Blog della rivista Out, musica e arte visiva dal 1998 ;)

Vaiana, for non-calabrian only

Scartando fra cartelle sepolte in un armadio, tiro fuori un paio di copie master di una fanzine che pubblicavo con amici qualche migliaio di qualsiasi cosa fa, roba da nascondere ma che dispiace buttare perché non si sa mai e anche perché incombe il mio super-io in forma del mio maestro che rimbrotta “Lei è un antistoricista: accetti il passato”. L’ha vinta il super-io. Leggo quella sublime e ingenua robaccia e ci scopro vecchi amici persi di vista e una cosa che mi ero dimenticato.

La cosa è questa: un inveterato e viscerale odio per la Disney.

Odio, sissignori. Perché un antistoricista è anche uno che c’è l’ha facile facile il senso del bene e del male, è il male era la Disney e la sua melassa, la Disney e quell’educazione all’atlantismo e al sogno americano che riduceva la complessità del mondo a pura operetta di scarso impegno e di grosse pretese. Altro che arte grafica, altro che arte: alabarda spaziale! L’altra sì che era animazione!

Poi il tempo passa e i nipoti accumulano aristogatti e pinocchi, la fronte si incanutisce e l’antistoricismo passa come il morbillo, lasciando solo qualche traccia superficiale e la memoria del tempo che fu. In fondo le chiavi di lettura di un opera, mi dicevo, non possono essere liquidate moralisticamente ed essa va calata nel contesto, ne si possono cogliere sottotesti e sottili fili di divertimento spassionato: è la commedia che rende sopportabile l’arido vero, quello che sta fuori dal portone di casa o solo fuori dal tuo studio.

Negli anni i classici sono stati affiancati da sedicenti nuovi classici, i disegni da modelli 3D e l’inventiva dal post-moderno che frulla elementi del passato e riscrive la storia (la noia provata davanti a palesi schifezze quali Rapunzel e Frozen non ha prezzo: ridatemi quelle tre ore di vita, please). Fa senso come un gatto sull’asfalto il politicamente corretto con i personaggi ridotti ormai tenere marionette congelate, uomini e principesse senza qualità e senza principe. Faccio fatica a non far riaffiorare l’antipatia per questi sentimenti ipocriti e senza dramma, che perlomeno Bambi e Biancaneve sfioravano con sentimenti di acuta passione e dolore.

La stroncatura di Oceania appena letta dà il colpo finale all’ultimo lavoro degli eredi di Walt, ormai rincoglioniti dalla politeness obbligatoria, tanto da dover censurare il nome della protagonista, passata in Italia dal chiamarsi Moana (nome che evocherebbe altri scenari e coprotagonisti) a Vaiana.

Cioè, la chiami “membro virile” in calabrese?

Me l’immagino il cinema a Pizzo Calabro, coi bambini che sillaberanno il nome indicibile e sforneranno le più ardite e salaci metafore a sfondo pecoreccio sulla vaiana, fino a sconfinare alle battute da terza elementare del compagno sporcaccione (“Il cameriere neanche lava sotto il letto”, ma  questa la capirà solo il 3% della provincia di Reggio), contribuendo alla diseducazione sessuale ormai vigente.

Nel regno incantato di Disney è entrato il nemico, il sesso priapico, la scorrettezza del rapporto carnale dopo il “felici e contenti”, e questo, per fortuna, ci fa riscoprire sentimenti veri e momenti dimenticati.

Viva l’antistoricismo e abbasso Disney.

