Blog della rivista Out, musica e arte visiva dal 1998 ;)

Punk Prima di Me

by WM

Ogni tanto col Megadirettore in trasmissione (ascoltatevi Sotterranei!) facciam battibecchi su cosa sia il punk e di come ne sia fuori, dato che ho trascorso l’adolescenza a fare i compiti e dire “ho capito, ora lo faccio”, e lo facevo: niente chiodo con spille da balia, niente dischi nemmeno vagamente zozzoni, quindi quale caspita punk dovrei predicare o aver dentro? Manco quello all’italiana conoscevo e non ho mai praticato il disprezzo della canzone leggera o il rifiuto del melodico, e non essere nato in Emilia mi risparmiava la paranoia del Mastro Lindo Ferretti. Prima di impazzire, ascoltavo pure Sanremo.

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gli occhialetti erano superfichissimi

L’album di Enrico Ruggeri intitolato “Punk prima di te” occhieggiava dall’espositore in edicola; enorme gaudio dànno i cestoni, possibilità di scavo di tesori enormi, specie ora che tutti vanno di streaming e vecchi cd o dvd rischiano di rimanere orfani e ti guardano come cuccioli in cerca di casa, ma rimandiamo un discorso su tutti i tesori dissepolti in edicola ad un altro post.

Dicevo, mi ha fatto sorridere affettuosamente per come un rocker maturo abbia storicizzato se stesso perché ha deciso di scavare nelle proprie radici, umane prima che musicali, quando tanti altri si son dati alle ospitate delle trasmissioni-revival di Carlo Conti.

Ruggeri spinge anche me a storicizzare la ribellione, la ribellione dell’irribellato, di quello che faceva le versioni con gli occhialetti tondi e che pensava che tra sé e le sue parole tutto andasse bene ma non andava, e sul perché io guardi al punk dopo aver ascoltato solo Vivaldi. Il modello patriarcale e pascoliano che mi ha dato alla luce, in effetti, aveva una scheggia impazzita, mia nonna.

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me nonnu cu mme nonna

 

Mia nonna pigliava per i fondelli padre e fratellanza per le loro manie di grandezza, le battute di caccia paragonate a quelle di Carlo V, per il patriarcato rozzo e minchione della provincia; ci scrisse sopra dei versi bellissimi, o perlomeno li pensò, perché non sapeva scrivere.

Mia nonna imparò a leggere un po’ guardando le lezioni fuori dalla baracca del maestro, e se la beccavano erano nerbate, ribellandosi all’ignoranza perché sapere le parole era punk.

Mia nonna rifiutò di sposare un tipo innamorato di se stesso e del proprio orologio d’oro, che tirava fuori in ogni momento con spocchia borghese fuori luogo, e decise di sposare uno più vecchio e più figo perché si era innamorata: era punk innamorarsi quando le donne non potevano nemmeno dire “pio”.

Mia nonna era punk prima dei Clash perché se voleva andare al mare, prendeva il carro da sola e ci andava: mio nonno mi sa che borbottava, ma alla fine allegava il mulo e la cosa finiva lì.

Mia nonna era più indipendente del Lussemburgo e non amava i rompitasche, e si proclamava “recritica”, dicendo di capire solo i soldi e l’orologio e di non chiedere altro.

Mia nonna mi ha insegnato tutto, altro che “recritica”: dall’amore per la melodia alla poesia, la tolleranza e l’amore per il proprio amore, che le mancò per tredici anni, dopo che per 40 aveva preso sonno solo fra le braccia di lui.

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Perpetua! Perpetua! e noi giù a ridere…

A mia nonna piacevano i Promessi Sposi, che le leggeva il figlio e poi io fino al giorno stesso della morte. Morì all’improvviso, entrando in quella zona invisibile piena di miti e ricordi, ma privandomi dell’abbraccio che nulla potrà sostituire.

Punk prima di me, privo dei suoi geni, esempio però enorme per una vecchiaia, si spera, più punk.

