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Retrogames (3): Insert Coin

febbraio 17, 2019 Lascia un commento

by WM

Commodore-Datassette

quante madonne…

Chi possedeva un Commodore stava assiso alla sua scrivania come Kirk sulla Enterprise, possessore delle periferiche, signore dell’azimuth del datassette e in paziente attesa che i dati venissero caricati nel fido C64 o nell’Amiga, lunghi minuti, lunghi i pensieri: solo più tardi sarebbero arrivate le turbo cartridge e i floppy disk. Il commodoriano si configurava come uomo sul trono, in attesa, intento a sfogliare riviste di settore e a meditare su ottima musica. In sala giochi, in fondo, si stava in piedi, ma in fondo ci si stava solo il tempo che finissero i magri gettoni.

Restaurare e ripristinare il gioco antico si scontra non certo con la difficoltà tecnica di emulazione del codice informatico, ma nel ripristino di una situazione esistenziale che comporta l’attesa, l’abbassamento del bioritmo e la felicità.

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Zzap! era qualcosa a metà fra la Bibbia, l’Amore della mia Vita e un giornale di partito

Il gioco era indissolubile dalle riviste di listati come Paper Soft, le colorate copertine di ZZAP!, gli articoli tecnici di Commodore Gazette, come fosse condimento ludico di un percorso intellettuale e spirituale di scoperta. Ognuna delle illuminazioni sarebbe stata poi sottoposta agli altri nerd, divulgata nelle rubriche della posta, sulle prime BBS. La Playstation odierna, invece, è lontana parente delle prime console che creavano gente da salotto, sprofondata nel sofà e ignorante di informatica, un altro mondo, un altro sentimento; il salto dalla scrivania del sapere al salotto dell’ignoranza è stata la prova più dura per il gamer tradizionale, che non ha mai abbandonato il computer, ora diventato pc o mac, come porto sicuro della sua scrittura, della costruzione del suo immaginario e della propria visione del mondo, poiché non ha mai traslocato il proprio cervello sul divano.

La soluzione più logica per ripristinare il sogno sarebbe ritirare le vecchie macchine dalle soffitte o comprarle di nuovo, ma a meno di non avere un proprio garage alla Steve Jobs, lo spazio manca, lo studiolo non basta, la cameretta dell’adolescente ce l’ha, perlappunto, l’adolescente, non tu. La soluzione (filo)logica è da scartare.

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Conviene quindi addestrare il moderno pc o il mac e convincerlo che ha 8 o i 16 bit. La cosa non si presenta nemmeno troppo difficile, dato che c’è ottimo software in giro, perlopiù free. Il MAME di Nicola Salmoria mi permetterà di emulare i giochi del bar con una pulizia e precisione incredibile; il C64 ha programmi come Frodo e Vice che vi faranno sorridere con il loro allegro “Ready” e “Press Play on Tape”, mentre Amiga gli ottimi UAE (a gratisse) e Amiga Forever di Cloanto. Per le altre macchine, basta un colpo di motore di ricerca e vi si spalancherà un mondo. Se siete pigri su Mac c’è OpenEmu che funge da asso pigliatutto, dato che emula macchine culto come il Vertrex (cioè… il Vertrex!).

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t’amo, t’ho amato e sempre ti amerò

Tuttavia, non è facile trovare i giochi: Nintendo e compagnia cantante stanno facendo la guerra a chi distribuisce vecchi giochi in forma di “ROM” distribuibili; molti siti sono stati oscurati o castrati, come Emuparadise, per questioni di copyright ma anche perché è insorta la moda delle piccole macchine mini classic, dove giocare i vecchi giochi sulla TV. Fine della pacchia delle ROM gratis: per procurarsele bisognerà addentrarsi nei meandri della pirateria e del peer-to-peer.

Un’ultima opzione è comprarsi una console di retrogames tra le decine disponibili e sperare si riaccenda il sentimento. Io ho scelto questa (il Mamecube).

Qualunque sia la via che abbiate per un ritorno al futuro, percorretela fino in fondo e non ve ne pentirete, perché tornare al sogno non può che colorare in meglio i nostri giorni. Abolite l’ansia ipercinetica, correte come lieti cavalieri in mutande.

Parte la musichetta. Insert coin. Press 1 player start.
Ciao, son felice di nuovo almeno per un po’.

