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Gommalacca 16 – Il Raï

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Quando la musica popolare diventa pop, non tutto è perduto. Nella vicina Algeria ce l’hanno fatta. Vi raccontiamo in musica la storia di uno dei generi più sorprendenti degli ultimi anni, il Raï.

Cheb Khaled – La Camel
Cheb Khaled – Shab El Baroud
Cheb Zahouani – Gaada Gaada
Cheb Mami – Rohal Ibayda
Faudel & Mohammed Assaf – Rani

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Sotterranei 16 – Che afa che fa!

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Imperterriti il Fra e la Cla si lanciano nel sottobosco dei Sotterranei italici alla ricerca di un po’ di rock e ci trovano pure il pop, gli organi a canne e il funky-hiphop… non vi resta che ascoltare la nuova puntata di Sotterranei, Ottava Stagione, n. 16!

Playlist

Carlot-ta – Sparrow
Punk Freud – Disturbo Vegano dell’alimentazione
Ties – End of July
Moskow club – Blu
Splitheads – Way Out
Funkapò – Isola Felice

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RadioOut – ultime dal podcast

 

Gommalacca 12 – Mama Rossiya

Guardiamo ad Est e si apre un mondo nuovo e antico insieme. La Musica della Russia osservata telescopicamente “sub specie Tubi” riserva splendide sorprese! Francesco vi porta in una dimensione acustica nuova: tra una partita e l’altra dei Mondiali, press play!

Questa la playlist:

Ансамбль “Белое злато”
Ansambl’ “Beloye zlato” (Enseble “Oro bianco”)
(Казаченька молода) “Kazachen’ka moloda”, la giovane cosacca

Кубанский казачий хор – Когда мы были на войне
Kubanskij Kazacij Hor – Kogda Mi Bili Voine

Отава Ё – Про Ивана
Otava Yo, Pro Ivana

Alexander Paperny ( balalaika), Satoshi Oba (guitar),
Mardjandja (Gypsy song)

Trio Mandili – Erti nakhvit

Ансамбль “Белое злато”
Ansambl’ “Beloye zlato” S/T

Categorie:Musica, RadioOut Tag:, ,

Raffica di Giugno ’18 ovvero gettare semi

by WM

Bushi (omonimo, 2018) + MinimAnimalist, “W.O.K.” (2018)

39243Cioè, prima parli di morte del rock e poi fai come se niente fosse? Premi play e ti ascolti i dischi nuovi, abbandonando i tuoi buoni propositi di darti all’ippica? Il qui presente deve fare i conti con la coscienza e con la carta che canta.

L’altro lobo del cervello risponde che forse siamo in una fase seminale, in cui il mainstream semina strame, mentre nel sottobosco ci sono i lupi indomiti, che magari comprano la prima chitarra rivendendo i crediti del bonus-renzi e poi provano in cantina fino a che non vanno a tempo. Questo spiegherebbe perché i nuovi gruppi, più o meno tutti stoner o shoegazer, che mi capita di ascoltare siano molto (spesso moltissimo) preparati tecnicamente, vadano a tempo, curino gli stacchi e il lavoro di squadra, non costruendo bridge a caso, ma riff potenti per dimostrare di essere animali da palco, rocker. E sia i Bushi che i MinimAnimalist ci riescono. Bravi, bene, bis.

MinimAnimalist, “W.O.K.”Il risultato è il trovarmi di fronte a due dischi ben suonati, impeccabili e politi con panno fino e grezzo fino a un risultato estremamente lucido ed efficace. Ma mirare all’efficacia e alla precisione del beat ha alcune conseguenze. Parliamone.

Innanzitutto si mortifica un po’ il songwriting, che risulta a volte scontato e piatto, creando pezzi troppo omogenei tra loro, quasi indistinguibili anche nelle soluzioni tecniche, come l’uso dei tempi dispari, per dare più brio al posto del solito 4/4, o uno sporadico tempo di marcia in 2/4 per lavorare in teoria sul pathos, che non può emergere se tutto è tirato al massimo (seconda conseguenza delle scelte a monte). Terzo problema, il cantato: troppi filtri, troppa pulizia di toni. Perché? Maschera voci troppo educate? Beh, magari pretendo troppo, ma il rock merita un po’ di rauca rozzezza.

