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La musica è stanca

By WM

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Dinosauri Onesti (TM) per la musica di una volta

Rifiuto, ora e forse prima no, di ragionare secondo le categorie di bello e brutto, conscio di come siano valori storici e cangianti: in musica meno che mai.

Eppure ieri il pensiero che “la musica di oggi fa schifo” serpeggiava fra un attraversamento pedonale e una deiezione canina da raccogliere. Per la cronaca, avevo i Nirvana i cuffia e il fresco lutto per la morte di Chris Cornell ancora stampato negli occhi, morte che a leggere in giro ha fatto danni a valanga. La catastrofe della Generazione X non mi colpisce, non ne facevo parte e non sono orfano del grunge, mi mancavano le camicie di flanella e al concerto dei Pearl Jam ci sono andato a ondata ormai finita (il tour del mediocre “No Code”, sarà stato il ’96), ma la morte di un artista ci rende più poveri e impone una qualche riflessione. La riflessione, frutto di questo sublime intreccio di sentimenti e pensieri è stata: “la musica di oggi fa schifo”.

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WM feat Maccio Capatonda

Geniale, no? Non l’ha mai pensato nessuno. Datemi il premio Nobbile!

E invece no. La riflessione non è una vana invettiva al contemporaneo, va oltre il senso sveviano di senilità che spegne gli ardori di chi era nato incendiario ed è destinato a fare il pompiere. La fine storica e biografica del grunge (sento Eddie Vedder toccare ferro n.d.A.) ci impone di storicizzare e ripensare, e qualcuno ci è riuscito con buoni esiti.

Quel che un ascoltatore come me può fare non può sconfinare nella critica, non può che esplorare il teatro delle sensazioni alla ricerca degli idola, delle apparenze fallaci dei propri ricordi scombinati.

Ribadiamo il già detto: il pop nostrano ci pare in netto declino perché non è più musica popolare.

Parentesi: nemmeno la musica popolare è tale (e in tante puntate di Gommalacca mi sono sforzato di evidenziare come la folk music sia ormai music senza folk, mancando di popolo). Pubblicità progresso: ora metto le puntate in archivio così se vi volete male, ve le ascoltate.

La musica popolare intesa come pop music non esprime una visione articolata e condivisa della vita, perché né i parolieri né i musicisti sembrano figli della contemporaneità: le canzoni di oggi non raccontano le storia, la povertà, le pulsioni odierne, ma si riducono perlopiù a masticare un repertorio di frasi e concetti chiari e distinti, senza alcuna concessione ai territori inesplorati: cuore-amore e forme scintillanti, qualche vezzo di ironia postmoderna e citazionismo ammiccante (i barbari usano il passato come insieme di rovine da cui trarre elementi tra loro sconnessi e incoerenti, ma comunque che sanno di antico).

Il gioco è facile: basta che il tutto somigli al già sentito di cinque minuti prima, basta adeguarsi al talent del momento, che ora ci vuole più soul, ora più synth, ora più rock, di un rock de noantri senza sangue e ribellione.
Dipende da quel che vuole Maria. Il popolare è eterodiretto, ergo non è più voce del popolo.

Quanto ci mancano i Battisti-Mogol che riuscivano a descriverci una sfumatura, il tradimento di “Innocenti evasioni”, o anche solo “La gallina coccodè”, che pettoruta e superba assomiglia a tutte le donne del mondo. Quanto ci manca Renato Zero che canta il destino umano per grandi allegorie ne “Il Carrozzone”, oppure Branduardi e il suo stralunato violino che riempiva gli stadi.
Oggi abbiamo alcuni cantanti, musicisti, parolieri bravissimi, ma non riescono a scalfire il tempo dei talent perché troppo legati a un passato che voleva dire le cose: i Frigieri, i Solfrini, gli Spaggiari viaggiano su binari paralleli e morti perché ogni voce ha bisogno di un pubblico, ma nel chiuso di pochi club coraggiosi, quelli che non fanno suonare solo cover band e dj, non creano un humus di parole condiviso come potevano fare Dalla e Venditti, fra un Folk Studio e una piazza.
Il tessuto connettivo di una nazione sono anche le sue canzoni, un tessuto ormai sfibrato e piatto, in cui anche innestare cellule sane e vive non porta a nulla, perché impreparato ad accoglierle

