Archivio

Posts Tagged ‘svalvolamenti’

Retrogaming (1): l’insostenibile leggerezza della Play

L’articolo è pieno di livore umarellico. Nessuna mediazione, concessioni col contagocce.

by WM

Diciamocelo chiaro: il posto sugli scaffali è una cosa preziosa. I libri si accatastano e vorrebbero attenzione (Ama me! Scegli me!1!One), per non parlare di film, dischi, cassette, fumetti e graphic novel. Il gestore di scaffali deve monitorare gli spazi come il sismologo i sommovimenti tellurici delle placche e ripetersi “non ci sono troppi libri, ci sono solo pochi scaffali” come un mantra rassicurante.

Ma mettiamo poi che comincino ad accumularsi anche le confezioni di videogiochi…

dig_dug

daje!

I videogiochi no, per favore. Sono enti virtuali, non devono entrare nella fisicità dell’arido vero, ma restare nella virtualità dei sogni, dove Pacman e l’omino di Dig Dug ti salutano come dèi benevoli e ti dicono che, nonostante il tracollo della storia, loro saranno lì, iconici e perfetti, pronti ad accompagnare i tuoi sogni, gli amici invisibili di quando eri solo. E invece con la Playstation in casa e i pueri ludentes, i blueray si moltiplicano e gli spazi si dividono, andando ad assediare quelli che dedicherei meglio a Stanley Kubrick o Umberto Eco. Ma perché?pac-man_classic

La risposta alla fin fine è semplicissima: i giochi postmoderni* durano poco, poiché assicurano pochissime ore di gioco (una ventina a star larghi) e quindi se ne comprano molti; e non vale il pensiero che spesso li si prenda low cost: è insopportabile (oh, metto il caps lock: INSOPPORTABILE) che roba venduta 70 euro duri quanto un ghiacciolo ad Agosto, diciamolo.

Il videogioco postmoderno* in generale è tecnicamente perfetto, scintillante e vuoto dentro come un puro medium senza messaggio, quel qualcosa che faceva lievitare i sogni, perché questo era il videogioco degli anni ‘80, una illusione che trascendeva lo schifo immanente del mondo e ti rendeva migliore, antidoto alla bruttezza, come una bella canzone o un racconto scritto da uno di quelli bravi.

dims

comprereste un videogame da quest’uomo? io sì…

Una volta (eh, signora mia, una volta!) il programmatore aveva macchine limitatissime su cui applicare una propria serie di intuizioni estetiche, visive e sonore, ed era come voler dipingere tutta la Cappella Sistina su un bicchiere; anche un Jeff Minter poteva bastare a se stesso e sfornare titoli deliranti e divertenti, con lama volanti e colori psichedelici; il Commodore 64 aveva a disposizione anche meno dei 64 Kilobytes dichiarati (per intenderci, un’icona del vostro smartphone è grossa 100 volte tanto) e bisognava fare le dodici fatiche di Ercole per ficcarvi dentro grafica, musica e gameplay. Ora nella Play non sai cosa metterci e devi lavorare con team degni della produzione di un episodio di Guerre Stellari: devi sostenere i costi e se non vendi, mandi alla rovina tutta la Silicon Valley, e per vendere si scelgono sempre le stesse strade, le più banali.

the-last-of-us

e qui li vedete in un momento di insana allegria…

Scelta numero A: il gioco si è ridotto ad un film interattivo, con una sceneggiatura strutturata e pieno di scene che riempiono il dischetto, giustificano il prezzo e mi consentono di andarmi a fare un caffè e grattarmi il sedere ad libitum. Senza la storiella di contorno, la maggior parte di queste ciofeche non sarebbero che piccoli minigiochi che riesce a completare anche un bradipo ubriaco. Togliete a The last of Us il dramma del padre a cui mangiano la figlia gli zombi e ti resta in mano una beata quella lì, sì, proprio quella lì. Venditori di fumo.