Per fortuna, emergono piccoli gioielli grezzi (“Typhoons” per i Bushi, “Wok” per Minianimalist) che fanno ben sperare per il futuro.

https://www.facebook.com/minimanimalist/

https://www.facebook.com/BushiOfficial/

Carlot-ta, “Murmure” (2018)

Murmure_CoverQui il problema è casomai il contrario. Le scelte tecniche, stilistiche ed esecutive rendono “Murmure” un disco che non si può facilmente confondere con altri. Era dai tempi degli Incredible String Band che non sentivo vibrare uno strumento a canne in un contesto pop, quindi figuratevi la mia faccia quando parte la deliziosa “Virgin of the Noise” ed il disco prosegue su sentieri acustici che acuiscono il senso di dramma, trasmettono silenzi, il piano e il forte.

Carlot-ta pare possedere un istinto compositivo che rifiuta i canoni e il già visto, cercando di espandere il proprio mondo sonoro ed emotivo servendosi di istinto e curiosità: ricorda, mutatis mutandis, altri tempi e altri luoghi in cui i mezzi erano al servizio della musica e non viceversa, in cui si tentava, a volte si provocava. E si scrivevano delle belle canzoni.

imagesUna Johanna Newsom dell’organo a canne? No. L’arpista americana piega uno strumento antico a esiti freak senza particolare originalità, per dare una patina retro ad un pop sterile e passatista. Carlot-ta esplora quasi il drum’n’bass, coniuga acustica ed elettronica senza perdersi in fronzoli ed estetiche inutilmente passatiste, scrivendo belle canzoni da ascoltare.

Approvo e sottoscrivo: è un nomen, un’autrice da tenere sott’occhio.

https://www.facebook.com/carlottrattinota/?ref=br_rs

 

The Splitheads. “New era may be obsessive” (2018)

Cover albumPackaging essenziale e suono che pare in presa diretta; senza fronzoli gli Splitheads, che si contraddistinguono per una concezione “severa” del rock, come l’arcaismo ieratico di certe statue greche preclassiche, ma non sembra un tributo di indulgente nostalgia, perché guardano avanti, cogliendo una lampante verità: la nuova era potrebbe rivelarsi ossessiva: i Tempi Moderni hanno molto impoverito il range delle emozioni del rock, il qale, morto il grunge, o si è ridotto a sterile filologia o all’esplorazione di sentimenti di nicchia, liminari di un orizzonte nuovo e ancora sconosciuto, e che a volte fa paura.. Il suono del disco degli Splitheads si incupisce , si contorce in canzoni graffianti, con l’idea che i rock arranca in una forma di sonnambulismo che comunque è almeno un procedere avanti a occhi chiusi verso un orizzonte non definito, ma desiderato (“Everyone plays is own game”). Il punk, lo stoner, il bisogno di rock’n’roll si mescolano in modo vario, spesso ironico, ancora più spesso divertito e divertente (“You and Me”).

https://www.facebook.com/Thesplitheads/

The Newlanders, “Uno” (2018)

cover-_uno_Il rock dei Newlanders ha fatto riaffiorare un sentimento ancestrale, risvegliando qualche lampadina. Ma prima andiamo con una doverosa analessi: nel film “The Wrestler” con un magistrale Mickey Rourke ormai bolso e gravato dagli anni, il regista Arofnowsky lo fa sbottare all’improvviso: “Noi ci volevamo solo divertire, ma poi è arrivato quel Cobain e ha rovinato tutto” (vado a memoria e forse ho espunto qualche vaffa qui e là).

Chi allora amava Bon Jovi, Lenny e i Motorheads e compagnia bella poco e male ha sopportato la svolta nichilista ed esistenzialista del grunge di Seattle. Il rock un tempo, anche se tendiamo a dimenticarcelo, aveva anche una funzione ludica, di divertimento disimpegnato, di pura gioia godereccia, perché un vinile sul piatto o una musicassetta con la tua bella in auto facevano sognare.

