Blog della rivista Out, musica e arte visiva dal 1998 ;)

RadioOut: Sotterranei 15

Indie a chi? Sotterranei! I migliori del sottobosco italico presentati da Claudia e Francesco per una nuova puntata piena di musica e in pieno stile Out, qualsiasi cosa significhi.
Sostenete gli artisti!

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I Maisie

Maisie – Maledette rockstar

Horses without makeup – Dust Rat

Bobby Soul and the Blind Bonobos – Osho si è fermato ad Uscio

The Newlanders – Follow us down

Nick Proteus – Murohama Beach

Mardi Gras – Shoes

 

RadioOut: Gommalacca 11 – Nuovo Nuovo Mondo

by WM

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The Dead South

Il folk non è morto? Forse scavando ne troveremo radici ancora non disseccate. Bravi musicisti e belle canzoni ce ne sono, ma c’è da chiedersi se il post-folk sia musica di popolo o ripescaggio romantico di suoni del passato. Per scoprirlo, guardiamo al Nuovo Mondo, all’America, dove tante tradizioni uploadate lì hanno attecchito e mostrano segni di una vivacità sempre sorprendente. Press play!

The Dead South – In Hell I’ll Be In Good Company
Mumford and Sons, Edward Sharpe, The Old Crow Medicine Show –
This Train Is Bound For Glory
Hillbilly Gypsies, “West Virginia is my home”
Cajun Country Revival – You Won’t Be Satisfied
AA.VV. – Man of Constant Sorrow (Live)
Oscar Isaac –  Hang Me, Oh Hang Me

CLICCA SULL’IMMAGINE PER ASCOLTARE GOMMALACCA 11

Rrröööaaarrr: Sacrifice

by DOOM

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I Sacrifice sono una band di thrash metal canadese, formatosi a Toronto nel 1983 su iniziativa dei chitarristi Rob Urbinati e Joe Rico. Nel 1984 registrano la prima demo che permette alla band di suonare come pedana agli Herrenvolk band di glam metal. Nel 1985 incidono ‘The Exorcism’, la seconda demo, dopodiché suonano come spalla agli Exodus durante il loro tour nordamericano. Sempre nel 1985 esce il debut album ‘Torment In Fire’, stampato da ben quattro etichette discografiche: Fringe Product/Diabolical Force per il Canada, Metal Blade Records per gli Stati Uniti e dalla Roadrunner Records per l’ Europa. Torment In Fire ha una produzione sporchissima, bastardissima e impastatissima. Il combo canadese poggia il proprio sound sulla classica raffica rapidissima di riff serrati e vocals urlate, a metà tra urli tipicamente thrash e roche performances death metal. Gli stop’n’go e le accelerazioni improvvise spingono a mille l’acceleratore: impossibile non restare rapiti dalla tempesta di riff tritatutto, ultraveloci e ripetuti incessantemente. Da puro delirio. La tecnica non è certo superlativa, è arrangiata con una produzione tutt’altro che fine ma per i thrashers vecchio stampo che amano il sound ottantiano non potranno non godere. Nel 1987 registrano ‘Forward to Termination’. Forward to Termination è invece un platter ben confezionato, lontano dalla rozza ignoranza del predecessore, che convoglia in una manciata di minuti un sound più maturo e curato, e all’interno del quale non si avvertono cadute di tono, indice di indubbia maturità. È infatti difficile non lasciarsi coinvolgere dalle aggressive sfuriate ritmiche e dalla voce roca di Rob Urbinati, che alterna un cantato ruvido ad urlati rabbiosi che si accordano perfettamente con i riffs sparati a raffiche dalle chitarre, caustici assoli compresi. In questo lavoro vengono abbandonate le tematiche sataniche tipiche del black metal. Nel 1990 la band incide il terzo album in studio ‘Soldiers of Misfortune’. Soldiers of Misfortune è orfano di quella potenza viscerale che aveva contraddistinto il precedente. Infatti le composizioni sono meno feroci ma più compatte e coerenti. Nel 1991 vanno tourné negli U.S.A. in compagnia di Bolt Thrower e Believer. Nel frattempo viene licenziato Gus Pynn al suo posto arriva Michael Rosenthal che partecipa alla registrazione del nuovo disco ‘Apocalypse Inside’ uscito nel 1993. Apocalypse Inside, a differenza del thrash corposo e diretto dei primi albums, presenta una architettura compositiva più complessa e articolata. Strutturata su tempi moderati e scarni che raramente raggiungono il classico stile Sacrifice. I testi sono criptici e tesi; apparentemente parlano della mente e del corpo umano ma da un punto di vista macabro. La Metal Blade, per via dello scarso riscontro di vendite, non rinnova il contratto alla band, che decide quindi di sciogliersi. Nel 2006 Urbinati viene contattato dal promoter del Day of the Equinox II Festival di Toronto che offre alla band la possibilità di suonare come headliner. Una grande opportunità che non va sprecata. Stessa proposta arriva nel 2008 dal promoter del Manitoba Metalfest di Winnipeg che invita la band a chiudere la seconda giornata del festival. Nel 2009 esce il quinto album in studio ‘The Ones I Condemn’, pubblicato dalla Cyclone Empire Records. The Ones I Condemn mette in evidenza la vecchia attitudine thrash della band, presentando delle sonorità non molto distanti dai primi lavori, se non per un cantato improntato verso lo screaming.