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Rrröööaaarrr: D.R.I.

novembre 26, 2016 Lascia un commento

by DOOM

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I Dirty Rotten Imbeciles (conosciuti con l’acronimo di D.R.I.), sono una band di punk metal formata nel 1982 a Houston, Texas. Nata dalle ceneri del gruppo hardcore Suburbanites. La formazione originale comprende Kurt Brecht alla voce, il fratello Eric Brecht alla batteria, Spike Cassidy alla chitarra e Dennis Johnson al basso. Il gruppo inizia a provare a casa dei genitori dei fratelli Brecht, provocando le ire del padre che un giorno li insulta con l’appellativo «bunch of dirty rotten imbeciles» (“branco di imbecilli sporchi marci”). Il gruppo decide così di usare il nome U.S.D.R.I., poi abbreviato in D.R.I. e accompagnato dal caratteristico logo disegnato dal batterista Eric. Nel 1982 registrano il loro primo EP da 7” “Dirty Rotten EP” composto da ventidue tracce compresse in diciotto minuti e stampato in sole mille copie. La crescente domanda del pubblico spinge per una versione in 12″ pubblicato nel 1983, intitolato poi “Dirty Rotten LP”. Lo stesso anno si trasferiscono a San Francisco, vivendo nel loro furgone e mangiando alle mense dei poveri tra un concerto e l’altro. Johnson stufo decide di lasciare il gruppo e tornare a casa in Texas, sostituito prima da Sebastion Amok, e, dopo un tour con i Dead Kennedys, da Josh Pappé.

Nel 1984 pubblicano l’ EP da 7″, “Violent Pacification”, composto da quattro tracce. Dopo il tour estivo del 1984, il batterista Eric Brecht si sposa e lascia la band e viene sostituito con Felix Griffin. Nello stesso periodo, la traccia, Snap appare in una compilation di beneficenza contro la guerra P.E.A.C.E. insieme a bands hardcore punk famose come Crass, Dead Kennedys e MDC.

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Nel 1985 pubblicano “Dealing with It”. Lo stile dell’album tende verso sonorità metal, pur mantenendo una forte impronta hardcore punk. Il loro terzo album, “Crossover”, pubblicato nel 1987, conferma la tendenza del gruppo verso uno stile decisamente più metal. L’Hardcore/punk e thrash/metal traspaiono dirompenti per tutta la durata del full-lenght senza palesare segni di scollegamento, il sound è decisamente coeso, fluido e micidiale all’ascolto. Il nuovo genere all’epoca venne definito crossover thrash (che in inglese significa “incrocio”, o “contaminazione”). Il sound rispetto al passato è maggiormente curato e presenta una tecnica migliore con canzoni più lunghe e più complesse. Nel 1988 i D.R.I. tornano in studio per registrare, “4 of a Kind”. Con il nuovo lavoro la band conferma il suo ottimo stato di forma e la sua natura ironica, strafottente, guascona e stilisticamente innovativa con una virata thrash decisamente più marcata. Nel 1989 è la volta di “Thrash Zone”. Thrash Zone è un lavoro che mette d’accordo tutti, punk e metalheads che siano, risultando estremamente divertente, coinvolgente ed esaltante, ma allo stesso tempo incredibilmente maturo rispetto al passato oltre ad essere il migliore dell’ottima discografia dei Dirty Rotten Imbeciles a mio avviso. Il sesto album, “Definition” viene pubblicato nel 1992. Lavoro dalla produzione piatta e dal sound monocordo e infiacchito. Nel 1995 il gruppo pubblica, “Full Speed Ahead”. La band in questo nuovo capitolo discografico ha unito la maturazione tecnico artistica e le qualità compositive degli ultimi anni con l’energia, i valori e l’atteggiamento idealistico di “Crossover” del 1987. Miscela esplosiva molto apprezzata anche dai fans della prima ora.

L’ EP “But Wait… There’s More!” è uscito a giugno scorso e contiene 5 pezzi dalla durata complessiva di nove minuti.

Il branco di imbecilli sporchi marci è ritornato con violenza…quella sonora intendiamo!

Recensione: [kaiser(schnitt)amboss/laszlo], “ROCKnROLL HOLE of FAMINE” (2016)

novembre 26, 2016 Lascia un commento

by WM

14915329_1124561197650800_8271492558327577822_nBlues. Genere “Blues” nelle tag mp3, e me lo aspettavo da Ksal, che è sempre stata blues e come tale l’ho accolta senza equivoci, perché esaminando il magma sentimentale ed emotivo delle sue tracce questa parola ritornava ossessivamente nella mia percezione. Un artista non propriamente blues è percepito come tale dal mio libero gioco delle facoltà. E stavolta non cambierò la taggatura come al solito, perché questo disco è tristeza come la carne è carne.

