso anno si trasferiscono a San Francisco, vivendo nel loro furgone e mangiando alle mense dei poveri tra un concerto e l’altro. Johnson stufo decide di lasciare il gruppo e tornare a casa in Texas, sostituito prima da Sebastion Amok, e, dopo un tour con i Dead Kennedys, da Josh Pappé.

Nel 1984 pubblicano l’ EP da 7″, “Violent Pacification”, composto da quattro tracce. Dopo il tour estivo del 1984, il batterista Eric Brecht si sposa e lascia la band e viene sostituito con Felix Griffin. Nello stesso periodo, la traccia, Snap appare in una compilation di beneficenza contro la guerra P.E.A.C.E. insieme a bands hardcore punk famose come Crass, Dead Kennedys e MDC.

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Nel 1985 pubblicano “Dealing with It”. Lo stile dell’album tende verso sonorità metal, pur mantenendo una forte impronta hardcore punk. Il loro terzo album, “Crossover”, pubblicato nel 1987, conferma la tendenza del gruppo verso uno stile decisamente più metal. L’Hardcore/punk e thrash/metal traspaiono dirompenti per tutta la durata del full-lenght senza palesare segni di scollegamento, il sound è decisamente coeso, fluido e micidiale all’ascolto. Il nuovo genere all’epoca venne definito crossover thrash (che in inglese significa “incrocio”, o “contaminazione”). Il sound rispetto al passato è maggiormente curato e presenta una tecnica migliore con canzoni più lunghe e più complesse. Nel 1988 i D.R.I. tornano in studio per registrare, “4 of a Kind”. Con il nuovo lavoro la band conferma il suo ottimo stato di forma e la sua natura ironica, strafottente, guascona e stilisticamente innovativa con una virata thrash decisamente più marcata. Nel 1989 è la volta di “Thrash Zone”. Thrash Zone è un lavoro che mette d’accordo tutti, punk e metalheads che siano, risultando estremamente divertente, coinvolgente ed esaltante, ma allo stesso tempo incredibilmente maturo rispetto al passato oltre ad essere il migliore dell’ottima discografia dei Dirty Rotten Imbeciles a mio avviso. Il sesto album, “Definition” viene pubblicato nel 1992. Lavoro dalla produzione piatta e dal sound monocordo e infiacchito. Nel 1995 il gruppo pubblica, “Full Speed Ahead”. La band in questo nuovo capitolo discografico ha unito la maturazione tecnico artistica e le qualità compositive degli ultimi anni con l’energia, i valori e l’atteggiamento idealistico di “Crossover” del 1987. Miscela esplosiva molto apprezzata anche dai fans della prima ora.

L’ EP “But Wait… There’s More!” è uscito a giugno scorso e contiene 5 pezzi dalla durata complessiva di nove minuti.

Il branco di imbecilli sporchi marci è ritornato con violenza…quella sonora intendiamo!

Recensione: [kaiser(schnitt)amboss/laszlo], “ROCKnROLL HOLE of FAMINE” (2016)

novembre 26, 2016 Lascia un commento

by WM

14915329_1124561197650800_8271492558327577822_nBlues. Genere “Blues” nelle tag mp3, e me lo aspettavo da Ksal, che è sempre stata blues e come tale l’ho accolta senza equivoci, perché esaminando il magma sentimentale ed emotivo delle sue tracce questa parola ritornava ossessivamente nella mia percezione. Un artista non propriamente blues è percepito come tale dal mio libero gioco delle facoltà. E stavolta non cambierò la taggatura come al solito, perché questo disco è tristeza come la carne è carne.

Il blues è una cosa, talmente seria da essere caduto ridicolo del manierismo di mano lente, di rocker adulti che hanno vecchi vinili da imitare o da cover band di Belushi e Akroyd, mimesi buffona di allegra mimesi, una roba che mi ha fatto rivalutare la musica circense e le litanie da rosario delle vecchie. È un po’ come quando la materia cavalleresca di Orlando e Carlo Magno è caduta in mano ai giullari, che hanno trasformato il primo in un bel gagà e il secondo in un babbo natale rimbambito: povero blues… La conseguenza è che oggi è meglio cercarlo dove non troveremo le dodici battute in scala pentatonica, perché nella dissoluzione dei generi postmoderna, dobbiamo abituarci/rassegnarci/prepararci ad una decisa mutazione genetica.

