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Vivere nel sottomarino

novembre 30, 2017 Lascia un commento

by WM

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Prepariamoci all’immersione!

Sapete come si vive in un sottomarino? Io no.

Oddio: film sulla Seconde Guerra Mondiale ne ho visti a iosa e ricordo lo stralunato Jack Lemmon e l’impassibile Cary Grant lanciare siluri e dividere camerette con letti a castello, camminando bassi per non beccarsi una tubatura in testa o il cannocchiale del periscopio. Erano film sognanti, i film di un allegro vincitore, che mostrava come il valore dei marines sopperisse spesso alle mancanze di una flotta già massacrata a Pearl Harbour, ma che non si arrendeva, con l’ottimismo dei sorrisi-colgate di attori che mai dimenticherò.

Tuttavia, non mi sognerei mai di dire, nemmeno per informazioni de relato, che so come si viva in un sottomarino.

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Agli ordini, comànte!

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Ecco. Il sottomarino sgangherato mi vien spesso come metafora per quel mondo che vivo dall’interno, che tutti dicono di conoscere, ma di cui solo chi sta dentro alle sue viscere conosce più o meno bene. Questo mondo resta sommerso la mattina, inghiottendo dentro le sue fauci milioni di giovani vittime, risputandole fuori il pomeriggio con le loro cartellette e i risvoltini nel freddo polare. Al suo interno, mura scrostate sostituiscono i corridoi metallici, la presidenza la cabina di comando e la portineria il periscopio: non ho ancora capito cosa siano i siluri, forse perché non ne abbiamo.

Come nei film americani, ogni tanto si rientra in porto, entrano elementi estranei (un’ispezione, nuovi membri dell’equipaggio) che si guardano intorno senza quei bei sorrisi patriottici o l’inimitabile sorriso di Cary Grant, con un velo di compatimento e ansia in volto. La voce popolare raccoglie cospicui lamenti di chi non ne può più di questa rotta inconcludente fra Genova e New York, invoca riforme e lo smantellamento di questa carcassa arrugginita; almeno nel film del “Sottomarino Rosa” si dava una sverniciata e via a combattere i giapponesi… ma qui no, i giapponesi da far estinguere stanno dentro il sottomarino.

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– Oh, ma crolla il soffitto! – Il provveditorato ha mandato i soldi solo per il corso di zumba…

Allora li prendi per fame, gli prometti gli spiccioli, gli avveleni i pozzi e metti tutti i marinai al livello dei topi che scappano prima della tempesta. E tutti applaudiranno, perché la grigia esistenza di costoro merita un’eutanasia pubblica e spietata, ci scriveranno tomi su tomi e si lamenteranno se costoro smetteranno di fare le badanti dei loro preziosi pargoli.

Ma mentre il sottomarino imbarca acqua, c’è qualcuno che almeno prova a svuotarne i corridoi coi secchi, a tappare falle con lo scotch, perché domani è un’altra giornata dove provare a creare qualcosa mentre i siluri altrui vengono intercettati dal sonar, sempre più vicini, sempre più numerosi.

E non so quando dureranno le riserve di ossigeno, ma ci piacerebbe affondare almeno con una divisa linda e fischiettando sul ponte “Amazing Grace”.

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Oh Capitano, mio Capitano

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Recensione+intervista: Giancarlo Frigieri, “La prima cosa che ti viene in mente” (2017)

novembre 22, 2017 Lascia un commento

by WM

 

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Il cantautorato barboso e barbone mi aveva da tempo allontanato da quei cantori dell’ovvio che mi avevano accompagnato come rumori di fondo della giovinezza, dai quali fuggivo a colpi di Vivaldi e progressive rock; deterioratisi i giganti, finiti nell’umido i vari Dalla, De Gregori e compagnia piacevolmente cantante, avevo riparato le orecchie dai vari Ron, Carboni, Baccini, perché erano perfetto specchio della musica di quegli anni lievi che ora i fan di Stranger Things idolatrano senza averli mai vissuti.

E non puoi prendertela con lo specchio, non ha colpa lo specchio: al limite puoi evitare di guardarci dentro, ma è sempre un po’ un perdersi qualcosa.

