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Raffica di Giugno ’18 ovvero gettare semi

by WM

Bushi (omonimo, 2018) + MinimAnimalist, “W.O.K.” (2018)

39243Cioè, prima parli di morte del rock e poi fai come se niente fosse? Premi play e ti ascolti i dischi nuovi, abbandonando i tuoi buoni propositi di darti all’ippica? Il qui presente deve fare i conti con la coscienza e con la carta che canta.

L’altro lobo del cervello risponde che forse siamo in una fase seminale, in cui il mainstream semina strame, mentre nel sottobosco ci sono i lupi indomiti, che magari comprano la prima chitarra rivendendo i crediti del bonus-renzi e poi provano in cantina fino a che non vanno a tempo. Questo spiegherebbe perché i nuovi gruppi, più o meno tutti stoner o shoegazer, che mi capita di ascoltare siano molto (spesso moltissimo) preparati tecnicamente, vadano a tempo, curino gli stacchi e il lavoro di squadra, non costruendo bridge a caso, ma riff potenti per dimostrare di essere animali da palco, rocker. E sia i Bushi che i MinimAnimalist ci riescono. Bravi, bene, bis.

MinimAnimalist, “W.O.K.”Il risultato è il trovarmi di fronte a due dischi ben suonati, impeccabili e politi con panno fino e grezzo fino a un risultato estremamente lucido ed efficace. Ma mirare all’efficacia e alla precisione del beat ha alcune conseguenze. Parliamone.

Innanzitutto si mortifica un po’ il songwriting, che risulta a volte scontato e piatto, creando pezzi troppo omogenei tra loro, quasi indistinguibili anche nelle soluzioni tecniche, come l’uso dei tempi dispari, per dare più brio al posto del solito 4/4, o uno sporadico tempo di marcia in 2/4 per lavorare in teoria sul pathos, che non può emergere se tutto è tirato al massimo (seconda conseguenza delle scelte a monte). Terzo problema, il cantato: troppi filtri, troppa pulizia di toni. Perché? Maschera voci troppo educate? Beh, magari pretendo troppo, ma il rock merita un po’ di rauca rozzezza.

Per fortuna, emergono piccoli gioielli grezzi (“Typhoons” per i Bushi, “Wok” per Minianimalist) che fanno ben sperare per il futuro.

https://www.facebook.com/minimanimalist/

https://www.facebook.com/BushiOfficial/

Carlot-ta, “Murmure” (2018)

Murmure_CoverQui il problema è casomai il contrario. Le scelte tecniche, stilistiche ed esecutive rendono “Murmure” un disco che non si può facilmente confondere con altri. Era dai tempi degli Incredible String Band che non sentivo vibrare uno strumento a canne in un contesto pop, quindi figuratevi la mia faccia quando parte la deliziosa “Virgin of the Noise” ed il disco prosegue su sentieri acustici che acuiscono il senso di dramma, trasmettono silenzi, il piano e il forte.

Carlot-ta pare possedere un istinto compositivo che rifiuta i canoni e il già visto, cercando di espandere il proprio mondo sonoro ed emotivo servendosi di istinto e curiosità: ricorda, mutatis mutandis, altri tempi e altri luoghi in cui i mezzi erano al servizio della musica e non viceversa, in cui si tentava, a volte si provocava. E si scrivevano delle belle canzoni.

imagesUna Johanna Newsom dell’organo a canne? No. L’arpista americana piega uno strumento antico a esiti freak senza particolare originalità, per dare una patina retro ad un pop sterile e passatista. Carlot-ta esplora quasi il drum’n’bass, coniuga acustica ed elettronica senza perdersi in fronzoli ed estetiche inutilmente passatiste, scrivendo belle canzoni da ascoltare.

Approvo e sottoscrivo: è un nomen, un’autrice da tenere sott’occhio.

https://www.facebook.com/carlottrattinota/?ref=br_rs

 

The Splitheads. “New era may be obsessive” (2018)