Lo stile adottato agli inizi dai Sacrifice si rifaceva ai contemporanei Slayer, Possessed e Dark Angel, proponendo un thrash metal incentrato sull’aggressività e sull’impatto violento.

I Sepultura, gli Entombed e i Cannibal Corpse hanno menzionato nel passato i Sacrifice come fonte di ispirazione. Vengono considerati unitamente ai conterranei Slaughter gli iniziatori della scena thrash metal canadese è compongono insieme ad Annihilator, Razor e Voivod i “Big Four” del Canada.

Insomma, se siete thrasher, avete amato alla follia – e amate tuttora – il thrash americano così come quello europeo, gli Slayer così come i Sodom, apprezzerete anche i Sacrifice. Se invece non vi piacciono, o magari non conoscete neanche le band di cui sopra fate bene a stare con le orecchie lontane!

I miei giganti: i Novanta

by WM

Caro Andrea, si stava meglio quando si stava meglio, e basta, perché il rock non serve più a nessuno se non a chi lo suona, perché i Novanta sono morti e con loro si è consumata l’ultima morte del rock.

A te che vuoi sapere dei Novanta, cosa posso dirti? Posso fare un riassuntino dei miei giganti, pieno di omissioni colpevoli (chiunque leggerà, potrà citare almeno due o tre artisti imperdibili di cui mi sono dimenticato), ma che rappresenta il quadro di quello che ascoltavo fra radio a mezzanotte e cassette copiate al volo, pochi i cd e niente youtube.

Devi sapere che i Novanta sono morti giusto il tempo di finire: il loro re si era sparato in testa già nel 1994 (un ragazzo biondo che vedrai suonare la chitarra poco più sotto), perché la carica di libertà e disperazione che emanavano quegli anni era un po’ troppo per lui che non voleva fare la star; un principe, Billy Corgan, uno dei pochi che si è sbarazzato di quegli anni, disse che non se la sentiva di combattere contro tutte le Britney del mondo. Chi era Britney? L’inizio della Fine e della musicademmerda (R) che ti delizia dalle radio tutti i giorni; ma non divaghiamo, ché non è caso di fare pubblicità al Male, che ha già un ottimo ufficio stampa.

Li metto qui alla rinfusa, non creo un canone, né faccio classifiche. Fa’ come me: ascoltali senza etichette (tipo post-punk, grunge, garage etc…) e quelli che ti incuriosiscono valli a cercare, leggine i nomi, se mastichi inglese cerca i testi. Chissà che i Novanta non ti dicano qualcosa più di Calcutta e fighetti-indie attuali.

Cominciamo:

Quelli incazzati, quando sono incazzati. Il genio di Zach de la Rocha e dei Rage Against the Machine, live con “Bullet in the Head”:

Quelli incazzati quando intravedevano uno sprazzo di luce; Smashing Pumpkins, “Tonight”.