Il blues è una cosa, talmente seria da essere caduto ridicolo del manierismo di mano lente, di rocker adulti che hanno vecchi vinili da imitare o da cover band di Belushi e Akroyd, mimesi buffona di allegra mimesi, una roba che mi ha fatto rivalutare la musica circense e le litanie da rosario delle vecchie. È un po’ come quando la materia cavalleresca di Orlando e Carlo Magno è caduta in mano ai giullari, che hanno trasformato il primo in un bel gagà e il secondo in un babbo natale rimbambito: povero blues… La conseguenza è che oggi è meglio cercarlo dove non troveremo le dodici battute in scala pentatonica, perché nella dissoluzione dei generi postmoderna, dobbiamo abituarci/rassegnarci/prepararci ad una decisa mutazione genetica.

Dissolto il pop e la cantabi14947594_1124558977651022_6998019096296187774_nlità nell’RnB di plastica, morto il rock che pare non aver più nulla da dirci, finito l’hiphop, che ha fagocitato tutto come mostro onnivoro per poi implodere nell’autotune, il blues permane come mucillagine scarna e acida di dolore, minimale ricerca armonica per arrivare alla profondità del sentimento che tutti gli altri negano (chi trova il sentimento più nel pop?). Quindi, coloro i quali hanno ancora una chitarra in mano e un po’ di cuore, lo deve nascondere in giri brevi, in produzioni dirette e senza compromessi. Altro che Sweet home Chicago.

Mi sarebbe piaciuto seguire la travagliata genesi (ne parliamo sotto) di ROCKnROLL HOLE of FAMINE di [kaiser(schnitt)amboss/laszlo] (artista che seguiamo da un bel pezzo) e more philologico confrontare tre diverse declinazioni della sua nuova opera, ma, volenti o nolenti, questo abbiamo: otto tracce di chitarrismo denso e minimale, dai suoni acidi e corrosivi ma pregni di profondo sentimento, in una produzione analogica che francamente mi fa fare il proverbiale saltino di gioia, perché ancora qualcuno osa suonare.

Rispetto alle opere precedenti, ksal rinuncia ai suoni sintetici e forgia una sorta di Laszlo-sound coerente in tutte le sue applicazioni: ne risulta un album molto più fluido e fruibile, che potrebbe avvicinare molti al suo mondo interiore, in cui le liriche in bilico fra una tragica ironia (splendidi quelli di Harry, hurry up) e fili d’amore espressi e inespressi (Bloody Spook), una auto-cover da “Viva Terror” che ci invita a fare terra piana della nostra generazione (Destroy! … e non posso che approvare, guardando i miei coetanei N.d.A.) nell’estremo tentativo di proteggere le nostre idee dalle brutture del mondo. Il proclamarsi morta permette all’artista una vista telescopica sul mondo, un punto di vista straniato ma realistico, leopardianamente attento all’ “arido vero”, ma che non rinuncia al canto, all’ultima illusione della poesia in su la vetta della torre antica.

Felice di risentirla, sperando che nulla la spenga.

Links:

https://www.facebook.com/kaiserschnittambosslaszlo-294792427202343/

https://soundcloud.com/k-s-a-l

https://www.discogs.com/it/artist/3333726-kaiserschnittambosslaszlo

TRE DOMANDE A [kaiser(schnitt)amboss/laszlo]

1 – Il disco è davvero “compatto”: hai elaborato un Laszlo-sound? È frutto di un progresso, una svolta o necessità di trovare una focalizzazione alle tantissime direzioni indicate dai lavori precedenti (elettronica, suono industriale, cantautorismo folk).