Ascoltando l’album dei The Newlanders mi si sono accese una serie di lampadine in testa sugli anni ‘80 che neanche due stagioni di Stranger Things… cose ovvie magari, ma che il loro disco focalizza in modo impeccabile: fun, fun, fun e air guitar! Come pezzi segnaliamo “Ruin” o “Big Spiders”, bordati di utile nostalgia, ma il nostro preferito resta “Follow us down”, che abbiamo ospitato anche nell’ultima puntata di Sotterranei.

Un disco che ha un suo perché, divertente e divertito. Un altro seme gettato, speriamo non nella polvere.

https://www.facebook.com/thenewlanders/

 

Rrröööaaarrr: Infernäl Mäjesty

by DOOM

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Gli Infernäl Mäjesty sono una band di Thrash/Death metal canadese. Nata 1986 a Toronto con il nome Lord Satans Deciples (LSD) poi Overlord. In seguito con la nuova formazione composta dai chitarristi Kenny Hallman e Steve Terror, dal bassista Psycopath, dal batterista Rick Nemes e dal cantante Chris Bailey, prende il nome di Infernäl Presence successivamente modificato in Infernäl Mäjesty. Dopo aver registrato la demo ‘Infernal Majesty’ (1986) vengono scritturati dalla olandese Roadrunner Records con cui realizzano nel 1987, l’album di debutto ‘None Shall Defy’. Il disco suona proprio come nelle intenzioni della band: grezzo e violento, che nasconde però strutture e soluzioni più complesse, pur senza sfociare in terreni techno thrash, dai quali restano ad anni luce di distanza. Gli Infernäl Mäjesty mostrano di avere quel qualcosa in più per emergere dalla massa, grazie soprattutto ad un sound personale, ad un’attitudine violenta e a soluzioni, musicali, ma soprattutto vocali, tuttora ritenute come un punto di riferimento fondamentale per il movimento death nato negli anni immediatamente successivi. Al contrario di molte altre thrash bands dell’epoca gli Infernäl Mäjesty mostrarono, di sapere picchiare con cattiveria, ma di essere anche in grado di maneggiare dignitosamente i propri strumenti, specialmente per quanto riguarda la sezione ritmica. Ma qualcosa non gira per il verso giusto: nonostante consensi entusiastici di stampa e fans, la Roadrunner non rinnova il contratto alla band. Gli IM non si perdono d’animo è immediatamente registrano una nuova demo di due pezzi ‘Nigresent Dissolution’. Nel frattempo il cantante Vince (Donald Kuntz) prende il posto di Chris Bailey, che partecipa alla realizzazione della terza demo ‘Creation of Chaos’. Però Vince viene subito allontanato a causa dei suoi atteggiamenti violenti che non erano visti di buon occhio dalle etichette discografiche con cui la band sperava, grazie alle demo, di ottenere un nuovo contratto.
A distanza di undici anni dall’esordio discografico esce ‘Unholier Than Thou’ (1998) edito dalla Hypnotic Records. Questo lavoro mette in evidenza l’approccio spietato e senza compromessi del gruppo canadese, con una serie di brani violenti che alternano mid-tempo a veloci sfuriate dal piglio, questa volta, orientato più verso death metal rispetto all’esordio. Solo 2004, dopo vari cambi di line-up, esce ‘One Who Points to Death’ per i tipi della Black Lotus Records. Purtroppo devo subito dire che a mio parere la band canadese non è riuscita nemmeno con questo nuovo disco a raggiungere i picchi dell’esordio “None Shall Defy”, album di culto per tutti gli amanti di quello che negli anni ’80 veniva definito Thrash/Death, ma bisogna anche ammettere che questo nuovo lavoro ha comunque delle buone carte da giocare. Riff violentissimo, velocissimo e rallentamenti spaccaossa. Sfortunatamente la band non riesce a mantenere un livello qualitativo costante, e tutto il disco è caratterizzato da alti e bassi. Ad agosto del medesimo anno Chris Bailey lascia di nuovo la band e viene successivamente sostituito da Brian Langley. Nel 2007 esce Demon God, un EP a tiratura limitata, contenente una nuova versione del brano S.O.S., originariamente inserito sul disco d’esordio, inciso con la partecipazione di George Fisher e Rob Barrett dei Cannibal Corpse. Nel 2017, dopo tredici anni da One Who Points to Death, esce ‘No God’ per la High Roller Records. “No God” è straordinariamente pazzesco, riesce a trasudare dai suoi pori tre decenni di esperienza e cattiveria sonora e nello stesso momento a suonare fresco e moderno grazie ad una produzione cristallina e curata nei minimi dettagli. In fin dei conti gli Infernäl Mäjesty fanno parte di quelle bands diventate ‘culto’ anche con pochi album all’attivo.

