Blog della rivista Out, musica e arte visiva dal 1998 ;)

RadioOut: Sotterranei 13

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Venghino siòri! Riprende il nostro piccolo viaggio nel labirinto indipendente (da chi? da cosa?) italiano, il sottobosco, il sotto che emerge con una manciata di band davvero buone e un oldie but goldie dei santi protettori Betty.
Claudia e Francesco ancora hanno il coraggio di condurre (ba-dum tssss) Sotterranei!

iDottori – Marte
Buckingum Palace – Cosmesi
Gran Torino – Se stesso da solo
Klaudia call – Tutto o niente
Mojuba – Astral Sand
Betty Poison – Noone Left

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Troppe note, ovvero la musica di sintesi

febbraio 28, 2017 Lascia un commento

by WM

kraftwerk

Negli anni ’70 si suonava troppo: troppe note, quelle che annnoiavano l’imperatore d’Austria ascoltando Mozart, che aveva voglia di espandere il suo universo all’infinito, ma agli ascoltatori non andava bene (e nemmeno a Sua Maestà).
Gli anni ’70 del ‘900 sono stati senza dubbio anni spiritualmente complicati, pieni di un’emotività musicale feconda ed esplosiva, che fece da sottofondo ad una possibile rivoluzione mai partita e mai totalmente e coerentemente desiderata. Quella libertà, tuttavia, ci ha donato dischi di contaminazione totale, con il progressive rock che prevedeva orchestre, coristi e direttori in frac (si suonava in tanti, come in Concerto Grosso dei New Trolls). Il prog ha espanso le sue ambizioni fino a metafisiche vette di insignificanza, con esecuzioni totali e “aperte” fino a contenere l’universo come in una sorta di Aleph, inglobando folk, jazz, ricchi premi e cotillons, ma la critica fu impietosa, tifava per il punk, negando il valore di una musica derivativa e sinmbolica, imitazione fallita trash della cultura alta. Troppe note, appunto.

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Si è approdati a quel punk rock che tagliava tutto e non si doveva nemmeno saper troppo suonare la chitarra, e i palchi bastavano per tre o quattro che cantavano la rabbia e la protesta sociale.
Ok, meno note, allora, e dio salvi la regina.

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Negli anni ’80, poi, il synth pop innova riempiendoci di elaborazioni sonore appunto sintetiche: bastava una tastiera e una drum machine per dire musica, proponendosi aal pubblico semplificato del 45 giri, tre minuti e quindici circa.
Ok, meno strumenti, basta un duo euritmico e comincia la festa.

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L’hip hop provvede a toglierci il vizio del canto, perché era sifficiente mormorare a tempo su un vinile scratchato e il funk si impadroniva dei corpi come il diavolo con la bambina de “L’Esorcista”.
Ok, cantare diventa superfluo e per le basi ci pensa il dj col macintosh.

Ma in fondo, penserete, il pop non ha mai negato la melodia, e la cantabilità richiede il canto, l’interprete. C’è da dire che la tecnologia ha eliminato la difficoltà del canto e permette anche ai tenori da doccia domenicale di essere intonati e melodici con una roba detta “auto-tune”, che raddrizza le frequenze più disperate.
Ok; anche quando serve cantare, puoi fare a meno di studiare canto, perché ci pensano Steve Jobs e i suoi fratelli.

Quale futuro?

Le ipotesi sono gratis, quindi ne spendo qualcuna.
Il futuro sarà forse la musica di sintesi, in cui nella stessa macchina collaboreranno due macchine diverse: una, allucinata nel “1984” di Orwell, che aggregherà testi, traendo lacerti e sintagmi da tutti i testi precedenti, da ogni fonte possibile; l’altra sarà il groove maker definitivo, che calcolerà stile, bpm e strumenti da utilizzare per raggiungere lo scopo emotivo prefissato (rilasssare, eccitare, far sentire qualcuno un ribelle per tre minuti e quindici).
Resterà il canto? Forse no.
Vocoder sempre più raffinati creeranno il cantante sintetico perfetto, e non avremo bisogno di attendere che nasca il nuovo Freddie Mercury: ce lo creeremo via software riesumando cadaveri sul lettino del Dottor Frankenstein.

