Blog della rivista Out, musica e arte visiva dal 1998 ;)

Rrröööaaarrr: Killing Joke

by DOOM

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I Killing Joke sono una band di industrial metal inglese. La band viene formata nel 1979 dal cantante Jaz Coleman, dal batterista Paul Ferguson, dal chitarrista Geordie e dal bassista Martin “Youth” Glover. Seguaci dell’art rock nevrotico dei Pere Ubu, ma anche del dark-punk spettrale di Siouxsie and The Banshees, i Killing Joke danno vita a tre singoli dirompenti, che li portano alla ribalta nella scena underground britannica. “Are You Receiving” risente ancora dell’onda lunga del punk, mentre l’ossessiva “Requiem” e la robotica “Wardance” mettono subito in luce la peculiarità del loro sound. Un sound da incubo post-industriale, costruito su tessuti elettronici distorti, sulla cadenza meccanica del basso e sul canto gridato e angosciante di Coleman. Liriche profetiche, funeree e desolate completano il quadro. L’album d’esordio Killing Joke (1980) è la idealizzazione di questo stile, in bilico tra hard-rock e new wave, punk e gothic-rock. La sua violenza nasce da un connubio tra martellanti suoni dance, strati di puro rumore industriale e punk metallico, scossi da feroci percussioni tribali e combinati con melodie semplici, nello stile della new wave più classica. Il secondo album, What’s This For (1981) propone un pugno di brani distorti, che si snodano su basi elettroniche e battiti tribali. Le sonorità violente e metalliche degli esordi si stemperano progressivamente in canzoni pop-dark con cadenze sempre più ballabili, seppur immerse sempre in atmosfere gelide e depresse. Revelations (1982) e Fire Dances (1983), due nuovi lavori dove i toni selvaggi vengono ulteriormente addomesticati. Con Night Time (1985) si completa l’addomesticazione: la violenza si dissolve in un clima di malinconica tristezza. Il nuovo corso prosegue con il sofisticato Brighter Than a Thousand Suns del 1986, che mescola pop melodico e ambientazioni onirico-spettrali. I Killing Joke ritrovano nuova linfa, grazie all’arrivo del batterista Martin Atkins con il nuovo innesto in formazione i KJ incidono nel 1990 Extremities, Dirt & Various Repressed Emotions. Atkins porta in dote il caos ritmico e il senso di smarrimento tipici dei Pil, marcando la tragicità già insita in brani. Con Murder Inc (1992), i KJ orfani di Coleman, tendono di aggiornare il funk e l’hip-hop in chiave rock. Il cantante torna invece su Pandemonium (1994), album incerto che non sa decidersi tra elettronica rarefatta dei Tangerine Dream o l’hard-rock dei Led Zeppelin. Democracy (1996) il nuovo lavoro rivela a tratti qualche lampo degli anni d’oro. Di nuovo sulle scene dopo sette anni di silenzio, i KJ sfornano Killing Joke nel 2003, disco ammantato di sonorità moderne, ma con una inconfondibile matrice anni Ottanta che attizza vecchie nostalgie represse nei fan degli Eighties. Hosannas From The Basements Of Hell (2006) è un’inaspettata prova di vitalità. I nostri industriali sfornano una massiccia raccolta di 62 minuti piena di inni da battaglia urbana come solo loro sanno confezionare. Confermando un ritrovato stato di forma e una urgenza espressiva che affonda le radici nella carne violenta del degrado sociale e politico. Nel 2010 è la volta di Absolute Dissent. L’impatto del lavoro è senza dubbio gradevole nel complesso. Lavoro che marca l’assenza di partiture industrial realmente incisive e la ridotta impulsività punk ed evidenzia l’ardito ancoraggio della band alle partiture post/thrash. Nel 2012 esce MMXI, lavoro composto da brani monolitici di rock pesante virato al post/thrash.

I KJ con il loro ibrido di veemenza hardcore/post-thrash e desolazione dark, fatto di ritmi tribali, suoni meccanici ed elettronica distorta hanno posto le basi per la nascita della musica industrial influenzando bands come: Nirvana, Ministry, Nine Inch Nails, Napalm Death, Big Black, Tool, Prong, Metallica, Primus, Jane’s Addiction, Soundgarden, Faith No More, Deftones, Voivod, Korn e Helmet.

