Archivio

Posts Tagged ‘WM’

Crazy Diamonds: Genesis, “Say it’s alright Joe” (1978)

by WM

Difficile rimanere in tre dopo che si era stati una truppa d’assalto; i Genesis del 1978 perdono pezzi e si staccano dal morente prog per quello che ai fans pare tutt’oggi un suicidio artistico di dimensioni bibliche. L’aria era cambiata, il prog non tirava e i gruppi virano verso altre direzioni e progetti, dato che il nascente punk spazza quella che, a torto o a ragione, viene vista come la vecchia musica della conservazione, roba da borghesotti.

I Genesis non hanno mai negato le loro origini agiate e lontane dal linguaggio dei proletari, infarciti anzi di poesia colta, cinema e avanguardia, e anche nella loro virata pop tirano fuori testi con un loro perché, da recuperare e apprezzare, anche se album come “Trespass” non ne faranno mai più. Da “…And then there were three” (citazione dai “dieci piccoli indiani” di Agatha Christie, roba da siùri!) tirano una malinconica e tristissima ballata di un uomo davanti a un bicchiere che parla a un barista che, probabilmente, lustra bicchieri indifferente mentre lui prefigura la propria tomba (un castello senza entrate, né uscite), gli chiede una canzone come Bogart a Sam in Casablanca, lui brava ape indaffarata che ha sempre fatto il suo dovere senza ricevere un briciolo d’amore, colmo solo di sogni.

Bellissima la messa in scena “live” dove Phil Collins canta seduto accanto a una lampada come solitario ubriaco.

Uno dei più bei testi di Mike Rutherford. QUI IN ORIGINALE. Come sempre, ogni correzione o suggerimento è ben accetto.

Say It’s Alright Joe

Dimmi che va tutto bene, Joe:
ho bisogno di un altro bicchiere per soffiarci su
così saprò di esser vivo.
Suonami una canzone, Joe,
per riempire le ore da qui al mattino
e poi non ti disturberò mai più.
Mi costruirò una torre senza entrate, né uscite
e gli amici potranno venire a trovarmi di tanto in tanto.

Dimmi che va tutto bene, Joe:
ho bisogno di essere rassicurato,
non sai mai in cosa puoi imbatterti nella notte.
Sono solo un’ape indaffarata, vivo ancora nel mio alveare
e sono in cerca di un altro mondo per sognare i miei sogni.

C’erano re che ridevano nella pioggia
e mi dissero che sarei dovuto giungere qui a guidare il corteo
e i colori erano cangianti
e il cielo cadeva in rovina
e le luci tutte brillavano su di me, su di te
oh… continuate a brillare.

Dimmi che va tutto bene, Joe:
la notte finirà presto
e nulla e nessuno lo saprà mai.
Apri i miei occhi, Joe,
ché mi piacerebbe vedere la luce del giorno:
l’orologio sul muro dice che è ora di andare.

Mai ho visto lo stesso volto due volte,
mai ho precorso la stessa strada
e il poco amore che ho conosciuto me lo tengo stretto.
Se ci fosse un fuoco, starebbe dormendo nel mio letto
e debbo lasciarlo bruciare perché finisca di bruciare.
Capisci quel che puoi,
non starò qui a lungo:
tornerò presto o mai più.

Crazy Diamonds: Bury Me beneath the Willow (trad.)

by WM

Facciamo finta di ascoltare un triste standard bluegrass e che, invece di battere il tempo, ti “accada” una traduzione che sminuzza, tradisce, filtra la realtà come Quasimodo a Tindari e tira fuori l’endecasillabo del piccolo liceale che è in tutti noi, tronfio di fanatismo futurista e languore decadente. Ah! Datemi l’elegia, il threnos, il paraklausìthyron! No vabè, quest’ultimo non c’è, ma ci ritroviamo una canzone campagnola che parla di altro mondo e trapasso, un’ossessione per l’autore country che evidentemente non digeriva le prediche del pastore e la bibbia nel comodino.s

Tradiamo “Bury Me beneath the Willow” e speriamo gradiate. Prosit.

 

 

Bury Me beneath the Willow (Testo originale)

(Rit.) Dammi sepolcro lì sotto quel salice,
quell’albero di salice piangente
e lei quindi saprà dov’io riposo
e un poco piangerà forse per me

E solitario è il cuore e tristo io adesso
per l’amor mio che mai rivedo in viso,
la sola amata in vita così spesso,
finché ci troveremo in Paradiso.

