Blog della rivista Out, musica e arte visiva dal 1998 ;)

Crazy Diamonds: Death in June, “Fall Apart (1989)

by WM

Passare dall’esaminare le cose a non vedere più le cose, passare dall’Ente (dagli Enti) all’Essere, Scrivere con le Maiuscole.

Mi pare che scrivere con le Maiuscole sia appannaggio della post adolescenza, di quando se non sei comunista, sei senza cuore, e della mezza età, di quando se lo sei ancora, sei senza cervello; quindi, se sei artista, cerchi nuovi mondi dove espandersi verso nuove vette di percezione, ti incammini verso sistemi di riferimento assoluti, perché in valori esoterici e indimostrabili si può provare indubbia consolazione, perché si intravedono pezze di appoggio per una sorta di guado verso l’Assoluto. E le Maiuscole, che non guastano.

Ai Death in June e a Douglas P. va ascritto un merito, come anche al Lindo Ferretti qui tempo fa massacrato, cioè che questa loro ricerca è strutturale e non episodica, non dettata dal fatto che sul tram ti dicano “Signore, le cedo il posto?”. Una ricerca che li porta verso derive “pericolose” e alla fascinazione verso il Male (aridagli con le maiuscole!), senza alcuna ironia, ma anche senza cedimenti, incapaci di dialogare con il presente e di venire a patti con una modernità condita di soffice tecnocrazia. Tutto ciò porta anche a scrivere belle canzoni che titillano qualcosa, che inducono e forgiano al Qualcosa, ma un qualcosa che nessuno sa, magari nemmeno loro.

Senza ironia, con totale senso di tradimento tradurremo quindi “Fall Apart” dei Death in June (se non sapete chi siano, prendetevi una mezz’oretta per documentarvi).

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Death in June, “Fall Apart”

E se mi sveglio dai miei Sogni,
ricadrò nei Pascoli celesti?
risveglierò l’Oscurità? Daremo fuoco alla Terra?

E se mi sveglio dai miei Sogni,
scopriremo forse il Vuoto?
Romperemo il Silenzio che fermerà i nostri cuori?

E se mi sveglio dai miei Sogni,
grideremo insieme per gli echi ululanti
e daremo di nuovo vita alla Notte?

(Rit. X 2) Ma perché tu mi dici
che crolleremo disgregandoci?

Mi risveglierò dai miei Sogni
per la gloria del Nulla
per l’incrinarsi del Sole
per l’insinuarsi delle Menzogne?

E se io mi allontano dai miei Sogni
e ai miei Oranti è imposto il silenzio
amare significherà perdere
perdere significherà morire.

(Rit. X 4) Ma perché tu mi dici
che crolleremo disgregandoci?

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Scheletri nell’armadio: WarrenG, “Prince Igor” (1999)

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Ammettetelo: aprendo i polverosi armadi della memoria, ognuno di noi ha qualcosa che lo fa arrossire, che gli fa rimpiangere la felice minchioneria dei propri anni meno grigi. Mandateci i vostri pezzi e confessate (l’email è sempre quella, laposta.out@gmail.com, con oggetto SCHELETRO NELL’ARMADIO).

by WM

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1998, gli anni d’oro già passati, ma la videomusic prosperava ancora nel Belpaese coi “bacibaci di Lucia Schillaci” e i Soerba a deliziarci insieme a tante one hit wonders, da Natalie Imbruglia a Carlotta: un calderone del disimpegno la Videomusic, che rimpiangiamo come le Girelle di una volta o il Blob Algida.

In questo minestrone, indigesto agli alfieri della musica impegnata, che continuavano ad ascoltare Stockhausen nelle loro camerette senza mai accendere la TV, spunta un rapper che si lancia in una impresa quanto meno folle: collegare America e Russia, hip hop dei ghetti e la musica di Alexander Borodin, un polpettone storico in forma d’opera quale il Principe Igor’ e le Danze Polovesiane in esso contenute.

Grazie a Youtube, memoria storica del genio umano, ma anche di schifezze inenarrabili, riesco dopo anni di pace a risvegliare l’antico trauma di una delle vette di buon cattivo gusto musicale mai esperita dal mini-me che guardava VideoMusic.