Direi tutte e tre le cose insieme, con centro motorio sul semplice fatto che in questo disco c’è la sola presenza della chitarra e della voce. Non c’è praticamente concessione a nient’altro. Questo comporta sicuramente uno spostamento verso una certa ortodossia dei mezzi implicati, anche se, a onor del vero, la mia musica è sempre stata questo. Sono canzoni, devi poterle fare ovunque, anche in un mondo dove l’elettricità venga meno.

2- Cosa rispondi a chi ti chiede il significato di una canzone? Non è impossibile che prima o poi ti faccia domande a riguardo

Una canzone è anzitutto un’opera complessa perché ad altissima densità. I miei pezzi, e per me sola intendo, hanno tutti un significato pesante, altrimenti non le scriverei. Sono, senza mezzi termini, la mia vita, manco il loro racconto. Quello, ed è tutt’altra storia, è ciò che arriva a chi eventualmente le ascolta, la loro traduzione. Per chi le scrive forse non è nemmeno una questione di significato, ma di senso.

3- Ci dici qualcosa sul perché il disco ha avuto una gestazione così lunga?

La gestazione lunga è dovuta alla produzione del disco precedente, mai uscito, e alle vicenducole più o meno legali che ne sono conseguite. RockNrOLL HolE of FaMiNe può anche essere visto come una corsa contro il tempo e un parziale recupero del mai nato. Registrato in analogico da Davide Chiari fra le bayou mantovane in una torrida settimana d’agosto. Sudato e disilluso.

Music Report: PJ Harvey (Obihall, Firenze, 24/10/16)

novembre 26, 2016 Lascia un commento

di Claudia Amantini

 

Nel corso degli anni sono stati diversi i concerti di PJ Harvey a cui ho assistito, indimenticabile il primo con gli Asian Dub Foundation come gruppo di supporto. Ne sono seguiti altri, con cambio di look e di suoni. Unica costante, la sua voce. Una gran bella voce, capace di graffiare, sussurrare, penetrare. Occasione imperdibile quindi quella di rivederla e riascoltarla, in nuova veste, a Firenze. L’occasione è il tour di The Hope Six Demolition Project, nuovo lavoro, nono album in studio, nuova virata di suoni.

Un palco spoglio da scenografie ed “effetti speciali”, essenziale e traboccante solo di strumenti. La rappresentazione teatrale, perché a tratti così è parsa, si apre con l’ingresso della banda musicale, 10 musicisti che marciano, sfilano tra fiati e percussioni, raggiungono le proprie posizioni, danno il via allo spettacolo. Tutto sembra suddiviso in atti teatrali, 9 uomini e una donna che attira l’attenzione verso di sé. Una donna ricca di carisma che non si pone sempre in prima fila, si sposta dietro, si accosta a lato. Ma la scena è sua, sa rubarla comunque, come una dea del rock, di nero (s)vestita, piume tra i capelli, sax spesso in mano.

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Ogni brano del nuovo album sfila in scaletta. Un’ora e mezza abbondante con un bis di due brani. Al suo fianco i “soliti” John Parish e Mick Harvey, gli italiani Enrico Gabrielli e Alessandro Stefana… e lui, Alain Johannes dei Queens Of The Stone Age.
Miss Harvey il palco lo sa tenere, ci sa danzare, un po’ diva e un po’ attrice, ma come sempre è la sua voce a fare la differenza. Un concerto che scorre via liscio, tra momenti eterei, cupi, strumentali, adrenalinici. Polly sta seguendo da qualche anno nuove strade, nuove sperimentazioni. Un’artista che cresce, cambia, sperimenta. Non si appoggia-rilassa sul trono dei vecchi successi, ma guarda avanti. Eppure… personalmente mi avrebbe fatto piacere vederla imbracciare la chitarra, almeno una volta. Eppure, al di là della performance e dei nuovi brani, la nostalgia bussa e sa essere ricompensata: il cuore ha sussultato quando è partita “50ft Queenie”, quando è riapparso il “vecchio” rivisitato e risuonato a nuovo: “Down by the Water”, “To Bring You My Love”. E il bis, molto gradito: “Working for the Man”,”Is This Desire?”

E brava PJ!