(Rit.) Dammi sepolcro lì sotto quel salice…

Con tutto il cuor mi amava, ella mi disse;
(potevo mai pensar ch’ella ingannava?)
ma gli angeli mi disser soavemente
“vedrai che è mala e falsa la sua mente”.

(Rit.) Dammi sepolcro lì sotto quel salice…

Domani era il giorno delle nozze,
ma, mio Signore, dimmi, ove si trova?
A un altro sorrideva, d’amor prova:
di me più si curava, ohimè, per niente.

(Rit.) Dammi sepolcro lì sotto quel salice…

Fortezza Bastiani: lasciai il mio baretto

by WM

849a6aab41684f21813ed93c2f84a75f_A

buongiornissimo

Oggi ho cambiato bar, che è un po’ come cambiar moglie o squadra di calcio: uno strappo; e anche se la vita è fatta di strappi non è detto che uno se li vada a cercare per forza; tanti motivatori all’americana ti diranno: “osa cambiare”, ma osare cosa? Lasciatemi nel mio.

Tuttavia, ho cambiato bar per necessità, per pranzare, perché le riunioni pomeridiane abbisognano di più di un caffè e di un dolcetto, e questo ha comportato qualche passo in più dall’ermo colle scolastico, ma anche una serie di spiacevoli abbandoni che meritano quasi il passato remoto:

  • abbandonai il mood del baretto asfittico, dove si ascolta RTL inframmezzata alle chiacchiere degli umarells che si vanno a confessare dalle bariste più pazienti di Freud;
  • lasciai gli aromi del caffè, che si disperdono facilmente nel grande ristobar, troppo ampio per trattenere odori e sentimenti olfattivi;
  • persi la mia intimità, facile da conservare nei pochi metri quadrati del baretto spesso affollato, col suo viavai di operai e signore che ritirano il cornetto caldo; l’open space mi si è aperto davanti come un inquietante panopticon, dove tutti possono guardare tutti e il cameriere li può sotterrare di “tuttapposto?” (consuma, consuma, vattene);
  • mi privai del “buongiorno, professore” , una benedizione mattutina in un mondo dove ormai non contiamo nulla. Aggiungo: ho sempre sognato di sedermi ad un bar e pontificare come l’anziano prof di “Bar Sport” di Stefano Benni, ma già il mio preside mi disse “schivo” e già lui capiì che non ero adatto a fare il re della piazza; quindi, un caffè e via a godersi il mutismo.
a989cc8a-e1f5-4bce-b9b4-681ff03288ab

in fondo a sinistra

Per fortuna sto in Sicilia, dove nessuno ha finora osato propormi il finger food e il brunch è roba da traditori della Patria da inseguire con fiaccole e forconi. Arancino uber alles! Mozzarella in carrozza sehr gut!

Nel barone “milanese” coi mobili in formica e i videoclip di Biagio Antonacci (1) non manca il sapore della terra, e questo va benone; però sono stato troppo comodo: avessi portato il 10 Pollici (Pollicino per gli amici) avrei digitato in diretta queste righe sbracato come un papa-re, invece di venir pigiato come l’uva a novembre, ma avrei pasteggiato a zibizzo senza dover stare attento a dove mettevo la tazzina del macchiato freddo, cioè nel solito buco strategico lasciato fra il portatile e la brioche.

messina

ermo colle daily, beh, mica tanto ermo

Tutti gentile, tutto ben fatto, ma mi manca il baretto come una donna perduta di perduto amor, dove non ami la donna più appariscente (formosa), ma quella più graziosa nella sua imperfetta perfezione (pulchra) di bellezza popolare e verace (bella).

Un velo di malinconia scende giù quando penso che me ne andrò da questo ermo colle in altre destinazioni, cosicché nel nuovo bar che mi accoglierà nuovo feudatario non potrò più dire “il solito” dopo aver appoggiato la borsa sulla poltroncina, per sedermi con Pollicino a scrivere e salutare i cani che entrano scodinzolanti, mentre guardo il cielo e mi nutro di sogni.

Il compito, ovvero “Buone nuove dal Forte Bastiani”

by WM

Rizzo - 5H 18-19

Disegno di Alessandro Rizzo

Sono qui di fronte a me, tutti chini sul foglio, tranne nessuno: si sono accorti che li osservo.

