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Recensione, Ginevra di Marco, “La Rubia canta la Negra” (2017)

by WM

Copertina_La Rubia canta La NegraLa voce di Ginevra di Marco mi ha accompagnato in una fase della mia vita che potrei chiamare per nome e cognome e di cui potrei contare i minuti, e dopo vent’anni lo splendore eccolo lì, anche se l’occasione di un incontro è abbastanza casuale e l’album è difficile. Un album di cover, concetto che in genere mi fa venire l’orticaria.

Ginevra vola alto nella ricerca di una maestra più grande di lei, una cantante talmente iconica da essermela persa finché Nanni Moretti non ha deciso di incastonarne una gemma in “Habemus Papam”, “Todo Cambia” della (ora lo so) grande Mercedes Sosa. Mi mancano i riferimenti e mi tocca abbandonarmi allo splendido timbro di donna Ginevra, supportata da un complesso minimale e gustosissimo, che ci fa girare in passi di danza o in tenere malinconie di quelle terre laggiù d’Argentina, dove in tanti portano il mio cognome e magari Mercedes Sosa l’hanno pure ascoltata, alla faccia mia. “Te requerdo, Amanda” ti si stampa dentro come un marchio a fuoco, come solo la dolcezza di una voce perfetta può fare.

Splendida “Fuoco a Mare” , dedicatale dal poeta Marco Vichi, traccia originale e vibrante. Forse l’arrangiamento di “Todo Cambia”, con il testo italiano di Teresa De Sio, non mi ha pienamente convinto, ma per il resto ci troviamo davanti a un signor disco cantato da una gigante, mai sopra le righe, sempre pronta a tendere e accarezzare le corde dell’anima nota dopo nota.

Ok, sono innamorato.

Out segnala: Le Capre a Sonagli

di Gaia Zangla

18308859_1445937298806004_952352560_nQuando la vita ti chiude una porta in faccia ci sono Le Capre

Ben Ritrovati, oggi mi piacerebbe farvi conoscere, per chi non li conoscesse già, una band torbida e sconvolgente… In senso buono. Sono Le Capre a Sonagli, definita come stoner folk soprattutto per l’ultimo lavoro dove hanno lavorato con Tommaso Colliva per rielaborare soprattutto la parte cantata dei brani. Hanno aperto band grandiose come i Verdena e partecipato ad eventi di alto spessore. Non gli ultimi stronzi, insomma.

Ma basta parlare di cose frivole, parliamo di musica: musicalmente sono un’esplosione nera che ti forza ad amare i suoni deformi e grotteschi… Per non menzionare il chorus che impiegano per la voce il quale globalizza il tutto e lo amplifica. Quello che mi fa impazzire totalmente è il fatto che usino di TUTTO per i suoni: dalle altalene, catene ai piatti rotti, e la cosa più figa è che riesce perfettamente nell’intento. “Il Fauno” è, personalmente, l’album che consiglio per un primo ascolto dato che contiene quanto vi ho descritto.

Detto ciò, mi rifaccio al titolo e concludo dicendo che dopo giornate snervanti, queste canzoni contengono un non so che, unico nel suo genere, che raggruppano tutta la rabbia che vi ha logorato a lungo e la trasforma in forza di reagire. Determinate sensazioni servono se non si vuol diventare dei vegetali schiavi del cattivo umore.

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Rrröööaaarrr: Tokyo Blade

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by DOOM

I Tokyo Blade sono la classica band che avrebbe avuto delle buone potenzialità per emergere nel mare della NWOBHM ma che, anche a causa di una formazione instabile, è riuscita a farsi notare per un paio di album e di anni (1983/1985) prima di cadere nell’anonimato.

Nel 1982 a Salisbury il chitarrista Andy Boulton e il bassista Andy Robbins danno vita ai Killer, insieme al cantante Alan Marsh, al batterista Steve Pierce e alla seconda chitarrista Ray Dismore. Dopo aver inciso un demo, a causa delle numerose band omonime, cambiamo nome prima in Genghis Khan poi assumeranno il definitivo Tokyo Blade. Dopo la pubblicazione di due singoli 2nd Cut e If Heaven is Hell, e dell’EP Double Dealin’ pubblicati con il nome Genghis Khan i Tokyo Blade sottoscrissero un contratto con l’etichetta Powerstation Records, che alla fine del 1983 pubblicò l’esordio discografico del gruppo, intitolato Tokyo Blade. Uscito in una fase matura della NWOBHM, con un suono molto grezzo e rugginoso, ma che riesce a sprigionare comunque una grande grinta. La band si fa notare per gli intrecci di chitarre e armonie, un tantino sgraziate, che ricordano i primi Iron Maiden. Ma la band brilla di luce propria soprattutto quando si dedica a pezzi articolati con cambi di tempo e intelaiature chitarristiche più complesse. 