Recensione: Albedo, “Lezioni di Anatomia” (2013), “Metropolis (2015)

(WM approved)

Ascolto “Lezioni di Anatomia” da tre mesi e “Metropolis” da due, e il bello che all’inizio pensavo sarebbe stato facile scriverci su qualcosa, tante erano le idee che mi assalivano, ma alla fine il risultato è stato un foglio bianco, una tastiera senza ticchettii e “salva con nome”.
Tanto per essere chiari: sono due dischi belli e profondi, che mi fanno diventare una belva se penso a quello che gira in giro, mentre in queste canzoni mi perdo e rischio di mandare alle ortiche il mio fanzinismo, preda del blocco dello scrittore: mannaggia agli Albedo, insomma!

Perché due concept? Sono davvero dei concept?

Il pop non dovrebbe addentrarsi in narrazioni troppo barocche o si guarderebbe compiaciuto l’ombelico. Almeno questa era la mia idea di partenza.

LEZIONI_FRONTEAlbedoIl concept album mi pareva poco adatto come contenitore di una manciata di canzoni che dovrebbero far cantare: non puoi rifare, che so io, “The Lamb” dei Genesis o “Animals” dei Pink Floyd senza una téchne e un pubblico disposti a seguire il respiro della tua arte, senza costruire narrazione per valli e movimenti, tracce lunghe ed infinite. Il concept era possibile quando si appoggiavano le puntine sui vinili, atto fisico che squarciava la noia e impegnava il tempo a scorrere nella direzione della nostra mente e del nostro ascolto. Nell’era ormai post-iPod (ebbene sì, la fine dell’iPod Classic è segno della fine della fisicità almeno digitale della musica e del trionfo di Spotify che ti sceglie le playlist) quella degli Albedo mi pare una scelta azzardata, una richiesta di pazienza e di riflessione che poco si accorda al presente Zeitgeist.

La seconda pulce nell’orecchio che ronza e non se ne va è che il concept è stato il figlio del Progressive Rock e dell’Art Rock in generale, frutto di una musica stratificata e complessa che era nata incendiaria ed è morta pompiere.

Gli Albedo, di cui canticchio da sempre gli esordi più incazzati e assai meno carezzevoli, intavolano prima sul corpo umano e poi sulla storia di una inurbazione, una serie di schegge pop che devono al miglior suono di Oltremanica, ai Travis e agli ingiustamente vituperati Coldplay. Il disco del 2013 è un interessante antipasto, viviseziona emozioni fratte per organo (“Cuore” e “Polmoni” le migliori), mentre la nuova uscita parte con un pezzo immenso quale “Partenze” (per me serio candidato ai prossimi Out Awards), rock con liriche opprimenti e claustrofobiche: la coscienza del chiuso, dello sporco cittadino, del rifugio nel kipple come unica possibilità di fuga da una società malata da cui guardarsi, da cui difendersi ad ogni costo. Travaso delle speranze nell’amore come unico rifugio metafisico, un qualcosa di magnifico che riscatta (“La Profezia”, “Astronauti”).

Non posso che invitare a supportare questa band, a scaricare sì i dischi, ma anche a permettere loro di poter fare altri dischi: andate ai concerti, prendete il cd fisico, fate quel che mentula vi pare, ma fateli andare avanti.

Dixi.

Scarica “Metropolis” in FREE DOWNLOAD

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Recensione: LaBase, “Antropoparco” (2015)

10624728_774086369326173_8545729623899676198_nProtagonisti: SoftAir, Capello e Prof.
Soundtrack: Antropoparco.
Location: Macchina e Autoradio, caprette che fanno ciao ai bordi della campagna, aerei ponti e discese ardite e risalite della strada statale non mi ricordo qual è senza apostrofo.

Soft: Prof guida lei, ma la musica la metto io. Rock progressivo no…, Young Gods no…, mettiamo questi.

Prof: eh, dammi ‘na mano, che ne capiscono i vecchi di rock? Dimmi te.

Cap: in Italiano?

Prof: Non ricominciamo con la storia dell’inglese per forza che non ne usciamo fino a domattina e io devo scrivere la rece.

Soft: Questo è sfruttamento minorile! Vuole spunti e idee…

Prof: LOL.

Cap: Andiamo non rispettando la scaletta, proviamo a mandare all’aria il loro ordine di ascolto…

Prof: Giusto: di solito i pezzi più power li schiaffano all’inizio e ti perdi il lirismo, la poesia…

Soft: Questa “Mai una gioia” colpisce bene.