Dal sonno dogmatico mi hanno risvegliato i nuovi cantori del meno ovvio, quelli “nuovi”, verso i quali mi ha mosso questo senso di perdita della parola, un vuoto da riempire.

Essi ormai non hanno il sostegno delle classifiche e delle radio, non hanno le major alle spalle e vendono pochissimo, cosicché devono smazzarsi un enorme lavoro di date live per promuoversi e sfondare il muro di indifferenza di un pubblico spesso annoiato anche nei circuiti di nicchia.

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Seguo Frigieri, annusandolo da lontano, dal suo LP del 2012, che ho ascoltato moltissimo pur avendone parlato poco: non che mi manchi la chiacchiera, ma il lavoro era esaustivo, autoesplicativo, un ritratto sghembo e malinconicamente poetico del decennio che ci apprestavamo a vivere (chi volesse approfondire, QUI la recensione, ma conviene andare a recuperare direttamente il disco, e magari comprarselo: sosteniamo i musicisti).

Dopo varie tappe, arriviamo a un ottavo album, inciso tra quattro mura per ritrovare intimità con le parole (abbiamo pure gli outtakes ne “I giorni che no”, che gustiamo in due versioni dirette e suadenti); esso prosegue il percorso precedente con alcune novità evidenti: le parole, spesso giocate su un coinvolgente “tu” poetico, si fanno più velate, richiedono di essere esplorate, vogliono essere meno didascaliche e più rivelatrici (anche quando si parla quietamente d’amore, come in “Vela”, pezzo stratificato e semplice, ma non semplicistico I love you).

Meno facilità d’uso: Frigieri è, come lessi tempo fa, uno che comincia con cinque spettatori e finisce con cinquanta attenti ascoltatori: il vestito è pop, cantabile, con sporadici inserti rock (“Sei Tu”) ed etnici (“Triveneta”, con richiami all’Africa che ricordano gli scozzesi Mouth Music). I testi non si schiodano da un tono medio ed elegiaco, come nella tradizione di quelli bravi, che sono però veicolo di cortocircuiti sorprendenti, espandendosi in molte direzioni, avendo abbandonato il ritratto d’ambiente (ricordo la splendida “La Polisportiva”) e puntando all’espressione dell’io lirico, e l’io non può che parlare di sé con speranza e sottile angoscia, affidandosi dylaniamente a sei corde e un’armonica.

Tre domande tre a Giancarlo Frigieri

– Mi pare che in questo suo nuovo album i testi siano, come dire…, diversi, più intimi. Dipende da come è stato registrato? E’ un cambio di direzione o nascono come sempre dal ritratto del mondo che la circonda?

I testi sono più intimi, in linea di massima. E’ vero. E’ una scelta. Direi che, principalmente, sia accaduto che ho cercato di avere un punto di vista del mondo diverso dal solito. Anche quando ci sono delle canzoni che parlano di temi decisamente più globali, come “Triveneta” o “La prima cosa che ti viene in mente” ho scelto di utilizzare l’immedesimazione e di cantare senza giudizi, anche se poi ovviamente i giudizi un poco traspaiono. Ma ho cercato di asciugarli e di andare all’essenza delle cose.

– Cantautore? Una vecchia etichetta di cui disfarsi o una parola che conserva un senso?

Io dico sempre che sono uno che suona la chitarra e canta. Dovrei aggiungere che mi scrivo anche le canzoni. Quindi, per dirla in una parola sola, sono un cantautore. E’ un termine comodissimo, agile e versatile. Io lo uso senza vergogna, se poi qualcuno si vergogna di usare questa parola qui perché ha un’accezione negativa nel suo immaginario, il problema è tutto suo.

– C’è un disco, un libro, un film che i suoi ascoltatori dovrebbero conoscere meglio per entrare nel mondo delle sue canzoni, per capire meglio il Frigieri artista?

Un libro: “Democrazia, cosa può fare uno scrittore?” di Luca Rastello e Antonio Pascale.
Un disco: “The velvet underground & Nico”.
Un film: “Amici miei” o “Taxi Driver”. O entrambi.

Raffica di Novembre ’17, ovvero post Rocco e i suoi fratelli

by WM

Riflettevo su come mi ripugnasse ogni cosa “post” in cui mi imbattessi: post-moderno (scusa per frullare tanti generi quando non ne sai usare nemmeno uno: risultato= fine dei generi, morte del tragico e del comico), post-democrazia (come fa figo chiamare il nullismo senza alternative), post-verità (palle per gonzi). E se almeno post-rock si salvasse?