In conclusione: restano ancora oggi una band fondamentale per la scena thrash più estrema.

Rrröööaaarrr: Slaughter

by DOOM

33531737_10205069479414133_2621962927300673536_nGli Slaughter, sono una band canadese di Death/Thrash metal formatosi a Toronto (Ontario).

Era un trio di pazzi folli che, nati nel 1984, erano talmente estremi da aver avuto per un po’ nelle proprie fila nientemeno che Chuck Schuldiner dei Death, lo testimonia l’album postumo “Fuck Of Death”, registrato nel 1986 ma uscito 20 anni dopo per la onnipresente Hells Headbangers Records. Approssimativi nella tecnica ma assolutamente distruttivi nella violenza dei propri suoni. Sotto l’egida della Fringe pubblicano nel 1987 ‘Strappado’ . Lavoro composto da una manciata di pezzi sanguinolenti e schizofrenici. Un esordio che fa seguito a quattro demo e un singolo e resterà l’unico studio album da culto di una band dall’esistenza breve ma significativa.

Chitarre sporche, riffing violento, spezzato, grezzo e martellante: la direzione stilistica sostenuta dal trio non è certamente una dimostrazione di tecnica ma un putiferio insolente di influenze thrash-black derivata dai pionieri del genere come Venom, Celtic Frost e Possessed. Il singer utilizza un vocalismo roco e aggressivo, non ancora definibile growl ma sicuramente all’estremo per l’epoca. Non sono presenti molti ‘ritornelli’, perché Hewson si limita più che altro a ‘vomitare’ la sua furia a velocità considerevole, in una sorta di sfogo furioso privo di orpelli, strofe, cadenze vocali. Come detto in precedenza, la band canadese non eccelle in tecnica, né quando preme il piede sull’acceleratore né quando si approccia in parti dalla rapidità più contenuta: riff e ritmica vengono impastati furentemente sulle sei corde, con crudezza ed ignoranza inaudita, segno sì di inesperienza ma anche di affascinante approccio sanguigno ad un genere che all’epoca puzzava ancora maledettamente di scantinato. Si zoppica non poco quando c’è da tirare in ballo la sezione solista del guitarwork, perché proprio per sopperire ad una tecnica approssimativa Hewson limita nella durata i pochi assoli, brevi e lancinanti. La ruvidezza della chitarra sarà elemento cardine di tutto il disco, dall’inizio alla fine: va inoltre aggiunto che la gamma di riff proposti non tende all’eccitazione impazzita, come nei casi di moltissime thrash metal bands dell’underground ottantiano, ma è fortemente inclinato al death. Questo non significa che Strappado sia sopratutto un album death, anzi, l’attitudine e le serrate sfuriate fast’n’furious hanno un sapore fottutamente thrash. La ritmica è asfissiante, irruenta e marcia, sospinta a velocità forsennata per quasi tutto il disco, anche se sono presenti alcune eccezioni più catacombali, nelle quali la musica si fa strascinata ed opprimente. A tratti il full length sembrerà monocorde e un po’ statico, assestato su pezzi troppo simili tra loro, anche se le atmosfere serrate e marce che lo impregnano aiutano a dargli un alone di caligine che non guasta.

Gli Slaughter sono esclusivamente questo: sporchi e bastardi aggressori, a cavallo tra death e thrash metal primordiale, con qualche similitudine di troppo e nessun elemento di particolare variazione da pezzo a pezzo, ma per gli amanti dell’underground più lercio questo non potrà essere altro che un pregio, con un’irruenza e una violenza notevoli per il tempo. Sicuramente, il disco non è un capolavoro ma potrà piacere sia agli appassionati di reliquie di thrash metal che a quelli interessati ai passi pioneristici del death metal.