Recensione: Fliptop Box, “Catch22” (2016)

novembre 26, 2016 Lascia un commento

di Gaia Zangla

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Buon salve!

So che dovrei recensire più spesso, ma i ritmi scolastici mi stanno travolgendo, ciò nonostante appena ho un attimo di pace torno con più idee di prima. Oggi proverò a esporre al meglio il mio pensiero sugli ateniesi Fliptop Box. Devo ammettere che ho avuto difficoltà a esprimere qualche giudizio a riguardo perché è una di quelle band dove ti fermi e dici “Spaccano. Non c’è altro da dire.” Il sound di ogni canzone si lega a diverse influenze heavy metal e grunge, quali i Metallica di Master of Puppets e molto agli Alice in Chains.

Tuttavia, il bello di questa band è che non si ferma solo alle band sopra riportate, ma si “diverte” a giocare con i riff, infatti le canzoni balzano da un riff all’altro rendendole divertenti all’ascolto. Le mie all time favourites sono Desert e Promises To Stay: le ascolto da circa un mesetto e non mi stufano affatto, mettono una carica addosso notevole. Li raccomando appieno a chi ha voglia di svagarsi e staccare la spina, ma che al tempo stesso ha voglia di un po’ di sano metal per buttar fuori le frustrazioni e le negatività che la vita quotidiana gentilmente ci offre.

 