In fondo, riflettevo, il rock conservativo è al palo, roba per storici e amanti di vinili, e i suoi figli più o meno legittimi devono sopravvivere in nicchie dove, chissà, un giorno diranno qualcosa anche al popolo, se mai risorgeranno i popoli (oggi c’è solo un post-popolo, il “popolo della Rete”, dove restare per sempre dodicenni).

Ma il post-rock, riflettendoci bene, non è niente, parola che non connota nulla, non contenendo nulla, ma per fortuna ha in sé un tale ampio spazio di manovra che consente esplorazioni senza sensi di colpa, poiché ci si può permettere di deframmentare i codici e ricomporli con l’avventata gioia di un fanciullo. E volendo stare attenti alle etimologie, esso è solo quel che giunge dopo, niente di più.

I Fiori di Mandy, Radici (EP, 2016)

Pensavo proprio a loro quando scrivevo le righe poco smopra, proprio perchè il trio de I Fiori di Mandy ha sempre sbandierato (a quanto leggo altrove) una programmatica mancanza di programma, uno stuolo di influenze contraddittorie come dovrebbero essere quelle di gente che ascolta molto e incamera tutto, dai Cccp agli Afterhours. Tuttavia, non ci troviamo di fronte a mera conservazione del patrimonio del post-punk italiota o del roccume bolso di tanti anni ’90, ma al bisogno di suonare e farsi ascoltare, a costo di salire su un palco vestiti di gonne a fiori, inanellando tracce in lingua nazionali dolci e angosciose (molto bella “Afrodite”); i tre ci paiono animali da palco e ci piacerebbe vederli dal vivo per verificarlo, e per ora mi accontento di questo Ep che il mio mac sputa sempre fuori, ma l’autoradio ha accettato con gioia.

https://www.facebook.com/FioridiMandy/

Frank Sinutre, The Boy Who Believed He Could Fly (2017)

Una delle uscite più notevoli del post-qualcosa, anche se l’esistenzialismo elettronico (Credeva di Volare), il classicismo synth pop (Challenger 1986), le pulsioni elettriche e danzerecce di certi pezzi, al limite del funk ( Be all you can be) ci porta in teoria assai lontani dal contenitore in cui vorrei ficcare apposta i Frank Sinutre, ma mi sorregge la convinzione che la grammatica del post-vattelappesca non sia stata minimamente codificata, e così questi saggi e divertenti figli dei favolosi anni ’80 possono di diritto ambire a costruire una tessera di questo nuovo puzzle.

Ma non è solo sperimentazione sonora, ma anche ricerca meccanica ed elettrica, con l’invenzione e la modifica di strumenti elettronici home made, che permette un approccio intenso e carnale con le protesi sonore che propagheranno il suono, un’intimità che si avverte, si vive ad ogni traccia.

Un vero e proprio colpaccio averli tra le proprie fila per la New Model Label, segno che nel sottobosco c’è vita.

PS. sono riuscito a recensirli senza nominare una volta Air, Boards of Canada e Aphex Twin. Grazie, clap, clap.

https://www.facebook.com/FrankSinutre/

 

Autist, Controverse (2017)

Un album post-tutto, un duo francese di stanza a Berlino, in bilico fra acustica ed elettronica, con profonde pulsazioni dub e virate rumoristiche e ipnotiche, con un parlato disturbante e inquieto, il tutto a comporre un’ideale colonna sonora delle inquietudini metropolitane di cieli oscuri e palpitanti di odio e speranza. Tra punk e dark wave, gli Autist si rinchiudono in una bolla autosufficiente di suoni, di tutti i suoni esperibili, e di ritmi i 4/4.
Un’esperienza intensa, un’esplorazione di nuove strade verso la psichedelia, intesa letteralmente come ricerca dell’anima.
Amore al primo ascolto, rabbia pura.

http://www.autist.tv/

https://www.youtube.com/user/autistofficial
https://www.facebook.com/autist.official/

La musica è stanca

By WM

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Dinosauri Onesti (TM) per la musica di una volta

Rifiuto, ora e forse prima no, di ragionare secondo le categorie di bello e brutto, conscio di come siano valori storici e cangianti: in musica meno che mai.

