Blog della rivista Out, musica e arte visiva dal 1998 ;)

Rrröööaaarrr: Angel Witch

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Gli Angel Witch, sono una band di Heavy Metal inglese, si formano a Birmingham in Inghilterra nel 1977. Inizialmente con il nome di Lucifer, ed era composta dal chitarrista e cantante Kevin Heybourne, il chitarrista Rob Downing, il batterista Steve Jones, e il bassista Barry Clements.

La prima canzone degli Angel Witch ad ottenere il successo è ‘Baphomet’, che sarà inclusa nella celebre compilation “Metal for Muthas I”. Questa canzone conferma alla band una certa notorietà, tanto che la stessa EMI offre un contratto al giovane band. Nei primi mesi del 1980 esce il primo singolo “Sweet Danger”. È un flop commerciale spingendo così la EMI a rescindere il contratto.

Nel 1980, la Bronze Records mette sotto contratto la band e nello stesso anno esce album di debutto ‘Angel Witch’. Contiene una miscela musicale fatta di schitarrate libere, ma già sufficientemente tecniche, vocals clean e precise, riffs semplici ed efficaci, che odoravano di corse all’aria aperta e libertà, galoppate e cori ad effetto (vero trademark degli Angel Witch), arpeggi, soli incrociati ed armonizzati , drumming quadrato e senza fronzoli, il tutto apprezzabile specialmente in pezzi quali AngelWitch, Sorcerers, Gorgon, Angel of death e Devil Tower.

Questo album è considerato una vera pietra miliare del genere. Ma dopo l’uscita dell’album, la band si sfascia! Ma prima di sciogliersi definitivamente riescono a immettere sul mercato l’EP “Loser”. Nel 1982 gli Angel Witch vengono resuscitati da Heybourne che ingaggia il cantante Roger Mardsen ed il batterista Ricky Bruce dei Deep Machine, e chiama Jerry Cunningham a suonare il basso. Questa nuova formazione dura poco, in quanto lo stile vocale di Mardsen mal si addice al suono degli Angel Witch. Vista le penuria di vocalist idonei al sound Angel Witch è lo stesso Heybourne a ricoprire il ruolo del cantante. Divenendo così un trio. Nel 1985 esce il secondo album della band, “Screamin’ N’ Bleedin”. Lavoro se valutato con i criteri di oggi potrebbe apparire un tantino semplice, banale, privo di guizzi significativi, ma al tempo era una valida alternativa tra le tante pubblicazioni di band inglesi che, magari, si limitavano ad una mera imitazione degli Iron Maiden. Considerata anche la produzione non eccellente, il platter resta apprezzabile. Ancora una volta, l’instabilità della band non tarda a manifestarsi: prima della registrazione del terzo album “Frontal Assault” datato 1986. Frontal Assault è un lavoro ordinario molto inferiore al già deludente Screamin´N´Bleedin’. Il problema di fondo è sempre lo stesso perché, per quanti sforzi si facciano, si finisce sempre per paragonarli ad Angel Witch, il debutto, svilendo in tal modo anche quegli esigui aspetti positivi che si riscontrano nell’ascolto di Screamin’ N’ Bleedin e di Frontal Assault. Gli Angel Witch, purtroppo, non seppero cogliere l’attimo nel momento in cui la buona sorte gli arrideva: è questa é, la loro maggiore colpa.
Dopo anni di scioglimenti e vagabondaggi tra Stati Uniti ed Inghilterra con “As Above, So Below”, il quarto album in studio, del 2011, gli Angel Witch ritrovano la strada di casa, quella che un tempo li aveva già visti primeggiare, ma che non li aveva mai portati al meritato successo; ora i nostri hanno saputo inglobare nuove risorse, come un fiume maestro che si sazia dei suoi affluenti, ma hanno impiegato troppo tempo per risalire la corrente e rendersi ancora più forti di prima. Lo spirito della NWOBHM rivive in As Above, So Below, ma sa farlo con la consapevolezza di un epoca dominata dal fascino arcano di un tempo oramai non più così lontano. Volendo risalire alle radici essenziali della NWOBHM, alla fine credo che sarebbero tutto sommato pochi i nomi che potrebbero a pieno titolo essere inclusi nel novero di quelli relativi ai padri fondatori del genere.

