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Retrogames (3): Insert Coin

febbraio 17, 2019 Lascia un commento

by WM

Commodore-Datassette

quante madonne…

Chi possedeva un Commodore stava assiso alla sua scrivania come Kirk sulla Enterprise, possessore delle periferiche, signore dell’azimuth del datassette e in paziente attesa che i dati venissero caricati nel fido C64 o nell’Amiga, lunghi minuti, lunghi i pensieri: solo più tardi sarebbero arrivate le turbo cartridge e i floppy disk. Il commodoriano si configurava come uomo sul trono, in attesa, intento a sfogliare riviste di settore e a meditare su ottima musica. In sala giochi, in fondo, si stava in piedi, ma in fondo ci si stava solo il tempo che finissero i magri gettoni.

Restaurare e ripristinare il gioco antico si scontra non certo con la difficoltà tecnica di emulazione del codice informatico, ma nel ripristino di una situazione esistenziale che comporta l’attesa, l’abbassamento del bioritmo e la felicità.

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Zzap! era qualcosa a metà fra la Bibbia, l’Amore della mia Vita e un giornale di partito

Il gioco era indissolubile dalle riviste di listati come Paper Soft, le colorate copertine di ZZAP!, gli articoli tecnici di Commodore Gazette, come fosse condimento ludico di un percorso intellettuale e spirituale di scoperta. Ognuna delle illuminazioni sarebbe stata poi sottoposta agli altri nerd, divulgata nelle rubriche della posta, sulle prime BBS. La Playstation odierna, invece, è lontana parente delle prime console che creavano gente da salotto, sprofondata nel sofà e ignorante di informatica, un altro mondo, un altro sentimento; il salto dalla scrivania del sapere al salotto dell’ignoranza è stata la prova più dura per il gamer tradizionale, che non ha mai abbandonato il computer, ora diventato pc o mac, come porto sicuro della sua scrittura, della costruzione del suo immaginario e della propria visione del mondo, poiché non ha mai traslocato il proprio cervello sul divano.

La soluzione più logica per ripristinare il sogno sarebbe ritirare le vecchie macchine dalle soffitte o comprarle di nuovo, ma a meno di non avere un proprio garage alla Steve Jobs, lo spazio manca, lo studiolo non basta, la cameretta dell’adolescente ce l’ha, perlappunto, l’adolescente, non tu. La soluzione (filo)logica è da scartare.

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Conviene quindi addestrare il moderno pc o il mac e convincerlo che ha 8 o i 16 bit. La cosa non si presenta nemmeno troppo difficile, dato che c’è ottimo software in giro, perlopiù free. Il MAME di Nicola Salmoria mi permetterà di emulare i giochi del bar con una pulizia e precisione incredibile; il C64 ha programmi come Frodo e Vice che vi faranno sorridere con il loro allegro “Ready” e “Press Play on Tape”, mentre Amiga gli ottimi UAE (a gratisse) e Amiga Forever di Cloanto. Per le altre macchine, basta un colpo di motore di ricerca e vi si spalancherà un mondo. Se siete pigri su Mac c’è OpenEmu che funge da asso pigliatutto, dato che emula macchine culto come il Vertrex (cioè… il Vertrex!).

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t’amo, t’ho amato e sempre ti amerò

Tuttavia, non è facile trovare i giochi: Nintendo e compagnia cantante stanno facendo la guerra a chi distribuisce vecchi giochi in forma di “ROM” distribuibili; molti siti sono stati oscurati o castrati, come Emuparadise, per questioni di copyright ma anche perché è insorta la moda delle piccole macchine mini classic, dove giocare i vecchi giochi sulla TV. Fine della pacchia delle ROM gratis: per procurarsele bisognerà addentrarsi nei meandri della pirateria e del peer-to-peer.

Un’ultima opzione è comprarsi una console di retrogames tra le decine disponibili e sperare si riaccenda il sentimento. Io ho scelto questa (il Mamecube).

Qualunque sia la via che abbiate per un ritorno al futuro, percorretela fino in fondo e non ve ne pentirete, perché tornare al sogno non può che colorare in meglio i nostri giorni. Abolite l’ansia ipercinetica, correte come lieti cavalieri in mutande.

Parte la musichetta. Insert coin. Press 1 player start.
Ciao, son felice di nuovo almeno per un po’.