Qui i R.E.M. erano a Catania, in assoluto stato di grazia. Io saltavo sotto il palco per uno dei momenti più belli della mia vita. “What’s the Frequency, Kenneth?”

Qui gli Offspring vendicavano tutti i friendzonati zerbini con l’energia di “Self-esteem”: c’avevo pure la maglietta, anzi, ce l’ho ancora.

Qui i più famosi, forse i più grandi, riprendevano una canzone del grande David Bowie, migliorandola se possibile. Poco dopo Kurt morì. Nirvana, “The Man Who Sold the World”.

Gli anni Novanta furono belli anche per questi tre incredibili cazzoni, qui prima che diventassero peggio di quelli che criticavano. Green Day in “Basket Case”.

Gli inglesi facevano i bulletti dall’altra parte dell’oceano; ora tutti li disprezzano, ma gira e volta io li ascolto come un tempo. Oasis, “Some might say”.

Stesso discorso per i Blur, su cui ho sentito le peggiori critiche, ma pezzoni come “The Universal” con un video che pare fatto da Kubrick quando ne escono più? Il testo fa a pezzi il cuore.

Quando un autore ti dice parla del suo umore nero e della nera profondità della sua mente e non si ammazza che pensi? Beh, fai spallucce. Poi quando si ammazza l’altroieri, ci resti nammerda. Faccio penitenza, ricordandolo con le sue splendide note. Chris Cornell e i Soundgarden in “Fell on Black Days”.

Almeno uno è rimasto vivo. Il loro concerto mi deluse, ma anche io stavo uscendo dai Novanta con loro. Pearl Jam, “Alive”.

Qui mi fermo, perché in fondo è un diario sentimentale di tempi che non hai vissuto, e magari ti fermerai al primo video, dato che ho messo quello più disturbante e meno soffice per vedere se saresti arrivato alla fine. Buon ascolto.

Il prof.

Rrröööaaarrr: Satan

by DOOM

SatanI Satan sono una band di heavy metal britannico nati a Newcastle nel 1979 su iniziativa di un gruppo di compagni di scuola, i Satan si segnalano da subito per una grande carica metallica, per una certa ricercatezza negli arrangiamenti, e per una tecnica di tutto rispetto per l’epoca. Dopo due demo ed un singolo: The First Demo, Into the Fire e Kiss of Death, nel 1983 la Neat Records marchia il loro debutto:Court In The Act. Anche se la produzione è molto piatta, l’Lp riesce comunque a trasmettere tutte le qualità possedute dalla band, ed il loro heavy metal a tinte forti, mediato da arrangiamenti che trovo assolutamente notevoli in relazione all’anno di uscita del vinile, fece dondolare ossessivamente più di una criniera. Il lavoro della sezione ritmica è precisa; le due asce macinano riff taglienti e soli spesso più che godibili, e su tutto si staglia la voce di un personaggio come Brian Ross, il quale pur mostrando qualche incertezza sulla tenuta di alcuni acuti regala qui una delle prestazioni che più mi rimane nella memoria in relazione a quel periodo storico-musicale.

Il discreto successo dell’album consente alla band di esibirsi in una serie di concerti europei. Al termine del tour, la band affronta la prima battuta d’arresto a causa del nome fuorviante, che non permise alla band di raggiungere la stessa popolarità di altre bands. I testi delle loro canzoni, infatti, non avevano niente a che fare con l’occulto o il satanismo, bensì trattavano varie tematiche come: l’ingiustizia, la guerra e diritti dei nativi americani; il loro nome indusse però alcuni critici ad inquadrarli in un’ottica sfalsata e ciò spinse la band a cambiare nome optando per il più innocuo Blind Fury. Con il nuovo nome pubblicano nel 1985 Out of Reach per Roadrunner Records. Lo stile musicale si sposta verso sonorità meno pesanti. I cambiamenti non sortiscono l’effetto sperato, lasciando spiazzati i fans e non giovando alla band che poco dopo riprese a chiamarsi Satan. Con un nuovo cantante, la band pubblica l’EP Into the Future (1986) per la Steamhammer Records . Nel 1987 sempre l’etichetta tedesca da alle stampe il nuovo Suspended Sentence. In questo lavoro le sonorità tornano ad appesantirsi e che, rispetto all’esordio, presenta delle ritmiche di stampo thrash metal. Però, ancora una volta, la band decide di cambiare nome assumendo quello di Pariah. Con la stessa formazione e la stessa etichetta di Into the Future e Suspended Sentence, i Pariah pubblicano The Kindred e Blaze of Obscurity. Con questi due dischi di Power/Thrash ottengono un buon successo commerciale che fino a quel momento non era mai stato raggiunto come Satan. A causa di problemi con la casa discografica l’attività subisce un’interruzione. Per la pubblicazione di Unity (Aartee Music) si deve quindi attendere fino al 1997. Due anni dopo questa uscita il gruppo si scioglie definitivamente. Nel 2003 viene annunciata la partecipazione dei Satan al Keep It True Festival e al Wacken Open Air, esibendosi con la stessa formazione del primo album.