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Raffica di Novembre ’17, ovvero post Rocco e i suoi fratelli

by WM

Riflettevo su come mi ripugnasse ogni cosa “post” in cui mi imbattessi: post-moderno (scusa per frullare tanti generi quando non ne sai usare nemmeno uno: risultato= fine dei generi, morte del tragico e del comico), post-democrazia (come fa figo chiamare il nullismo senza alternative), post-verità (palle per gonzi). E se almeno post-rock si salvasse?

In fondo, riflettevo, il rock conservativo è al palo, roba per storici e amanti di vinili, e i suoi figli più o meno legittimi devono sopravvivere in nicchie dove, chissà, un giorno diranno qualcosa anche al popolo, se mai risorgeranno i popoli (oggi c’è solo un post-popolo, il “popolo della Rete”, dove restare per sempre dodicenni).

Ma il post-rock, riflettendoci bene, non è niente, parola che non connota nulla, non contenendo nulla, ma per fortuna ha in sé un tale ampio spazio di manovra che consente esplorazioni senza sensi di colpa, poiché ci si può permettere di deframmentare i codici e ricomporli con l’avventata gioia di un fanciullo. E volendo stare attenti alle etimologie, esso è solo quel che giunge dopo, niente di più.

I Fiori di Mandy, Radici (EP, 2016)

Pensavo proprio a loro quando scrivevo le righe poco smopra, proprio perchè il trio de I Fiori di Mandy ha sempre sbandierato (a quanto leggo altrove) una programmatica mancanza di programma, uno stuolo di influenze contraddittorie come dovrebbero essere quelle di gente che ascolta molto e incamera tutto, dai Cccp agli Afterhours. Tuttavia, non ci troviamo di fronte a mera conservazione del patrimonio del post-punk italiota o del roccume bolso di tanti anni ’90, ma al bisogno di suonare e farsi ascoltare, a costo di salire su un palco vestiti di gonne a fiori, inanellando tracce in lingua nazionali dolci e angosciose (molto bella “Afrodite”); i tre ci paiono animali da palco e ci piacerebbe vederli dal vivo per verificarlo, e per ora mi accontento di questo Ep che il mio mac sputa sempre fuori, ma l’autoradio ha accettato con gioia.

https://www.facebook.com/FioridiMandy/

Frank Sinutre, The Boy Who Believed He Could Fly (2017)

Una delle uscite più notevoli del post-qualcosa, anche se l’esistenzialismo elettronico (Credeva di Volare), il classicismo synth pop (Challenger 1986), le pulsioni elettriche e danzerecce di certi pezzi, al limite del funk ( Be all you can be) ci porta in teoria assai lontani dal contenitore in cui vorrei ficcare apposta i Frank Sinutre, ma mi sorregge la convinzione che la grammatica del post-vattelappesca non sia stata minimamente codificata, e così questi saggi e divertenti figli dei favolosi anni ’80 possono di diritto ambire a costruire una tessera di questo nuovo puzzle.

Ma non è solo sperimentazione sonora, ma anche ricerca meccanica ed elettrica, con l’invenzione e la modifica di strumenti elettronici home made, che permette un approccio intenso e carnale con le protesi sonore che propagheranno il suono, un’intimità che si avverte, si vive ad ogni traccia.

Un vero e proprio colpaccio averli tra le proprie fila per la New Model Label, segno che nel sottobosco c’è vita.