Salvo con la maglietta degli Iron Maiden, si pasce della propria atarassia e verga parole intelligenti sulla traccia banale data apposta per vedere se avrebbe scritto cose intelligenti; Antonio e Andrea dibattono su chi sia più rocker, Angelo imperturbabile “non mi avrete mai!”; il gruppetto delle ragazze (Grazia, Ilenia, Adriana, Giorgia) oscillano shopenauerianamente tra noia e dolore; Manuel nervoso e scattante, Giulio guarda uno dei due Samuele, mentre l’altro affonda nelle cuffie wireless nel suo easy listening (Einaudi… dagli exit poll emerge che lo ascoltano almeno in cinque). Gabriel, dall’altra fila, sfoglia e scruta serio e Michael accenna un sorriso, mentre Simone non si è fatto la barba e sembra un collega. Giovanni ascolta i suoi pensieri e il good boy Matteo muore dalla voglia di andare su Whatsapp; Andrea è tesissimo per dimostrare che vale, Giuseppe ha iniziato a scrivere solo adesso, o perlomento a fare disegni astratti. Antonello pare un treno in corsa e l’artista Alessandro (suo il disegno) consulta dizionari, mentre Gregorio dice che farà Economia, e almeno avremo un buon commercialista in città.

Non li diresti zoticoni ora che pensano, come fece l’esimio collega uscendo dall’ora di supplenza, non li diresti nemmeno bambini, perché non lo sono più, destinati a decollare dal nido. E mi chiedo quali traiettorie prenderanno dopo averli osservati due anni, se qualche strano scherzo del destino li trasformerà in una loro versione peggiore, se la vita sarà benigna, se sorrideranno.

Mancano tre mesi al decollo e io li perderò ben prima in una sorta di valzer degli addii fatto di verifiche e parlami del Decadentismo, ma domani è un altro giorno, una nuova alzataccia qui al Forte Bastiani; non c’è tempo per le malinconie.

Punk Prima di Me

by WM

Ogni tanto col Megadirettore in trasmissione (ascoltatevi Sotterranei!) facciam battibecchi su cosa sia il punk e di come ne sia fuori, dato che ho trascorso l’adolescenza a fare i compiti e dire “ho capito, ora lo faccio”, e lo facevo: niente chiodo con spille da balia, niente dischi nemmeno vagamente zozzoni, quindi quale caspita punk dovrei predicare o aver dentro? Manco quello all’italiana conoscevo e non ho mai praticato il disprezzo della canzone leggera o il rifiuto del melodico, e non essere nato in Emilia mi risparmiava la paranoia del Mastro Lindo Ferretti. Prima di impazzire, ascoltavo pure Sanremo.

hqdefault

gli occhialetti erano superfichissimi

L’album di Enrico Ruggeri intitolato “Punk prima di te” occhieggiava dall’espositore in edicola; enorme gaudio dànno i cestoni, possibilità di scavo di tesori enormi, specie ora che tutti vanno di streaming e vecchi cd o dvd rischiano di rimanere orfani e ti guardano come cuccioli in cerca di casa, ma rimandiamo un discorso su tutti i tesori dissepolti in edicola ad un altro post.

Dicevo, mi ha fatto sorridere affettuosamente per come un rocker maturo abbia storicizzato se stesso perché ha deciso di scavare nelle proprie radici, umane prima che musicali, quando tanti altri si son dati alle ospitate delle trasmissioni-revival di Carlo Conti.

Ruggeri spinge anche me a storicizzare la ribellione, la ribellione dell’irribellato, di quello che faceva le versioni con gli occhialetti tondi e che pensava che tra sé e le sue parole tutto andasse bene ma non andava, e sul perché io guardi al punk dopo aver ascoltato solo Vivaldi. Il modello patriarcale e pascoliano che mi ha dato alla luce, in effetti, aveva una scheggia impazzita, mia nonna.

imageproxy

me nonnu cu mme nonna

 

Mia nonna pigliava per i fondelli padre e fratellanza per le loro manie di grandezza, le battute di caccia paragonate a quelle di Carlo V, per il patriarcato rozzo e minchione della provincia; ci scrisse sopra dei versi bellissimi, o perlomeno li pensò, perché non sapeva scrivere.

Mia nonna imparò a leggere un po’ guardando le lezioni fuori dalla baracca del maestro, e se la beccavano erano nerbate, ribellandosi all’ignoranza perché sapere le parole era punk.

Mia nonna rifiutò di sposare un tipo innamorato di se stesso e del proprio orologio d’oro, che tirava fuori in ogni momento con spocchia borghese fuori luogo, e decise di sposare uno più vecchio e più figo perché si era innamorata: era punk innamorarsi quando le donne non potevano nemmeno dire “pio”.