 

Recensione: Massimo Volume, “Il Nuotatore” (2019)

febbraio 17, 2019 Lascia un commento

di Claudia Amantini

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A distanza di sei anni da Aspettando i barbari, esce la nuova “fatica” dei Massimo Volume. In un panorama come quello italiano, seminato da Sanremo e Talk Show musicali, ritrovare chi, a proprio modo, ha segnato la storia di una certa musica “indipendente” fa solo che piacere.
(c) Simone Cargnoni JUMP CUT-M19A1436Molti gruppi o filoni si sono autoreferenziati in quella che era la seconda metà anni ’90 e poi… sparizione, ri-cicli o meteore. I Massimo Volume, fedeli a loro stessi, al loro input, al loro “essere diversi”, ci sono ancora. E lo fanno tornando all’osso, al nucleo storico (Egle Sommacal, Emidio Clementi e Vittoria Burattini), musica minimale (basso, batteria e chitarre senza ausilio di elettronica, sintetizzatori o tastiere) e quel cantato-parlato che è il loro “timbro” di fabbrica.
Il Nuotatore come parabola per rimanere a galla, nonostante tutto. Un concept-album ricco di personaggi e storie, un po’ come la copertina… una spiaggia affollata ricca di solitudini. Un racconto che passa attraverso nove tracce, mischiando passato e futuro, post-rock, letteratura, introspezioni, inquietudini e timori. Vuoti esistenziali in cui l’album sguazza… e allora alla mente mi torna un libro dello stesso Clementi: “Gara di Resistenza”. Racconti di vita vissuta, Bukowski nel cuore, quotidiano amaro e frasi lapidarie.

https://www.facebook.com/massimovolumeofficial/

Out segnala: Ascolti di Febbraio ’19

febbraio 11, 2019 Lascia un commento

by WM

og“One Guitar”. La musica dei Mardi Gras a sostegno della ricerca sul Parkinson. La Light of Day Foundation da anni sostiene la lotta al morbo di Parkinson grazie al potere “benefico” della musica. Anche i romani Mardi Gras hanno deciso di partecipare a questa insolita raccolta fondi con una cover di un brano di Wille Nile, cult rocker americano da sempre legato alla Light of Day Foundation.
“One Guitar” è da oggi disponibile su tutti gli stores digitali e il ricavato dalle vendite andrà tutto in beneficienza.
Un video diretto da Marco Gallo con le video grafiche di Marco Castellani fa da corredo al brano.

https://www.youtube.com/watch?v=13D2shiXjv8

In questo stesso periodo, una carovana di musicisti americani è in attesa della WInterfest che si terrà nel New Jersey a Gennaio. Generalmente Bruce Springsteeninterviene in questa ultima tappa in quanto direttamente coinvolto nell’iniziativa. Lo stesso nome della fondazione prende spunto da una sua canzone.
Da più di dieci anni attivi sulla scena romana e internazionale i Mardi Gras in passato hanno già legato la loro musica ad Amnesty International, la “Drop the Debt Campaign”, e altre associazioni realizzando tre dischi con un ampia visione internazionale che li ha anche portati sui palchi irlandesi e negli studi di Abbey Road per terminare il loro terzo album. Neil Young ha scelto due dei loro brani per la sua speciale classifica “Songs of the times” dove il rocker canadese sceglieva le canzoni di protesta e di pace. I singoli “Shoes” e “Tried” li hanno visti protagonisti nel 2018 facendo da apripista a questo terzo singolo.
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L’anno che verrà”: un augurio per il nuovo anno con Dalla e con Arau

Dopo l’uscita del cortometraggio “Un’altra musica”, in cui il cantautore Arau ha incarnato uno dei tanti artisti che negli anni, con la speranza di trovare ascoltatori per la propria musica, si sono ritrovati a ripercorrere le strade già percorse dai loro miti del passato (e che potete rivedere tramite questo link: https://youtu.be/gVkTWbT-sP0) esce oggi ufficialmente il singolo “L’anno che verrà”, eseguito dal vivo nel cortometraggio.