Eppure Warren G non aveva un cattivo curriculum: fratellastro del Dr Dre, aveva collaborato con calibri quali Snoop Dogg (quello prima della cura) e il compianto Tupac Shakur (sempre prima della cura), lanciandosi fra gli astri dell’hip hop statunitense. Tuttavia, il 1999 incombe anche sui regaz del ghetto; la “Mama Rossiya”, in mano al debole Yeltsin, pare territorio da colonizzare e campionare, cannibalizzare alla ricerca di suoni esotici e insoliti. In “Prince Igor” si fa affiancare dal soprano norvegese Sissel Kyrkjebø e sforna un frullato indigesto di dissing contro colleghi (i cattivi niggaz che vendono milioni di dischi ma non valgono un soldo) con un arrangiamento che in confronto gli Enigma sono Mozart (ve li ricordate gli Enigma?, saranno un prossimo scheletroda rispolverare) e un ritornello in russo ripetuto per un minuto e venti senza alcun collegamento al flow del rapper (una sorta di “Va’ pensiero”, un ricordo delle terre natie da parte di un coro degli schiavi nell’opera borodiniana).

Il video si rivela anche peggio, con il buon Warren, accompagnato da ballerine callipigie (o macropigie) e un gruppo di hacker del ghetto, che penetra dentro una blindatissima base spaziale con le guardie che dormono, per ascoltare la principessa della Luna, Sissel, truccata come uno dei Rockets ma coi capelli, mentre le bgirl mischiano danza hiphop con la classica, non riuscendo né in una, né nell’altra. Un brano di musica diversamente bella, che ha dato vita a più imitazioni della Settimana Enigmistica (vi basterà googlare Улетай на крыльях ветра e vi si spalancherà davanti un mondo). Ve ne proponiamo solo un paio, promesso.

Sissel Kyrkjebø with Jens Wendelboe Orchestra

La prima è una autocover della cover, Sissel che si accompagna a un orchestra e un chitarrista che si crede Jimi Hendrix, mentre canta con fare ammiccante e sensuale “Vola via sulle ali del vento, verso le terre natie”. Roba che manco all’Eurofestival.

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Eugenia Sotnikova : “Улетай на крыльях ветра”

La seconda è uno dei tanti cloni para-triphop ldelle danze polovesiane, che coverizzano e integrano: base di soffice elettronica dance su canto di soprano, incollata sulla scena di un discreto fantasy russo del 2015 “On Drakon”.

Che dire? Premete festosamente il play e tuffatevi nel 1999. Videomusic. Baci Baci!

Il meme della discordia

by WM

Mi perdonerete l’atticismo e molte superficialità, ma il seguente post è scritto con l’urgenza di chi si vede circondato da persone in festa e cose da fare (per dire, già alla seconda parola digitata suonava il campanello del portone).

L’aition del post nasce da un meme, unica forma di umorismo moderno praticata dalle masse dopo la fine delle storielle anni ‘60/70, quelle piene di carabinieri, uomini che entrano in un caffè e Matto, Lo Prendo e Mi Butto. Il meme, come reiterazione idillica di momenti umoristici, pieni di twist e decontestualizzazioni, figli di un postmoderno che frulla cose serie e isole dei famosi, non mi ha mai particolarmente entusiasmato. Preferivo francamente il Fantasma Formaggino.

Ricevo questo meme con una domanda: è sessista?

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che noia… che barba…

A questo punto l’allerta “pericolo: discussioni sul femminismo!” va over 9000 (mi è bastata l’ultima volta che l’ho fatto sul blog) e il rischio sismico di “Sei un veteromaschilista e pure interista!” va oltre le varie scale Mercalli e Richter. Spoiler della risposta: no, non è una vignetta sessista, ma è degna comunque di analisi sine ira et studio.

– La situazione è quella iconica di Casa Vianello: lei “che noia che barba”, lui immerso in considerazioni che esulano dal contesto.

– Il meccanismo comico consiste nello scarto fra i meditabondi cogitata dei protagonisti.

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“Ma il libro perduto della Poetica di Aristotele lo troveremo mai?”

– La ragazza non esprime, come sospettato dalla mia amica, pensieri frivoli in opposizione ai pensieri culturalmente elaborati del compagno, né fa la figura della gallina di fronte all’aquila; la ragazza è inserita in un contesto di, direbbe Sterne, “discorsi da letto”, in cui la noia del momento si traduce nel ritirarsi ognuno nel proprio io e pensare. La ragazza, quindi, elabora alcune veloci riflessioni adeguate al contesto e alla situazione (mancanza di dialogo e di desiderio), mentre l’uomo si sofferma su un luogo comune degli studi virgiliani abbastanza abusato e neanche tanto interessante.

– Lo scarto fra un personaggio, che vive il contesto, e l’altro, che va invece in tutt’altra direzione, determina l’ “avvertimento del contrario”, il comico.