 

Recensione: Cranchi, “L’impresa della Salamandra” (2018)

febbraio 10, 2019 Lascia un commento

by WM

Cranchi - cover - 2018 - 1440La ricerca del facile effetto emotivo è quello che a volte mi allontana dai cantautori; la loro giusta consapevolezza di essere non più vati della patria e la necessità di raccontare il privato, spesso li catapulta in arrangiamenti eccessivi alla ricerca del rock, al compiacimento indie vendibile a Sanremo (i vari Brunori, Motta, Brondi, troppo impegnati a pettinarsi i capelli per scrivere cose memorabili) alla narrazione di come sia terribile essere trentenni (oggesù…).
Ma non me la prendo con loro se l’intellettuale prova a riposizionarsi in un contesto che lo espelle e non lo ascolta, perché i poeti esistono anche quando la poesia non esiste più e le parole chiamano, invitano la penna a scrivere, il canto a elevarsi anche in anni in cui ben pochi leggono e gli ascolti sono distratti. Ognuno fa quel che può e sa.

Poi l’imprevisto: ascolto un disco curato, che bada alla scrittura, all’espressione, che tiene un tono medio che ti invita all’esplorazione di un Nord per me lontano e poco comprensibile, fatto di brume, fiumi e grande Storia che ti attraversa e ti segna; il percorso all’approssimazione del pop dei Cranchi mi ha ricordato l’ascolto infantile di Venditti, quando viaggiavo per le strade di Roma, quando invece Roma l’avevo solo vista in cartolina o poco più, o nella nebbiosa Milano di Vecchioni, e non mi rendevo conto di non essere né romano, né milanese, perché divenivo semplicemente le parole del poeta, il suo punto di vista.
E ora tocca alla malinconica Mantova di Cranchi (ma sarà così? Almeno Milano e Roma le ho toccate con mano) troppo liscia e piena di acque e guerre che suscitano ricordi per essere vere (ma saranno vere sia le pianure che i fiumi, anche se di fiumi e pianure non ne ho e la Storia qui l’han fatta gli altri), in un tessuto elettroacustico di suoni ben arrangiati (anche questo fonte di meraviglia: devo assicurarmi più volte che non sia un disco anni ‘70, quando di arrangiatori mostruosi ne sfornavamo tanti perché i cantautori avevano tante etichette tra cui scegliere, tanto pubblico da raggiungere).

“L’impresa della Salamandra” mi lascia senza difese, lo devo approvare per quello che è, uno dei pochi dischi che mi fa star zitto ad ascoltare. Ascoltate anche voi.

Dal comunicato della New Model Label: Massimiliano Cranchi è un cantautore mantovano, classe ’82. Insieme all’amico, autore e chitarrista Marco Degli Esposti nel 2010 inizia ad arrangiare e suonare dal vivo canzoni originali di sua composizione. Cranchi dal vivo è accompagnato da Marco Degli Esposti (Chitarra elettrica), Simone Castaldelli (Basso elettrico), Luca Zerbinati (Tastiere), Alessandro Gelli (Violino), Fausto Negrelli (Batteria).

www.soundcloud.com/cranchi-band

www.youtube.com/user/TheCRANCHIBAND

www.facebook.com/cranchiband

Retrogames (2) ovverosia il cavaliere in mutande

by WM

Parleremo presto di come emulare i vecchi giochi, ma ancora le idee da riordinare sono molte.

Dicevamo. Esci la mattina e affronti 12 ore un mondo crudele con più maschere di un fumetto di Stan Lee (una prece), faticoso; rientri e magari pensi di fare come quando accendevi il Commodore e ridevi per il cavaliere in mutande e il merluzzo 007. Ora accendo la Playstation e i giochi, brevi e costosissimi, sono in ordine: compulsivi, luminosi, angoscianti e assai peggio del mondo fuori dal portone. Al posto del sogno trovo l’angoscia, al posto dei morticini pixellosi e sgargianti mostri bavosi e tridimensionali. Tutto molto bello.

Dopo lunga riflessione, sorge chiara l’idea, la decisione.