Da osservatore, da ascoltatore informato, constato lo sfacelo e so che le forze storiche non si fermano con i mugugni o la buona volontà. Per ora non posso che recitare un atto di dolore, ascolto e riascolto quella musica popolare che ho snobbato all’epoca, e mi compro le raccolte dei Dik Dik e degli Alunni del Sole alzando una silente preghiera a questi antichi numi, sperando che ci salvino dalle fauci del leone di una modernità fast food che fagocita ogni cosa bella. Siamo stufi del brutto.

ps. Scusa Chris, ma di coccodrilli te ne hanno fatti troppi. Come mi facevi sognare in vita, mi hai fatto riflettere e crescere post mortem. Grazie.

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gli eroi son tutti giovani e belli

Scisma

febbraio 21, 2017 Lascia un commento

by WM

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piccolo spazio pubblicità (cit.)

Scisma è una parola che mi ha sempre affascinato, sia per il senso di taglio chirurgico e cesareo per nettezza e inevitabilità, sia per il senso di liberazione che sopraggiunge quando ti levi di dosso un peso morto. C’è voluto uno scisma per convincermi a pensare alla politica, e c’è stato bisogno di un trauma per farmi risvegliare da quel 2011 dove ormai era chiaro che non eravamo un paese normale, ma anche peggiore di quello che nei miei sogni peggiori potevo fingermi; non mi stupisce, né mi turba, quindi, se quelli là hanno distrutto tutto e ora tirano pure lo sciacquone. Quelli là sono il Pd.

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ma pd!

Chi non ricorda la caduta del governo di B. ? Chi non ricorda ricatto dei mercati, lo spread e la promessa di un default argentino se non ci fossimo piegati alla politica dell’austerità? Servi dei servi siamo stati (servi dei servi ribadisco) e nemmeno la fine di Silvio, verso cui non sono stato mai tenero, mi parve giusta: un Cesare pugnalato.

Da quel momento una sinistra “blairiana” ci ha governato coi metodi e coi programmi della destra, insegnandoci il disimpegno e la spregiudicata libertà di chi ama passare col rosso ed evadere le tasse, ma con allegria.. E guai a protestare, o si era passatisti, nostalgici del tempo che fu e mai più sarà: è calato il silenzio, sopravvivevamo alla fine dei nostri sogni, alla rovina della banale idea di un paese normale.

E come potevamo noi cantare col piede straniero sopra il cuore, tra i morti abbandonati nelle piazze?

E ora?

Ora i compagnucci della parrocchietta del Partito Disastrato lasciano il chierichetto del loro leader scout e col babbo imprenditore inquisito, insieme alla sottosegretaria tutta sorrisi e col babbo banchiere inquisito, e mi parlano di socialismo, di critica al Capitale, di popolo da riconquistare alle destre, il tutto dopo aver ricapitalizzato le banche e votato il Jobs Act, robe che neanche il Silvio dei tempi d’oro.

Ma vaffanculo.

Certo, ovvio: un cordiale vaffanculo, ma andateci.

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scritto ieri, anzi no

Perché a tradire le idee non sono stati i cattolici liberali che impongono l’abolizione dell’articolo 18, ma chi da anni spiana loro la strada, innalzando l’imprenditore a categoria sacra dello spirito e si è scordato dei diritti dei lavoratori. Chi ha ammainato la bandiera in nome di una modernità da fastfood, perché il potere faceva gola e il far politica no, perché lo chiedeva la disciplina di partito.

Che bella parola: “partito”. Non la pronuncio da quando avevo i capelli biondi.