A chi è rivolto il meme? A un fruitore con studi liceali o filologici, una presa in giro (postmoderna e a me poco gradita) del professorame e di una cultura letteraria avvertita come desueta e poco utile, gradita solo a gente strana e che con la realtà non ha alcun contatto, almeno secondo l’autore del meme. Oppure ai classicisti, uomini e donne, che sanno ridere di e su se stessi.

Riguardo alla buona amica (avrete capito che è la nostra Flavia di Reload), ricordo che è il contenuto ideologico dello scrivente o dello spettatore a influenzare le letture, come il monaco che nel suo codice copiava “Satanas” al posto di “Atanas”, vivendo in un’epoca in cui la puzza di zolfo del demonio la si avvertiva a ogni angolo. In quest’epoca della “presidenta” e dell’ “assessora”, dove il femminismo ha perduto la sua forza propositiva e progressiva (penso, chessò, alle Suffragette) e si perde nelle minuzie grammaticali o nel pretendere che Biancaneve non attenda il Principe delle favole, il meme suddetto diventa manifesto del patriarcato, mentre è una battuta per liceali del triennio.

Ps. Se non vedrete altri post di Flavia, temo che capirete da soli il perché. Fuori i secondi…

Reload: l’altro Levi

di Flavia Guidi

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Chi non ha letto “Se questo è un uomo”? Chi non conosce Primo Levi in quanto testimone della infernale esperienza del Lager?

61lIW6NSudLTuttavia chi vada a cercare le altre opere di Levi troverà anche una serie di scritti di tutt’altra natura, come “Il sistema periodico”, “Lilìt e altri racconti”, “Ad ora incerta”, venendo a conoscenza dei numerosi generi narrativi e temi a cui Primo Levi si è dedicato. Lui che era prima di tutto un chimico, e forse ancora prima un amante della montagna, che considerava fonte di conoscenza, scientifica e umana.

In questo articolo voglio soffermarmi su un aspetto che da molti è stato preso in considerazione, ma con uno scopo diverso.

Parto “da lontano”: quando si parla di materie umanistiche si vengono a delineare due fronti opposti, ovvero quello formato da chi ritiene il latino e il greco (soprattutto, ma non solo) interessi da coltivare nel tempo libero, lingue morte e forse da seppellire una volta per tutte in quando “la società sta migrando verso nuovi orizzonti”, e dall’altra parte coloro che difendono strenuamente l’importanza della lettura di Catullo, Orazio o Plutarco. Ma, io chiedo, perché difendere i “classici”? Alla domanda relativa all’utilità (che brutta parola!) di questi ultimi, molti dei “paladini” rispondono che c’è un tarlo nella domanda stessa e che, perciò, non dobbiamo salvare solo ciò che è utile.

Dove voglio arrivare? 9788884027139_0_0_279_75Che c’entra tutto questo con Primo Levi? Ora vi spiego: stavo leggendo il saggio di Enrico Mattioda “Levi”, edito dalla Salerno. Mattioda ovviamente non può fare a meno, analizzando “Se questo è un uomo”, di parlare anche di quel passo tanto letto nelle scuole, tanto “chiacchierato”, che è il capitolo intitolato “Il canto di Ulisse”. Enrico Mattioda scrive molte delle cose che già sappiamo, ma poi dice, parlando di Levi: “Ritrovare se stesso fu il compito che lo attese al ritorno, quando potè finalmente scrivere. E allora si pose un nuovo problema: come dire quello che era successo, quale linguaggio usare? La risposta fu trovata nel linguaggio dei classici e nella sua capacità di rappresentare”. A quel punto ho sentito qualcosa, due poli si sono toccati: cortocircuito. Se è vero che non dobbiamo cercare l’utilità di ciò che apprendiamo, tuttavia Levi riesce a fornire un esempio lampante quanto pregno di significato del fatto che anche ciò che abbiamo sempre ritenuto inutile, o forse addirittura noioso, potrebbe divenire di vitale importanza, e in situazioni anche estreme, quelle più lontane dalla quotidianità che ci permette di avere accanto a noi, nella libreria, una “Commedia” a portata di mano. Dante non solo riesce a configurarsi come vacanza “liberatoria e differenziale”1 dal Lager, ma a fornire la chiave che consente a Levi-scrittore l’accesso alla possibilità di espressione e descrizione di ciò che è l’esperienza del campo di sterminio.