Prof: Pensavo proprio a questa. Pezzi come “Deja Vu” e “Come pietra di Calcare” sono più dolenti rispetto all’ironia de “Il rettile”, a me piace il rock’n’roll più diretto.

Cap: Io voto per “Aprazolam”;

Prof: Lenta e acida, approvo.

Soft: Il disco me lo prendo io, ci vediamo domani, sono arrivato.

Cap: Vado anche io, ma il rock va fatto in Inglese.

Prof: Ascolta senza pregiudizi, dopo i primi due ascolti non sembrerà così importante.

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MetalRece: Tic Tac Bianconiglio, “Il Volto di Lewis” (2015)

by DOOM

TICTAC FRONTI Tic Tac Bianconiglio sono una band di minimal/sick/alternative metal milanese nata nel 2011. Connubio composto da Cristina Tirella (bassista e voce) Greco Armando (chitarrista e voce) morbosi amanti dello shoegaze/post punk,/noise più squilibrato e ispirati nella creazioni dei propri disturbi musicali dai The Cure e dai Joy Division. Ammazza che grattugiata di generi e influenze alienate! Comunque il ‘Volto di Lewis’ è un concept album ispirato dal celeberrimo romanzo di Lewis Carroll ‘Alice nel paese delle meraviglie’. Disco di debutto uscito il 26 febbraio scorso che arriva dopo la pubblicazione di due demo: Sasso di Fiori (Volume 1) del 2013 distribuito dalla milanese Top Record e Sasso di Fiori (Volume 2) del 2014 distribuito dalla bresciana Indie Box. Il nuovo lavoro è stato registrato presso il Brace Beltempo Studios da Brace Beltempo (già produttore dei Gluts e dei Nevrastena). Il sound forgiato nella fucina dei Brace Studios è un misto di oscuri presagi sperimentali, cupi ed evocativi sfrangi di post rock e tetri viluppi di decadenza gotica. Mamma mia accendete la luce! A svolazzare sull’ammasso mortifero come un uccello predatore in attesa che la vittima di turno stramazza al suolo fulminata la voce di Cristina Tirella. Dal cantato recitativo/paranoico che narra le gesta di Alice. Scavando e trascinandoci con lei, Alice, nel profondo mondo onirico creato da Carroll! Un viaggio in un mondo dall’atmosfera cupa che ti imprigiona tra i propri incubi da cui non si può evadere. Spengo lo stereo. Mi alzo ed apro la finestra per permettere al sole e all’aria fresca, anche se fredda, di purificare l’ambiente saturo dai miasmi esalati dal ‘Volto di Lewis’. Consigliato a chi vuol guardare nell’abisso per essere inghiottito!

Sotterranei 11

Claudia e Francesco si muniscono di bastone da rabdomante e vanno alla ricerca delle canzoni dell’underground italiano, la “musica alternata” (sic) per far ballare e sognare: molto post punk-rock-neopsyc e qualche cantautore, tutte (o quasi) nuove scoperte, che torneranno sulle nostre pagine e sul podcast, c’è da scommeterci!

davidevettoriPlaylist

LaBase, Dejavu
Davide Vettori (ft. Angea Baraldi), Sogni nel Cassetto
Olden, La vita è un gioco
Michele Maraglino, I Miei Coetanei
Kaos IndiA, The Void
(re)offender, Fool Time Baby

Press Play! Clicca qui per ascoltare la trasmissione

o vai sul podcast della Quinta Stagione di RadioOut

Out segnala… buone nuove dalla Fanzinoteca!

maggio 12, 2015 2 commenti

Riceviamo e riblogghiamo entusiasticamente ;) La Fanzinoteca d’Italia festeggia e rilancia.

Il grande Gianluca Umiliacchi nella Fanzinoteca: e dietro di lui campeggia Out :D!

Il grande Gianluca Umiliacchi nella Fanzinoteca: e dietro di lui campeggia Out :D!