Vent’anni di retorica anti-partitica hanno distrutto le scuole di partito, le sedi di partito, le riunioni di partito dove si formavano i quadri dirigenti, lasciando la gente a pascolare in piazza o nei mcdonald e non insegnando loro che quando qualcosa non va, bisogna unirsi, sintetizzare nuove idee e portare avanti una battaglia politica e, scusate la parolaccia, ideologica. Sissignori, ideologica: non ideuzze raccattate qui e là, ma una lucida e rigorosa visione del mondo, un sistema strutturato di progetti e idee coerenti. Ma se il paese è ormai immemore delle battaglie politiche giuste (si è fatto togliere l’articolo 18 senza quasi fiatare), quindi come potremo mai ritornare a far politica?

I sinistri del Partito Disastrato lasciano una barca che affonda, pensando di rifondare il PCI-PSI senza avere sedi, soldi, persone: se in maniera complice non parli di socialismo da un trentennio, chi potrebbe mai dare fiducia a un’idea astratta e sbandierata da dei mediocri? Dai Bersani (il liberalizzatore), dai D’Alema (il baffetto sul catamarano), dai… basta, i compagni seri son tutti morti, restano i pupazzi.

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datemi dieci euri e ve lo faccio più figo

Il PD si scinde, in quante parti non si sa; Sinistra Italiana, alternativa non ancora nata, con un tasso di emoglobina ancora ignoto e dal logo disegnato col Paint di Windows , si è già scissa verso Pisapia e verso l’autarchia autosufficiente, il M5S è primo partito, con promessa di diventare forza di governo e diverrà sempre magiormente attraente a furia di vaffa e polizze vita. La sinistra si parcellizza in atomi insignificanti, che anche se fossero quantitativamente concreti e visibili, si rifarebbero a idee non condivise, a vaghe nostalgie dei tempi che furono, utili a tirar su qualche voto ma incapaci di aggregare consenso, di stabilire un programma di azione.

13-03-storia%20del%20mondo%2007-002-bLa tradizione politica del ‘900, indegnamente rappresentata dal Partito Disastrato, era stata fondata da quel piccolo gigante sardo, capace di avere una visione del futuro anche quando finì in una galera umida a morir di tisi. Come Roma, era stata fondata da un Augusto; essa ora si conclude con il rumore delle forbici che scindono e con  tanti Romolo Augustolo, re piccini della decadenza che si fanno mettere in esilio e lasciano ai barbari lo scettro, incapaci non solo di pensare alla grandezza della Roma che fu, ma anche di guardarsi in faccia e riconoscersi.

Il violinista che sognava il Diavolo

febbraio 14, 2017 Lascia un commento

by WM

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Una sera Tartini sogna, e si sogna il Diavolo.

Sogna messer Diavolone, le Pauvre Satàn che gli fa da domestico e a cui ha l’ardire di mettere il suo violino in mano: sì, perché Tartini è un signor violinista, fra i migliori del mondi, di tutti i tempi, forse un gradino sotto Paganini, ma chissà… le classifiche del genio hanno ben poco senso, quindi evitiamo, o un articolo semiserio diventa una stupidaggine come i clickbaiting del Corriere punto it (i migliori dieci sederi femminili nella storia del Cinema).

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Ma torniamo a Giovanni Tartini e al satanasso nel soggiorno, che si avvicina sospettoso al violino, lo fiuta come il cane da tartufo sui colli la domenica, magari gli dà pure una gran leccata per vedere se sia un Guarnieri del Gesù o uno Stradivari (vabbè, un po’ di ucronia, consentitemela), e poi pizzica le corde a due a due, sol re la mi, mette la pece all’archetto e sbuffa zolfo.

E suona.

Suona la melodia più acuta e bassa, ultrasonica, veloce nei passaggi, blues nel sentimento, con diteggiature che avrebbero richiesto a Paganini di deformarsi le dita in pose diaboliche e disortopediche, il tutto mentre Tartini piange, fino alla nota acuta del finale, ma visto che, come dcevamo, è tutto un sogno, accade anche qui che ci si svegli con l’amaro in bocca e l’alienazione nelle pantofole.

tartini2Giovanni si tuffa al suo violino, quello vero, e archetta come un matto, senza riscaldamento e senza pece alcuna, per fermare quelle note, e si mette a piangere per davvero perché quelle note del Trillo suonato dal Diavolo gli sfuggono dalla sua memoria a forma di scolapasta. Allora si ferma, riflette, rinuncia.