“In realtà, la scrittura non è mai spontanea. Ora che ci penso, capisco che questo libro è colmo di letteratura, letteratura che ho assorbito attraverso la pelle anche quando la rifiutavo e la disdegnavo (giacché sono sempre stato un cattivo studente di letteratura italiana). Preferivo la chimica. Mi annoiavano le lezioni di teoria poetica, la struttura del romanzo e roba del genere. Quando fu il momento e dovetti scrivere questo libro, e allora avevo davvero un bisogno patologico di scriverlo, trovai dentro di me una sorta di “programma”. E si trattava di quella stessa letteratura che avevo studiato più o meno con riluttanza, di quel Dante che ero stato costretto a leggere alla scuola superiore, dei classici e così via”2.

1 P. Levi: “I sommersi e i salvati”

2 P. Levi: “Conversazioni e interviste”

 

Raffica di Febbraio ’18 ovverosia i fiori non colti

febbraio 12, 2018 Lascia un commento

by WM

Rev Rev Rev, “Des fleurs magiques bourdonnaient” (2016)

revrevrevDetto in soldoni, stiamo qui parlando di una band di qualità, qualsiasi cosa voglia dire, di un combo di musicisti rispettato anche all’estero, di un disco ben riuscito e ben suonato.

A questo punto di solito scatterebbe l’avversativo “tuttavia”, ma stavolta no, perché chi ascolta dovrebbe perlomeno conoscere la grammatica delle cose udite per capire e apprezzare, avere un retroterra da cui partire per non cadere nel facile impressionismo; putroppo non ci inviano mai del buon prog, rari i dischi di psichedelia, e quando arrivano i dischi targati “folk” ci ritiriamo nel guscio, constatando ancora una volta la morte della canzone popolare.

Insomma, per cogliere la presente bellezza dell’album, ne dovremmo cogliere il sentimento di oscuro abbandono, senza farsi distrarre da brevi interludi sonici e dal finalequasi velvettiano: dovremmo avere alle spalle una educazione sonora molto più wave per amare in pieno canzoni che scorrono uguali e cariche come un fiume costante, mentre noi ci aspettiamo che, almeno ogni tanto, una carpa giapponese increspi guizzando la superficie, lasciando così una scia di colore sull’uniforme azzurro dell’acqua.

Ci documenteremo per il futuro.

https://www.facebook.com/revrevrev.band/

 

MDGA, “The Album” (2017)

recensione-MDGAHip Hop, Rap, un chicco di crossover, testi in perlopiù in italiano, testi impegnati contro la modernità disumanizzante, ecologici ed ecosostenibili: mescolare bene, servire caldo.

La ricetta dei MDGA è semplice ed efficace: melodie minimali, efficacia ritmica e un po’ di ritmi in levare, che fa tanto Jamaica, crossover da palco per far ballare insieme gruppo e pubblico.
Quel che rilevo è che il messaggio prevale sulla musica, l’intento morale sul progetto musicale, ancora passibile di evoluzione, di perfezionamento; andranno bene per i circoli Arci, ma per farsi ascoltare in contesti meno politicamente educati, ma serve più cattiveria e meno politezza ideologica, o il rischio è cadere nel “patchanka” che tutto ingoia e nulla salva, peggio dei buchi neri che ingoiano stelle. Piacerà, perché è un moralismo liberal che ha presa, definisce un orizzonte non scoprendone di nuovi.

Da segnalare i pezzi “La mia generazione” e “A sud di ogni cosa”. Attendiamo nuove prove.

https://www.facebook.com/mdgaband/

 

Date at Midnight, “Songs to Fall and Forget” (2017)

date-at-midnightIl Wave, il sentimento dark di oltre-melancolia, malinconia che si arrovella intorno alle ragioni della propria ossessione, coltivata quasi con tenerezza e senza alcuna voglia di uscirvi (come Petrarca che nel “Secretum” si autoaccusa di accidia, ma si guarda bene di cedere le armi alla ragione) ha fatto radici talmente profonde che, da Ian Curtis in poi, ce lo siamo ritrovati sbucare dappertutto.

L’acqua sa la sua strada, mi disse un architetto: dal soffitto delle case e delle cose, questa strisciante allegra autodistruzione ce la siamo ritrovata in ogni branca della cultura popolare, anche negli anime (avete presente la vuotezza emozionale di Evangelion?) e nei telefilm (13 era intrisa di Joy Division), e nella musica ha allignato fino a diventare sistema.

La mia distanza tra la Wave e me non è mai stata estetica, e spesso ne ho abbracciato le sensazioni, ma filosofica, perché cedere al Lato Oscuro presuppone una missione, un rintracciare un senso, una metafisica, seppur del nulla. A differenza della psichedelia, che si immerge in una segreta e solipsistica autoinchiesta, il Wave ti chiama per partire per Mordor, quindi niente seconda colazione e troll ad ogni angolo.