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vabbè, ma io volevo l’Intellivision

La carriera di gamer finisce qui: dal Pong di Atari fino a qui è stato un matrimonio che pareva indissolubile, che nutriva l’immaginario di simboli divertenti, per de-vertere, uscire dalla via tracciata dalla vita e crearne di alternative e sognanti. Non che si smetta di giocare, ma di seguire il flusso, perché prima il gioco era bisogno, bisogno di vita necessario, mentre adesso si configura come desiderio del nuovo a tutti i costi. E la frase “a tutti i costi” non mi appartiene: vadano a spennare qualcun altro. Non guarderò più in avanti, e questo si chiama senilità. Magari è una fase transitoria, e poi mi butterò con entusiasmo nel futuro quando, chessò, inventeranno i videogiochi telepatici o che mi faranno parlare col cane e col gatto (sto dando delle idee, quindi Microsoft non si scordi di mandare il compenso fermo posta in banconote di piccolo taglio e non segnate).

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manca una foto mutandata, sorry

Per rigiocare i vecchi giochi dovrei ricomprare macchine vecchie e intasare i miei poveri spazi di cui dicevo; devo sopprimere l’ansia del filologo e accontentarmi di soluzioni moderne che fingano l’antico. Ma prima di ogni cosa, prima di risolvere i problemi tecnici, bisogna fare i conti con la rozzezza dell’antico: quanti di voi hanno rivisto di recente una puntata di Goldrake, sedendosi pieni di trepidante attesa, per poi accorgersi che le storie erano poca cosa e le animazioni pure peggio? Il “sense of wonder” del quindicenne va scavato e riportato alla luce con la delicatezza dell’archeologo che dissotterra il vaso etrusco, tanto prezioso quanto fragile, e non è facile emozionarsi dopo tanti e prolungati esercizi di cinismo quotidiano e attese al semaforo. Innanzitutto va recuperato il sentimento, l’emozione del “get ready player one”, “insert coin”, bling, tin, o del joystick in porta 2 del C64. Non siamo ai tempi di Bim Bum Bam, il cuore rinsecchito va fatto battere di nuovo.

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ah no eccoliiii, i boxer a pallini rossi 😀

Ogni vertebrato che abbia superato gli -anta avrà i suoi esercizi zen, il training autogeno adatto, perché ogni testa è tribunale e non esiste un cavatappi universale per il grigiore (dei miei antidoti generici ho già parlato un paio di post fa). L’istinto mi ha portato a focalizzare un lampo, una sola cosa che squarcia le nuvole. Un cavaliere in mutande.

superfrogQuanto mi parve stupido che un prode, armato di acciaio, si dovesse misurare con buffi zombie e antipatici draghetti per recuperare la sua bella, ma ancor di più mi fece sogghignare l’assoluta serietà dello stesso che, colpito dalle pallottole nemiche, perdeva decoro finendo in brache di tela a gettar dardi, ma senza perdere un briciolo della suo eroico ardore. A Ghosts’n’Goblins ero e sono scarsissimo, e forse solo con dei cheats ero arrivato al secondo livello, ma solo sul Commodore e mai in sala giochi. Eppure rigiocherei mille volte il gioco del mutandato senza mai angosce, riconoscendolo come mio fratello in armi, mai domo, sempre allegramente zompettante.

Questo ancora accende un qualcosa e mi salva, mi stimola il senso di una maraviglia senza confini, senza prezzo. E spero che ognuno àncori gemme simili ai suoi pensieri e ne tragga sempre forza.

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C’era pure l’Oman! Ma esiste o è tipo il Molise?

Il retrogame non conosce paura del futuro, perché lo ingloba in un presente eterno che è storia immanente ciclica; non è sfida perché è divertimento, non un e-sport; di fronte all’arido vero, apre finestre di fantasia e sogno: un giorno sei prode cavaliero, un giorno supermario o superfrog (che io preferivo), e se ti va di ballonzolare in mezzo a un campetto, puoi farlo mentre impari la geografia con Microprose Soccer.

E mi ritrovo di nuovo a sorridere.

Dedico l’articolo ai ragazzi della 2C, 2F e 1B del Liceo Archimede di Messina per le riflessioni, gli spunti e le risate in un’oretta di supplenza passata a parlare di Videogiochi.

