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MetalRece, Slow Order, “Hidden Voices” (2014)

febbraio 28, 2015 Lascia un commento

by DOOM

FRONTUffaaaaaaa…(grido) Mamma devo recensire gli Slow Order per Blogdiout se abbasso il volume non ci raccapezzo nulla! (Mamma) Spilat’ ‘e rrecchie! (Sturati le orecchie) Pragmatica!E così per evitare mitragliate materne metto un tantino giù il volume.
Allora:
Hidden Voices e il secondo lavoro in studio dopo l’EP del 2011 Pyramid Toward Oblivion per i bolognesi Slow Order. Trio consacrato al credo dello stoner/doom/sludge/southern mescolato a una colata di altri sottogeneri nocivi per l’apparato uditivo! Otto strumentali: corrosivi, caustici, sfacciati, energetici, grooveggianti, esplosivi, impetuosi, adrenalinici, tribali, mistici, neri e decadenti. Il sound forgiato dai SO mi porta alla mente i Karma to Burn però imbevuti da toni più cupi disegnati dalla band! Non mancano richiami ai maestri indiscussi di questo genere nero i Black Sabbath e nei tempi più onirici aggiungerei anche i Mystic Krewe of Clearlight. Gli otto brani ti entrano in testa con l’aggressività e la forza dirompente di un trapano a percussione ed i riff proposti vengono fissati nella mente all’istante. Un album che scorre liscio come l’olio, diretto, trascinante e la sua vivacità non cala praticamente mai. Hidden Voices è un disco dove la rocciosità dei riff e la potenza dinamitarda della sezione ritmica la fanno da padroni. Un riffing mai monotono ma sempre vigoroso e imprevedibile questa caratteristica tiene sempre alta la soglia di attenzione e piacere. Se sentite la necessità di ascoltare qualcosa di infuocato e di coinvolgente allora ve lo consiglio special modo a quelli che vogliono ballare e saltare come indemoniati per tutta la durata del disco. Auguro alla band ti trovare una etichetta che li metta sotto contratto. Lo meritano!

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Crazy Diamonds: Syd Barrett, “Terrapin”

febbraio 26, 2015 Lascia un commento
ci sono e non ci sono

ci sono e non ci sono

Ed eccoci alla canzone della tartaruga, canzone che parla di pesci. O son pesci che si azzannano o la tarta si focalizza sul pesce assumendone i sentimenti e il desiderio di amore ittico fra i celesti riflessi sottomarini. e poi ci son capelli, appercezione umana, desiderio di possesso carnale e amor puro frammisti come fili nello stesso arazzo.
Insomma, signori, questo è Syd Barrett, che si può permettere di agglutinare identità e contaminare vita sottomarina e sogno d’amore in un guazzabuglio onirico di pinne e squame che scivolano lucenti e lubriche.

Traduzione abbastanza forzata. Chi può suggerisca migliorie, grazie.
E magari ci parli del perché la canzone della tartaruga non mostri tartarughe.

syd

La tartaruga d’acqua (qui il testo originale)

(Rit.): Ti amo per davvero, amo proprio te
celeste cristallo è la stella che ti sovrasta;
amor mio, ho i capelli ritti in testa per te.

Non avrei voluto vederti, e sai bene che amo farlo
volo su di te, sì lo farò…
amor mio, ho i capelli ritti in testa per te.

Galleggiare
rimbalzare
nasi che scansano denti
fauci ovunque sotto le rocce che nascondono tutto
ma è la luce del sole che fa davvero per noi.

Perché siamo i pesci
e tutto quel che facciamo
è muoverci in tondo tutt’attorno,
questo è quel che facciamo:
amor mio, ho i capelli ritti in testa per te.

(Rit.) Ti amo per davvero….

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Recensione: Damon Albarn, “Everyday robots” (2014)

febbraio 16, 2015 Lascia un commento

ct-damon-albarn-everyday-robots-review-20140425Questo è un disco che va recensito specie se non lo stai ascoltando*: lo fai sedimentare, alzi un po’ il volume in autoradio per evadere dal quotidiano o per sfuggire alla conversazione, leggi i critici e capisci che hanno capito tutto, sviscerato lo scibile musical-psichiatrico di Albarn, deducendone la guarigione e la fine del percorso fuori dal tunnel di droghe, dalla depressione di sentirsi triste e non capire il perché (“consolami, sono così triste e non so il perché” scriveva il Nostro tanti anni fa). Poi lo recensisci, se ti va**.

brutta la vita nel britpop...