PS. sono riuscito a recensirli senza nominare una volta Air, Boards of Canada e Aphex Twin. Grazie, clap, clap.

https://www.facebook.com/FrankSinutre/

 

Autist, Controverse (2017)

Un album post-tutto, un duo francese di stanza a Berlino, in bilico fra acustica ed elettronica, con profonde pulsazioni dub e virate rumoristiche e ipnotiche, con un parlato disturbante e inquieto, il tutto a comporre un’ideale colonna sonora delle inquietudini metropolitane di cieli oscuri e palpitanti di odio e speranza. Tra punk e dark wave, gli Autist si rinchiudono in una bolla autosufficiente di suoni, di tutti i suoni esperibili, e di ritmi i 4/4.
Un’esperienza intensa, un’esplorazione di nuove strade verso la psichedelia, intesa letteralmente come ricerca dell’anima.
Amore al primo ascolto, rabbia pura.

http://www.autist.tv/

https://www.youtube.com/user/autistofficial
https://www.facebook.com/autist.official/

Recensione: Porco Rosso, “Living Dead” (2017)

di Claudia Amantini

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Porco Rosso è un collettivo artistico formato da due persone, Michele Ricoveri (parole, voce e partiture elettroniche) e Giovanni Sodi (organo elettronico, synth e miscellanee), un duo Synth Punk che abbraccia l’elettronica e… la prima cosa che mi hanno ricordato, sarà per il nome, è il film d’animazione giapponese di Hayao Miyazaki.

E mentre le tracce si susseguono riaffiorano altri pensieri. Nella visione buddhista il maiale rappresenta l’ignoranza e l’autoinganno del sé, nel vocabolario Treccani diventa un individuo ingordo, grasso, flaccido, nel Medio Evo è simbolo di generosità e fertilità, per il cristianesimo emblema di lussuria. Per il “nostro” duo invece il Porco sta per maiale sovversivo. E sovversivi lo sono: prima e ultima traccia (Introne e Outrone) assomiglia ad un comunicato uscito dritto da V for Vendetta; Baci E Abbracci regala schiaffi, pugni e calci, ma anche carezze, baci e abbracci… Un concept album che strizza l’occhio al Teatro degli Orrori, qualche nota lontana dei Depeche Mode, un’ironia (La Marcia Dei Maiali) che fa riaffiorare Roberto “Freak” Antoni. Profondo Nero ne è il primo singolo (videoclip) tratto da questo Living Dead, che merita più di un ascolto per finire sottopelle, con pace della New Wave. (scuderia New Model Label)

 

Press Play on Tape 21: The Falls

Guidati da Amantinustra e Ilenia Volpe (per cui di solito ci vuole il parental control, ma stavolta no!), andiamo alla scoperta di una deliziosa band indipendente (dagli indipendenti) chiamata The Falls. Aurora, la batterista, ci sopporta per una mezzoretta di musica, risate e massimi sistemi (splendidi racconti al PignetoCaffè, Via del Pigneto 15 manonèpubblicità!).

CLICCA QUI PER ASCOLTARE

Scaletta

-Superman
-Just to make it clear
-Run away

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Rrröööaaarrr: Diamond Head

by DOOM

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I Diamond Head si formarono nel 1976 a Stourbridge in Inghilterra, inserendosi assieme a Iron Maiden, Saxon, Angelwitch e tanti altri, nel filone del nascente metal inglese, denominato “New Wave Of British Heavy Metal”, inaugurato da Judas Priest e Rainbow. I DH erano però tra coloro che si rifacevano più all’hard-rock di Deep Purple e Led Zeppelin che agli eccessi di Judas Priest e Rainbow. Tra il 1977 e il 1979 pubblicano due demo autoprodotte che garantiscono alla band concerti di spalla a AC/DC ed Iron Maiden.

Tra le etichette discografiche comincia una lotta per assicurarsi la band, ma nessuna di loro arriva fino in fondo, così la band decide di cominciare a pubblicare i propri lavori attraverso la propria etichetta, la Happy Face Records. Nel 1980 i DH riescono a far uscire il debut album, intitolato Lightning to the Nations, in realtà il disco non ebbe ufficialmente un titolo e solo successivamente fu adottato il nome “Lightning to the Nations” mentre la copertina dell’album è completamente bianca e senza lista tracce, con in copertina solamente la firma di uno dei componenti, e inizialmente furono stampate solamente mille copie, vendute esclusivamente ai concerti o tramite mailorder al prezzo di 3,50 sterline. L’album fu nuovamente distribuito in altre mille copie, questa volta contenenti la tracklist, successivamente fu la Woolfe Records a ripubblicarlo con in copertina il disegno della Terra infuocata. Nel 2001 la Sanctuary Records lo ripubblicò per l’ennesima volta. Questo lavoro come il primo degli Iron Maiden, viene considerato uno dei dieci album più importanti della musica metal, perché i DH sono riusciti nella non facile impresa di scrivere 7 canzoni formidabili una dietro l’altra e di farlo nel pentagramma di quel metal che stava inventandosi.