Festeggiamo in questo 2015 il quinto anniversario dell’apertura della Fanzinoteca d’Italia, la prima e tuttora unica a livello nazionale. Cinque anni fa, esattamente il 25 settembre 2010, fu inaugurata la Fanzinoteca d’Italia, per la prima volta della storia italiana anche la nostra Nazione aveva così la sua Fanzinoteca, ovvero una sede pubblica per la raccolta ben definita, pianificata e motivata dell’editoria fanzinara italiana, cioè le sole fanzine, e non per una generica raccolta indiscriminata di autoproduzioni.
La Fanzinoteca d’Italia nasceva per rispondere alle richieste di un Paese privo di tale realtà, privo di una conoscenza e una consapevolezza fanzinara.
Una ricorrenza importante, un lustro di vita frenetica e notevole attività della atipica struttura che segna una grande e costante attenzione ad un patrimonio unico ed eccezionale, fonte preziosa per gli studiosi, i ricercatori e gli interessati ma, soprattutto, luogo per eccellenza di formazione per le giovani generazioni che scelgono di apprendere il mondo dell’editoria fanzinara italiana come conoscenza consapevole.
E dal 2010, sulla scia di questi motivi, la Fanzinoteca d’Italia cerca di aggiornarsi continuamente per soddisfare le aspettative del suo pubblico eterogeneo, che oggi può trovare presso la sede più di 7.000 documenti, in molti casi unici, come unico è il servizio proposto, in tutta Italia. Un patrimonio nazionale, dunque, vivo, un laboratorio attivo di ricerca e formazione, un luogo di incontro e di dialogo imprescindibile in una sede di realtà socio-culturale che un’umanità diversa ha ravvivato periodicamente, in questi primi 5 anni, i locali della Fanzinoteca.

Auguri alla Fanzinoteca d’Italia, grazie a quanti vi operano e a quanti la frequentano e ad maiora!

CALENDARIO DELLE INIZIATIVE V ANNIVERSARIO
Fanzinoteca d’Italia: cinque anni con voi
Con questo motto, per i festeggiamenti della ricorrenza la Fanzinoteca d’Italia ha organizzato il programma che prende avvio dal 01 aprile per concludersi il 31 dicembre 2015.

Domenica 01 aprile, allestimento Atrio Espositivo della Mostra “Fanzinoteca V Anniversario“. L’esposizione prosegue fino al 30 agosto.
Inoltre, durante tutti i mesi fino alla termine del 2015, saranno proposti eventi e iniziative allineate al V anniversario; restate sintonizzati sulle nostre frequenze.

MetalRece, Desert, “Never Regret” (2015)

by DOOM

467096Kostya Aronberg boss della dinamica e sempre impegnata nel mondo metal e non solo GlobMetal Promotions ci invia in redazione il Promo Package ultraprofessionale dei Desert. Il full album è in 320kpbs (la massima qualità sonora del mp3 N.d.A.) e senza la sovra incisione di voce come disturbo. Tecnica usata da molte etichette per evitare il pirataggio! Andiamo a conoscere ‘sti Desert!

Allora: sono una band di Dark Power Metal israeliana nata Beersheba nel 2002 con all’attivo una demo The Way to Honor del 2005 , un EP Prophecy of the Madman del 2006 e il debutto Star of Delusive Hopes del 2011 e Never Regret il nuovissimo disco della band che uscirà il 30 marzo 2015 su etichetta Raven Music. È una anteprima riservata a noi fortunati recensori. Per l’occasione i nostri non si sono fatti mancare niente. Invitato come ospite sul disco il mitico Ralf Scheepers cantante dei Primal Fear ed ex-Gamma Ray. Chiudiamo le presentazione ed andiamo al sodo. Via maestro accendi lo stereo e facci saltare in aria! Power metal (dopo una panza di sludge, stoner, postmetal, doom si cambia genere!) a manetta di scuola teutonica, Sabaton e Powerwolf, svettano nelle influenze della band, reso godibile da inserti folk etnici e dalle magniloquenti trame orchestrali che donano epicità all’intero lavoro! Non mancano richiami alla scena NWOBHM inglese con cavalcate in stile Saxon et familia. I migliori brani del lotto sono: la maestosa Never Regret, Assassin’s Fate, Son of a Star, The Wolfs Attack, The Road to You, 1812, Flying Dutchman e Final Journey. Buona la tecnica e la capacità creativa del band. Unica piccola nota dolente e il cantato. Al cantante gli suggerisco di imparare meglio l’inglese ed essere più personale nell’approccio e nella impostazione vocale! Ma questo non compromette negativamente il mio giudizio finale. Una nuova starlet si accende nel firmamento metal mondiale.

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