Cover albumPackaging essenziale e suono che pare in presa diretta; senza fronzoli gli Splitheads, che si contraddistinguono per una concezione “severa” del rock, come l’arcaismo ieratico di certe statue greche preclassiche, ma non sembra un tributo di indulgente nostalgia, perché guardano avanti, cogliendo una lampante verità: la nuova era potrebbe rivelarsi ossessiva: i Tempi Moderni hanno molto impoverito il range delle emozioni del rock, il qale, morto il grunge, o si è ridotto a sterile filologia o all’esplorazione di sentimenti di nicchia, liminari di un orizzonte nuovo e ancora sconosciuto, e che a volte fa paura.. Il suono del disco degli Splitheads si incupisce , si contorce in canzoni graffianti, con l’idea che i rock arranca in una forma di sonnambulismo che comunque è almeno un procedere avanti a occhi chiusi verso un orizzonte non definito, ma desiderato (“Everyone plays is own game”). Il punk, lo stoner, il bisogno di rock’n’roll si mescolano in modo vario, spesso ironico, ancora più spesso divertito e divertente (“You and Me”).

https://www.facebook.com/Thesplitheads/

The Newlanders, “Uno” (2018)

cover-_uno_Il rock dei Newlanders ha fatto riaffiorare un sentimento ancestrale, risvegliando qualche lampadina. Ma prima andiamo con una doverosa analessi: nel film “The Wrestler” con un magistrale Mickey Rourke ormai bolso e gravato dagli anni, il regista Arofnowsky lo fa sbottare all’improvviso: “Noi ci volevamo solo divertire, ma poi è arrivato quel Cobain e ha rovinato tutto” (vado a memoria e forse ho espunto qualche vaffa qui e là).

Chi allora amava Bon Jovi, Lenny e i Motorheads e compagnia bella poco e male ha sopportato la svolta nichilista ed esistenzialista del grunge di Seattle. Il rock un tempo, anche se tendiamo a dimenticarcelo, aveva anche una funzione ludica, di divertimento disimpegnato, di pura gioia godereccia, perché un vinile sul piatto o una musicassetta con la tua bella in auto facevano sognare.

Ascoltando l’album dei The Newlanders mi si sono accese una serie di lampadine in testa sugli anni ‘80 che neanche due stagioni di Stranger Things… cose ovvie magari, ma che il loro disco focalizza in modo impeccabile: fun, fun, fun e air guitar! Come pezzi segnaliamo “Ruin” o “Big Spiders”, bordati di utile nostalgia, ma il nostro preferito resta “Follow us down”, che abbiamo ospitato anche nell’ultima puntata di Sotterranei.

Un disco che ha un suo perché, divertente e divertito. Un altro seme gettato, speriamo non nella polvere.

https://www.facebook.com/thenewlanders/

 

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RadioOut: Sotterranei 15

Indie a chi? Sotterranei! I migliori del sottobosco italico presentati da Claudia e Francesco per una nuova puntata piena di musica e in pieno stile Out, qualsiasi cosa significhi.
Sostenete gli artisti!

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I Maisie

Maisie – Maledette rockstar

Horses without makeup – Dust Rat

Bobby Soul and the Blind Bonobos – Osho si è fermato ad Uscio

The Newlanders – Follow us down

Nick Proteus – Murohama Beach

Mardi Gras – Shoes

 

RadioOut: Gommalacca 11 – Nuovo Nuovo Mondo

by WM

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The Dead South

Il folk non è morto? Forse scavando ne troveremo radici ancora non disseccate. Bravi musicisti e belle canzoni ce ne sono, ma c’è da chiedersi se il post-folk sia musica di popolo o ripescaggio romantico di suoni del passato. Per scoprirlo, guardiamo al Nuovo Mondo, all’America, dove tante tradizioni uploadate lì hanno attecchito e mostrano segni di una vivacità sempre sorprendente. Press play!

The Dead South – In Hell I’ll Be In Good Company
Mumford and Sons, Edward Sharpe, The Old Crow Medicine Show –
This Train Is Bound For Glory
Hillbilly Gypsies, “West Virginia is my home”
Cajun Country Revival – You Won’t Be Satisfied
AA.VV. – Man of Constant Sorrow (Live)
Oscar Isaac –  Hang Me, Oh Hang Me

CLICCA SULL’IMMAGINE PER ASCOLTARE GOMMALACCA 11

I miei giganti: i Novanta

by WM

Caro Andrea, si stava meglio quando si stava meglio, e basta, perché il rock non serve più a nessuno se non a chi lo suona, perché i Novanta sono morti e con loro si è consumata l’ultima morte del rock.

A te che vuoi sapere dei Novanta, cosa posso dirti? Posso fare un riassuntino dei miei giganti, pieno di omissioni colpevoli (chiunque leggerà, potrà citare almeno due o tre artisti imperdibili di cui mi sono dimenticato), ma che rappresenta il quadro di quello che ascoltavo fra radio a mezzanotte e cassette copiate al volo, pochi i cd e niente youtube.