Recensione: Il DUbbio, “Evoluzione” (2018)

by WM

ildubbio-evoluzione28front29Se dico che è un disco inquietante, non se la prenda l’artista, perché l’inquietudine non è un qualcosa di negativo da condividere, o lo diviene solo se si è in cerca di facile consolazione. Il disco de Il DUbbio, al secolo Nico Lotti, che si avvale della partecipazioni di artisti con cui collabora ormai da anni, quali Gianfranco “Mode-G” Chieppa (alle voci e alle percussioni) e Fabio Lotti (alle chitarre). Il tessuto delle composizioni è fondamentalmente elettronica minimale con testi che alternano un registro medio a delle rasoiate liriche, una sorta di poetica del crepuscolo del desiderio. C’è sotto il Battiato più straniato e stranienta, i New Order senza la fretta e con più introspezione meditativa.

ildubbio-foto2Il tessuto pop di suoni artificiali è condito di spoken word che fanno sembrare le canzoni dei monologhi interiori disvelati, scarni e malinconicamente dolenti con degli scarti di rabbia covata sotto la cenere (“Vecchio cinema”, la traccia migliore, e la ben riuscita “Asta”): il tono medio nasconde sentimenti e pensieri, il suono quasi alla Kraftwerk (“Radici”) e analogico esalta l’inquietudine.

A volte il vocoder si fa pesante e l’autotune flirta con la Trap in una dance sbilenca e disturbante (“Little personal J.”) e forse il nuovo entra con troppa forza in un orecchio troppo aduso all’antico, poiché elettronica analogica e arrotondamenti tonali non si fondono il giusto.

Ci Hanno cullati, ci hanno allietato, per pugnalarci di struggimento.

Dubbio, punti interrogativi: li preferiamo alle pallide certezze. W Il DUbbio.

Link: https://www.facebook.com/IlDUbbioMusic/

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Antidoti ovvero l’Estasi del meno peggio

by WM

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Ciao, sono il tuo super-io, e non ti libererai mai di me

Un rapporto ostinato con la realtà. Ecco cosa riserva l’imbiancamento dei capelli: epifanie inaspettate come antidoti. Non ce ne siamo resi conto, ma fatti apparentemente futili (idee, canzoni, show…) si sono agglutinati in un immaginario inattaccabile, eterno come un Pippo Baudo del super-io, che non puoi resettare nemmeno a cannonate.

Ogni antidoto è spuntato in silenzio come i funghi a Novembre, ma inaspettato (almeno i chiodini li fai al sugo e stai lì col calendario a dir loro “belli di zio, venite… su…”). Tocca contarli ad uno ad uno, un censimento necessario a scoprire il vero e il verosimile, ma anche il falso che consola, l’illusione che dà la carica, come pregare gli dèi sapendo che nessun buon Apollo ci risponderà.

Ma attenzione, perché è facile dire: “ah signora mia, io senza Shakespeare non so vivere”. Troppo facile, e a noi non piace vincere facile.

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Cratilo, Teeteto, Sofista, Politico

La cultura pop e quella delle antologie liceali hanno inciso più dei discorsi del Presidente, più della saggezza e della non sapienza di Socrate, invitandomi ad essere se non diverso, meno peggio, poiché se non mi hanno indirizzato all’elaborazione di una complessa metafisica, mi hanno perlomeno mostrato i limiti dell’umano; la risata di stomaco e lo spleen della milza mi hanno salvato dal “buongionissimo kaffèèèè” e da un grigiore dell’anima. E speriamo che Socrate non si offenda (Socrate tvb).

 

Questo testamento della coscienza dovrei dividerlo in tomi grossi come la Treccani, ma mi limiterò ad una stringatissima hit parade.

Giorgio Bracardi, “Che felicità”

Andare a zonzo come uno stronzo. Nulla è più libero e felicemente solitario della fece galleggiante, ignaro del futuro e lieve, quasi dimentico del passato. Svegliarsi dai sogni anche cattivi e cominciare a canticchiare e andare a zonzo. Nulla mi libera dal peso delle angosce come questa canzone, un singalong impossibile da dimenticare e di cui ringrazierò il Maestro per i secoli. Dimenticare pirandellianamente il nome e gioire del nulla. Che felicità!

Ettore Petrolini, “Fortunello”

Nel gioco delle parti, vi chiederanno di giustificare voi stessi. Non fatelo: è solo un tentativo subdolo di vedere a quali consorterie appartenete, se parlate così tranquilli perché avete una tessera di partito in tasca o il cugino alla Municipale.