Subito dopo la conclusione del tour in compagnia di Venom e Metallica, incidono per la Combat Records nel 1984 l’EP Midnight Rendezvous. Nello stesso anno firmarono un deal con la più potente Roadrunner Records e dietro pressioni della stessa il gruppo assunse il giovane cantante Vic Wright che ri-registrò nuovamente tutte le parti vocali del nuovo album Night of the Blade uscito sempre nel 1984. Night of the Blade è considerate il capolavoro della band. Una commistione di hard rock e sonorità heavy metal tipicamente albioniche.

È impossibile rimanere impassibili di fronte alla carica energica dei pezzi e alle dirompenti cavalcate maidiane. La produzione dei tempi, quasi sempre ingenerosa per le band a basso budget, si rivela ruvida al punto giusto e valorizza il lavoro di ogni singolo strumento. Purtroppo nel 1985 i Tokyo Blade sterzano su sonorità melodiche, Blackhearts and Jaded Spades segnerà l’inizio del declino per la band, mai più capace di partorire un nuovo capolavoro. Il disco presenta una intonazione più melodica, nel tentativo di conquistare una più ampia fetta di pubblico. Gli esiti di vendita del disco, contrariamente alle aspettative del gruppo, si tradussero in un fallimento. Tale avvenimento decretò in pratica lo scioglimento del gruppo. Nel 1987 Boulton ricostituì la formazione e assicuratosi la collaborazione di un’etichetta tedesca Scratch Records, sotto il nome Andy Boulton’s Tokyo Blade pubblica Ain’t Misbehavin’. Il nuovo lavoro è caratterizzato da sonorità vicine all’hair metal. Sciolto, il quasi personale gruppo di Boulton, il nome Tokyo Blade rimase in vita fino al 1989 grazie alla collaborazione di Boulton con alcuni membri del gruppo tedesco The Dead Ballerinas, da cui proviene tra l’altro gran parte del materiale utilizzato per la registrazione del disco No Remorse. Licenziato dalla Hot Blood Records nel 1989. Lavoro contrassegnato da sonorità ancora più melodiche del precedente.

Dopo un anno di inattività i Tokyo Blade pubblicano altri due, ahimè, mediocri dischi Pumphouse del 1994 e Burning Down Paradise del 1995 ma gli esiti negativi delle vendite decretarono lo scioglimento definitivo della band. Nel gennaio 2008, fu annunciata la rifondazione del gruppo: per una serie di festival a tema tra cui il famoso Keep It True di Würzburg. Nel novembre 2009 avvenne la dismissione dell’intera formazione del gruppo, prontamente ricostruita da Boulton reintegrando Wiggins, Pierce e Wrighton. Avvalendosi del produttore Chris Tsangarides, i Tokyo Blade registrano nel 2011 Thousand Men Strong.  Il sound che caratterizza questa decina uscita è un tentato ritorno alle origini. Pertanto, noi sfegatati fans, aspettiamo il vero ritorno dei gloriosi Tokyo Blade!

Music Report: Tame Impala, Milano 2016

di Gaia Zangla

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Era il mio primo vero e proprio concerto, 0 aspettative, 0 idee su come l’avrebbero strutturato, nulla, sapevo solo che stavo per andare a vedere la mia band preferita live e che ero agli estremi della felicità.

Arrivo al Market Sound di Milano e quando finalmente mi avvicino al palco mi rendo conto che fosse tutto reale. Mi guardo intorno e mi rendo conto che quell’ambiente mi mette vivamente a mio agio: gente appassionata di musica che aspetta cinque australiani che li facciano appassionare ancor di più a questo magnifico universo che è la musica. Dopo poco arrivano, uno ad uno e Kevin Parker inizia ad intonare Nangs, sullo schermo delle onde si muovono seguendo le note della chitarra (come quelle su Windows xp, non so se avete presente), uno psichedelico pre-show per scaldare la folla, meraviglia pura. Ed è lì che ti lasci andare totalmente, è lì che abbandoni cellulare e schifezze varie: la tua vita monotona in quell’istante non conta, conti solo tu e chi sta su quel palcoscenico. Il concerto è andato avanti una meraviglia senza intoppi.