Devi sapere che i Novanta sono morti giusto il tempo di finire: il loro re si era sparato in testa già nel 1994 (un ragazzo biondo che vedrai suonare la chitarra poco più sotto), perché la carica di libertà e disperazione che emanavano quegli anni era un po’ troppo per lui che non voleva fare la star; un principe, Billy Corgan, uno dei pochi che si è sbarazzato di quegli anni, disse che non se la sentiva di combattere contro tutte le Britney del mondo. Chi era Britney? L’inizio della Fine e della musicademmerda (R) che ti delizia dalle radio tutti i giorni; ma non divaghiamo, ché non è caso di fare pubblicità al Male, che ha già un ottimo ufficio stampa.

Li metto qui alla rinfusa, non creo un canone, né faccio classifiche. Fa’ come me: ascoltali senza etichette (tipo post-punk, grunge, garage etc…) e quelli che ti incuriosiscono valli a cercare, leggine i nomi, se mastichi inglese cerca i testi. Chissà che i Novanta non ti dicano qualcosa più di Calcutta e fighetti-indie attuali.

Cominciamo:

Quelli incazzati, quando sono incazzati. Il genio di Zach de la Rocha e dei Rage Against the Machine, live con “Bullet in the Head”:

Quelli incazzati quando intravedevano uno sprazzo di luce; Smashing Pumpkins, “Tonight”.

Qui i R.E.M. erano a Catania, in assoluto stato di grazia. Io saltavo sotto il palco per uno dei momenti più belli della mia vita. “What’s the Frequency, Kenneth?”

Qui gli Offspring vendicavano tutti i friendzonati zerbini con l’energia di “Self-esteem”: c’avevo pure la maglietta, anzi, ce l’ho ancora.

Qui i più famosi, forse i più grandi, riprendevano una canzone del grande David Bowie, migliorandola se possibile. Poco dopo Kurt morì. Nirvana, “The Man Who Sold the World”.

Gli anni Novanta furono belli anche per questi tre incredibili cazzoni, qui prima che diventassero peggio di quelli che criticavano. Green Day in “Basket Case”.

Gli inglesi facevano i bulletti dall’altra parte dell’oceano; ora tutti li disprezzano, ma gira e volta io li ascolto come un tempo. Oasis, “Some might say”.

Stesso discorso per i Blur, su cui ho sentito le peggiori critiche, ma pezzoni come “The Universal” con un video che pare fatto da Kubrick quando ne escono più? Il testo fa a pezzi il cuore.

Quando un autore ti dice parla del suo umore nero e della nera profondità della sua mente e non si ammazza che pensi? Beh, fai spallucce. Poi quando si ammazza l’altroieri, ci resti nammerda. Faccio penitenza, ricordandolo con le sue splendide note. Chris Cornell e i Soundgarden in “Fell on Black Days”.

Almeno uno è rimasto vivo. Il loro concerto mi deluse, ma anche io stavo uscendo dai Novanta con loro. Pearl Jam, “Alive”.

Qui mi fermo, perché in fondo è un diario sentimentale di tempi che non hai vissuto, e magari ti fermerai al primo video, dato che ho messo quello più disturbante e meno soffice per vedere se saresti arrivato alla fine. Buon ascolto.

Il prof.

Crazy Diamonds: Death in June, “Fall Apart” (1989)

by WM

Passare dall’esaminare le cose a non vedere più le cose, passare dall’Ente (dagli Enti) all’Essere, Scrivere con le Maiuscole.

Mi pare che scrivere con le Maiuscole sia appannaggio della post adolescenza, di quando se non sei comunista, sei senza cuore, e della mezza età, di quando se lo sei ancora, sei senza cervello; quindi, se sei artista, cerchi nuovi mondi dove espandersi verso nuove vette di percezione, ti incammini verso sistemi di riferimento assoluti, perché in valori esoterici e indimostrabili si può provare indubbia consolazione, perché si intravedono pezze di appoggio per una sorta di guado verso l’Assoluto. E le Maiuscole, che non guastano.

Ai Death in June e a Douglas P. va ascritto un merito, come anche al Lindo Ferretti qui tempo fa massacrato, cioè che questa loro ricerca è strutturale e non episodica, non dettata dal fatto che sul tram ti dicano “Signore, le cedo il posto?”. Una ricerca che li porta verso derive “pericolose” e alla fascinazione verso il Male (aridagli con le maiuscole!), senza alcuna ironia, ma anche senza cedimenti, incapaci di dialogare con il presente e di venire a patti con una modernità condita di soffice tecnocrazia. Tutto ciò porta anche a scrivere belle canzoni che titillano qualcosa, che inducono e forgiano al Qualcosa, ma un qualcosa che nessuno sa, magari nemmeno loro.