Se aprite le finestre del cervello, fate loro prendere aria e fate vedere che non c’è nulla da nascondere, perché non c’è nulla; per quanto mi riguarda, dirò che a dirlo non son buono e al massimo mi proverò a cantar, e che nel mio canto accumulerò una serie di idiozie più vere del vero, e se non piaceranno, sorriderò stralunato perché se fossi più simpatico sarei meno antipatico e se fossi più antipatico sarei meno simpatico. (Qui la versione integrale non censurata)

Aldo Palazzeschi, “E lasciatemi divertire”

Cosa chiede oggi il mondo ai poeti? Niente. Ogni domanda è inopportuna e sulla mia tomba scriveranno “Cazzo guardi?” (la battuta è di Luttazzi: lo dico o poi mi accusa che copio). Godetevi Paolo Poli…

Giorgio Corazzini, “Desolazione del povero poeta sentimentale”

La tristezza non ha ragioni, né fini ultimi. Sono innamorato della mia tristezza come Billy Corgan che canta “Zero” e gli dèi me l’hanno data e guai a chi la tocca. Gustiamocela, come la solitudine, perché libarla ci permetterà il giorno dopo di alzarci e canticchiare per andare a zonzo galleggiando sul mare dell’assurdo. Legge Lorenzo Pieri.

Recensione: Giulio Bianco, “Di zampogne e altre partenze” (2018)

gennaio 19, 2019 1 commento

by WM

giulio bianco - di zampogne partenze e poesia (copertina)Ci sono dischi più difficili da ascoltare di altri e ci son dischi che ti pongono dilemmi che te li rendono ancora più difficili. Questo disco appartiene alla seconda specie, specie protetta da tenere in una teca, se non fosse che a mettere le cose al museo poi le cose muoiono, fossero un libro, un dinosauro, ma anche un disco, un bel disco.
L’ascolto, per me fonte di enorme piacere, della zampogna salentina di Giulio Bianco, mi mette davanti a quei dilemmi che riempiono gli interstizi di Gommalacca, il nostro podcast in cui la musica popolare fa da padrona e dove mi interrogo, spesso senza risposta, sul perché la nostra musica “root” non produca a cascata un suo pop, sul perché sia confinata in qualche festival che la mischia inutilmente con “la qualunque” (come il Taranta Power che ospita sì il Trio Mandili, ma mette pure Ornella Vanoni e l’hip hop in un inutile melange postmoderno che nulla restituisce) o nelle notti della Taranta (dove mettono Steward Copeland dei Police a suonare la batteria fuori tempo). Altrove il popolare si è fatto pop, anche nella povera Irlanda o nelle Russie, mentre da noi no, e non basta un Caparezza ogni tanto.

Il disco di Giulio Bianco mette al entro la Zampogna, e non senza rischi. Far uscire fuori della circolarità della pizzica uno strumento estremamente espressivo ma dalla scarsa estensione melodica è un azzardo che il salentino si assume con gioia e coraggio. Il suono nasale ed arcaico a volte giganteggia sostenuto dal tamburo a cornice e dalle mandole (nella potente “intro” di Tornare), e costituisce il filo rosso di tutte le composizioni di questo breve album, quasi un EP, che spaziano dal Salento ai Balcani (Trainieri), flirta col tango e la fisa (Walzer dei giocattoli dimenticati, Cirano).

Un disco potente e bello, che spero venga salutato con favore anche dai puristi, e non sarà sdegnato da chi ama fare dei propri ascolti una scoperta: entrando in questo antro dorato vi troverà le radici, belle e odorose, da cui traiamo ancora linfa.

_img0627Abbiamo posto qualche domanda a Giulio Bianco, che ringraziamo per la cortesia e il tempo perso dietro le nostre paturnie.