Nel 2011 si sono definitivamente riformati. Con un nuovo contratto in tasca la band pubblica Life Sentence nel 2013 e Atom by Atom nel 2015 (entrambi su Listenable Records). Due album made in Satan fino al midollo.

Della loro storia travagliata e per certi versi surreale, sono certamente edotti gli appassionati più attempati e comunque tutti quelli che seguono più assiduamente il settore, mentre per i più giovani sarebbe necessario uno studio più approfondito per evitare di liquidare la band frettolosamente come qualcosa di troppo superato per essere preso in considerazione, perché i Satan sono stati semplicemente seminali e le loro influenze sullo speed, ma più ancora sul thrash degli albori sono enormi.

Crazy Diamonds: Death in June, “Fall Apart” (1989)

by WM

Passare dall’esaminare le cose a non vedere più le cose, passare dall’Ente (dagli Enti) all’Essere, Scrivere con le Maiuscole.

Mi pare che scrivere con le Maiuscole sia appannaggio della post adolescenza, di quando se non sei comunista, sei senza cuore, e della mezza età, di quando se lo sei ancora, sei senza cervello; quindi, se sei artista, cerchi nuovi mondi dove espandersi verso nuove vette di percezione, ti incammini verso sistemi di riferimento assoluti, perché in valori esoterici e indimostrabili si può provare indubbia consolazione, perché si intravedono pezze di appoggio per una sorta di guado verso l’Assoluto. E le Maiuscole, che non guastano.

Ai Death in June e a Douglas P. va ascritto un merito, come anche al Lindo Ferretti qui tempo fa massacrato, cioè che questa loro ricerca è strutturale e non episodica, non dettata dal fatto che sul tram ti dicano “Signore, le cedo il posto?”. Una ricerca che li porta verso derive “pericolose” e alla fascinazione verso il Male (aridagli con le maiuscole!), senza alcuna ironia, ma anche senza cedimenti, incapaci di dialogare con il presente e di venire a patti con una modernità condita di soffice tecnocrazia. Tutto ciò porta anche a scrivere belle canzoni che titillano qualcosa, che inducono e forgiano al Qualcosa, ma un qualcosa che nessuno sa, magari nemmeno loro.

Senza ironia, con totale senso di tradimento tradurremo quindi “Fall Apart” dei Death in June (se non sapete chi siano, prendetevi una mezz’oretta per documentarvi).

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Death in June, “Fall Apart”

E se mi sveglio dai miei Sogni,
ricadrò nei Pascoli celesti?
risveglierò l’Oscurità? Daremo fuoco alla Terra?

E se mi sveglio dai miei Sogni,
scopriremo forse il Vuoto?
Romperemo il Silenzio che fermerà i nostri cuori?

E se mi sveglio dai miei Sogni,
grideremo insieme per gli echi ululanti
e daremo di nuovo vita alla Notte?

(Rit. X 2) Ma perché tu mi dici
che crolleremo disgregandoci?

Mi risveglierò dai miei Sogni
per la gloria del Nulla
per l’incrinarsi del Sole
per l’insinuarsi delle Menzogne?

E se io mi allontano dai miei Sogni
e ai miei Oranti è imposto il silenzio
amare significherà perdere
perdere significherà morire.