Poi si siede, riflette ancora, e poi si mette a scrivere un pezzo che non vorrà mai pubblicare, rimarrà postumo quasi venisse dall’altro mondo, con un titolo spurio, “Il Trillo del Diavolo” affibbiatogli dagli allievi a cui Tartini aveva confidato qualcosa.

Non era uno stinco di santo: superbo e focoso da giovane, fu poi maturo maestro, ma nella selva dell’inconscio conservava l’antico titanismo del maestro d’armi e di spada che era stato, diviso fra duelli di spade, archetto e amori contrastati. Per tanti anni nelle notti più oscure, testimoni lo hanno visto suonare, ombra fra le ombre, in una chiesa di Padova, inseguendo il sogno di un suono perfetto, mentre intorno aleggiava un vago afrore di zolfo.

The walking band

by WM

Uno spettro si aggira per l’Europa. Grandi rockers del passato si aggirano come ombre per i palasport, non rassegnandosi a raccontare, con in mano una tisana e non una chitarra, le lontane gesta degli anni che furono ai nipoti davanti al caminetto.

musicalbox_foxtrot_wpL’attenzione a questi dead men walking si era accesa pochi anni fa mentre si discettava in allegria di (vere) cover band, non quelle di Vasco e Liga, ma di gruppi talmente indietro nel tempo da poter essere considerati Storia né più e né meno di Giulio Cesare o Winston Churchill; la distanza ideologica e musicale dai ruggenti Sessanta e Settanta ha permesso il sorgere di imitatori filologicamente impeccabili di grandi band storiche del prog e del rock anglosassone: impressionanti, ad esempio, sono i canadesi The Musical Box, i quali studiano persino gli abiti di scena dei Genesis 1972-74 per poter ricreare il concerto-teatro dei massimi padri del prog inglese con una cura a dir poco maniacale.
Bene: fin qui ci può stare: congelare il passato e provare a rifarlo può essere una enorme fonte di divertimento reciproco. It’s only rock’n’roll, geniale truffa in maschera.

Il problema è quando tutti si credono i Rolling Stones o gli AC/DC, gente produttiva che gestisce con genio musicale la propria decadenza. Molte band storiche (o almeno quel che ne resta) innestate da musicisti giovani, cantanti sostituti, con qualche vecchio membro alle tastiere o al basso, continuano a girare il mondo con il loro marchio consunto per raccattare quel che possono in nome della passata gloria. E i gonzi accorrono festanti.

Guardiamo, ad esempio, nella parrocchia del prog, vera religione per certi neofanatici incapaci di prendere le distanze da quelle che sono splendide elaborazioni musicali, ma non un sistema ideologico-filosofico.

A spulicchiare i gonzi ci pensa l’unico che nei Genesis ci credeva, il chitarrista Steve Hackett (1): riunita una buona band che ha subito una “cura Ludovico” coi classici

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Steve “celafaccioancora” Hackett

genesisiani, rivisita da anni gli stessi pezzi: nonostante la sua strepitosa tecnica sulle corde, l’effetto complessivo è quella di una allegra sagra di anziani che si esaltano con Cucciolo dei Dik Dik (non se la prenda il grande Cucciolo, per il quale nutro solo stima e affetto, molta più stima che per Hackett). Non parliamo poi dei cantanti, spaesati e a disagio come un cammello al polo, per cui suggerirei al buon vecchio Steve di Assoldare i Musical Box se proprio deve proseguire nella burla.
Un nanetto. Il buon amico Pierluigi Auddino mi narrò anni fa di uno spettatore che in un concerto italiano si alzò scandalizzato sclerando a un concerto di Hackett più o meno così: “Cos’è ‘sta roba? Io c’ero nel ’71 coi Genesis! Io c’ero!!!”. All’epoca fremetti per  la lesa maestà, ma mo’ quasi quasi mi trovo d’accordo. Anzi, tolgo il “quasi quasi”.