Eppure ieri il pensiero che “la musica di oggi fa schifo” serpeggiava fra un attraversamento pedonale e una deiezione canina da raccogliere. Per la cronaca, avevo i Nirvana i cuffia e il fresco lutto per la morte di Chris Cornell ancora stampato negli occhi, morte che a leggere in giro ha fatto danni a valanga. La catastrofe della Generazione X non mi colpisce, non ne facevo parte e non sono orfano del grunge, mi mancavano le camicie di flanella e al concerto dei Pearl Jam ci sono andato a ondata ormai finita (il tour del mediocre “No Code”, sarà stato il ’96), ma la morte di un artista ci rende più poveri e impone una qualche riflessione. La riflessione, frutto di questo sublime intreccio di sentimenti e pensieri è stata: “la musica di oggi fa schifo”.

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WM feat Maccio Capatonda

Geniale, no? Non l’ha mai pensato nessuno. Datemi il premio Nobbile!

E invece no. La riflessione non è una vana invettiva al contemporaneo, va oltre il senso sveviano di senilità che spegne gli ardori di chi era nato incendiario ed è destinato a fare il pompiere. La fine storica e biografica del grunge (sento Eddie Vedder toccare ferro n.d.A.) ci impone di storicizzare e ripensare, e qualcuno ci è riuscito con buoni esiti.

Quel che un ascoltatore come me può fare non può sconfinare nella critica, non può che esplorare il teatro delle sensazioni alla ricerca degli idola, delle apparenze fallaci dei propri ricordi scombinati.

Ribadiamo il già detto: il pop nostrano ci pare in netto declino perché non è più musica popolare.

Parentesi: nemmeno la musica popolare è tale (e in tante puntate di Gommalacca mi sono sforzato di evidenziare come la folk music sia ormai music senza folk, mancando di popolo). Pubblicità progresso: ora metto le puntate in archivio così se vi volete male, ve le ascoltate.

La musica popolare intesa come pop music non esprime una visione articolata e condivisa della vita, perché né i parolieri né i musicisti sembrano figli della contemporaneità: le canzoni di oggi non raccontano le storia, la povertà, le pulsioni odierne, ma si riducono perlopiù a masticare un repertorio di frasi e concetti chiari e distinti, senza alcuna concessione ai territori inesplorati: cuore-amore e forme scintillanti, qualche vezzo di ironia postmoderna e citazionismo ammiccante (i barbari usano il passato come insieme di rovine da cui trarre elementi tra loro sconnessi e incoerenti, ma comunque che sanno di antico).

Il gioco è facile: basta che il tutto somigli al già sentito di cinque minuti prima, basta adeguarsi al talent del momento, che ora ci vuole più soul, ora più synth, ora più rock, di un rock de noantri senza sangue e ribellione.
Dipende da quel che vuole Maria. Il popolare è eterodiretto, ergo non è più voce del popolo.

Quanto ci mancano i Battisti-Mogol che riuscivano a descriverci una sfumatura, il tradimento di “Innocenti evasioni”, o anche solo “La gallina coccodè”, che pettoruta e superba assomiglia a tutte le donne del mondo. Quanto ci manca Renato Zero che canta il destino umano per grandi allegorie ne “Il Carrozzone”, oppure Branduardi e il suo stralunato violino che riempiva gli stadi.
Oggi abbiamo alcuni cantanti, musicisti, parolieri bravissimi, ma non riescono a scalfire il tempo dei talent perché troppo legati a un passato che voleva dire le cose: i Frigieri, i Solfrini, gli Spaggiari viaggiano su binari paralleli e morti perché ogni voce ha bisogno di un pubblico, ma nel chiuso di pochi club coraggiosi, quelli che non fanno suonare solo cover band e dj, non creano un humus di parole condiviso come potevano fare Dalla e Venditti, fra un Folk Studio e una piazza.
Il tessuto connettivo di una nazione sono anche le sue canzoni, un tessuto ormai sfibrato e piatto, in cui anche innestare cellule sane e vive non porta a nulla, perché impreparato ad accoglierle