Out. Spesso sono i titoli a dire molto delle intenzioni del disco: quali le partenze, quale la poesia di cui parla?
Giulio Bianco. Le partenze e la poesia sono stati i principali spunti creativi dell’album, tutti i temi musicali sono stati scritti a partire da suggestioni, immagini, pensieri e riflessioni che ho cercato di tradurre in musica attraverso la zampogna, strumento dal dna migrante per eccellenza e da sempre legato al mondo delle partenze. Tornare, originariamente si chiamava Partire; il brano è nato da una riflessione sull’estrema attualità di questa parola (dal latino partire / partiri), sul fatto che fosse una delle prime parole che l’uomo avesse dovuto inventare ed il cui significato originale era “dividere”, e su quanto ogni partenza assuma un significato soggettivo e personale.
Mi piace pensare che il brano abbia in se il sapore e la soggettività del viaggio, che per me che faccio il musicista è sempre un percorso con il privilegio di Tornare.
Un altro brano legato alle partenze è sicuramente Trainieri, in cui le voci di Uccio Bandello e Uccio Aloisi, aggiungono una dimensione temporale al viaggio dei carrettieri.
Cirano e il Walzer dei Giocattoli dimenticati sono invece brani che sono stati ispirati dalla poesia.
Tutto è iniziato con una riflessione sul ruolo della poesia ai giorni nostri; viviamo velocemente, costantemente in contatto gli uni con gli altri attraverso i social, ma poi profondamente soli nella vita reale.
Mi sono chiesto: che funzione può avere oggi la poesia? Come può catturare ancora l’attenzione di un giovane che vive così superficialmente?

_img0707Qualche anno fa, prima ancora dell’inizio della nostra collaborazione, lessi un racconto di Erri de Luca, che si chiama “Il turno di notte lo fanno le stelle”.
E’ un racconto – sceneggiatura, che parla di un uomo a cui viene trapiantato il cuore. Quello che mi colpì profondamente fu la conclusione del racconto, nelle ultime righe infatti, c’era una frase che non riuscivo a collegare alla trama, sembrava messa li per caso, la frase in questione era:

«Chi ha fatto il turno di notte per impedire l’arresto del cuore del mondo? Noi, i poeti».

Successivamente, ho avuto la fortuna non solo di conoscere Erri ma di collaborarci con il Canzoniere Grecanico Salentino. In uno dei nostri spettacoli, Erri spiegò il significato di quella frase, che era di Izet Sarajlich ed era riferita agli incontri letterari da lui organizzati a lume di candela negli scantinati di una Sarajevo assediata.
Attraverso Izet ho conosciuto una poesia che aveva la funzione di “interruttore di bombe”, una poesia che nelle notti dell’assedio più lungo dell’epoca moderna, in un posto dove mancava tutto, riusciva in qualche modo non solo ad interrompere l’assedio stesso, ma anche, sotto le bombe, a riabilitare l’amore attraverso le parole; e come quella di Cirano era una poesia “da dedicare”, una poesia attraverso i cui versi si sarebbero dati voce gli innamorati di due generazioni, una poesia che riusciva a far innamorare. Questa poesia mi ha ispirato una canzone, ma non essendo bravo con i versi, ne ho scritta una di sole note.
Il Valzer dei Giocattoli dimenticati ha una storia simile a quella di Cirano, ma non ne parlerò; ho scelto di non inserire un libretto e alcun tipo di parola nel disco per non influenzare l’ascoltatore e permettergli di viaggiare soggettivamente attraverso la mia musica.

O. La zampogna nel suo disco si fonde col drum’n’bass e l’elettronica. Com’è stato quest’incontro?

G.B. Gustav Mahler scriveva: “Musica popolare non è culto delle ceneri ma custodia del fuoco” e questo concetto è parte fondamentale del mio processo di scrittura in cui vecchio e nuovo si legano indissolubilmente, creando un ibrido in cui il linguaggio della musica tradizionale è ancora evidente ed il cui suono è stato concepito e studiato per suonare “moderno”. Il disco nasce anche dall’esigenza di sperimentare nuove forme di approccio alla musica tradizionale salentina e da una riflessione su come la tecnologia abbia fortemente influenzato e cambiato il linguaggio di ogni tipo di genere musicale; gli archi classici ad esempio hanno introdotto il vibrato dopo l’invenzione dei registratori, per limitare i difetti di intonazione che sfuggivano all’orecchio quando l’ascolto era ancora unico ed irripetibile.
Il linguaggio tradizionale è da sempre legato a doppio filo agli strumenti che i musicisti avevano a disposizione in un determinato periodo storico in una determinata area, ed è naturale che questo si evolva e muti con l’arrivo di nuovi strumenti e tecnologie, i cambiamenti del tessuto sociale, la perdita di alcune funzioni.
Oggi il nuovo è rappresentato dall’elettronica, e nel mio disco quest’ultima non è che un nuovo colore da utilizzare per continuare a “custodire il fuoco”.