Categorie:Uncategorized

Scisma

febbraio 21, 2017 Lascia un commento

by WM

dal-pci-al-pd

piccolo spazio pubblicità (cit.)

Scisma è una parola che mi ha sempre affascinato, sia per il senso di taglio chirurgico e cesareo per nettezza e inevitabilità, sia per il senso di liberazione che sopraggiunge quando ti levi di dosso un peso morto. C’è voluto uno scisma per convincermi a pensare alla politica, e c’è stato bisogno di un trauma per farmi risvegliare da quel 2011 dove ormai era chiaro che non eravamo un paese normale, ma anche peggiore di quello che nei miei sogni peggiori potevo fingermi; non mi stupisce, né mi turba, quindi, se quelli là hanno distrutto tutto e ora tirano pure lo sciacquone. Quelli là sono il Pd.

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ma pd!

Chi non ricorda la caduta del governo di B. ? Chi non ricorda ricatto dei mercati, lo spread e la promessa di un default argentino se non ci fossimo piegati alla politica dell’austerità? Servi dei servi siamo stati (servi dei servi ribadisco) e nemmeno la fine di Silvio, verso cui non sono stato mai tenero, mi parve giusta: un Cesare pugnalato.

Da quel momento una sinistra “blairiana” ci ha governato coi metodi e coi programmi della destra, insegnandoci il disimpegno e la spregiudicata libertà di chi ama passare col rosso ed evadere le tasse, ma con allegria.. E guai a protestare, o si era passatisti, nostalgici del tempo che fu e mai più sarà: è calato il silenzio, sopravvivevamo alla fine dei nostri sogni, alla rovina della banale idea di un paese normale.

E come potevamo noi cantare col piede straniero sopra il cuore, tra i morti abbandonati nelle piazze?

E ora?

Ora i compagnucci della parrocchietta del Partito Disastrato lasciano il chierichetto del loro leader scout e col babbo imprenditore inquisito, insieme alla sottosegretaria tutta sorrisi e col babbo banchiere inquisito, e mi parlano di socialismo, di critica al Capitale, di popolo da riconquistare alle destre, il tutto dopo aver ricapitalizzato le banche e votato il Jobs Act, robe che neanche il Silvio dei tempi d’oro.

Ma vaffanculo.

Certo, ovvio: un cordiale vaffanculo, ma andateci.

hanno-la-faccia-come-il-culo

scritto ieri, anzi no

Perché a tradire le idee non sono stati i cattolici liberali che impongono l’abolizione dell’articolo 18, ma chi da anni spiana loro la strada, innalzando l’imprenditore a categoria sacra dello spirito e si è scordato dei diritti dei lavoratori. Chi ha ammainato la bandiera in nome di una modernità da fastfood, perché il potere faceva gola e il far politica no, perché lo chiedeva la disciplina di partito.

Che bella parola: “partito”. Non la pronuncio da quando avevo i capelli biondi.

Vent’anni di retorica anti-partitica hanno distrutto le scuole di partito, le sedi di partito, le riunioni di partito dove si formavano i quadri dirigenti, lasciando la gente a pascolare in piazza o nei mcdonald e non insegnando loro che quando qualcosa non va, bisogna unirsi, sintetizzare nuove idee e portare avanti una battaglia politica e, scusate la parolaccia, ideologica. Sissignori, ideologica: non ideuzze raccattate qui e là, ma una lucida e rigorosa visione del mondo, un sistema strutturato di progetti e idee coerenti. Ma se il paese è ormai immemore delle battaglie politiche giuste (si è fatto togliere l’articolo 18 senza quasi fiatare), quindi come potremo mai ritornare a far politica?

I sinistri del Partito Disastrato lasciano una barca che affonda, pensando di rifondare il PCI-PSI senza avere sedi, soldi, persone: se in maniera complice non parli di socialismo da un trentennio, chi potrebbe mai dare fiducia a un’idea astratta e sbandierata da dei mediocri? Dai Bersani (il liberalizzatore), dai D’Alema (il baffetto sul catamarano), dai… basta, i compagni seri son tutti morti, restano i pupazzi.