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Ramsete II e i suoi fratelli (YES)

Caso davvero limite sono gli Yes, quelli dei dischi infiniti e delle sinfonie rock, che sopravvivono col polmone d’acciaio, coi membri che muoiono o si ammalano e vengono rimpiazzati da membri di cover band (cioè, no… ah beh… questi davvero si servono delle cover band: leggete la pagina di Wikipedia sulla line-up e da oggi in poi la trama de Il Trono di Spade vi sembrerà una bazzecola). Trascinano un sound uguale e fedele nei secoli avendo organizzato una macchina musicale che virtualmente durerà fino all’estinzione del genere umano, ma non dirà mai più nulla di nuovo. Una rendita perpetua per omnia saecula.

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Villa Arzilla Deep Purple

Dei vecchi rockers citerei anche i Deep Purple, che ho avuto la fortuna (?) di ascoltare dal vivo nel 2006, coperti dai miei sbadigli: sì ok, “Smoke on the Water” è quella che è, la voce di Ian Gillian ancora spaccava, ma era davvero impietoso il confronto fra i vecchi e le canzoni di un ultimo stanco album, fra la filologia che richiede quella chitarra là, quel basso lì, e le confuse e ammassate composizioni degli ultimi anni, che ad onor del vero almeno tentavano qualche strada nuova. Ancora girano, ancora il marchio tira, ma per quanto ancora?

Questa INPS del rock classico ha trasformato la musica in brand, ha spostato l’attenzione dal prodotto al logo e inaridito le fonti di ispirazione; la filologia dovrebbe essere pane per le cover band e la musica per gli artisti, ma gente pur grande ha finito per clonare se stessa. Per mettere il pane in tavola o la nafta nei riscaldamenti della megavilla del QualcosaShire, le walking band attendono che la genetica cloni i rocker e non solo le pecore per vivere gli anni che furono come un parco a tema, immemori dello scorrere del tempo e con le cornine alzate, perché la vita scorre, ma il rock è eterno. Vabbè, il problema è che puzza.

 

Vaiana, for non-calabrian only

Scartando fra cartelle sepolte in un armadio, tiro fuori un paio di copie master di una fanzine che pubblicavo con amici qualche migliaio di qualsiasi cosa fa, roba da nascondere ma che dispiace buttare perché non si sa mai e anche perché incombe il mio super-io in forma del mio maestro che rimbrotta “Lei è un antistoricista: accetti il passato”. L’ha vinta il super-io. Leggo quella sublime e ingenua robaccia e ci scopro vecchi amici persi di vista e una cosa che mi ero dimenticato.

La cosa è questa: un inveterato e viscerale odio per la Disney.

Odio, sissignori. Perché un antistoricista è anche uno che c’è l’ha facile facile il senso del bene e del male, è il male era la Disney e la sua melassa, la Disney e quell’educazione all’atlantismo e al sogno americano che riduceva la complessità del mondo a pura operetta di scarso impegno e di grosse pretese. Altro che arte grafica, altro che arte: alabarda spaziale! L’altra sì che era animazione!

Poi il tempo passa e i nipoti accumulano aristogatti e pinocchi, la fronte si incanutisce e l’antistoricismo passa come il morbillo, lasciando solo qualche traccia superficiale e la memoria del tempo che fu. In fondo le chiavi di lettura di un opera, mi dicevo, non possono essere liquidate moralisticamente ed essa va calata nel contesto, ne si possono cogliere sottotesti e sottili fili di divertimento spassionato: è la commedia che rende sopportabile l’arido vero, quello che sta fuori dal portone di casa o solo fuori dal tuo studio.

Negli anni i classici sono stati affiancati da sedicenti nuovi classici, i disegni da modelli 3D e l’inventiva dal post-moderno che frulla elementi del passato e riscrive la storia (la noia provata davanti a palesi schifezze quali Rapunzel e Frozen non ha prezzo: ridatemi quelle tre ore di vita, please). Fa senso come un gatto sull’asfalto il politicamente corretto con i personaggi ridotti ormai tenere marionette congelate, uomini e principesse senza qualità e senza principe. Faccio fatica a non far riaffiorare l’antipatia per questi sentimenti ipocriti e senza dramma, che perlomeno Bambi e Biancaneve sfioravano con sentimenti di acuta passione e dolore.