brutta la vita nel britpop…

Damon seduto su uno sgabello, Damon al pianoforte nel DVD allegato, barbetta e bellezza da splendido quarantenne (rosìk… rosìk…), Damon che piange mesto la spersonalizzazione dell’uomo moderno, Damon con il giubbotto non stirato. Gli lanceresti i mattoni in testa al “poser” Damon se “Everyday Robots” non fosse fatto di belle canzoni, se non fosse un maestro della melodia che trasforma la mestizia in consapevolezza sognante (mentre coi Blur, quando ancora non c’era l’accettazione del dolore, ne faceva inno ad una giovinezza elettrica e finto-spensierata). “Hostiles” vale i soldi spesi, il DVD bonus fa buon brodo.

Non credo nemmeno sia necessario linkare tutto quelli che hanno incluso giustamente “Everyday Robots” tra i migliori album del ’14, decretandone il trionfo e segnando il suo destino di classico moderno.

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*In questo momento ruota “Harpes de nouvel age” di Alan Stivell, che non capisco perché abbia solo 20 ascolti nel contatore, dato che lo uso come prozac sonoro da 20 anni.

**Dato che un fan di Zeman su FB ha detto che scriver di musica è da sfigati: bene, c’è l’ISIS alle porte, ci consoli con un bell’articolo? Ne avremmo taaanto bisogno.

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Rrröööaaarrr: Nile

febbraio 16, 2015 Lascia un commento

nile_bandheader

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by DOOM

I Nile sono una band di brutal death metal di Greenville, Carolina del Sud (USA). Nati nel 1993 per volere del chitarrista ex roadie dei Morbid Angel Karl Sanders. Il gruppo fonde la propria passione per la cultura ed il folklore dell’Antico Egitto con la ferocia del death metal moderno. Questa combinazione si riflette quindi sul songwriting e sugli arrangiamenti includendo eufonie e sinfonie mediorientali. L’approccio lirico, unico nel panorama del metal estremo, è ispirato all’antiche iscrizioni egizie e raffigurazioni su tombe che ben descrivevano rituali e cerimonie religiose. La prima demo viene stampata nel 2004 Nile / Worship the Animal a seguire nel 1995 Festivals of Atonement EP pubblicato dall’Anubis Music.

Nel 1996 è la volta della seconda demo Ramses Bringer of War sempre per l’Anubis Music poi ristampata dal Visceral Productions in formato mini cd di tre pezzi. Nel 1997 con l’aggiunta del secondo chitarrista Dallas Toler – Wade iniziano dei live shows che fanno notare la band alla Relapse Records guadagnadosi subito il contratto. L’album d’esordio della band Amongst the Catacombs of Nephren-Ka del 1998 è la prima dimostrazione della forza sprigionata dal loro brutale assalto sonoro adornato da strumentazioni esotiche e passaggi sinfonici mediorientali che ben si amalgamano tra loro creando un insieme unico. In questo album vengono anche utilizzati alcuni strumenti non proprio ortodossi ed estranei al mondo dell’heavy metal come il Baglama, il Saz e tamburi di Monaci Tibetani realizzati con veri teschi umani (Human Skull Drums).

Nel 2000 i Nile e registrano il secondo album Black Seeds of Vengeance. La seconda uscita degli americani mostra una notevole progressione verso sonorità e ritmi ancora più claustrofobici e veloci e largo spazio viene dato in questo album a composizioni ed inserti di musica mediorientale. Anche in queste composizioni vengono adoperati strumenti non convenzionali come tablas, tempuras, sitars, gongs, kettle drums, corni tibetani e chitarre acustiche. Nel 2002 esce Their Darkened Shrines che dona l’identità definitiva al sound che qui diviene ancora più pesante. Nelle composizioni sono sempre presenti le epiche melodie che ben si fondono con la deflagrazione del muro death metal delle chitarre e dei blast beats di Tony Laureano. Nel 2005 esce a distanza di ben tre anni da In Their Darkened Shrines, il nuovo Annihilation of the Wicked. Questo album segnerà una notevole progressione verso composizioni sempre più estreme e veloci ma con un occhio sempre alle parti epiche. Nel 2006 i Nile non rinnovano il contratto con l’americana Relapse per alloggiarsi presso la più potente Nuclear Blast. Etichetta che è una vera istituzione in campo metal. L’esordio per la Nuke si intitola Ithyphallic (2007) (con specifico riferimento a divinità egizie protettrici della fertilità, da phallic – fallo). Questo disco sarà l’ennesima dimostrazione della violenza sonora distruttiva del combo americano. Nel 2009 vengono completate le registrazioni del sesto album Those Whom the Gods Detest. Il full-lenght è il più tecnico mai creato dalla band ed ha una produzione finalmente cristallina. At the Gate of Sethu è del 2012.