Il successo del primo album porta la band a firmare il primo contratto con la MCA Records nel 1981, per la quale pubblicano l’EP Four Cuts, contenente classici come “Call Me” e “Dead Reckoning”. Il primo album per la nuova etichetta è Borrowed Time, che raggiunge la 24ª posizione della classifica inglese e permette alla band di imbarcarsi in un tour nelle arene inglesi. Il successo però fu breve a causa delle sperimentazioni di Canterbury. Uscito nel 1983, l’album sterza verso ambiti progressive, male accolti dai fans. Nello stesso anno la band apre il Monsters of Rock e comincia a lavorare al quarto album, intitolato “Flight East”. Il gruppo però viene scaricato dalla MCA, e Tatler ed Harris (i membri fondatori) decidono di lasciare a causa del negativo giudizio verso la scena metal che stava nascendo e verso bands come Metallica e Slayer. La band quindi si sciolse per la prima volta nel 1985.

L’aumento di popolarità dei Metallica e il loro continuo menzionare i Diamond Head come una delle più grandi influenze li fece tornare alla ribalta e portò alla ristampa del catalogo della band. Inevitabilmente nel 1991 Tatler e Harris riformarono il gruppo. La band pubblica anche un nuovo EP intitolato Rising Up, contenente le canzoni “Wild on the Streets” e “I can’t help myself”, reperibile solamente ai concerti o presso negozi specializzati. Due anni dopo il gruppo rilascia Death & Progress, con le collaborazioni di Tony Iommi dei Black Sabbath e di Dave Mustaine dei Megadeth. Comunque, la riunione fu di breve durata, e finì con la pubblicazione dell’album. Nel 1994 il gruppo si sciolse nuovamente per poi riformarsi sei anni più tardi. Nel 2000 Harris e Tatler tornano di nuovo insieme dopo una serie di concerti pubblicano nel 2005 All Will Be Revealed, con un cambio radicale nel sound rispetto ai loro primi album. Nel 2007 la Cargo Records ha pubblicato il sesto album What’s in Your Head? mentre nel 2016 la Dissonance Productions pubblica il settimo album intitolato semplicemente Diamond Head.

I Diamond Head sono più un caso antropologico che musicale. Nessun altro nella storia del rock è riuscito a essere così influente con una produzione tanto esigua ma anche grazie alla popolarità dei Metallica ch’è stata per i Diamond Head una vera e propria manna dal cielo. Nel 1998 i Metallica inserirono nel loro album di cover Garage Inc. ben 4 brani dei Diamond Head: It’s Electric, Helpless, The Prince e Am I Evil?.

Reload: Lavia, “Se vuoi essere moderno leggi i classici”

settembre 1, 2017 Lascia un commento

Lunedì 7 agosto Gabriele Lavia è stato ospite del Caffè della Versiliana per presentare il suo libro: “Se vuoi essere contemporaneo leggi i classici”. Ecco il report della nostra Flavia.