Il brano non è una semplice cover ma è la personale rivisitazione che il musicista sardo ha fatto del capolavoro di Lucio Dalla in compagnia della sua fedele chitarra Slide Weissenborn da ginocchia, ormai marchio di fabbrica della musica di Arau. Trovate il singolo qui:
Spotify: https://open.spotify.com/track/3ZWDanXR4k02OR3sdwAE9C

iTunes: http://itunes.apple.com/album/id1446800082?ls=1&app=itunes

Deezer: http://www.deezer.com/album/81914322

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27751804_1604932222915677_4745704694139117615_n“17 Encores” segue il precedente lavoro di Daniele Bogon (pubblicato esclusivamente in formato digitale e con il nome Alley), arricchendo le 10 tracce contenute in “17” con altri 5 brani. Attraverso un panorama immaginario fatto di luci tenui e penombre, dove si alternano momenti sospesi di totale astrazione nell’Assoluto ad attimi più evocativi di ispirazione cinematografica, la colonna sonora intima e personalissima che si sviluppa nelle prime 10 tracce di quest’album accompagna l’ascoltatore nel suo viaggio interiore, diretto verso il centro del proprio universo privato e nascosto. Gli ambienti sonori che si creano nascono dalla fusione di note di pianoforte, archi e sintetizzatori in equilibrio con elementi di field recording e lavoro in studio. “Encores”, la seconda parte del disco, presenta cinque nuove tracce di matrice più elettronica e sperimentale, tra le quali sono presenti due reworks; il primo, “Batman is Bruce Wayne” si tratta della versione proposta nei live set audio/video del brano già contenuto in “17”; il secondo “Airport” invece vede la partecipazione di Push Against New Fakes che ha scomposto il brano ricostruendolo in una nuova forma del tutto originale.

La front cover e il design di “17 Encores” e del singolo “Batman is Bruce Wayne” sono ideati e realizzati da Valeria Salvo.

https://www.facebook.com/danielebogon

Biografia:

Daniele Bogon nasce a Padova il 17 Dicembre 1982. Intraprende gli studi musicali sin dall’infanzia studiando pianoforte, chitarra classica e infine basso elettrico. Dopo aver maturato diverse esperienze con i musicisti della scena padovana, fonda nel 2010 la band post-rock The White Mega Giant, con cui registra 2 album in studio: “Antimacchina” (2012) e “TWMG” (2014) e cura l’aspetto visual della band occupandosi di teaser e video. I tour che seguono la pubblicazione dei due dischi portano Daniele a suonare nei locali e festival di maggior rilievo della scena underground italiana con qualche partecipazione all’estero. Sospeso il progetto The White Mega Giant nel 2016, Daniele intraprende il proprio percorso solista, dedicandosi alla scrittura di nuovi brani, composti utilizzando principalmente sintetizzatori e pianoforte, mantenendo la matrice strumentale delle proprie composizioni. Nel 2018 esce “17”, primo album solista firmato sotto moniker Alley e pubblicato da New Model Label/Niafunken.

Recensione: Cranchi, “L’impresa della Salamandra” (2018)

febbraio 10, 2019 Lascia un commento

by WM

Cranchi - cover - 2018 - 1440La ricerca del facile effetto emotivo è quello che a volte mi allontana dai cantautori; la loro giusta consapevolezza di essere non più vati della patria e la necessità di raccontare il privato, spesso li catapulta in arrangiamenti eccessivi alla ricerca del rock, al compiacimento indie vendibile a Sanremo (i vari Brunori, Motta, Brondi, troppo impegnati a pettinarsi i capelli per scrivere cose memorabili) alla narrazione di come sia terribile essere trentenni (oggesù…).
Ma non me la prendo con loro se l’intellettuale prova a riposizionarsi in un contesto che lo espelle e non lo ascolta, perché i poeti esistono anche quando la poesia non esiste più e le parole chiamano, invitano la penna a scrivere, il canto a elevarsi anche in anni in cui ben pochi leggono e gli ascolti sono distratti. Ognuno fa quel che può e sa.

Poi l’imprevisto: ascolto un disco curato, che bada alla scrittura, all’espressione, che tiene un tono medio che ti invita all’esplorazione di un Nord per me lontano e poco comprensibile, fatto di brume, fiumi e grande Storia che ti attraversa e ti segna; il percorso all’approssimazione del pop dei Cranchi mi ha ricordato l’ascolto infantile di Venditti, quando viaggiavo per le strade di Roma, quando invece Roma l’avevo solo vista in cartolina o poco più, o nella nebbiosa Milano di Vecchioni, e non mi rendevo conto di non essere né romano, né milanese, perché divenivo semplicemente le parole del poeta, il suo punto di vista.
E ora tocca alla malinconica Mantova di Cranchi (ma sarà così? Almeno Milano e Roma le ho toccate con mano) troppo liscia e piena di acque e guerre che suscitano ricordi per essere vere (ma saranno vere sia le pianure che i fiumi, anche se di fiumi e pianure non ne ho e la Storia qui l’han fatta gli altri), in un tessuto elettroacustico di suoni ben arrangiati (anche questo fonte di meraviglia: devo assicurarmi più volte che non sia un disco anni ‘70, quando di arrangiatori mostruosi ne sfornavamo tanti perché i cantautori avevano tante etichette tra cui scegliere, tanto pubblico da raggiungere).