Mia nonna era punk prima dei Clash perché se voleva andare al mare, prendeva il carro da sola e ci andava: mio nonno mi sa che borbottava, ma alla fine allegava il mulo e la cosa finiva lì.

Mia nonna era più indipendente del Lussemburgo e non amava i rompitasche, e si proclamava “recritica”, dicendo di capire solo i soldi e l’orologio e di non chiedere altro.

Mia nonna mi ha insegnato tutto, altro che “recritica”: dall’amore per la melodia alla poesia, la tolleranza e l’amore per il proprio amore, che le mancò per tredici anni, dopo che per 40 aveva preso sonno solo fra le braccia di lui.

perpetua

Perpetua! Perpetua! e noi giù a ridere…

A mia nonna piacevano i Promessi Sposi, che le leggeva il figlio e poi io fino al giorno stesso della morte. Morì all’improvviso, entrando in quella zona invisibile piena di miti e ricordi, ma privandomi dell’abbraccio che nulla potrà sostituire.

Punk prima di me, privo dei suoi geni, esempio però enorme per una vecchiaia, si spera, più punk.

Categorie:Vaneggiamenti Tag:,

Retrogames (3): Insert Coin

febbraio 17, 2019 Lascia un commento

by WM

Commodore-Datassette

quante madonne…

Chi possedeva un Commodore stava assiso alla sua scrivania come Kirk sulla Enterprise, possessore delle periferiche, signore dell’azimuth del datassette e in paziente attesa che i dati venissero caricati nel fido C64 o nell’Amiga, lunghi minuti, lunghi i pensieri: solo più tardi sarebbero arrivate le turbo cartridge e i floppy disk. Il commodoriano si configurava come uomo sul trono, in attesa, intento a sfogliare riviste di settore e a meditare su ottima musica. In sala giochi, in fondo, si stava in piedi, ma in fondo ci si stava solo il tempo che finissero i magri gettoni.

Restaurare e ripristinare il gioco antico si scontra non certo con la difficoltà tecnica di emulazione del codice informatico, ma nel ripristino di una situazione esistenziale che comporta l’attesa, l’abbassamento del bioritmo e la felicità.

01

Zzap! era qualcosa a metà fra la Bibbia, l’Amore della mia Vita e un giornale di partito

Il gioco era indissolubile dalle riviste di listati come Paper Soft, le colorate copertine di ZZAP!, gli articoli tecnici di Commodore Gazette, come fosse condimento ludico di un percorso intellettuale e spirituale di scoperta. Ognuna delle illuminazioni sarebbe stata poi sottoposta agli altri nerd, divulgata nelle rubriche della posta, sulle prime BBS. La Playstation odierna, invece, è lontana parente delle prime console che creavano gente da salotto, sprofondata nel sofà e ignorante di informatica, un altro mondo, un altro sentimento; il salto dalla scrivania del sapere al salotto dell’ignoranza è stata la prova più dura per il gamer tradizionale, che non ha mai abbandonato il computer, ora diventato pc o mac, come porto sicuro della sua scrittura, della costruzione del suo immaginario e della propria visione del mondo, poiché non ha mai traslocato il proprio cervello sul divano.

La soluzione più logica per ripristinare il sogno sarebbe ritirare le vecchie macchine dalle soffitte o comprarle di nuovo, ma a meno di non avere un proprio garage alla Steve Jobs, lo spazio manca, lo studiolo non basta, la cameretta dell’adolescente ce l’ha, perlappunto, l’adolescente, non tu. La soluzione (filo)logica è da scartare.

images

Conviene quindi addestrare il moderno pc o il mac e convincerlo che ha 8 o i 16 bit. La cosa non si presenta nemmeno troppo difficile, dato che c’è ottimo software in giro, perlopiù free. Il MAME di Nicola Salmoria mi permetterà di emulare i giochi del bar con una pulizia e precisione incredibile; il C64 ha programmi come Frodo e Vice che vi faranno sorridere con il loro allegro “Ready” e “Press Play on Tape”, mentre Amiga gli ottimi UAE (a gratisse) e Amiga Forever di Cloanto. Per le altre macchine, basta un colpo di motore di ricerca e vi si spalancherà un mondo. Se siete pigri su Mac c’è OpenEmu che funge da asso pigliatutto, dato che emula macchine culto come il Vertrex (cioè… il Vertrex!).