Senza ironia, con totale senso di tradimento tradurremo quindi “Fall Apart” dei Death in June (se non sapete chi siano, prendetevi una mezz’oretta per documentarvi).

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Death in June, “Fall Apart”

E se mi sveglio dai miei Sogni,
ricadrò nei Pascoli celesti?
risveglierò l’Oscurità? Daremo fuoco alla Terra?

E se mi sveglio dai miei Sogni,
scopriremo forse il Vuoto?
Romperemo il Silenzio che fermerà i nostri cuori?

E se mi sveglio dai miei Sogni,
grideremo insieme per gli echi ululanti
e daremo di nuovo vita alla Notte?

(Rit. X 2) Ma perché tu mi dici
che crolleremo disgregandoci?

Mi risveglierò dai miei Sogni
per la gloria del Nulla
per l’incrinarsi del Sole
per l’insinuarsi delle Menzogne?

E se io mi allontano dai miei Sogni
e ai miei Oranti è imposto il silenzio
amare significherà perdere
perdere significherà morire.

(Rit. X 4) Ma perché tu mi dici
che crolleremo disgregandoci?

Scheletri nell’armadio: WarrenG, “Prince Igor” (1999)

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Ammettetelo: aprendo i polverosi armadi della memoria, ognuno di noi ha qualcosa che lo fa arrossire, che gli fa rimpiangere la felice minchioneria dei propri anni meno grigi. Mandateci i vostri pezzi e confessate (l’email è sempre quella, laposta.out@gmail.com, con oggetto SCHELETRO NELL’ARMADIO).

by WM

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1998, gli anni d’oro già passati, ma la videomusic prosperava ancora nel Belpaese coi “bacibaci di Lucia Schillaci” e i Soerba a deliziarci insieme a tante one hit wonders, da Natalie Imbruglia a Carlotta: un calderone del disimpegno la Videomusic, che rimpiangiamo come le Girelle di una volta o il Blob Algida.

In questo minestrone, indigesto agli alfieri della musica impegnata, che continuavano ad ascoltare Stockhausen nelle loro camerette senza mai accendere la TV, spunta un rapper che si lancia in una impresa quanto meno folle: collegare America e Russia, hip hop dei ghetti e la musica di Alexander Borodin, un polpettone storico in forma d’opera quale il Principe Igor’ e le Danze Polovesiane in esso contenute.

Grazie a Youtube, memoria storica del genio umano, ma anche di schifezze inenarrabili, riesco dopo anni di pace a risvegliare l’antico trauma di una delle vette di buon cattivo gusto musicale mai esperita dal mini-me che guardava VideoMusic.

Eppure Warren G non aveva un cattivo curriculum: fratellastro del Dr Dre, aveva collaborato con calibri quali Snoop Dogg (quello prima della cura) e il compianto Tupac Shakur (sempre prima della cura), lanciandosi fra gli astri dell’hip hop statunitense. Tuttavia, il 1999 incombe anche sui regaz del ghetto; la “Mama Rossiya”, in mano al debole Yeltsin, pare territorio da colonizzare e campionare, cannibalizzare alla ricerca di suoni esotici e insoliti. In “Prince Igor” si fa affiancare dal soprano norvegese Sissel Kyrkjebø e sforna un frullato indigesto di dissing contro colleghi (i cattivi niggaz che vendono milioni di dischi ma non valgono un soldo) con un arrangiamento che in confronto gli Enigma sono Mozart (ve li ricordate gli Enigma?, saranno un prossimo scheletroda rispolverare) e un ritornello in russo ripetuto per un minuto e venti senza alcun collegamento al flow del rapper (una sorta di “Va’ pensiero”, un ricordo delle terre natie da parte di un coro degli schiavi nell’opera borodiniana).

Il video si rivela anche peggio, con il buon Warren, accompagnato da ballerine callipigie (o macropigie) e un gruppo di hacker del ghetto, che penetra dentro una blindatissima base spaziale con le guardie che dormono, per ascoltare la principessa della Luna, Sissel, truccata come uno dei Rockets ma coi capelli, mentre le bgirl mischiano danza hiphop con la classica, non riuscendo né in una, né nell’altra. Un brano di musica diversamente bella, che ha dato vita a più imitazioni della Settimana Enigmistica (vi basterà googlare Улетай на крыльях ветра e vi si spalancherà davanti un mondo). Ve ne proponiamo solo un paio, promesso.

