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Raffica di Aprile ’15: tutti i dischi che mi son perso nel ’14

Dream for the fallSchonwald, “Dream for the Fall” (2014) (WM approved)

Calda, caldissima wave di un disco che è diventato quasi una droga per una mia momentanea solitudine, perché l’occupazione di ogni banda sonora, il caldo tappeto elettronico cosi pre-post-ultramodernista, le chitarre di Luca e la voce tenue e magica di Alessandra meritano ascolti su ascolti, sia nei singoli rarefatti (“Neon”, splendida) sia nei passaggi quasi di spirito rock (“Deep Metals” la mia preferita).

Un grande disco che mi fa riscoprire un’artista che già apprezzavo (la Gismondi l’avevo ascoltata nei Pitch) e mi immerge nel lisergico mondo della wave dark, che se me lo avessero detto 20 anni fa avrei mandato più di uno al confino in Jacuzia.

Ospiti e protagonisti di Press Play on Tape 17. Riascoltateli anche lì.

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10256579_318271998324766_4591843153906311557_nHibou Moyen, “Inverni” (2014)

‘Na voce, ‘na chitarra; la formula è stra-classicissima, ma per costruire un edificio sonoro e narrativo affascinante ci vuole carisma e un bel sacco pieno di belle canzoni; questo album lieve e pesante insieme, crepuscolare e invernale (e fuori tempo nelle mie casse – mea culpa, i fanzinari hanno i tempi biblici), pare funzionare, pare riuscire a sfodare il muro costruito dalla semplicità attraverso la riconoscibilità melodica, testi giocati su immagini da cucire in un unico arazzo di sensi e sovrasensi.

Bene: il nome me lo segno: il prossimo lo ascolto in tempo reale. Artista da tenere d’occhio.

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4934041Kaos IndiA, “The Distance Between” (2014)

Disco ascoltabile e fluido, una bella miscela di anni Settanta e post-qualsiasi cosa, rigorosamente in inglese, alle prese con un concept (un concept? O signore… ma avremo modo di riparlarne in un prossimo post) in cui il fil rouge è costituito dal tema della distanza. Per fortuna, i Kaos IndiA non si sono dimenticati di suonare e suonar anche piuttosto bene (alcuni passaggi di “Island” sono estremamente evocativi). La tensione cala nei pezzi più pop (“The Void”) ma il rapido finale di tracklist (i due minuti di “Daybreak”riconciliano le orecchie al suono tutt’altro che votato al caos dei Kaos IndiA.

P.s. Attendiamo a breve un nuovo Ep: resteremo vigili per intercettarlo in tempi brevi.

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Press Play On Tape 17: Schonwald

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Alessandra Gismondi e Luca Bandini sotto le grinfie della Clà!

Con il tecnologico aiuto di Alessandra (omonima registrante), Claudia intercetta il miglior gruppo italiano di wave che ci presenta alcune tracce da “Dream for the Fall”, il loro lavoro uscito lo scorso Autunno e che prelude a un tour europeo e a un nuovo album per la fine del 2015.

Ringraziamo Alessandra e Luca per la simpatia e la disponibilità e preghiamo, i nostri lettori di ascoltare questa splendida puntata di Press Play on Tape (le playlist d’autore).

CLICCA SU QUESTO LINK PER ASCOLTARE LA TRASMISSIONE

O VAI SUL PODCAST DELLA QUINTA STAGIONE DI RADIOOUT

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BANDCAMP

Recensione: Preti Pedofili, “L’Age D’Or” (2013)