Da osservatore, da ascoltatore informato, constato lo sfacelo e so che le forze storiche non si fermano con i mugugni o la buona volontà. Per ora non posso che recitare un atto di dolore, ascolto e riascolto quella musica popolare che ho snobbato all’epoca, e mi compro le raccolte dei Dik Dik e degli Alunni del Sole alzando una silente preghiera a questi antichi numi, sperando che ci salvino dalle fauci del leone di una modernità fast food che fagocita ogni cosa bella. Siamo stufi del brutto.

ps. Scusa Chris, ma di coccodrilli te ne hanno fatti troppi. Come mi facevi sognare in vita, mi hai fatto riflettere e crescere post mortem. Grazie.

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gli eroi son tutti giovani e belli

Recensione, Ginevra di Marco, “La Rubia canta la Negra” (2017)

by WM

Copertina_La Rubia canta La NegraLa voce di Ginevra di Marco mi ha accompagnato in una fase della mia vita che potrei chiamare per nome e cognome e di cui potrei contare i minuti, e dopo vent’anni lo splendore eccolo lì, anche se l’occasione di un incontro è abbastanza casuale e l’album è difficile. Un album di cover, concetto che in genere mi fa venire l’orticaria.

Ginevra vola alto nella ricerca di una maestra più grande di lei, una cantante talmente iconica da essermela persa finché Nanni Moretti non ha deciso di incastonarne una gemma in “Habemus Papam”, “Todo Cambia” della (ora lo so) grande Mercedes Sosa. Mi mancano i riferimenti e mi tocca abbandonarmi allo splendido timbro di donna Ginevra, supportata da un complesso minimale e gustosissimo, che ci fa girare in passi di danza o in tenere malinconie di quelle terre laggiù d’Argentina, dove in tanti portano il mio cognome e magari Mercedes Sosa l’hanno pure ascoltata, alla faccia mia. “Te requerdo, Amanda” ti si stampa dentro come un marchio a fuoco, come solo la dolcezza di una voce perfetta può fare.

Splendida “Fuoco a Mare” , dedicatale dal poeta Marco Vichi, traccia originale e vibrante. Forse l’arrangiamento di “Todo Cambia”, con il testo italiano di Teresa De Sio, non mi ha pienamente convinto, ma per il resto ci troviamo davanti a un signor disco cantato da una gigante, mai sopra le righe, sempre pronta a tendere e accarezzare le corde dell’anima nota dopo nota.

Ok, sono innamorato.

RadioOut: Sotterranei 13

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Venghino siòri! Riprende il nostro piccolo viaggio nel labirinto indipendente (da chi? da cosa?) italiano, il sottobosco, il sotto che emerge con una manciata di band davvero buone e un oldie but goldie dei santi protettori Betty.
Claudia e Francesco ancora hanno il coraggio di condurre (ba-dum tssss) Sotterranei!

iDottori – Marte
Buckingum Palace – Cosmesi
Gran Torino – Se stesso da solo
Klaudia call – Tutto o niente
Mojuba – Astral Sand
Betty Poison – Noone Left

Clicca per Scaricare la trasmissione

 

Scisma

febbraio 21, 2017 Lascia un commento

by WM

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piccolo spazio pubblicità (cit.)

Scisma è una parola che mi ha sempre affascinato, sia per il senso di taglio chirurgico e cesareo per nettezza e inevitabilità, sia per il senso di liberazione che sopraggiunge quando ti levi di dosso un peso morto. C’è voluto uno scisma per convincermi a pensare alla politica, e c’è stato bisogno di un trauma per farmi risvegliare da quel 2011 dove ormai era chiaro che non eravamo un paese normale, ma anche peggiore di quello che nei miei sogni peggiori potevo fingermi; non mi stupisce, né mi turba, quindi, se quelli là hanno distrutto tutto e ora tirano pure lo sciacquone. Quelli là sono il Pd.

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ma pd!

Chi non ricorda la caduta del governo di B. ? Chi non ricorda ricatto dei mercati, lo spread e la promessa di un default argentino se non ci fossimo piegati alla politica dell’austerità? Servi dei servi siamo stati (servi dei servi ribadisco) e nemmeno la fine di Silvio, verso cui non sono stato mai tenero, mi parve giusta: un Cesare pugnalato.