I Nile sono i padri padroni del brutal più tecnico e raffinato. Autori di alcuni tra i dischi più riusciti e celebrati dell’intero panorama estremo. La peculiarità che ha decretato la loro fama è la particolare commistione di death metal tecnico, brutal e musiche folk, che ha reso i nostri una creatura pressoché unica all’interno dell’intera scena musicale odierna.

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Raffica di Febbraio ’15 – Un post che non ci procurerà alcun follower

oddio... morirò democristiano!

oddio… morirò democristiano!

Credo già da tempo di essere inadatto al rock’n’roll: mi mancano i boccoli d’oro da agitare nell’headbanging, non so fare il barrè (o come cavolo si scrive) alla chitarra, ballare neanche a parlarne, cantare poi… quindi l’orecchio si è mosso sempre sul sinfonismo o sul rumore più o meno organizzato. L’aver recuperato molto prog italiano anni ’70 poi non ha certo aiutato: il rockerolle odierno è mosso da urgenza ed emozione, e se c’è l’urgenza, la musica scappa, non fluisce.

hdsjiE se non cogli il flusso, è la fine: ciao rock.

Qui si inserisce il demonietto cartesiano del dubbio: e se mi stessi perdendo qualcosa, se stessi sbagliando proprio tutto? In fondo il disco che hai appena stroncato ha vinto il Grammy.

Avviene un lieve miracolo, come quando esci dal ristorante che avevi sbirciato, ma poi ti richiama un odore, un profumo. Mi lego alfierianamente alla sedia e mi costringo a levare dal lettore gli Area, i Napoli Centrale e compagnia cantante, rimettendo su i contemporanei…

maxresdefaultI Cieli di Turner (EP omonimo, 2014)

5e136m“Adele, sei crudele”: proprio bbene, annamo bene, propio bene… e si schitarra in allegria sonica e gaiezza. Un disco breve, giovane, carino e squattrinato, che gioca su una spensieratezza malinconica, figlia di emozioni immediate, solo che mi mancano le liriche di altre epoche; e il feeling non scatta, non può scattare se non si abbandona il cinismo per tuffarsi nei sogni: già parlare di Cieli è impegnativo, pure i sogni no eh… Come certe figure raffaellesche, “I Cieli di Turner” sfugge alla memoria per la gradevolezza soave che emana, dolcezza senza rivoluzione, forma e sostanza che si annullano eteree. Piacerà, ne sono certo.

http://soundcloud.com/icieliditurner/sets/adele-ep

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gli_ebrei_musica_streaming_disagiamiGli Ebrei, “Disagiami” (EP, 2013)

Mica cotiche ‘sti quattro barbuti, che scelgono un nome graffiante da stamparsi nella memoria, e tanto per non farsi mancare niente, sfornano un disco acido e cattivo, dove spicca una “Disagiami” che frantuma la realtà in schegge devastanti e perturbanti per ricomporle in un urlo che di disperato non ha nulla, perché già la disperazione è un qualcosa su cui contare, o perlomeno è già un qualcosa.

Suonato bene, cantato male (ma bene), me lo sono perso per ben due anni. In free download: scaricatevelo ieri.

Ps. Complimenti per la faccia-bau.

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188420-352408222e434be8a43672e12ba8986eMed Free Orchestra, “Background” (2014)

Frulla questo, metti quello, fai il terzomondista, vedi che esce. In fondo, la Real World ci ha fatto i soldoni (come se già Peter Gabriel ne avesse pochi) con dischi come questo, che fa da asso pigliatutto nelle tradizioni di tutti i punti cardinali (“African Move”, “Bulkanian”) miscelandole con un insieme sonoro compatto e tenuto su da una buona sezione di fiati.