O. La musica popolare ha ancora un suo perché? Esiste un popolo a cui trasmettere le danze e i suoni?

G.B. La musica popolare esisterà finché esisteranno le persone, perchè rappresenta il presente, esalta le differenze e il meticcio di ogni cultura.
Negli anni, riferendomi alla musica popolare salentina, abbiamo assistito alla perdita di molte delle sue “funzioni originarie” anche perchè è cambiato il contesto socio-culturale; oggi non si canta più per scandire il tempo del lavoro, o per curare, non esistono più i carrettieri, ma ci sono alcune realtà musicali come ad esempio il Canzoniere Grecanico Salentino che cantano “del presente”, che fanno proposta e non riproposta pur rispettando il linguaggio, che “tengono acceso il fuoco”.
Nel momento in cui si sale su un palco, ovviamente non si fa più musica tradizionale nel senso più puro del termine e la funzione diventa unicamente estetica.

O. Ci dice qual’è il suo disco nello stereo e il libro sul comodino?
G.B. Ci sono diversi dischi nel mio stereo (ahimè dgitale) e diversi libri sul mio comodino. Ultimamente sto ascoltando un sacco di musica nordica ed elettronica da Olafur Arnalds, Inude a Bon Iver, ma se dovessi consigliare un artista sicuramente sceglierei Gian Maria Testa, c’è anche un po’ di lui nel mio disco. Uno dei libri più illuminanti che ho letto e che consiglio è invece “Come funziona la musica” di David Byrne.

Retrogames (1): l’insostenibile leggerezza della Play

L’articolo è pieno di livore umarellico. Nessuna mediazione, concessioni col contagocce.

by WM

Diciamocelo chiaro: il posto sugli scaffali è una cosa preziosa. I libri si accatastano e vorrebbero attenzione (Ama me! Scegli me!1!One), per non parlare di film, dischi, cassette, fumetti e graphic novel. Il gestore di scaffali deve monitorare gli spazi come il sismologo i sommovimenti tellurici delle placche e ripetersi “non ci sono troppi libri, ci sono solo pochi scaffali” come un mantra rassicurante.

Ma mettiamo poi che comincino ad accumularsi anche le confezioni di videogiochi…

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daje!

I videogiochi no, per favore. Sono enti virtuali, non devono entrare nella fisicità dell’arido vero, ma restare nella virtualità dei sogni, dove Pacman e l’omino di Dig Dug ti salutano come dèi benevoli e ti dicono che, nonostante il tracollo della storia, loro saranno lì, iconici e perfetti, pronti ad accompagnare i tuoi sogni, gli amici invisibili di quando eri solo. E invece con la Playstation in casa e i pueri ludentes, i blueray si moltiplicano e gli spazi si dividono, andando ad assediare quelli che dedicherei meglio a Stanley Kubrick o Umberto Eco. Ma perché?pac-man_classic

La risposta alla fin fine è semplicissima: i giochi postmoderni* durano poco, poiché assicurano pochissime ore di gioco (una ventina a star larghi) e quindi se ne comprano molti; e non vale il pensiero che spesso li si prenda low cost: è insopportabile (oh, metto il caps lock: INSOPPORTABILE) che roba venduta 70 euro duri quanto un ghiacciolo ad Agosto, diciamolo.

Il videogioco postmoderno* in generale è tecnicamente perfetto, scintillante e vuoto dentro come un puro medium senza messaggio, quel qualcosa che faceva lievitare i sogni, perché questo era il videogioco degli anni ‘80, una illusione che trascendeva lo schifo immanente del mondo e ti rendeva migliore, antidoto alla bruttezza, come una bella canzone o un racconto scritto da uno di quelli bravi.

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comprereste un videogame da quest’uomo? io sì…

Una volta (eh, signora mia, una volta!) il programmatore aveva macchine limitatissime su cui applicare una propria serie di intuizioni estetiche, visive e sonore, ed era come voler dipingere tutta la Cappella Sistina su un bicchiere; anche un Jeff Minter poteva bastare a se stesso e sfornare titoli deliranti e divertenti, con lama volanti e colori psichedelici; il Commodore 64 aveva a disposizione anche meno dei 64 Kilobytes dichiarati (per intenderci, un’icona del vostro smartphone è grossa 100 volte tanto) e bisognava fare le dodici fatiche di Ercole per ficcarvi dentro grafica, musica e gameplay. Ora nella Play non sai cosa metterci e devi lavorare con team degni della produzione di un episodio di Guerre Stellari: devi sostenere i costi e se non vendi, mandi alla rovina tutta la Silicon Valley, e per vendere si scelgono sempre le stesse strade, le più banali.