Da quel momento una sinistra “blairiana” ci ha governato coi metodi e coi programmi della destra, insegnandoci il disimpegno e la spregiudicata libertà di chi ama passare col rosso ed evadere le tasse, ma con allegria.. E guai a protestare, o si era passatisti, nostalgici del tempo che fu e mai più sarà: è calato il silenzio, sopravvivevamo alla fine dei nostri sogni, alla rovina della banale idea di un paese normale.

E come potevamo noi cantare col piede straniero sopra il cuore, tra i morti abbandonati nelle piazze?

E ora?

Ora i compagnucci della parrocchietta del Partito Disastrato lasciano il chierichetto del loro leader scout e col babbo imprenditore inquisito, insieme alla sottosegretaria tutta sorrisi e col babbo banchiere inquisito, e mi parlano di socialismo, di critica al Capitale, di popolo da riconquistare alle destre, il tutto dopo aver ricapitalizzato le banche e votato il Jobs Act, robe che neanche il Silvio dei tempi d’oro.

Ma vaffanculo.

Certo, ovvio: un cordiale vaffanculo, ma andateci.

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scritto ieri, anzi no

Perché a tradire le idee non sono stati i cattolici liberali che impongono l’abolizione dell’articolo 18, ma chi da anni spiana loro la strada, innalzando l’imprenditore a categoria sacra dello spirito e si è scordato dei diritti dei lavoratori. Chi ha ammainato la bandiera in nome di una modernità da fastfood, perché il potere faceva gola e il far politica no, perché lo chiedeva la disciplina di partito.

Che bella parola: “partito”. Non la pronuncio da quando avevo i capelli biondi.

Vent’anni di retorica anti-partitica hanno distrutto le scuole di partito, le sedi di partito, le riunioni di partito dove si formavano i quadri dirigenti, lasciando la gente a pascolare in piazza o nei mcdonald e non insegnando loro che quando qualcosa non va, bisogna unirsi, sintetizzare nuove idee e portare avanti una battaglia politica e, scusate la parolaccia, ideologica. Sissignori, ideologica: non ideuzze raccattate qui e là, ma una lucida e rigorosa visione del mondo, un sistema strutturato di progetti e idee coerenti. Ma se il paese è ormai immemore delle battaglie politiche giuste (si è fatto togliere l’articolo 18 senza quasi fiatare), quindi come potremo mai ritornare a far politica?

I sinistri del Partito Disastrato lasciano una barca che affonda, pensando di rifondare il PCI-PSI senza avere sedi, soldi, persone: se in maniera complice non parli di socialismo da un trentennio, chi potrebbe mai dare fiducia a un’idea astratta e sbandierata da dei mediocri? Dai Bersani (il liberalizzatore), dai D’Alema (il baffetto sul catamarano), dai… basta, i compagni seri son tutti morti, restano i pupazzi.

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datemi dieci euri e ve lo faccio più figo

Il PD si scinde, in quante parti non si sa; Sinistra Italiana, alternativa non ancora nata, con un tasso di emoglobina ancora ignoto e dal logo disegnato col Paint di Windows , si è già scissa verso Pisapia e verso l’autarchia autosufficiente, il M5S è primo partito, con promessa di diventare forza di governo e diverrà sempre magiormente attraente a furia di vaffa e polizze vita. La sinistra si parcellizza in atomi insignificanti, che anche se fossero quantitativamente concreti e visibili, si rifarebbero a idee non condivise, a vaghe nostalgie dei tempi che furono, utili a tirar su qualche voto ma incapaci di aggregare consenso, di stabilire un programma di azione.

13-03-storia%20del%20mondo%2007-002-bLa tradizione politica del ‘900, indegnamente rappresentata dal Partito Disastrato, era stata fondata da quel piccolo gigante sardo, capace di avere una visione del futuro anche quando finì in una galera umida a morir di tisi. Come Roma, era stata fondata da un Augusto; essa ora si conclude con il rumore delle forbici che scindono e con  tanti Romolo Augustolo, re piccini della decadenza che si fanno mettere in esilio e lasciano ai barbari lo scettro, incapaci non solo di pensare alla grandezza della Roma che fu, ma anche di guardarsi in faccia e riconoscersi.