“L’impresa della Salamandra” mi lascia senza difese, lo devo approvare per quello che è, uno dei pochi dischi che mi fa star zitto ad ascoltare. Ascoltate anche voi.

Dal comunicato della New Model Label: Massimiliano Cranchi è un cantautore mantovano, classe ’82. Insieme all’amico, autore e chitarrista Marco Degli Esposti nel 2010 inizia ad arrangiare e suonare dal vivo canzoni originali di sua composizione. Cranchi dal vivo è accompagnato da Marco Degli Esposti (Chitarra elettrica), Simone Castaldelli (Basso elettrico), Luca Zerbinati (Tastiere), Alessandro Gelli (Violino), Fausto Negrelli (Batteria).

www.soundcloud.com/cranchi-band

www.youtube.com/user/TheCRANCHIBAND

www.facebook.com/cranchiband

Retrogames (2) ovverosia il cavaliere in mutande

by WM

Parleremo presto di come emulare i vecchi giochi, ma ancora le idee da riordinare sono molte.

Dicevamo. Esci la mattina e affronti 12 ore un mondo crudele con più maschere di un fumetto di Stan Lee (una prece), faticoso; rientri e magari pensi di fare come quando accendevi il Commodore e ridevi per il cavaliere in mutande e il merluzzo 007. Ora accendo la Playstation e i giochi, brevi e costosissimi, sono in ordine: compulsivi, luminosi, angoscianti e assai peggio del mondo fuori dal portone. Al posto del sogno trovo l’angoscia, al posto dei morticini pixellosi e sgargianti mostri bavosi e tridimensionali. Tutto molto bello.

Dopo lunga riflessione, sorge chiara l’idea, la decisione.

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vabbè, ma io volevo l’Intellivision

La carriera di gamer finisce qui: dal Pong di Atari fino a qui è stato un matrimonio che pareva indissolubile, che nutriva l’immaginario di simboli divertenti, per de-vertere, uscire dalla via tracciata dalla vita e crearne di alternative e sognanti. Non che si smetta di giocare, ma di seguire il flusso, perché prima il gioco era bisogno, bisogno di vita necessario, mentre adesso si configura come desiderio del nuovo a tutti i costi. E la frase “a tutti i costi” non mi appartiene: vadano a spennare qualcun altro. Non guarderò più in avanti, e questo si chiama senilità. Magari è una fase transitoria, e poi mi butterò con entusiasmo nel futuro quando, chessò, inventeranno i videogiochi telepatici o che mi faranno parlare col cane e col gatto (sto dando delle idee, quindi Microsoft non si scordi di mandare il compenso fermo posta in banconote di piccolo taglio e non segnate).

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manca una foto mutandata, sorry

Per rigiocare i vecchi giochi dovrei ricomprare macchine vecchie e intasare i miei poveri spazi di cui dicevo; devo sopprimere l’ansia del filologo e accontentarmi di soluzioni moderne che fingano l’antico. Ma prima di ogni cosa, prima di risolvere i problemi tecnici, bisogna fare i conti con la rozzezza dell’antico: quanti di voi hanno rivisto di recente una puntata di Goldrake, sedendosi pieni di trepidante attesa, per poi accorgersi che le storie erano poca cosa e le animazioni pure peggio? Il “sense of wonder” del quindicenne va scavato e riportato alla luce con la delicatezza dell’archeologo che dissotterra il vaso etrusco, tanto prezioso quanto fragile, e non è facile emozionarsi dopo tanti e prolungati esercizi di cinismo quotidiano e attese al semaforo. Innanzitutto va recuperato il sentimento, l’emozione del “get ready player one”, “insert coin”, bling, tin, o del joystick in porta 2 del C64. Non siamo ai tempi di Bim Bum Bam, il cuore rinsecchito va fatto battere di nuovo.