La stroncatura di Oceania appena letta dà il colpo finale all’ultimo lavoro degli eredi di Walt, ormai rincoglioniti dalla politeness obbligatoria, tanto da dover censurare il nome della protagonista, passata in Italia dal chiamarsi Moana (nome che evocherebbe altri scenari e coprotagonisti) a Vaiana.

Cioè, la chiami “membro virile” in calabrese?

Me l’immagino il cinema a Pizzo Calabro, coi bambini che sillaberanno il nome indicibile e sforneranno le più ardite e salaci metafore a sfondo pecoreccio sulla vaiana, fino a sconfinare alle battute da terza elementare del compagno sporcaccione (“Il cameriere neanche lava sotto il letto”, ma  questa la capirà solo il 3% della provincia di Reggio), contribuendo alla diseducazione sessuale ormai vigente.

Nel regno incantato di Disney è entrato il nemico, il sesso priapico, la scorrettezza del rapporto carnale dopo il “felici e contenti”, e questo, per fortuna, ci fa riscoprire sentimenti veri e momenti dimenticati.

Viva l’antistoricismo e abbasso Disney.

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Beba.txt: Boards of Canada

Beba una mattina si sveglia e decide di immergere noi nei suoi sogni di carta e musica. Chiudiamo l’ultimo gancio dello scafandro e scendiamo nella psichedelia dei beba.txt…

di Marilena Sterrantino

 

Mi sentivo come Ulisse legato all’albero maestro di una nave che, calma, si avvicinava verso l’impensabile.. voci lontane, dolci paradisiache melodie ondeggiavano verso di me e sembravano accogliermi in quel luogo così paradossalmente oscuro.. le vele si gonfiavano, così come i miei polmoni, e io respiravo come se i polmoni stessi volessero uscire fuori dalla gabbia. Prendevo grandi boccate d’aria, tutto era nuovo, la tensione aumentava senza precedenti, ma sentivo i battiti del cuore rallentare quasi fino a pensare di morire: facevano silenzio perché io sentissi meglio il suono dei Boards of Canada!

Non sono sirene ma tritoni questi due giovani DJ scozzesi, i fratelli Michael Sandison e Marcus Eoin Sandison, creatori dell’inconfondibile sound elettronico che da circa vent’anni sforna capolavori uno dopo l’altro. Psichedelici, mistici, misteriosi, sembrano avere una certa affinità con quel rock psichedelico che brucia negli anni ’70,periodo in cui alla tv vanno in onda i documentari del National Film Board of Canada, dai quali Michael e Marcus estrapolano nome e campioni per comporre la loro musica. Ecco che suoni elettronici appartenenti ad un passato recente si fondono a melodie senza tempo, che si compenetrano e s’accavallano creando suggestioni oniriche, ipnosi momentanee, meditazione indotta alla quale è spiacevole sottrarsi.

Ogni album è un tesoro indivisibile, i pezzi sono così concatenati l’un l’altro tali da rendere impercettibile l’inizio dell’uno o la fine dell’altro. Entrano in gioco voci fuori campo, metalliche,successioni numeriche, ripetizioni che diventano i testi stessi delle canzoni, aumentando, se possibile, maggiormente,quel senso di incomunicabilità del tutto, persino delle parole. Una sensazione di malinconia ti avvolge e ti costringe a smettere di cercare un senso alle cose per lasciarti trasportare, ormai preda del suono di mille avventure, verso la corrente elettrica dei viaggi mentali. Non si può far altro che restare ammaliati, stregati, sotto l’influsso di una droga sonora.

Einaudi e gli altri

gennaio 22, 2016 3 commenti

“Ascolti questo”.