di Flavia Guidi

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Gabriele Lavia sono un nome e cognome che dicono sempre qualcosa. L’attore e regista ha raccontato di come è nato il libro: “Alcune signore sono venute da me chiedendo di scrivere un libro sui classici dal titolo Se vuoi essere moderno leggi i classici. Per me se vuoi essere moderno non devi leggere i classici, o meglio, non leggere”. Lavia continua dicendo che non facciamo caso al fatto che quando si parla di tempo si pensa al passato come a qualcosa che ci sta alle spalle, mentre “noi di fronte abbiamo solo il passato, ed è solo il passato che dovremmo guardare. Il futuro ci sorprende alle spalle solo se noi abbiamo la capacità di guardare coraggiosamente il passato”. Possiamo così, attraverso ciò che ci precede, prevedere quello che può essere davanti a noi. Solo il passato è contemporaneo, ed è per questo che Gabriele Lavia ha deciso di sostituire per il titolo del suo libro moderno con contemporaneo.
La contemporaneità dei classici è la pienezza del tempo: “Rendiamo contemporanea l’Iliade solo perché la si legge…Ma a che cosa serve? Noi ci rispecchiamo, siamo riflessi da quella storia e da quel personaggio, anche se non c’è nulla nella storia, per esempio, di Edipo che assomigli alla nostra vita”. Lavia passa così a un altro concetto, quello della sostanzialità della presenza di due poli: interprete e spettatore, autore e lettore.
Il conduttore della serata, Marco Ventura, ricorda poi che il libro di Gabriele Lavia si apre con l’inizio della Repubblica di Platone: “Ieri scesi al Pireo”. Per il regista questo incipit è il denominatore comune di tutte le grandi opere d’arte. La caduta, la catarsi (dal verbo greco katàiro, scendere, dal significato simile al verbo usato da Platone: katabàino), è l’immagine che rappresenta profondamente il pensiero di Platone: il filosofo si precipita giù, al porto, nel luogo più violento. Così la catarsi non è il “sentirsi più buoni”, ma il cadere dello spettatore così come cade il personaggio. Lavia accosta Edipo al protagonista dostoevskijano di Memorie dal sottosuolo, al Dante della Commedia e a Pinocchio. Gabriele Lavia, dicendo di essere un esperto di cartoni animati perché da ragazzo voleva disegnare per l’animazione, racconta come originariamente Pinocchio per Collodi doveva morire da burattino, impiccato. Gli editori, indignati, fecero sì che lo scrittore toscano concludesse il suo romanzo con il burattino che diventa un “bambino vero”: “Cosa ci può essere di peggio di impiccarsi per un burattino? Diventare uomo, condannato alla morte vera. Da burattino può solo rappresentare la morte. Pinocchio: che orrore! Diventa bambino!”.
Tornando a Edipo Lavia dice che il personaggio sofocleo rappresenta più di ogni altro la ricerca di sé, della verità: trovando la madre morta impiccata e non potendo quindi sapere da lei la verità egli decide di accecarsi. “La tragedia di Edipo non è esser figlio della sua sposa, ma il fatto che non sa. Se con gli occhi non posso sapere, l’unico modo per sapere è accecarmi”.
E legato al vedere è anche il teatro: la parola teatro significa “luogo dello sguardo”, sguardo che è possibile solo se presenti i due poli di cui Lavia aveva già parlato, lo spettatore e l’attore.
Gabriele Lavia ha chiuso l’intervista parlando di Moby Dick, romanzo a lui caro, che spiega molto bene quella caduta e quella ricerca di verità di cui aveva parlato prima. “La balena è la grande salvezza di Achab. Achab è tutto vestito di nero e ha un oggetto bianco, un osso di balena al posto della gamba. Alla fine egli è preso dentro ciò che lui ricerca, e questa balena bianca gli permette di andare sempre più giù, nel profondo…Eraclito diceva in un frammento «Per quante vie tu percorrerai nella tua vita, giù, sempre più nel profondo, mai arriverai alla tua anima, così profonda e ampia», utilizzando la parola greca bathùn, che significa sia profondo che vasto”. La vita dell’uomo è sprofondare, anche se non arriveremo mai al fondo.