Però c’è un però: non sempre un mélange sonoro di elementi troppo diversi fa un buon agrodolce, anzi, a volte diventa pure macedonia camp e consapevole che lascia il tempo che trova. Stop, basta così: niente feeling

MetalRece: A Total Wall, “Soundtrack for Your Honeymoon” (2014)

by DOOM

-1Ho mal di testa, mi brucia la gola, il naso gronda acqua… alla fine l’influenza a beccato anche me! E’ stato inutile nascondersi. Lei ti scova con i suoi invisibili agenti patogeni e ti colpisce! Odio i farmaci: Tachipirina, Vivin C, Aspirina C…che fare? Mi gironzolo intorno ma poi decido: ma vaff…il mal di testa! Accedo il PC è mi scarico nelle orecchie ‘sta botta sonora chiamata Soundtrack for Your Honeymoon EP dei milanesi/varesini A Total Wall. Una mappata di adrenalina pura iper…ma chi son sti matti? Mi tuffo con la ‘rete’ e pesco: nati nel 2009 dalle menti disturbate di Davide Bertolini (batteria) Umberto Chiroli (guitars) con all’attivo altri due EP: True Fear del 2010 e Incide del 2011 (me li sono scaricati dal sito ufficiale della band per avere una idea di recensione più completa) con la malsana passione per le sonorità Technical Groove/Thrash Metal Djent molto care ai svedesi Meshuggah un po’ gli ispiratori di questo genere ipertecnico iperintricato ipercomplesso. Infatti i nostri non nascondono la insana passione per i citati svedesi. La malattia meshuggahna dei ATW si palese con tutta la sua carica patogena nell’opener Sentence. Ma nel calderone gli ATW mettono altre influenze per rendere il tutto più variegato come Scarf o come Pure brand che inizia in stile Meshuggah per poi dipanarsi in vari rivoli stilistici dal colore molto scolorito! Ywah 2.0 è il pezzo che meglio incarna l’attitudine dei ATW. Pezzo con forti richiami ai breakdowns tipici del deathcore oltre alle colorature djent e compagnia matta. Infine, We love everybody, brano in stile Meshuggah con qualcosa dei Gojira/Textures. L’intero lavoro è pregno di atmosfere squilibrate e psicopate. La produzione è molto migliore dei due precedenti EP. L’EP è gratuitamente scaricabile dal sito della band e pertanto un ascolto è consigliabile a tutti, anche se io lo raccomando più che altro ai fan del genere per via l’estrema schematicità della proposta musicale e delle regole compositive.

(Il Djent è una corrente musicale sviluppatasi nella scena metal negli anni 2000 e tuttora in piena fase di sviluppo. Il termine stesso è onomatopeico, proprio come imitazione del tipico suono proveniente dalle chitarre distorte con accordatura downtuned quando vengono suonate con la tecnica palm muting, molto comune in questo genere. Il termine è stato reso popolare da Misha “Bulb” Mansoor dei Periphery. Derivato principalmente dal progressive metal, questo genere è principalmente caratterizzato da una forte enfasi sul groove e sui ritmi sincopati caratterizzati dalla presenza delle sole di dinamiche generalmente molto forti, da un ampio uso di poliritmie – caratteristica derivata dal math rock – e, dal punto di vista della strumentazione, l’uso di chitarre elettriche – spesso con 7 o anche 8 corde. Inoltre il cantato presenta caratteristiche comuni al metal, e in particolare al metalcore, alternando quindi parti in growl o in scream, a seconda dei casi, e voci pulite.

 

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Francesca Galliani, Transformation (23 gennaio–31 marzo 2015, Bologna)

di Claudia Amantini

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10967039_833765833358007_759157900_nIn concomitanza con Artefiera 2015, la Galleria d’Arte Maggiore di Bologna ha partecipato alla settimana dell’arte con più eventi, uno in particolare ha destato la mia curiosità: Francesca Galliani. Di suo avevo già visto una splendida mostra a Milano, Bologna mi ha permesso di rivedere altre opere. L’Italia, da sempre, è Paese “strano”: fucina di enormi talenti che non sa “crescere”, culla dell’Arte che si culla da se nel suo Passato.
10952344_833765983357992_1513511633_nLei, nata in Italia, si è formata e trasferita negli Stati Uniti, ha lavorato per riviste come Detour, Vogue, Velvet e D. Mostre internazionali, personali, campagne pubblicitarie. Curriculum invidiabile. Nelle splendide sale di Palazzo Isolani, il 23 gennaio, esclusiva preview della mostra (dal 7 febbraio fino al 31 marzo sarà poi visibile nella Galleria d’Atre Maggiore), tema “Transformation”. Fotografie che spaziano tra urbano, omaggio a New York, e umano. Fotografie che diventano veri e propri quadri, che uniscono pittura, scrittura e collage. Fotografie dal grande impatto emotivo, unione di forza e fragilità.

L’essenza dell’arte è di trasmettere emozioni… è un dialogo intimo fra opera e spettatore” (F. Galliani)

Trasformazione, di una città che cambia, di identità ai margini. Malinconia, negli sguardi, negli angoli. Precarietà, di facciate e di pose. E tanta, ma tanta, umanità.

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