Quando mi allungano il biglietto, leggo il nome di Ludovico Einaudi e penso che stavolta mi dovrò decidere a pensarne qualcosa, a fare i conti con l’easy listening pianistico e la “classica contemporanea”. In fondo, anche da bambino criticavo Stephen Schlaks, ma non è che ascoltassi cose molto più beethoveniane, e per pigrizia nel pianismo pianissimo e cinguettante dei moderni mi sono un po’ baloccato e ho preferito non pensarci troppo: forse mi vergognavo come se fossi un fan di Michele Pecora (ah, a pensarci bene lo sono stato) e mettevo questi dischi facili dietro i Pink Floyd e i Genesis, che non si sa mai se qualcuno li vede.

Ricordo ancora quando leggevo su “Hi, Folks!” che George Winston era un Keith Jarrett a cui avevano fatto una lobotomia prefrontale (e mi stupisco che a 15 anni sapessi cos’è una lobotomia prefrontale, e conoscevo pure George Winston…): eppure ritengo Autumn un grande album perché… è stato il mio primo CD, mi è costato una cifra e l’ho consumato di ascolti, e i CD della Windham Hill erano registrati splendidamente: Winston è figlio del suo mondo, di quegli anni ’80 che sognavano la pace e l’Era dell’Acquario, di quello studio di legno dove la prima volta fu suonato, dove premetti il play. Lì resta, eterno.

Nyman invece lo giustificato in quanto colonna sonora, e in fondo Lezioni di Piano era un bel film, il disco l’ho preso usato a poco e citare un film con Harvey Keitel faceva proprio figo. Nyman 1 – Sensi di Colpa 0.

Wim Mertens e Philip Glass, musicisti difficili e fuori concorso, ma molti li mettono nel mucchio. Li tiro fuori io: la storia dirà tutto il bene possibile di loro, anche se molti li legherebbero come soppressate in cantina calabrese. Allevi, invece, lo lascio nelle nebbie dell’ignoranza: appena si deciderà di non attentare alla salute del pianeta laccandosi i capelli, avrà tutta la mia attenzione.

Poi è arrivato Einaudi: è arrivato in un enorme dvd-rom con tutto Michael Petrucciani, i concerti di Keith Jarrett e altri due tre mostri sacri del pianismo jazz. È un bel signore Ludovico, dalla faccia educata senza il grugno di Glass o la tamarraggine hippie di Winston; fa melodie delicate e vagamente chopeniane, figlie di un Nyman minore, che richiedono irragionevole estasi, chiedono di smontare ogni necessità di architettura sonora alla ricerca della melodia da trillo, dal fischiettio soave del passero.

Ma qualcosa non va: sembra una ricerca di atemporalità melodica, votata alla fruizione estatica da cuori gentili e anime belle, musica che esprime una Zeitgeist francamente preoccupante, fatta di un dinamismo senza costruzione intellettuale. Non distinguo un pezzo dall’altro: mi sento un vecchiume fuori dallo spirito del tempo così abilmente rappresentato.

Poi c’è questo Elements del ’15: forse uno spiraglio? I “difetti” einaudiani ci sono tutti, gli omaggi tarantiniani ai maestri, le concessioni al pop. Solo per un attimo l’attacco minimalista di “Petricor” mi scuote, mantenendo una bella tensione in un pezzo registrato magnificamente che forse aprirà strade nuove. Ascolto il resto abbastanza alla rinfusa, non ritrovo tutti i pezzi: presi alla rinfusa sembrano tutti gatti neri la notte: “Night”, “Drop” e le altre tracce come replicanti autoclonatisi.

Conclusione? Non concludo: il pianismo easy listening mi è piaciuto quando i tempi mi stavano piacendo, e sarà proprio per questo che ascolto con disagio; in questi tempi barbari e feroci (ove s’appendon i ladri insù le croci) la melensa intenzione consolatoria in un melò che non esplode davvero,  il lirismo appena accennato di melodie fischiettabili, l’estasi irrazionale mi sembrano non dionisiaco abbandono, ma figli di un’epoca dalla testa vuota che ama farsi cullare mentre fuori piove e la gente che non sei tu ha freddo.

ps. Probabilmente non ti piacerà, ma grazie dello spunto per l’articolo, Giorgia.