17273404_1385381044861630_1462329127_oQuesta volta, però, ci tengo a parlarvi solo delle tre canzoni d’apertura (altrimenti mi dilungherei fin troppo). Quest’ultime sono disposte in modo cronologicamente geniale, difatti vanno dall’album più nuovo a quello più vecchio risvegliando emozioni come solo loro sanno fare, e fra poco vi spiegherò il perché. Let It Happen (Currents, 2015) la canzone perfetta per iniziare il concerto, ti fa sentire libero, saltie sorridi come un matto… Quello che facevi a casa tua però con migliaia persone che lo fanno assieme a te. Mind Mischief (Lonerism, 2012), più calmina, e dopo Let it Happen è un break adeguatissimo. Why Won’t You Make Up Your Mind? (InnerSpeaker, 2011), santo cielo, come posso descrivere quei riff, quella voce così rilassante, quei suoni prettamente elettronici che ti fanno solo venir voglia di stenderti su un prato e non pensare più a quello che c’è fuori: scuola, università, lavoro, vita ordinaria, routine… Tutto si materializza per quei momenti e i Tame sono grandiosi anche per farti vivere questo tipo di emozioni: ti isolano da tutto ciò che è monotonia e noi, esseri umani corrotti dalle cose futili e dall’avvento della tecnologia che ci consuma sempre più giorno dopo giorno, ne avremmo tutti davvero bisogno.

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Rrröööaaarrr: Blind Guardian

by DOOM

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I Blind Guardian sono una band di power metal, formatosi nel 1984 a Krefeld in Germania. Prima di chiamarsi Blind Guardian, i quattro musicisti di Krefeld pubblicarono nel 1986 col nome di Lucifer’s Heritage le demo Symphonies Of Doom e Battalions of Fear che procurarono alla band un deal con la No Remorse Records, il primo album stampato: Battalions of Fear, che uscì nel 1988, porta il nuovo nome di Blind Guardian. Che deriva dal titolo della canzone Guardian of the Blind, ispirata al romanzo It di Stephen King. L’anno successivo pubblicarono il loro secondo album Follow the Blind con la partecipazione di Kai Hansen, ex chitarrista degli Helloween. (attualmente cantante e chitarrista dei Gamma Ray).

Con il terzo lavoro uscito nel 1990 Tales from the Twilight World i Blind Guardian cominciarono ad essere riconosciuti come uno dei migliori gruppi metal tedeschi emergenti sfondando anche in campo internazionale. Con il fallimento della No Remorse Records la band passò alla Virgin Records. Con l’uscita di Somewhere Far Beyond nel 1992 ottennero un grandissimo successo scalando le classifiche della Germania fino ai posti più alti e arrivando addirittura primi nella classifica giapponese. Nel 1995 esce Imaginations from the Other Side quinto album in studio che determinò una svolta significativa nella scelta delle melodie e della composizione. La decisione di un massiccio utilizzo del sintetizzatore fu la causa di un’ampia critica da parte dei fan più datati, mentre portò un altrettanto folto gruppo di appassionati metal ad avvicinarsi a questa band. Ad ogni modo questo viene considerato da parte di critica e pubblico uno dei migliori lavori da loro creati.

Nel 1998, dopo tre anni dall’ultimo album, i Blind Guardian ritornarono sulla scena con il concept album Nightfall in Middle-Earth, interamente ispirato al Silmarillion di J.R.R. Tolkien. A Night at the Opera esce nel 2002 e riprende le sonorità del disco precedente affiancandovi arrangiamenti orchestrali. Questo album generò critiche e consensi perché per alcuni era visto come una dimostrazione d’onnipotenza da parte della band dopo il capolavoro Nightfall In Middle Earth, altri invece lo considerano un’opera colossale per la complessità e ricchezza compositiva. Nel marzo del 2006 esce A Twist in the Myth.

Nel 2010 vede l’uscita il nuovo album intitolato At the Edge of Time, preceduto dall’EP A Voice In The Dark. Questo lavoro riporta la band a sonorità più caratteristiche dei tempi passati che a quelle più progressive di A Twist In The Myth mantenendo comunque un livello altissimo per quanto riguarda le melodie e le orchestrazioni che sono forse la maggiore novità dell’album, infatti per la prima volta hanno collaborato con l’Orchestra di Praga nella registrazione di un album. Nel 2012 esce Memories of a Time to Come, un “Best of” che ripercorre i primi 25 anni di carriera riproponendo i vecchi successi in versione remixata con un sound decisamente migliorato e alcune completamente ri-registrate. L’ultimo, Beyond the Red Mirror, è uscito a gennaio 2015.