commodore-128-model-c128_1_7cf6a158186b202085411676379adc22

t’amo, t’ho amato e sempre ti amerò

Tuttavia, non è facile trovare i giochi: Nintendo e compagnia cantante stanno facendo la guerra a chi distribuisce vecchi giochi in forma di “ROM” distribuibili; molti siti sono stati oscurati o castrati, come Emuparadise, per questioni di copyright ma anche perché è insorta la moda delle piccole macchine mini classic, dove giocare i vecchi giochi sulla TV. Fine della pacchia delle ROM gratis: per procurarsele bisognerà addentrarsi nei meandri della pirateria e del peer-to-peer.

Un’ultima opzione è comprarsi una console di retrogames tra le decine disponibili e sperare si riaccenda il sentimento. Io ho scelto questa (il Mamecube).

Qualunque sia la via che abbiate per un ritorno al futuro, percorretela fino in fondo e non ve ne pentirete, perché tornare al sogno non può che colorare in meglio i nostri giorni. Abolite l’ansia ipercinetica, correte come lieti cavalieri in mutande.

Parte la musichetta. Insert coin. Press 1 player start.
Ciao, son felice di nuovo almeno per un po’.

 

Recensione: Cranchi, “L’impresa della Salamandra” (2018)

febbraio 10, 2019 Lascia un commento

by WM

Cranchi - cover - 2018 - 1440La ricerca del facile effetto emotivo è quello che a volte mi allontana dai cantautori; la loro giusta consapevolezza di essere non più vati della patria e la necessità di raccontare il privato, spesso li catapulta in arrangiamenti eccessivi alla ricerca del rock, al compiacimento indie vendibile a Sanremo (i vari Brunori, Motta, Brondi, troppo impegnati a pettinarsi i capelli per scrivere cose memorabili) alla narrazione di come sia terribile essere trentenni (oggesù…).
Ma non me la prendo con loro se l’intellettuale prova a riposizionarsi in un contesto che lo espelle e non lo ascolta, perché i poeti esistono anche quando la poesia non esiste più e le parole chiamano, invitano la penna a scrivere, il canto a elevarsi anche in anni in cui ben pochi leggono e gli ascolti sono distratti. Ognuno fa quel che può e sa.

Poi l’imprevisto: ascolto un disco curato, che bada alla scrittura, all’espressione, che tiene un tono medio che ti invita all’esplorazione di un Nord per me lontano e poco comprensibile, fatto di brume, fiumi e grande Storia che ti attraversa e ti segna; il percorso all’approssimazione del pop dei Cranchi mi ha ricordato l’ascolto infantile di Venditti, quando viaggiavo per le strade di Roma, quando invece Roma l’avevo solo vista in cartolina o poco più, o nella nebbiosa Milano di Vecchioni, e non mi rendevo conto di non essere né romano, né milanese, perché divenivo semplicemente le parole del poeta, il suo punto di vista.
E ora tocca alla malinconica Mantova di Cranchi (ma sarà così? Almeno Milano e Roma le ho toccate con mano) troppo liscia e piena di acque e guerre che suscitano ricordi per essere vere (ma saranno vere sia le pianure che i fiumi, anche se di fiumi e pianure non ne ho e la Storia qui l’han fatta gli altri), in un tessuto elettroacustico di suoni ben arrangiati (anche questo fonte di meraviglia: devo assicurarmi più volte che non sia un disco anni ‘70, quando di arrangiatori mostruosi ne sfornavamo tanti perché i cantautori avevano tante etichette tra cui scegliere, tanto pubblico da raggiungere).

“L’impresa della Salamandra” mi lascia senza difese, lo devo approvare per quello che è, uno dei pochi dischi che mi fa star zitto ad ascoltare. Ascoltate anche voi.

Dal comunicato della New Model Label: Massimiliano Cranchi è un cantautore mantovano, classe ’82. Insieme all’amico, autore e chitarrista Marco Degli Esposti nel 2010 inizia ad arrangiare e suonare dal vivo canzoni originali di sua composizione. Cranchi dal vivo è accompagnato da Marco Degli Esposti (Chitarra elettrica), Simone Castaldelli (Basso elettrico), Luca Zerbinati (Tastiere), Alessandro Gelli (Violino), Fausto Negrelli (Batteria).

www.soundcloud.com/cranchi-band

www.youtube.com/user/TheCRANCHIBAND

www.facebook.com/cranchiband