di Gustavo Tagliaferri

5944_566411286729049_1665006091_nQuesto è uno di quei dischi che creano non poca curiosità, a partire non tanto dal monicker dietro cui si celano gli autori, quanto dall’artwork. Provocatorio, tra l’onirico ed il truculento, sottilmente burlesco, forse apparentemente collegabile al black metal nei suoi albori. Ma della Norvegia non c’è traccia alcuna, ed analogamente si può dire per le varie figure mal-ecclesiastiche. Il trio che forma i Preti Pedofili rappresenta tutto e il suo contrario, guarda all’arte come via di fuga dal disagio, tra citazionismi d’ogni sorta che non sono certamente adoperati tanto per fare. In “L’Age D’Or”, loro primo full length, dietro l’ombra di un mietitore i cui reading riecheggiano di tanto in tanto, è presente l’interessante dicotomia dello spoken-funk infernale di C’est femme l’autre nom de dieu e del pastiche a metà tra Primus e Marlene Kuntz di Mavis, la filastrocca scomunicante di Self Made Man, i riverberi facenti da cuore pulsante al rantolio di stampo tribale di Cancro, prima dell’omelia noise-math di Dies Irae, con tanto di assolo conclusivo memore di certo jazz, le attitudini screamo di Iride che sconfinano nella sguaiata wave di Primo sangue, se non addirittura lo struggente pianoforte che muove il mantra conclusivo di Hate.

È un’iniziale osticità, la loro, che diventa gradualmente voglia di prendere sempre più la mano con la proposta in esame, che, scherzi a parte, presenta molteplici elementi la cui valenza non è cosa da poco, dando pertanto luogo ad un album di tutto rispetto.

Reload: Meraviglioso Boccaccio!

di Flavia Guidi1424865827

Questo potrebbe essere definito per me “l’anno di Boccaccio”.

Studiando Lettere moderne all’università di Pisa mi trovo a frequentare un corso molto interessante sul “Decameron” nello stesso periodo in cui è uscito il nuovo film dei fratelli Taviani sulla “Commedia umana”.

Strano a dirsi, ma le due letture dell’opera sono incredibilmente vicine fra loro.

Meraviglioso_Boccaccio_PosterQuello di Paolo e Vittorio Taviani non è il primo “esperimento” cinematografico sul grande capolavoro di Boccaccio. Pierpaolo Pasolini, ben quarantaquattro anni fa, aveva deciso di portare sul grande schermo il “Decameron”, con un altissimo grado di rielaborazione, tanto da far sembrare il libro opera sua.

Tuttavia la lettura dell’opera stavolta è ben diversa, molto più aderente al suo significato e struttura originari e allo stesso tempo più vicina ai nuovi studi critici sull’opera trecentesca. Pasolini scelse dieci delle cento novelle di Boccaccio; Paolo e Vittorio Taviani hanno scelto di non iniziare con una novella ma con la cosiddetta “cornice”. Può sembrare una scelta dovuta soltanto alla volontà di rimanere più aderenti al testo boccacciano, ma dietro questa scelta c’è molto di più…La “cornice” permette di comprendere il vero e più profondo significato del film quanto del “Decameron”, come io e i miei compagni di corso stiamo apprendendo.

La critica più recente sembra andare di pari passo con l’intento dei due registi: dare nuovamente risalto alla centounesima novella: la “cornice”.

Meraviglioso-boccaccio-filmNon potendo qui dilungarmi, devo comunque dire che nel film si dà molto spazio a ciò che a lezione abbiamo trattato ampiamente: alle donne e al tema del raccontare. La parola è vita (pensiamo alla cornice delle “Mille e una notte”). L’opera sembra così diventare un raccontare del raccontare, un gioco di specchi su più livelli, fino a che i diversi piani della narrazione si confondono. Questo è stato colto magistralmente dai fratelli Taviani, che durante la novella di Tancredi e Ghismunda, la protagonista della novella, interpretata da Kasia Smutniak, finisce per prendere il posto di Fiammetta e racconta lei, accanto alle giovani della brigata, la sua morte.

