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Raffica di Dicembre ’18 ovvero punk a chi?

dicembre 14, 2018 Lascia un commento

by WM

Ambè, pensavo fosse più facile, lo ammetto. Metti insieme tre dischi presentati come punk, dici il giusto, sintetizzi il necessario, et voila, ecco la recensione: e invece mi trascino le idee da un po’ e i dischi continuano a risuonare e a dirmi cose troppo diverse dalle cose necessarie sintetizzabili, dal giusto da dire, dal “No Future”, dallo “spacco botilia” etcetera.

Volevo cavarmela con un pezzo facile, ma gli dei puniscono sempre la hybris: tu partorirai con dolore.

D’altronde, cosa pretendo? Col punk, o quel che è, ho sempre avuto un rapporto di semplice conoscenza e rari flirt, e del “No Future” ricordavo anche il seguito, che mi portava non poco imbarazzo (“for you!”) e partivano querele in romanesco che nemmeno in un episodio di Boris. La grande truffa del rock’n’roll ci diletta ancora, anche da cadaveri.

Su cosa sia il rock’n’roll per uno che non capisca nulla di rock è presto detto: spontanea evasione esotica e non romanzo di formazione, perché nella provincia denuclearizzata perdi tanti treni e impari per corrispondenza, coi corsi RadioElettra, aspettando dichi che ascolterai e non vivrai se non come esperienza interiore e non esteriore.

Ma facciamo un po’ di ordine…

The Rambo, “The past devours anything” (2018)

a3715606298_16Intanto imparo che l’ortodossia punk è morta e sepolta da tempo, perché come il blues, formalizzato in strutture soffocanti e banalizzato da tante creste al caviale, il punk ha riscritto la propria grammatica, innervata da noise, dal minimalismo garage, e qui pure da sfumature di popolare americano e southern rock e ska, in un postmoderno privo di consolazione che mantiene intatta la vena polemica e antagonista di questa musica.

Le tracce dei Rambo si snocciolano diverse e provocatorie, dalla classiche “The Past Returns” e “Child-conflict”, punk pure nella forma, alla frullateria di “Napalm” e alla mia preferita “The devil lurk in the holy hou”, incalzante di acida ironia.

https://www.facebook.com/pg/theRamboBand/

TV Dust, “S/t” (Ep, 2018)

tv-dust-st-tapeHoly shit, da quale timpa dell’Alabama sono usciti questi qui? Vediamo, vediamo tra le note… ecco… Milano. Milano? Beh, da dove può arrivare uno stralunato synth-punk da garage periferico figlio dei Devo e delle tastierine Bontempi? Un disco ipnotico, incalzante, anni ‘80 nelle angosce nichiliste, nel vocalismo minimale e an-emotico. Cinque pezzi da mandare in loop per sicuri effetti lisergici. Un discone, poche storie, oppure mi accontento di poco, fate voi.

https://www.facebook.com/pg/tvdust/

Alan Spicy, “Frammenti” (2018)

23168064_156451711625018_6223416935639688613_nTerzo disco alla ricerca del punk che fu e ci trovo un robusto rock’n’roll italiano, figlio delle cose migliori della tradizione nostrana ‘80/’90 (non faccio nomi, per alcuni certi accostamenti sono pura eresia, quindi meglio non dire che la Steve Rogers Band non se la cavava male, almeno quando non badava alla brillantina, ma schitarrava). D’altronde “93” è pura nostalgia, pura voglia di energia grunge, di quel postpunk che non ha fatto prigionieri, che non ha lasciato molto in Italia se non un senso di incompiutezza e la certezza, invece, che il rock italiano non poteva nascere, ma restava ancora in uno stato fetale, o al massimo poteva affiliarsi alle grandi tradizioni anglosassoni. Eppure “Plastica” e la divertente “Franco” sono figlie del miglior Vasco e documenti della provincia della provincia, significano qualcosa, illustrano, aprono orizzonti sonori e mentali.

Bravi gli Alan Spicy: attendiamo altre prove più strutturate e mature, nella speranza che la provincia non li abbia soffocati.

https://www.facebook.com/pg/alanspicy/