Dissolto il pop e la cantabi14947594_1124558977651022_6998019096296187774_nlità nell’RnB di plastica, morto il rock che pare non aver più nulla da dirci, finito l’hiphop, che ha fagocitato tutto come mostro onnivoro per poi implodere nell’autotune, il blues permane come mucillagine scarna e acida di dolore, minimale ricerca armonica per arrivare alla profondità del sentimento che tutti gli altri negano (chi trova il sentimento più nel pop?). Quindi, coloro i quali hanno ancora una chitarra in mano e un po’ di cuore, lo deve nascondere in giri brevi, in produzioni dirette e senza compromessi. Altro che Sweet home Chicago.

Mi sarebbe piaciuto seguire la travagliata genesi (ne parliamo sotto) di ROCKnROLL HOLE of FAMINE di [kaiser(schnitt)amboss/laszlo] (artista che seguiamo da un bel pezzo) e more philologico confrontare tre diverse declinazioni della sua nuova opera, ma, volenti o nolenti, questo abbiamo: otto tracce di chitarrismo denso e minimale, dai suoni acidi e corrosivi ma pregni di profondo sentimento, in una produzione analogica che francamente mi fa fare il proverbiale saltino di gioia, perché ancora qualcuno osa suonare.

Rispetto alle opere precedenti, ksal rinuncia ai suoni sintetici e forgia una sorta di Laszlo-sound coerente in tutte le sue applicazioni: ne risulta un album molto più fluido e fruibile, che potrebbe avvicinare molti al suo mondo interiore, in cui le liriche in bilico fra una tragica ironia (splendidi quelli di Harry, hurry up) e fili d’amore espressi e inespressi (Bloody Spook), una auto-cover da “Viva Terror” che ci invita a fare terra piana della nostra generazione (Destroy! … e non posso che approvare, guardando i miei coetanei N.d.A.) nell’estremo tentativo di proteggere le nostre idee dalle brutture del mondo. Il proclamarsi morta permette all’artista una vista telescopica sul mondo, un punto di vista straniato ma realistico, leopardianamente attento all’ “arido vero”, ma che non rinuncia al canto, all’ultima illusione della poesia in su la vetta della torre antica.

Felice di risentirla, sperando che nulla la spenga.

Links:

https://www.facebook.com/kaiserschnittambosslaszlo-294792427202343/

https://soundcloud.com/k-s-a-l

https://www.discogs.com/it/artist/3333726-kaiserschnittambosslaszlo

TRE DOMANDE A [kaiser(schnitt)amboss/laszlo]

1 – Il disco è davvero “compatto”: hai elaborato un Laszlo-sound? È frutto di un progresso, una svolta o necessità di trovare una focalizzazione alle tantissime direzioni indicate dai lavori precedenti (elettronica, suono industriale, cantautorismo folk).

Direi tutte e tre le cose insieme, con centro motorio sul semplice fatto che in questo disco c’è la sola presenza della chitarra e della voce. Non c’è praticamente concessione a nient’altro. Questo comporta sicuramente uno spostamento verso una certa ortodossia dei mezzi implicati, anche se, a onor del vero, la mia musica è sempre stata questo. Sono canzoni, devi poterle fare ovunque, anche in un mondo dove l’elettricità venga meno.

2- Cosa rispondi a chi ti chiede il significato di una canzone? Non è impossibile che prima o poi ti faccia domande a riguardo

Una canzone è anzitutto un’opera complessa perché ad altissima densità. I miei pezzi, e per me sola intendo, hanno tutti un significato pesante, altrimenti non le scriverei. Sono, senza mezzi termini, la mia vita, manco il loro racconto. Quello, ed è tutt’altra storia, è ciò che arriva a chi eventualmente le ascolta, la loro traduzione. Per chi le scrive forse non è nemmeno una questione di significato, ma di senso.

3- Ci dici qualcosa sul perché il disco ha avuto una gestazione così lunga?

La gestazione lunga è dovuta alla produzione del disco precedente, mai uscito, e alle vicenducole più o meno legali che ne sono conseguite. RockNrOLL HolE of FaMiNe può anche essere visto come una corsa contro il tempo e un parziale recupero del mai nato. Registrato in analogico da Davide Chiari fra le bayou mantovane in una torrida settimana d’agosto. Sudato e disilluso.