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ah no eccoliiii, i boxer a pallini rossi 😀

Ogni vertebrato che abbia superato gli -anta avrà i suoi esercizi zen, il training autogeno adatto, perché ogni testa è tribunale e non esiste un cavatappi universale per il grigiore (dei miei antidoti generici ho già parlato un paio di post fa). L’istinto mi ha portato a focalizzare un lampo, una sola cosa che squarcia le nuvole. Un cavaliere in mutande.

superfrogQuanto mi parve stupido che un prode, armato di acciaio, si dovesse misurare con buffi zombie e antipatici draghetti per recuperare la sua bella, ma ancor di più mi fece sogghignare l’assoluta serietà dello stesso che, colpito dalle pallottole nemiche, perdeva decoro finendo in brache di tela a gettar dardi, ma senza perdere un briciolo della suo eroico ardore. A Ghosts’n’Goblins ero e sono scarsissimo, e forse solo con dei cheats ero arrivato al secondo livello, ma solo sul Commodore e mai in sala giochi. Eppure rigiocherei mille volte il gioco del mutandato senza mai angosce, riconoscendolo come mio fratello in armi, mai domo, sempre allegramente zompettante.

Questo ancora accende un qualcosa e mi salva, mi stimola il senso di una maraviglia senza confini, senza prezzo. E spero che ognuno àncori gemme simili ai suoi pensieri e ne tragga sempre forza.

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C’era pure l’Oman! Ma esiste o è tipo il Molise?

Il retrogame non conosce paura del futuro, perché lo ingloba in un presente eterno che è storia immanente ciclica; non è sfida perché è divertimento, non un e-sport; di fronte all’arido vero, apre finestre di fantasia e sogno: un giorno sei prode cavaliero, un giorno supermario o superfrog (che io preferivo), e se ti va di ballonzolare in mezzo a un campetto, puoi farlo mentre impari la geografia con Microprose Soccer.

E mi ritrovo di nuovo a sorridere.

Dedico l’articolo ai ragazzi della 2C, 2F e 1B del Liceo Archimede di Messina per le riflessioni, gli spunti e le risate in un’oretta di supplenza passata a parlare di Videogiochi.

Recensione: Il DUbbio, “Evoluzione” (2018)

by WM

ildubbio-evoluzione28front29Se dico che è un disco inquietante, non se la prenda l’artista, perché l’inquietudine non è un qualcosa di negativo da condividere, o lo diviene solo se si è in cerca di facile consolazione. Il disco de Il DUbbio, al secolo Nico Lotti, che si avvale della partecipazioni di artisti con cui collabora ormai da anni, quali Gianfranco “Mode-G” Chieppa (alle voci e alle percussioni) e Fabio Lotti (alle chitarre). Il tessuto delle composizioni è fondamentalmente elettronica minimale con testi che alternano un registro medio a delle rasoiate liriche, una sorta di poetica del crepuscolo del desiderio. C’è sotto il Battiato più straniato e stranienta, i New Order senza la fretta e con più introspezione meditativa.

ildubbio-foto2Il tessuto pop di suoni artificiali è condito di spoken word che fanno sembrare le canzoni dei monologhi interiori disvelati, scarni e malinconicamente dolenti con degli scarti di rabbia covata sotto la cenere (“Vecchio cinema”, la traccia migliore, e la ben riuscita “Asta”): il tono medio nasconde sentimenti e pensieri, il suono quasi alla Kraftwerk (“Radici”) e analogico esalta l’inquietudine.

A volte il vocoder si fa pesante e l’autotune flirta con la Trap in una dance sbilenca e disturbante (“Little personal J.”) e forse il nuovo entra con troppa forza in un orecchio troppo aduso all’antico, poiché elettronica analogica e arrotondamenti tonali non si fondono il giusto.

Ci Hanno cullati, ci hanno allietato, per pugnalarci di struggimento.

Dubbio, punti interrogativi: li preferiamo alle pallide certezze. W Il DUbbio.

Link: https://www.facebook.com/IlDUbbioMusic/

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Sotteranei 19

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Cla e Fra, coadiuvati dalla ridente Rox tirano fuori tanto rock che più punk non si può, dimenticandosi le playlist sul comodino e mandando in tilt pure WhatsApp. Ascoltiamoci un po’ di splendido sottobosco italico e festeggiamo il ritorno di Rosanna!!!

Playlist

Gomma, Tamburo
Cactus, Sam Battle
Ematite, Burn Kali Burn
Oneman Pier -Troppe views
The Lizards’ Invasion – Incredible
Incomodo, Smalto

 

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