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e qui li vedete in un momento di insana allegria…

Scelta numero A: il gioco si è ridotto ad un film interattivo, con una sceneggiatura strutturata e pieno di scene che riempiono il dischetto, giustificano il prezzo e mi consentono di andarmi a fare un caffè e grattarmi il sedere ad libitum. Senza la storiella di contorno, la maggior parte di queste ciofeche non sarebbero che piccoli minigiochi che riesce a completare anche un bradipo ubriaco. Togliete a The last of Us il dramma del padre a cui mangiano la figlia gli zombi e ti resta in mano una beata quella lì, sì, proprio quella lì. Venditori di fumo.

Scelta numero B: Se il gioco è un film, i personaggi sono emo da far schifo, privi di quella ironia che illumina ancora i titoli del Nintendo Switch col sederone di Mario degno erede delle rotondità di Pacman. E’ come ritrovarsi in una classe di liceali stronzi dove tutti urlano e nessuno ascolta, col risultato di chiedersi ogni cinque minuti “Ma io che ci faccio qui?”: è bello uscire la mattina in un mondo atroce e incomprensibile, tornare a casa e aprire la Play per scoprire che al peggio non c’è limite. Rassicurante.

Scelta numero C: Ma il gioco in sé? Un open space dove fare missioni stronze ballonzolando qui e là (da Infamous second son a Tomb Rider, uguali da far schifo), per salvare il mondo, i fratelli o le chiappe; mai che si sorrida, ma, sudati e ricoperti di sangue, diamo nuovi significati alla parola “massacro”, riempiendolo di balletti minchioni e stereotipi da terza elementare (lo strame definitivo di Fortnite). Omologato.

E se ce n’è qualcuno che esce da questa griglia, a meno che non sia una simulazione sportiva, viene seppellito dalle pernacchie (con poche eccezioni come No Man’s Sky) o si riduce a stanca ripetizione di se stesso, come le simulazioni sportive, pur fatte a regola d’arte. E non mi dite che se han successo per milioni, han ragione i videogiochi postmoderni*: zero moltiplicato un milione sempre zero fa.

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il cavaliere che corre in mutande è una sagoma

Mutando il mondo, divenendo liquido e asettico, il videogioco si è adeguato perdendo la sua carica eversiva fonte di utopie e mitopoiesi, divenendo semplice intrattenimento seriale che fa da ulteriore segmento ad altri media, che vuole essere cinema senza mai diventarlo, jukebox di corbellerie tridimensionali che vuole imporsi come mondo e non proporsi come alterità. Tutti sono ormai gamer, se così si può chiamare anche il giocatore casuale che apre Candy Crush sul cellulare: il giocatore di Playstation è circondato dai suoi simili, raggiungibili via microfono, utilissimo per insultarsi vicendevolmente le madri, mentre l’utente C64 o Amiga era un carbonaro detentore di arcani segreti e conoscitore della sua macchina tanto da programmarla o aggiustarla alla bisogna, e sentiva il bisogno di creare comunità di simili, di imparare linguaggi ed evolversi, dato che il videogioco di allora non creava videogiocatori, ma persone che ampliavano il proprio sapere e lo condividevano; era un sapere complesso, figlio di letture e approfondimenti, che fa sì che siano i vecchietti di oggi (giovinotti di allora) a configurare a casa loro le stampanti e a risolvere i problemi informatici di cui gli schiacciatori di icone postmoderni* nemmeno immaginano le soluzioni, fosse anche riattaccare una presa di corrente.

Ma davvero bisogna rivolgersi a un videogioco datato per ritrovare emozione? Ha senso rigiocare Ghosts and Goblins per giocare e non per una sterile ricerca del tempo perduto? Per ora ci fermiamo qui, allo sguardo livoroso sul presente, ma presto ci volgeremo indietro.

(continua – 1)

(*) Ogni volta che leggerete questo aggettivo, immaginate la mia faccia con l’espressione di uno a cui il gatto ha urinato sulle scarpe.