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datemi dieci euri e ve lo faccio più figo

Il PD si scinde, in quante parti non si sa; Sinistra Italiana, alternativa non ancora nata, con un tasso di emoglobina ancora ignoto e dal logo disegnato col Paint di Windows , si è già scissa verso Pisapia e verso l’autarchia autosufficiente, il M5S è primo partito, con promessa di diventare forza di governo e diverrà sempre magiormente attraente a furia di vaffa e polizze vita. La sinistra si parcellizza in atomi insignificanti, che anche se fossero quantitativamente concreti e visibili, si rifarebbero a idee non condivise, a vaghe nostalgie dei tempi che furono, utili a tirar su qualche voto ma incapaci di aggregare consenso, di stabilire un programma di azione.

13-03-storia%20del%20mondo%2007-002-bLa tradizione politica del ‘900, indegnamente rappresentata dal Partito Disastrato, era stata fondata da quel piccolo gigante sardo, capace di avere una visione del futuro anche quando finì in una galera umida a morir di tisi. Come Roma, era stata fondata da un Augusto; essa ora si conclude con il rumore delle forbici che scindono e con  tanti Romolo Augustolo, re piccini della decadenza che si fanno mettere in esilio e lasciano ai barbari lo scettro, incapaci non solo di pensare alla grandezza della Roma che fu, ma anche di guardarsi in faccia e riconoscersi.

Rrröööaaarrr: Mr.Bungle

febbraio 18, 2017 Lascia un commento

by DOOM

mrbungleI Mr.Bungle sono un gruppo Crossover/Experimental nato nel 1985 in California, sciolti nel 2004, hanno lasciato 4 demo e 3 album in studio, la particolarità dei Mr.Bungle è quella di suonare molti generi musicali nel corso di una singola canzone, ma andiamo per ordine: The Raging Wrath of the The Easter Bunny (1986) il primo demo dove in nostri sfoderano in 8 tracce un Death/Thrash metal rozzo e abrasivo misto a strumenti inusuali tipo Kazoo,Trumpet, Harmonica, Saxophone, Jew’s H­arp ,Bongos et simila. Da notare la voce di Patton (Faith No More) in un misto di Growl/scream schizzato e malato. In Bowel Of Chiley (1987) le cose cambiano. Messo da parte il death metal i Mr.Bungle iniziano a far uscire il loro sound caratteristico, questo lavoro composto da 17 canzoni è il loro album piu “Frank Zappa” poiche le canzoni (di media sotto i 2 minuti) sono assolutamente folli e senza ne capo e ne coda, un collage di vari generi: Raggae, Thrash metal, Jazz e canzoni da osteria e pazzia cantata. Con Goddammit I Love America! (1988) la crisalide si trasforma in farfalla, 7 canzoni assolutamente geniali per il loro miglior demo, dal Rap-Funk-Metal di Bloody Mary e Definitions of Shapes alle circensi Egg e Carousel passando per lo ska-Metal-Soul di Goosebumps e Waltz For Grandma’s Sake. OU818 (1989) è ultimo demo, tutti i pezzi tranne il capolavoro Mr. Nice Guy andranno nel loro esordio. Nel 1991 esce il debutto omonimo Mr.Bungle. una magica scatoletta contenente 10 pezzi stratosferici, un folle misto di Funk, Jazz, Disco Music, Metal, Prog, Ska, Rap, Elettronica e Noise. I testi sono completamente idioti: morte, perversioni, gore e tanto altro.

Il secondo disco in studio intitolato Disco Volante del 1995 c’è veramente di tutto dal folk Arabo a quello cinese, dal Death metal al Jazz, dalla Bossonova alla techno, dalla musica sperimentale al Dark Ambient insomma qui dentro troverete praticamente di tutto e di piu, un must da sentire almeno una volta nella vita, naturalmente lo troverete indigesto! California (1999) è il disco che non ti aspetti, un patinato e ammicante mix di surf rock, pop, piano ballad, hawaaii music, funk, elettronica, lounge, doo woop, new age, kecak, sciense fictions e spaghetti western, jazz, R N B, swing, prog, psichedelica…purtoppo il loro ultimo capolavoro, dischi come questo si possono solo amare. Nel 2000 la band torna nuovamente in pausa ma nel 2004 dichiararono ufficialmente lo scioglimento. Nonostante abbiano firmato un contratto con un’importante casa discografica, la Warner Bros, i Mr. Bungle non hanno mai sperimentato un significativo successo commerciale durante la loro carriera. Tuttavia, con il passare del tempo sono riusciti a raggiungere la popolarità a livello internazionale, pur rimanendo sostanzialmente una band di nicchia. Geniali!