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Sotterranei 21 (Marzo ’19)

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Ecco a voi la nuova puntata di Sotterranei con la Cla, la Rox e il Fra a parlare della Vita, dell’Universo e di Tutto Quanto, dal rock alle pornostar anni ‘90, inframmezzando ottima musica dal sottobosco italico. Wave, Rock, Psichedelia, Art Rock: c’è di tutto, quindi PRESS PLAY!
Mouth Water – Through the void

Pereira – Comic Sans (cla)

I Giardini di Mirò – Don’t lie

Fry Days – Bonus

Luca Burgio – La confessione

RewOut – Circus

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CLICCA PER ASCOLTARE

Out segnala: “La Bugia delle Stelle” (17/3/19 Teatro Patologico, Roma)

di Claudia Amantini

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Un reading poetico in cui, a tinte così fosche da creare un ambiente grottesco, si narra la storia di una famiglia i cui fondamenti pedagogici, a voler essere benevoli, sono alquanto bizzarri, alquanto anomali.

Un reading intriso di un dolore e di un sarcasmo a tratti feroci, una tempesta emotiva che spiazza, travolge, da cui traspare tuttavia un forte bisogno di banalità, la banalità del bene per intenderci.

Le parole, già di per sé di una forte potenza evocativa, sono accompagnate, punteggiate, interrogate e persino smentite da una colonna sonora eseguita dal vivo che le amplifica a dismisura fino a trasformarle in oggetti sonori saturi di senso.

Siete nei dintorni? Sapete dove andare il 17.

Kintsugi, riparare con l’oro

febbraio 27, 2019 Lascia un commento

di Chiara Lorenzetti

Torna a scrivere per noi l’amica Chiara, restauratrice, artista e blogger (non perdete il suo squarcidisilenzio.wordpress.com) e ci parla della suo incontro con il Kintsugi. Qui il link Amazon del suo libro.

Kintsugi, kin:oro, tsugi: riparare; Kintsugi significa quindi, dal giapponese, riparare con l’oro.
È una tecnica di restauro prevalentemente di ceramiche, nata alla fine del 1400 in Giappone, durante lo shogunato di Ashikaga Yoshimasa, cultore della cerimonia del tè.
Kintsugi è una tecnica ma è anche un’arte che unisce la forza della lacca Urushi, una lacca naturale estratta dalla pianta Rhus Verniciflua, e la preziosità dell’oro per unire le crepe di rottura: una ferita che diventa unica, la fragilità che diventa un valore.

Ho scoperto questa tecnica qualche anno fa e me ne sono innamorata quasi subito. Ciò che la rende speciale è la lentezza dei tempi, il fatto che si usino materiali di origine naturale come la lacca urushi, la farina di riso, il tonoko (una terra), l’oro puro; ma prima di tutto la rende unica il suo non voler nascondere ma mettere in evidenza.

In Italia si tende a restaurare una ceramica nascondendo con stucco e colore la crepa di rottura, rendendo la rottura simile all’originale; in Giappone invece si mostra ancora di più. Metti ad esempio una ceramica scura: la linea di rottura ricoperta di polvere d’oro brillerà più dell’oggetto stesso.

Ti rendi conto della infinità diversità tra le due tecniche? La stessa che c’è tra il popolo orientale e quello occidentale, una diversità profonda, culturale e di sentimenti. Durante un breve viaggio in Giappone, il mio primo viaggio in Giappone, ho avuto modo di conoscerne alcuni tratti e mi sono sentita attratta e affascinata, quasi avessi una discendenza nipponica. E forse ce l’ho, chissà.

Ma torniamo a noi, al Kintsugi e all’Italia. Già, cosa è arrivato in Italia? Cosa ne sanno gli italiani? Poco. Sono anni che cerco di correggere la scritta “riparato con oro liquido” con “riparato con polvere d’oro” ma pare una battaglia contro i mulini a vento. Lo so, forse sembrerà esagerato, ma se si sbaglia subito poi non si corregge più.