(Rit. X 4) Ma perché tu mi dici
che crolleremo disgregandoci?

Scheletri nell’armadio: WarrenG, “Prince Igor” (1999)

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Ammettetelo: aprendo i polverosi armadi della memoria, ognuno di noi ha qualcosa che lo fa arrossire, che gli fa rimpiangere la felice minchioneria dei propri anni meno grigi. Mandateci i vostri pezzi e confessate (l’email è sempre quella, laposta.out@gmail.com, con oggetto SCHELETRO NELL’ARMADIO).

by WM

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1998, gli anni d’oro già passati, ma la videomusic prosperava ancora nel Belpaese coi “bacibaci di Lucia Schillaci” e i Soerba a deliziarci insieme a tante one hit wonders, da Natalie Imbruglia a Carlotta: un calderone del disimpegno la Videomusic, che rimpiangiamo come le Girelle di una volta o il Blob Algida.

In questo minestrone, indigesto agli alfieri della musica impegnata, che continuavano ad ascoltare Stockhausen nelle loro camerette senza mai accendere la TV, spunta un rapper che si lancia in una impresa quanto meno folle: collegare America e Russia, hip hop dei ghetti e la musica di Alexander Borodin, un polpettone storico in forma d’opera quale il Principe Igor’ e le Danze Polovesiane in esso contenute.

Grazie a Youtube, memoria storica del genio umano, ma anche di schifezze inenarrabili, riesco dopo anni di pace a risvegliare l’antico trauma di una delle vette di buon cattivo gusto musicale mai esperita dal mini-me che guardava VideoMusic.

Eppure Warren G non aveva un cattivo curriculum: fratellastro del Dr Dre, aveva collaborato con calibri quali Snoop Dogg (quello prima della cura) e il compianto Tupac Shakur (sempre prima della cura), lanciandosi fra gli astri dell’hip hop statunitense. Tuttavia, il 1999 incombe anche sui regaz del ghetto; la “Mama Rossiya”, in mano al debole Yeltsin, pare territorio da colonizzare e campionare, cannibalizzare alla ricerca di suoni esotici e insoliti. In “Prince Igor” si fa affiancare dal soprano norvegese Sissel Kyrkjebø e sforna un frullato indigesto di dissing contro colleghi (i cattivi niggaz che vendono milioni di dischi ma non valgono un soldo) con un arrangiamento che in confronto gli Enigma sono Mozart (ve li ricordate gli Enigma?, saranno un prossimo scheletroda rispolverare) e un ritornello in russo ripetuto per un minuto e venti senza alcun collegamento al flow del rapper (una sorta di “Va’ pensiero”, un ricordo delle terre natie da parte di un coro degli schiavi nell’opera borodiniana).

Il video si rivela anche peggio, con il buon Warren, accompagnato da ballerine callipigie (o macropigie) e un gruppo di hacker del ghetto, che penetra dentro una blindatissima base spaziale con le guardie che dormono, per ascoltare la principessa della Luna, Sissel, truccata come uno dei Rockets ma coi capelli, mentre le bgirl mischiano danza hiphop con la classica, non riuscendo né in una, né nell’altra. Un brano di musica diversamente bella, che ha dato vita a più imitazioni della Settimana Enigmistica (vi basterà googlare Улетай на крыльях ветра e vi si spalancherà davanti un mondo). Ve ne proponiamo solo un paio, promesso.

Sissel Kyrkjebø with Jens Wendelboe Orchestra

La prima è una autocover della cover, Sissel che si accompagna a un orchestra e un chitarrista che si crede Jimi Hendrix, mentre canta con fare ammiccante e sensuale “Vola via sulle ali del vento, verso le terre natie”. Roba che manco all’Eurofestival.

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Eugenia Sotnikova : “Улетай на крыльях ветра”

La seconda è uno dei tanti cloni para-triphop ldelle danze polovesiane, che coverizzano e integrano: base di soffice elettronica dance su canto di soprano, incollata sulla scena di un discreto fantasy russo del 2015 “On Drakon”.

Che dire? Premete festosamente il play e tuffatevi nel 1999. Videomusic. Baci Baci!