Crazy Diamonds, “La Complainte du coureur de bois”, Malicorne (1978)

febbraio 17, 2017 Lascia un commento

by WM

malicorne-fra

Il meraviglioso “L’Extraordinaire Tour de France d’Adélard Rousseau, dit Nivernais la clef des cœurs, Compagnon charpentier du devoir” è uno dei dischi fondamentali del prog francese, la summa del lavoro di Gabriel Yacoub e dei suoi Malicorne, teso a ripristinare e innervare la tradizione francese della canzone popolare; un lavoro il suo che non è mai caduto nel piagnonismo folk-barbone nostrano, né nella facile antropologia descrittiva dei Dischi del Sole, ma che ha fornito ai tempi moderni un patrimonio di suoni e sentimenti che si è mischiato contaminandosi felicemente con suoni e sentimenti nuovi, il che ha permesso alla musica popolare di avere un pubblico e di non morire. Come da noi.

Il disco segue le vicende di Adélard Rousseau, carpentiere, costruttore, di cui seguiamo gli amori e le fatiche in giro per la Francia, per le cui strade si procaccia il pane e stringe l’amicizia con i Compagnons della sua arte edile. Mille le suggestioni musicali, dai capolavori del barocco alla psichedelia anni ’60, che rendono atemporale, eterno e circolare il cammino in una perfetta ringkomposition sonora che si apre e si chiude nel caos di una marcia funerea e presaga di morte, che mette fra parentesi gli incredibili momenti di leggerezza che inframmezzano il canto di Yacoub e degli altri MAlicorne.

Sulle radici storiche della canzone non voglio ripetere il già detto (QUI e QUI due ottimi articoli sulle radici storiche della narrazione-filo conduttore di questo concept album).
Mi viene da pensare solo come sarebbe impossibile per noi prendere una manciata di canzoni popolari, anche antichissime, e farne indagine dell’animo umano e della sua malinconia perenne, specie ora che il lavoro è ridiventato la nostra condanna, i diritti acquisiti dalle lotte operaie sono stati ormai dissipati.

Il lamento del taglialegna e dei diritti negati suona sinistro e malinconico monito per schiavitù future.

La Complainte du coureur de bois – Malicorne, Testo Originale

Amici cari, ascoltate tutti, voi che vivete nei vostri agi,
e vi canterò la storia delle grandi miserie
che uno che lavora potrà ottenere al cantiere
a faticare, ad aver noie,
specie in una brulla foresta al tempo dell’inverno.

Quando dobbiamo partire per lavorare al cantiere
dobbiamo abbandonare le nostre donne,
e dobbiamo ugualmente abbandonare,
e ciò ci è più caro,
le nostre mogli e i piccoli infanti,
perché dovremo restarcene rintanati come lupi
in una brulla foresta al tempo dell’inverno.

Una domenica mattina, all’inizio del nuovo anno,
sdraiato su un abete,
mentre cantavo per lenire il mio dolore,
componendo questa canzone,
pensavo a colei che amo
proprio in questo tempo dell’inverno.

Qui dobbiamo lavorare tutti i sei giorni della settimana,
anche a Capodanno e i giorni di festa,
anche se fa vento, anche quando cadono pioggia e neve
e lo stesso in ogni tempo.
La miseria è il nostro salario
proprio in questo tempo dell’inverno.

Raffica di Febbraio ’17 n.2 ovvero ascolti random

febbraio 16, 2017 Lascia un commento

by WM

1El Matador Alegre, “Dreamland” (2017)

Beh, slowcore per slowcore, mi piacerebbe chiamarlo pop, il pop “di una volta, che t’ascoltavi le canzoni, e queste ti scivolavano ma non andavano via, lunghi giri e ti restavano come patrimonio genetico. Apprezzabile il nuovo disco dei El Matador Alegre, nome spagnolo, testi in inglese, sound molto curato e accattivante, una manciata di belle canzoni (pop, per carità, pop). Mi piacerebbe sapere chi sono, scaricare i testi, ma il web è parco di informazioni: speriamo ci dia qualche dritta la Cabezon Records.