Contact : Fliptopboxband@gmail.com

Social : https://www.facebook.com/fliptopboxgr 

             https://twitter.com/Fliptopbox_band

             https://www.youtube.com/fliptopbox

Bandcamp :  http://fliptopbox.bandcamp.com

Rrröööaaarrr: Primus

novembre 15, 2016 Lascia un commento

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by DOOM

I Primus sono una band di alternative metal statunitense, formatosi nel 1984 ad El Sobrante, in California.
La prima formazione della band, nota come “Primate”, era composta da Les Claypool al basso, da Todd Huth alla chitarra e da Perm Parker alla batteria. Nonostante non fossero un gruppo thrash metal, vengono accostati alla scena thrash della Bay Area, grazie a una serie di concerti di supporto a gruppi come Testament ed Exodus. Nel 1989, dopo essersi fatti un nome nella locale scena musicale grazie al loro ‘strano’ metal, Huth e Lane lasciano il gruppo e vengono sostituiti dal chitarrista Larry “Ler” LaLonde (ex Possessed) e dal batterista Tim “Herb” Alexander (ex Major Lingo, gruppo ska). Lo stile proposto dalla band è uno strano e originale miscuglio di funk, metal, punk rock e psichedelia sposato con un’estetica freak e zappiana, che rende difficile la loro classificazione all’interno di un preciso genere musicale. L’esordio avviene con il live album intitolato ‘Suck On This’ (live,Caroline, 1989), lavoro dal suono estroso, pregno di un rock appiccicoso e beffardo, che trova i suoi momenti migliori nelle asprezze metal-funk di “John The Fisherman” e “Harold Of The Rocks”, nel blues irriverente di “Groundhog’s Day” e nel futuro classico “Tommy The Cat”. Il marasma di “Pudding Time” e la jam impazzita della title track racchiudono pregi e difetti di una formula tanto talentuosa quanto ancora acerba e naif.
Il successivo ‘Frizzle Fry’ (Caroline, 1990) contiene buona parte dei brani già inclusi nella scaletta di Suck On This ed esalta ancor più le qualità dei tre musicisti. La chitarra di Larry LaLonde è inarrestabile nel correre dietro i riff acrobatici di Claypool, concedendosi a tratti assoli devastanti, mentre il drumming impetuoso di Tim Alexander spazia da raddoppi a stop & go, da tocchi leggeri a sfuriate incendiarie, con una disinvoltura impressionante. Il disco accresce la fama della band nel circuito underground a stelle e strisce. E’ però con il successivo ‘Sailing The Sea Of Cheese’ (Interscope, 1991) che la band californiana si impone definitivamente all’attenzione mondiale, grazie a brani ipnotici, dalla ritmica marcata e incalzante, sottilmente psichedelici e dominati dai riff del basso “slap” di Claypool. Il suono si fa più maturo e rifinito, pur senza smarrire la vena comica e demenziale che l’ha reso celebre. Nel 1993, arriva un nuovo successo con l’album ‘Pork Soda’ (Interscope, 1993). Un disco ancor più complesso e stratificato, che alterna fasi di puro delirio a momenti di oscura intensità. Due anni dopo l’immenso Pork Soda arriva ‘Tales From The Punchbowl’ (Interscope, 1995) lavoro che si mantiene in bilico tra virtuosismi complicati e lucidità compositiva. Il titolo si ispira ai leggendari party universitari di Berkley, in cui si sarebbe consumato punch corretto con Lsd. Ed è proprio la componente psichedelica a farsi più accentuata, in una serie di “viaggi” surreali e ipnotici. ‘Brown Album’, uscito nel 1997, gode di minor attenzione, segnando un ribasso delle azioni dei Primus. Nel 1999 esce ‘Antipop’, album dal titolo più che mai esplicito nella sua avversione a quanto sta accadendo i vertici delle classifiche statunitensi, dominate da vacui idoli teen-pop. Ed è una piccola resurrezione. La tracklist ci presenta un gruppo in piena forma, seducente e intrigante, senza alcun segno di stanchezza. Un vero modello per chi voglia rompere gli schemi di un rock che sembra non avere più la forza di reggere il peso del suo invidiabile passato. Antipop è praticamente l’atto finale della Primus-story. Nel 2003, a tener vivo il ricordo delle eroiche gesta del trio, arriva l’ Ep, ‘Animals Should Not Try To Act Like People’, contenente cinque inediti eseguiti dalla formazione originale.
Nel 2011 Claypool riesuma la forza selvaggia dei primi Primus con ‘Green Naugahyde’. Il risultato è un disco furbetto e fiacco nel suo indento di riagganciarsi ai fasti di Frizzle Fry. Primus & The Chocolate Factory With The Fungi Ensemble, è un lavoro che non ha nulla della passata genialità strumentale, più creativo solo nel colorito allestimento dal vivo.
La musica dei Primus è stata profondamente influente su quella di molte band successive, in particolare su band della scena nu metal come Korn, Limp Bizkit, Incubus e System of a Down.
Sin dai primi anni di vita, fino al 2003, la band utilizzò l’ironico slogan “Primus sucks!” (“I Primus fanno schifo!”). Mica tanto!!!

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Out segnala: Pillole di Ottobre 2016

di Claudia Amantini

Atonismen – “Wise Wise Man” (2016, GlobMetal Promotions)

Gli Atonismen sono una band gothic-metal russa di recente formazione (2016) ad opera del cantante/compositore Alexandr Orso. In lavorazione il primo album, di prossima uscita. Nell’attesa hanno realizzato il singolo/video “Wise Wise Man”. Poco da dire. Mani che affondano in pieno nella tradizione dark/gothic/metal.

Quell’Uomo – Lettera del Ciclotimico (2016, Artlovers Promotions)

Giovane band veneta i Quell’Uomo hanno alle spalle un Ep di quattro tracce uscito nel 2015, “Il parto e l’ornitorinco”, e il recente “La testa di compleanno” (2016), vero primo album da cui sono stati tratti due singoli. Ultimissimo questa “Lettera del Ciclotimico”. Il video e il brano evidenziano il lato sarcastico/tormentoso del gruppo capitanato da Meky, un mix di punk e cantautorato.

Misfatto – Carmaleonte (2016, OrzoRock Music)

I Misfatto sono in circolo da trent’anni (il primo disco ufficiale è del 1997) e nel 2017 uscirà il decimo album. Nell’attesa un singolo, con tanto di video, che rappresenta un ponte tra passato e futuro, che anticipa l’uscita del nuovo album, in lavorazione, che propone un ritorno ad un cantato in italiano. Tutto sotto il segno del trip-rock, così amano definire la loro musica, un mix di rock, pop e psichedelia.