La via del raccontare si pone come via mediana, come aurea mediocritas, fra due atteggiamenti all’epoca della peste dominanti e contrapposti: quello autolesionista dei ferventi cristiani e quello edonistico. E proprio nel segno del raccontare sembra chiudersi la vicenda: i giorni previsti per “novellare” sono finiti. Nel film dei Taviani i giovani sono distesi sul prato e sentono il rumore delle campanelle di un carro che probabilmente stava portando cadaveri di appestati… Nonostante il raccontare sia un’evasione, questa deve avere un termine, e questo è noto a tutta la brigata. I giovani dicono che la bella stagione sta per finire e infatti durante la notte una pioggia torrenziale si abbatte sulla campagna fiorentina. I dieci ragazzi decidono di tornare a Firenze il giorno dopo. E’ questo finale, forse inaspettato, che ci fa capire che il raccontare è un mezzo per migliorarsi, per conoscere la realtà in tutti i suoi aspetti, ma che dopo aver affrontato e portato a termine questo percorso si deve tornare alla realtà quotidiana, anche nel caso in cui questo implichi la morte, una morte in questo caso “lieta” perché avvenuta dopo l’assoluto perfezionamento di se stessi sotto l’egida del realismo.

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Rrröööaaarrr: Pestilence

by DOOM

pestilenceI Pestilence sono una band olandese di Prog Death Metal, fondata nel 1986 a Enschede, Twente Overijssel, da Patrick Mameli (chitarra, voce), Randy Meinhard (chitarra), Marco Foddis (batteria), registrano due demo prima di ricevere molta attenzione dalla Roadrunner Records. Dopo il primo demo Dysentery (1986) Martin van Drunen (basso/voce) entra a far parte del gruppo prendendo parte alle registrazioni della secondo demo The Penance (1987). Sono demi dal sound grezzo e ruvido. Dopo la firma con la Roadrunner Records, i Pestilence pubblicano il loro primo disco, Malleus Maleficarum nel 1988. Il nuovo materiale è più maturo rispetto gli esordi. Lo stile che si riscontra nel debuto è a metà strada fra i Possessed, i Sepultura di Schizophrenia e i Death di Scream Bloody Gore. Poco dopo il chitarrista Randy Meinhard lascia la band per i Sacrosanct, venendo rimpiazzato da Patrick Uterwijk ex Theriac. Nel 1989 esce Consuming Impulse. Lavoro violento e veloce, che si stacca musicalmente dall’esordio. Un caterpillar in folle corsa, riff taglienti e assoli schizofrenici da togliere il respiro; il suono che ne deriva è coinvolgente e viene ulteriormente estremizzato dalla macchina da guerra Marco Foddis alla batteria che, per quanto veloce possa essere, dimostra anche una grande precisione con lo strumento. Nel 1990 Martin van Drunen abbandona la band per fondare gli Asphyx. Viene sostituito dal talentuoso bassista degli Atheist Tony Choy invece per le parti vocali se ne fa carico Mameli. Con questo nuovo assetto la band registra nel 1991 Testimony of the Ancients. Il risultato è un lavoro che fa “da tramite”, distaccandosi dai primi due capitoli, puramente death/thrash e caratterizzati da un riffing che non conosce tregua e ponendo le basi per quello Spheres che ancora oggi fa scalpore. Tutto questo senza limitarsi ad essere un album “di passaggio”, ma qualificandosi come possibile punto più alto della discografia della band, grazie proprio al perfetto equilibrio tra le due componenti contrastanti: death e prog/melodic. La produzione eccelle praticamente sotto qualsiasi aspetto: la scelta dei suoni delle tastiere appare sempre azzeccata, ogni strumento è definito, udibile e perfettamente miscelato nel mix, il tutto senza rinunciare alla necessaria potenza sonora.

Dopo questo lavoro Tony Choy se ne ritorna in Florida dai suoi Atheist e viene sostituito dall’ancora più bravo Jeroen Paul Thesseling. Nel 1993 è la volta del controverso Spheres un misto di death, fusion, jazz e prog in digesto per l’epoca che segna la precoce e disastrosa fine dei Pestilence. Un lavoro sotto l’aspetto tecnico esecutivo mostruoso, aggressivo, la cui violenza non è fisica ma emotiva, che ti soffoca e ti intrappola. Negli anni ’90 è un’uscita traumatica e scioccante per i fan e per l’intero mondo death, oggi non resta che una pietra angolare, rivoluzionaria, allucinata, visionaria e fortemente profetica. La band decise unanimemente di sciogliersi. Il 18 gennaio 2008 il gruppo annuncia la riunione. La formazione è composta da Patrick Mameli cantante e chitarra, Patrick Uterwijk chitarra, Tony Choy basso e Peter Wildoer batteria. La nuova formazione fresca di riunione e di contratto discografico con l’olandese Mascot pubblica in breve tempo il nuovo lavoro Resurrection Macabre (2009), seguito da Doctrine (2011) mentre Obsideo del 2013 è stato licenziato dall’inglese Candlelight Records. In questi nuovi lavori vi è la regressione ad un approccio stilistico più semplice e ascoltabile, rimuovendo i tratti Jazz-fusion e il synth che avevano dato carattere e grande splendore al capolavoro Spheres.