Rrröööaaarrr: Manilla Road

by DOOM

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I Manilla Road sono una band di heavy metal statunitense, fondati a Wichita, Kansas nel 1977 dal cantante e chitarrista Mark Shelton e dal bassista Scott Park a completare la formazione arriva il batterista Rick Fisher. Dopo l’uscita della demo Underground del 1979, la band nel 1980 esordisce con Invasion edito dalla Roadster Records. Incoraggiati dai giudizi positivi della stampa e dal crescente numero di fan i Manilla Road concordano con la Roadster Records la pubblicazione di un secondo album, intitolato semplicemente Metal uscito nel 1982. Ancora una volta, le nuove canzoni vengono accolte con entusiasmo da stampa e fan. Il brano Flaming Metal System (in seguito pubblicato sulla ristampa di Crystal Logic), appare sulla compilation U.S. Metal #3 della Shrapnel Records, che viene distribuita anche in Europa portando la band all’attenzione di stampa e pubblico del vecchio continente. Nel dicembre 1983 i Manilla Road pubblicano Crystal Logic. Questo disco è considerato insieme ai suoi due successori, album fondamentale per la nascita del genere epic metal (Il titolo “epic” deriva dalla tematiche affrontate nei testi, che richiamano scenari mitologici, fantasy e epici. Non è mai stato un genere esposto al mainstream, ma è sempre rimasto ancorato alla scena underground, accompagnata da pochi fan e da piccole case discografiche e si è sviluppato prevalentemente negli Stati Uniti tra gli anni settanta ed ottanta venendo influenzato principalmente dal hard rock e poi dall’ heavy metal). Nel 1984 il batterista Rick Fisher lascia la band. Viene rimpiazzato dal talentuoso Randy “Thrasher” Foxe, i cui virtuosismi alla batteria diventano un altro punto di forza della band in futuro.

ManillaRoad
La band abbandona la Roadster Records e firma per l’etichetta francese Black Dragon Records, sotto la quale pubblicano il loro secondo capolavoro:
Open the Gates che conferma la fama crescente della band, che si consolida con il terzo “classico”, The Deluge, pubblicato nel 1986 sempre su Black Dragon Records. In questo album il drumming di Randy Foxe inizia a divenire una componente importante nell’alchimia della band, e da al sound un tocco più tecnico e potente. Nel 1987 viene pubblicato Mystification, che conferma quanto detto per i precedenti tre album: esso è suonato nel classico stile dei Manilla Road. Le reazioni del pubblico e della stampa sono sempre positive, ma meno rispetto a quelle esternate per gli ultimi tre album.

Nel 1988 i Manilla Road tornano sul mercato con Out of the Abyss, lavoro influenzato dal nascente filone thrash metal e per questo poco apprezzato dai fan puristi. L’ultimo album della band prima dello scioglimento è The Courts of Chaos, Dopo la pubblicazione dell’album e qualche data live i problemi tra Park e Foxe non sembrano attenuarsi, così Shelton decide di sciogliere la band per cercare di far riappacificare i due. Ma invano. Verso la fine degli anni novanta l’interesse verso i Manilla Road ricomincia a crescere, dato che molte delle nuove epic metal bands li citano come principali influenze. La vera riunion si concretizza nel 2001, con la pubblicazione di Atlantis Rising su Iron Glory Records e seguito nel 2002 da Spiral Castle.

È sempre del 2002 esce Mark of the Beast, album “perso” originariamente registrato nel 1981 e scartato per concentrarsi sulla produzione di Metal. Nel 2003 i Manilla Road pubblicano il loro tredicesimo full-lenght: Gates of Fire, lavoro suddiviso in tre trilogie. Nel 2008 con una nuova formazione incidono Voyager uscito per l’italiana My Graveyard Productions, che ha garantito alla band un posto come headliner all’importantissimo Play it Loud Festival. Nel 2011 la band, con una ulteriore nuova formazione ha pubblicato Playground Of The Damned per la Shadow Kingdom Records. Sempre per la stessa etichetta è uscito nel 2013 Mysterium. Mentre per la Golden Core Records è uscito il più recente The Blessed Curse. Tutti dei buona fattura ma orfani di quella epica magia che aveva caratterizzato: Crystal Logic, Open the Gates e The Deluge. I Manilla Road sono considerati uno dei gruppi più importanti dell’epic metal, avendo contribuito al suo sviluppo insieme con Manowar e Virgin Steele.