Se avete voglia di lasciare le pantofole e abbracciare la tristezza amica della mia malinconia (cit.), niente di meglio che abbandonarsi al basso e al canto dei Date at Midnight, che plasmano un album lungo e in minore, una cavalcata fra le sensazioni e le angosce immanenti che diventano ground narrativo e musicale per una band dal suono tondo e sofisticato, meritevoli per capacità compositiva e compattezza del suono.

Le canzoni si susseguono con un sottile filo di richiamo a quegli anni (gli ‘80) in cui si intrecciarono i rimasugli del punk, esploso e subito estinto, con l’urgenza del suono e del racconto, nel tentativo (utopico?) di riproporre lo stesso tessuto di canto e suono che emozionò i più e segnò l’evoluzione del post-punk. Un certo manierismo non macchia più di tanto un disco altrimenti impeccabile, sin dalla joydivisionissima “Cold Modern World”, fino a “To fall and forget”, apice dell’opera, fruibile anche dalle anime belle che ripudiano il Lato Oscuro.

Mea culpa: il disco è riemerso dalle mie playlist troppo tardi per fare promozione. Spero che queste parole siano giusto risarcimento a una band che sa dire la sua.

https://www.facebook.com/dateatmidnightband/

Bobby Soul and the Blind Bonobos, “Dodici Lanterne” (2017)

by WM

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Ho sempre seguito le avventure de rag. Debenedetti (ex dei Blindosbarra e anni di glorioso canto blues e funky) e gli ho dedicato volentieri lunghi ascolti e recensioni sempre più convinte, conscio tuttavia di non sapere una mazza di funk; ho ritenuto mio dovere, tramutatosi in piacere estatico, di recuperare i capolavori del genere in varie declinazioni, da James Brown a George Clinton, per prepararmi al nuovo disco dei Bonobi ciechi… e che mi combinano questi? Fanno un disco pop, di splendido pop, nel senso più nobile del termine, che si allarga dal lato della melodia e sconfina nel prog rock alla Delirium

‘tacci vostri…

Prog in che senso? Intanto è un concept album che propone un viaggio fra i dodici fari che uniscono Genova a Civitavecchia, un Gran Tour d’Italie che esplora umanità marginale, sentimenti che non fanno notizia, uno sguardo onirico e ironico sull’umanità che tanto ha creato e prodotto nei padri del Prog nostrano. Inoltre, si percepisce il desiderio di suonare sperimentando, allargando: non abbiamo, sia ben inteso, la frenesia ipertecnica dei New Trolls, ma quell’approccio elettroacustico che accompagna l’urgenza del racconto come per i citati Delirium o gli Osanna, che producevano splendido pop chiamandolo in altre maniere.

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Nei mondi sonori di “Dodici Lanterne” certe volte riemergono blues e funk, a volte la roots music americana (la dobro national di “La Torre di Controllo”, splendido stomp), a volte il pop si scioglie nel canto dei sentimenti (“Vera”), il tutto per comporre un mosaico arioso e bello da gustare anche nelle singole sue tessere.

Grazie, Ragioniere. WM APPROVED.

http://www.bobbysoul.com/

https://www.facebook.com/BobbiSoul/

Videoclip: Maisie, “Maledette Rockstar” (2018)

by WM

Abbiamo già conosciuto e apprezzato da tempo il gruppo di videomaker chiamato “La Maladolescenza”, abbiamo ammirato lo spirito caustico e fatalista alla Ciprì&Maresco delle loro realizzazioni (Milzaman, il primo supereroe palermitano, vera risposta data in anticipo a “Lo chiamavano Jeeg Robot” e “Capitan Novara”) grazie a una carissima ex allieva, ora già donna e col velo da sposa, che ci aveva segnalato il progetto.

Siamo sempre piccoli fan dei messinesi Maisie (Alberto Scotti e Cinzia La Fauci) e della loro casa discografica Snowdonia (un click vi spalancherà un mondo).

Il connubio delle menti più folli di Sicilia ha dato vita al video del singolo tratto dal nuovo album dei Maisie, “Maledette Rockstar”, sul complesso e masochistico rapporto fra ascoltatore e musicista, pieno di riferimenti “meta” (e “super-meta”, direi), che rendono giustizia alla lunghissima gestazione dell’album come pochi videoclip figlio dell’amore infinito per la musica, puro atto spirituale. Inutile elencare quel che vedrete: guardatelo e basta.

Buon ascolto!

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