La musica dei Blind Guardian è caratterizzata dalle veloci chitarre elettriche e dalla doppia cassa martellante classici del power metal, ma può essere considerata quasi unica per il suo uso dell’overdub (sovrapposizione) per creare un suono estremamente denso, un suono “epico”. Questa tecnica, specialmente notabile nelle parti vocali e di chitarra, dà l’impressione di una vasta armata di musicisti che suonino all’unisono e cantino in armonia, impressione rafforzata anche dai cori, onnipresenti in ogni canzone. I testi sono stati ispirati dai mondi fantastici di J. R. R. Tolkien e di altri autori di genere fantasy, così come da leggende tradizionali e dall’epica. Inoltre hanno scritto varie canzoni dedicate alla saga composta da 7 libri La torre nera di Stephen King. Sono considerati uno dei gruppi Power Metal più influenti nel genere.

RadioOut: Sotterranei 13

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Venghino siòri! Riprende il nostro piccolo viaggio nel labirinto indipendente (da chi? da cosa?) italiano, il sottobosco, il sotto che emerge con una manciata di band davvero buone e un oldie but goldie dei santi protettori Betty.
Claudia e Francesco ancora hanno il coraggio di condurre (ba-dum tssss) Sotterranei!

iDottori – Marte
Buckingum Palace – Cosmesi
Gran Torino – Se stesso da solo
Klaudia call – Tutto o niente
Mojuba – Astral Sand
Betty Poison – Noone Left

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Troppe note, ovvero la musica di sintesi

febbraio 28, 2017 Lascia un commento

by WM

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Negli anni ’70 si suonava troppo: troppe note, quelle che annnoiavano l’imperatore d’Austria ascoltando Mozart, che aveva voglia di espandere il suo universo all’infinito, ma agli ascoltatori non andava bene (e nemmeno a Sua Maestà).
Gli anni ’70 del ‘900 sono stati senza dubbio anni spiritualmente complicati, pieni di un’emotività musicale feconda ed esplosiva, che fece da sottofondo ad una possibile rivoluzione mai partita e mai totalmente e coerentemente desiderata. Quella libertà, tuttavia, ci ha donato dischi di contaminazione totale, con il progressive rock che prevedeva orchestre, coristi e direttori in frac (si suonava in tanti, come in Concerto Grosso dei New Trolls). Il prog ha espanso le sue ambizioni fino a metafisiche vette di insignificanza, con esecuzioni totali e “aperte” fino a contenere l’universo come in una sorta di Aleph, inglobando folk, jazz, ricchi premi e cotillons, ma la critica fu impietosa, tifava per il punk, negando il valore di una musica derivativa e sinmbolica, imitazione fallita trash della cultura alta. Troppe note, appunto.

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Si è approdati a quel punk rock che tagliava tutto e non si doveva nemmeno saper troppo suonare la chitarra, e i palchi bastavano per tre o quattro che cantavano la rabbia e la protesta sociale.
Ok, meno note, allora, e dio salvi la regina.

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Negli anni ’80, poi, il synth pop innova riempiendoci di elaborazioni sonore appunto sintetiche: bastava una tastiera e una drum machine per dire musica, proponendosi aal pubblico semplificato del 45 giri, tre minuti e quindici circa.
Ok, meno strumenti, basta un duo euritmico e comincia la festa.

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L’hip hop provvede a toglierci il vizio del canto, perché era sifficiente mormorare a tempo su un vinile scratchato e il funk si impadroniva dei corpi come il diavolo con la bambina de “L’Esorcista”.
Ok, cantare diventa superfluo e per le basi ci pensa il dj col macintosh.

Ma in fondo, penserete, il pop non ha mai negato la melodia, e la cantabilità richiede il canto, l’interprete. C’è da dire che la tecnologia ha eliminato la difficoltà del canto e permette anche ai tenori da doccia domenicale di essere intonati e melodici con una roba detta “auto-tune”, che raddrizza le frequenze più disperate.
Ok; anche quando serve cantare, puoi fare a meno di studiare canto, perché ci pensano Steve Jobs e i suoi fratelli.

Quale futuro?

Le ipotesi sono gratis, quindi ne spendo qualcuna.
Il futuro sarà forse la musica di sintesi, in cui nella stessa macchina collaboreranno due macchine diverse: una, allucinata nel “1984” di Orwell, che aggregherà testi, traendo lacerti e sintagmi da tutti i testi precedenti, da ogni fonte possibile; l’altra sarà il groove maker definitivo, che calcolerà stile, bpm e strumenti da utilizzare per raggiungere lo scopo emotivo prefissato (rilasssare, eccitare, far sentire qualcuno un ribelle per tre minuti e quindici).
Resterà il canto? Forse no.
Vocoder sempre più raffinati creeranno il cantante sintetico perfetto, e non avremo bisogno di attendere che nasca il nuovo Freddie Mercury: ce lo creeremo via software riesumando cadaveri sul lettino del Dottor Frankenstein.

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