Oggi la band è parcheggiata in garage. ‘Con il nome Pestilence non usciranno più lavori discografici! Ma solo impegni live se ci saranno’ Attualmente sono impegnato con la mia nuova band Neuromorph.’ ha dichiarato Mameli sul sito ufficiale della band. I Pestilence sono considerati i fondatori della corrente prog technical death metal insieme ai Death, gli Atheist e i Cynic.

 

Crazy Diamonds: Beck, “The Golden Age” (2002)

Metti le mani sul volante e lascia che inizi l’Età dell’Oro,
lascia abbassato il finestrino,
senti la luce della luna sulla pelle,
lascia che il vento del deserto  rinfreschi la testa che duole
e lascia che il peso del mondo scorra via lontano da te.
Ora come ora tiro avanti:
nemmeno ci provo a far qualcosa…

Una strada insidiosa, una vista desolata,
luci distanti, poche e lontane,
e il sole non splende anche se è già giorno,
e devi guidare tutta la notte per poter star bene.
Ora come ora tiro avanti:
nemmeno ci provo a far qualcosa…

MetalRece: Aidan, “Témno” (EP 2015)

marzo 12, 2015 1 commento

by DOOM

artworkGiornata immusonita che tentenna nell’aggiustarsi, la mamma indispettita per la musica ad alto voltaggio, il babbo accigliato perché aizzato contro di me dalla mamma, i vicini tignosi sempre a lamentarsi anche se squilla il cellulare, la mia compagna barbosa che vorrebbe sempre carinerie e sdolcinerie…mica sono una caramelleria o una cioccolateria! Santa pazienza vieni in aiuto! Amen!

Meno male ci sono loro gli Aidan, che mi tirano su. Band padovana di sludge, post-core, drone metal, rock, ambient…ammazza che groviglio di stili. Quello che sta girando nel mio cervello attraverso i miei canali uditivi è il nuovo EP Témno (“Temno” è prima persona indicativo presente da “temnein” tagliare in greco Ndprof.) uscito il 9 febbraio per i tipi della Red Sound Records/DoppioClic Promotions. Già ho avuto modo di imbattermi musicalmente negli Aidan un paio d’anni fa in occasione dell’uscita del debutto “The Relation Between Brain And Behaviour”, recensito sempre su queste pagine (Qui il post per i più distratti) e nei fui contento di conoscerli, ascoltarli e recensirli. Questo nuovo EP di quattro pezzi mi ripresenta una band più matura ed evoluta nel processo compositivo. Abbandonati un po’ i melmosi e gli apocalittici riffs sludge per addentrarsi in partiture più luminose ed evocative al limite del recitativo ed incrocio, anche, nell’ascolto filacci di voce narrante che farcisce di più i pezzi. È un disco pieno di contrasti, parti molto intense e serrate (come cita la band). La registrazione è in linea con il variegato sound della band. L’artwork dell’EP è molto bello ed espressivo ed è stato curato da Nicola Rocchio. Quindi, per chiudere, non solo sludge e fanghiglia gorgheggiante, ma anche Mogwai, Dead Can Dance, Fennesz, tra le molteplici influenze già citate nella passata recensione (andatavela a leggere NdA) che rendono l’impasto sonoro più digeribile ed accattivante. Alla Prossima e lasciatevi cullare e ninnare da Témno!

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