Da ascoltare soprattutto i morbidi arpeggi di “Let me disappear” e l’accattivante “For my demons”.

imagesAchiote, “Loneliness of Endless Days” (2017)

Riceviamo tonnellate di link metal, a pacchi, quindi per smaltire stavolta mi sostituisco al sommo Doom (lode alla sua onniscienza) e pesco i finnici Achiote, che già dal titolo meritano ed hanno come missione farsi ascoltare, di non essere scorbutici, di provare a velare la magia del metal con amplissime dosi di melodia e chitarre afabili e vagamente decadenti. Godibili e romantici anche per chi non è molto addentro al genere e cerca emozione e intrattenimento, come me che ascoltando “Alpha Nexus” mi pareva di ritornare quel bambino che ascoltava i Marillion.

Operazione nostalgia, molto anni ’90, disco ben suonato, ma peccato che questi facciano gigs solo nei pressi del Circolo Polare Artico.

https://www.facebook.com/achioteband/

La Restaurazione, “Il trattamento speciale” (video, 2016)

Molto Csi, un serio tentativo di coniugare cose difficilissime da far coincidere e convivere, le chitarre rock, la tensione, il messaggio, lo spirito post-punk, la stessa polisillabicità dell’Italiano. Non invidio chi affronta questo labirinto di sfide, ma La Restaurazione ci prova con energia e vigore ritmico. Bravi.

Il violinista che sognava il Diavolo

febbraio 14, 2017 Lascia un commento

by WM

8_il-virtuosismo-nellarte-musicale-del-xviii-secolo-giuseppe-tartini

Una sera Tartini sogna, e si sogna il Diavolo.

Sogna messer Diavolone, le Pauvre Satàn che gli fa da domestico e a cui ha l’ardire di mettere il suo violino in mano: sì, perché Tartini è un signor violinista, fra i migliori del mondi, di tutti i tempi, forse un gradino sotto Paganini, ma chissà… le classifiche del genio hanno ben poco senso, quindi evitiamo, o un articolo semiserio diventa una stupidaggine come i clickbaiting del Corriere punto it (i migliori dieci sederi femminili nella storia del Cinema).

trillo

Ma torniamo a Giovanni Tartini e al satanasso nel soggiorno, che si avvicina sospettoso al violino, lo fiuta come il cane da tartufo sui colli la domenica, magari gli dà pure una gran leccata per vedere se sia un Guarnieri del Gesù o uno Stradivari (vabbè, un po’ di ucronia, consentitemela), e poi pizzica le corde a due a due, sol re la mi, mette la pece all’archetto e sbuffa zolfo.

E suona.

Suona la melodia più acuta e bassa, ultrasonica, veloce nei passaggi, blues nel sentimento, con diteggiature che avrebbero richiesto a Paganini di deformarsi le dita in pose diaboliche e disortopediche, il tutto mentre Tartini piange, fino alla nota acuta del finale, ma visto che, come dcevamo, è tutto un sogno, accade anche qui che ci si svegli con l’amaro in bocca e l’alienazione nelle pantofole.

tartini2Giovanni si tuffa al suo violino, quello vero, e archetta come un matto, senza riscaldamento e senza pece alcuna, per fermare quelle note, e si mette a piangere per davvero perché quelle note del Trillo suonato dal Diavolo gli sfuggono dalla sua memoria a forma di scolapasta. Allora si ferma, riflette, rinuncia.

Poi si siede, riflette ancora, e poi si mette a scrivere un pezzo che non vorrà mai pubblicare, rimarrà postumo quasi venisse dall’altro mondo, con un titolo spurio, “Il Trillo del Diavolo” affibbiatogli dagli allievi a cui Tartini aveva confidato qualcosa.

Non era uno stinco di santo: superbo e focoso da giovane, fu poi maturo maestro, ma nella selva dell’inconscio conservava l’antico titanismo del maestro d’armi e di spada che era stato, diviso fra duelli di spade, archetto e amori contrastati. Per tanti anni nelle notti più oscure, testimoni lo hanno visto suonare, ombra fra le ombre, in una chiesa di Padova, inseguendo il sogno di un suono perfetto, mentre intorno aleggiava un vago afrore di zolfo.