Gli italiani della tecnica sanno ancora poco, intendo della tecnica tradizionale giapponese; di più sanno, o meglio si appassionano, della filosofia sottesa, della potente metafora delle ferite curate con l’oro. Della nostra capacità di superare le difficoltà.
La tecnica Kintsugi, intesa come capacità di rendere migliori le ferite, curandole con l’oro, può applicarsi un po’ ovunque: sulle ferite vere, come fa Gioia Di Biagio con la perfomance “Io mi Oro” https://www.librimondadori.it/libri/come-oro-nelle-crepe-gioia-di-biagio/ ; sui marciapiedi, come fa Rachel Sussman, https://design.fanpage.it/rachel-sussman-usa-l-oro-per-riparare-le-strade-delle- citta/; con la stoffa e perline dorate Zoe Hillyard https://www.thisiscolossal.com/2016/04/embroidery-kintsugi-charlotte-bailey/

Kintsugi può anche diventare musica. Può essere di ispirazione.
Come nel cd di Malagnino, una miscela di suoni e parole quasi provenienti da un mondo lontano, evocative, in sogno. Kintsugi la partenza, Kintsugi l’arrivo. O forse il passaggio.
Scorro nel web e trovo, inaspettatamente, parecchi cd “Kintsugi”. Non ho il tempo di ascoltarli, sono curiosa però di sapere se Kintsugi è il messaggio o solo la moda, perché è questo che potrebbe rischiare di diventare se lasciata a se stessa. Senza una corretta informazione.

Se penso all’arte che pratico, alla lentezza dei tempi di asciugatura tra una fase e l’altra del restauro, almeno una settimana, mi immagino una musica con toni lunghi, sospesi, strumenti a corde, fruscii di fronde, picchietti, battiti. Ognuno di noi ha la capacità di avere la sua ispirazione, la sua musica personale nel quale ruota un mondo, arrotolato di suoni, confuso anche, volutamente credo, difficilmente esplorabile dai più.

Ed è quindi con una domanda che vi lascio dopo questo brevissimo viaggio nell’arte Kintsugi: occorre restare fedeli alla tecnica o farsi guidare dall’ispirazione per creare mondi nuovi?
Non chiedete a me, dopo tutto questo scrivere ancora non so.

Sotterranei 20 (Feb. ’19)

febbraio 21, 2019 Commenti disabilitati

(c) Simone Cargnoni JUMP CUT-M19A1396Sotterranei numero venti! Una tappa storica con mezza redazione schiantata dall’influenza, ma grazie alla solerzia della condottiera Cla, della Signorina Buonasera Rox e del famiglio Fra, anche stavolta abbiamo una bella carrellata di indipendenti italiani. Al posto di lavarvi le orecchie con la varechina per Sanremo, premete play con fiducia per il rock, il pop e l’elettronica del sottobosco italico.

Ecco la playlist.

Massimo Volume: Il Nuotatore
Cranchi: A te che aspetti il treno
Umberto Ti.: Principianti
Gran Torino: Abbracciami
Il DUbbio: Conto i passi
Gianni Maroccolo: L’Altrove

CLICCA QUI PER ASCOLTARE E SCARICARE

 

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Sonetto 5: Dimmi pallido cor

febbraio 21, 2019 Lascia un commento

Reprehendenda spes de foelicitatis ardore, nullius veri imago. Antiquum carmen lego et lachrimis impleo. Saeva mors non attigit poetam, tetigit dolor.

Dimmi pallido cor quello che provi,
dillo senza pudore del domani
tremulo come augel tra cardi e rovi
senza salvezza, pasto per i cani

ché troppo a noi la mala sorte spinse
l’esile navicella dell’ingegno,
ed ombre scure a un muro lunghe pinse
solerti serve di fosco disegno.

Ora ti tocca fer quest’ora tòsca
con occhi senza lài ne’ pii desiri,
l’ariosa sicurtà che tutto affosca

ché mai rese sì muti i miei martìri.
Ora tocca sognar, sicché conosca
se mai uditi furon miei sospiri.