Sissel Kyrkjebø with Jens Wendelboe Orchestra

La prima è una autocover della cover, Sissel che si accompagna a un orchestra e un chitarrista che si crede Jimi Hendrix, mentre canta con fare ammiccante e sensuale “Vola via sulle ali del vento, verso le terre natie”. Roba che manco all’Eurofestival.

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Eugenia Sotnikova : “Улетай на крыльях ветра”

La seconda è uno dei tanti cloni para-triphop ldelle danze polovesiane, che coverizzano e integrano: base di soffice elettronica dance su canto di soprano, incollata sulla scena di un discreto fantasy russo del 2015 “On Drakon”.

Che dire? Premete festosamente il play e tuffatevi nel 1999. Videomusic. Baci Baci!

Il meme della discordia

by WM

Mi perdonerete l’atticismo e molte superficialità, ma il seguente post è scritto con l’urgenza di chi si vede circondato da persone in festa e cose da fare (per dire, già alla seconda parola digitata suonava il campanello del portone).

L’aition del post nasce da un meme, unica forma di umorismo moderno praticata dalle masse dopo la fine delle storielle anni ‘60/70, quelle piene di carabinieri, uomini che entrano in un caffè e Matto, Lo Prendo e Mi Butto. Il meme, come reiterazione idillica di momenti umoristici, pieni di twist e decontestualizzazioni, figli di un postmoderno che frulla cose serie e isole dei famosi, non mi ha mai particolarmente entusiasmato. Preferivo francamente il Fantasma Formaggino.

Ricevo questo meme con una domanda: è sessista?

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che noia… che barba…

A questo punto l’allerta “pericolo: discussioni sul femminismo!” va over 9000 (mi è bastata l’ultima volta che l’ho fatto sul blog) e il rischio sismico di “Sei un veteromaschilista e pure interista!” va oltre le varie scale Mercalli e Richter. Spoiler della risposta: no, non è una vignetta sessista, ma è degna comunque di analisi sine ira et studio.

– La situazione è quella iconica di Casa Vianello: lei “che noia che barba”, lui immerso in considerazioni che esulano dal contesto.

– Il meccanismo comico consiste nello scarto fra i meditabondi cogitata dei protagonisti.

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“Ma il libro perduto della Poetica di Aristotele lo troveremo mai?”

– La ragazza non esprime, come sospettato dalla mia amica, pensieri frivoli in opposizione ai pensieri culturalmente elaborati del compagno, né fa la figura della gallina di fronte all’aquila; la ragazza è inserita in un contesto di, direbbe Sterne, “discorsi da letto”, in cui la noia del momento si traduce nel ritirarsi ognuno nel proprio io e pensare. La ragazza, quindi, elabora alcune veloci riflessioni adeguate al contesto e alla situazione (mancanza di dialogo e di desiderio), mentre l’uomo si sofferma su un luogo comune degli studi virgiliani abbastanza abusato e neanche tanto interessante.

– Lo scarto fra un personaggio, che vive il contesto, e l’altro, che va invece in tutt’altra direzione, determina l’ “avvertimento del contrario”, il comico.

A chi è rivolto il meme? A un fruitore con studi liceali o filologici, una presa in giro (postmoderna e a me poco gradita) del professorame e di una cultura letteraria avvertita come desueta e poco utile, gradita solo a gente strana e che con la realtà non ha alcun contatto, almeno secondo l’autore del meme. Oppure ai classicisti, uomini e donne, che sanno ridere di e su se stessi.

Riguardo alla buona amica (avrete capito che è la nostra Flavia di Reload), ricordo che è il contenuto ideologico dello scrivente o dello spettatore a influenzare le letture, come il monaco che nel suo codice copiava “Satanas” al posto di “Atanas”, vivendo in un’epoca in cui la puzza di zolfo del demonio la si avvertiva a ogni angolo. In quest’epoca della “presidenta” e dell’ “assessora”, dove il femminismo ha perduto la sua forza propositiva e progressiva (penso, chessò, alle Suffragette) e si perde nelle minuzie grammaticali o nel pretendere che Biancaneve non attenda il Principe delle favole, il meme suddetto diventa manifesto del patriarcato, mentre è una battuta per liceali del triennio.

Ps. Se non vedrete altri post di Flavia, temo che capirete da soli il perché. Fuori i secondi…