Retrogames (3): Insert Coin

febbraio 17, 2019 Lascia un commento

by WM

Commodore-Datassette

quante madonne…

Chi possedeva un Commodore stava assiso alla sua scrivania come Kirk sulla Enterprise, possessore delle periferiche, signore dell’azimuth del datassette e in paziente attesa che i dati venissero caricati nel fido C64 o nell’Amiga, lunghi minuti, lunghi i pensieri: solo più tardi sarebbero arrivate le turbo cartridge e i floppy disk. Il commodoriano si configurava come uomo sul trono, in attesa, intento a sfogliare riviste di settore e a meditare su ottima musica. In sala giochi, in fondo, si stava in piedi, ma in fondo ci si stava solo il tempo che finissero i magri gettoni.

Restaurare e ripristinare il gioco antico si scontra non certo con la difficoltà tecnica di emulazione del codice informatico, ma nel ripristino di una situazione esistenziale che comporta l’attesa, l’abbassamento del bioritmo e la felicità.

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Zzap! era qualcosa a metà fra la Bibbia, l’Amore della mia Vita e un giornale di partito

Il gioco era indissolubile dalle riviste di listati come Paper Soft, le colorate copertine di ZZAP!, gli articoli tecnici di Commodore Gazette, come fosse condimento ludico di un percorso intellettuale e spirituale di scoperta. Ognuna delle illuminazioni sarebbe stata poi sottoposta agli altri nerd, divulgata nelle rubriche della posta, sulle prime BBS. La Playstation odierna, invece, è lontana parente delle prime console che creavano gente da salotto, sprofondata nel sofà e ignorante di informatica, un altro mondo, un altro sentimento; il salto dalla scrivania del sapere al salotto dell’ignoranza è stata la prova più dura per il gamer tradizionale, che non ha mai abbandonato il computer, ora diventato pc o mac, come porto sicuro della sua scrittura, della costruzione del suo immaginario e della propria visione del mondo, poiché non ha mai traslocato il proprio cervello sul divano.

La soluzione più logica per ripristinare il sogno sarebbe ritirare le vecchie macchine dalle soffitte o comprarle di nuovo, ma a meno di non avere un proprio garage alla Steve Jobs, lo spazio manca, lo studiolo non basta, la cameretta dell’adolescente ce l’ha, perlappunto, l’adolescente, non tu. La soluzione (filo)logica è da scartare.

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Conviene quindi addestrare il moderno pc o il mac e convincerlo che ha 8 o i 16 bit. La cosa non si presenta nemmeno troppo difficile, dato che c’è ottimo software in giro, perlopiù free. Il MAME di Nicola Salmoria mi permetterà di emulare i giochi del bar con una pulizia e precisione incredibile; il C64 ha programmi come Frodo e Vice che vi faranno sorridere con il loro allegro “Ready” e “Press Play on Tape”, mentre Amiga gli ottimi UAE (a gratisse) e Amiga Forever di Cloanto. Per le altre macchine, basta un colpo di motore di ricerca e vi si spalancherà un mondo. Se siete pigri su Mac c’è OpenEmu che funge da asso pigliatutto, dato che emula macchine culto come il Vertrex (cioè… il Vertrex!).

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t’amo, t’ho amato e sempre ti amerò

Tuttavia, non è facile trovare i giochi: Nintendo e compagnia cantante stanno facendo la guerra a chi distribuisce vecchi giochi in forma di “ROM” distribuibili; molti siti sono stati oscurati o castrati, come Emuparadise, per questioni di copyright ma anche perché è insorta la moda delle piccole macchine mini classic, dove giocare i vecchi giochi sulla TV. Fine della pacchia delle ROM gratis: per procurarsele bisognerà addentrarsi nei meandri della pirateria e del peer-to-peer.

Un’ultima opzione è comprarsi una console di retrogames tra le decine disponibili e sperare si riaccenda il sentimento. Io ho scelto questa (il Mamecube).

Qualunque sia la via che abbiate per un ritorno al futuro, percorretela fino in fondo e non ve ne pentirete, perché tornare al sogno non può che colorare in meglio i nostri giorni. Abolite l’ansia ipercinetica, correte come lieti cavalieri in mutande.

Parte la musichetta. Insert coin. Press 1 player start.
Ciao, son felice di nuovo almeno per un po’.