Scelta numero B: Se il gioco è un film, i personaggi sono emo da far schifo, privi di quella ironia che illumina ancora i titoli del Nintendo Switch col sederone di Mario degno erede delle rotondità di Pacman. E’ come ritrovarsi in una classe di liceali stronzi dove tutti urlano e nessuno ascolta, col risultato di chiedersi ogni cinque minuti “Ma io che ci faccio qui?”: è bello uscire la mattina in un mondo atroce e incomprensibile, tornare a casa e aprire la Play per scoprire che al peggio non c’è limite. Rassicurante.

Scelta numero C: Ma il gioco in sé? Un open space dove fare missioni stronze ballonzolando qui e là (da Infamous second son a Tomb Rider, uguali da far schifo), per salvare il mondo, i fratelli o le chiappe; mai che si sorrida, ma, sudati e ricoperti di sangue, diamo nuovi significati alla parola “massacro”, riempiendolo di balletti minchioni e stereotipi da terza elementare (lo strame definitivo di Fortnite). Omologato.

E se ce n’è qualcuno che esce da questa griglia, a meno che non sia una simulazione sportiva, viene seppellito dalle pernacchie (con poche eccezioni come No Man’s Sky) o si riduce a stanca ripetizione di se stesso, come le simulazioni sportive, pur fatte a regola d’arte. E non mi dite che se han successo per milioni, han ragione i videogiochi postmoderni*: zero moltiplicato un milione sempre zero fa.

ghosts-n-goblins-05

il cavaliere che corre in mutande è una sagoma

Mutando il mondo, divenendo liquido e asettico, il videogioco si è adeguato perdendo la sua carica eversiva fonte di utopie e mitopoiesi, divenendo semplice intrattenimento seriale che fa da ulteriore segmento ad altri media, che vuole essere cinema senza mai diventarlo, jukebox di corbellerie tridimensionali che vuole imporsi come mondo e non proporsi come alterità. Tutti sono ormai gamer, se così si può chiamare anche il giocatore casuale che apre Candy Crush sul cellulare: il giocatore di Playstation è circondato dai suoi simili, raggiungibili via microfono, utilissimo per insultarsi vicendevolmente le madri, mentre l’utente C64 o Amiga era un carbonaro detentore di arcani segreti e conoscitore della sua macchina tanto da programmarla o aggiustarla alla bisogna, e sentiva il bisogno di creare comunità di simili, di imparare linguaggi ed evolversi, dato che il videogioco di allora non creava videogiocatori, ma persone che ampliavano il proprio sapere e lo condividevano; era un sapere complesso, figlio di letture e approfondimenti, che fa sì che siano i vecchietti di oggi (giovinotti di allora) a configurare a casa loro le stampanti e a risolvere i problemi informatici di cui gli schiacciatori di icone postmoderni* nemmeno immaginano le soluzioni, fosse anche riattaccare una presa di corrente.

Ma davvero bisogna rivolgersi a un videogioco datato per ritrovare emozione? Ha senso rigiocare Ghosts and Goblins per giocare e non per una sterile ricerca del tempo perduto? Per ora ci fermiamo qui, allo sguardo livoroso sul presente, ma presto ci volgeremo indietro.

(continua – 1)

(*) Ogni volta che leggerete questo aggettivo, immaginate la mia faccia con l’espressione di uno a cui il gatto ha urinato sulle scarpe.

Il fascino perverso di Radio Balla Balla

dicembre 23, 2018 Lascia un commento

by WM

4ac689260fd02d58102d9b91aa8453ef.jpgIl problema dei classicisti sono i classicisti stessi, strenui filologi di quel sentimento che non proveranno mai più. Hai voglia, caro Robert Plant, a dirci che dobbiamo ascoltare nuove band e non rimminchionirci sui vecchi vinili o sui cofanetti “the best of”; hai voglia, caro fratello trappista o indiano barbuto e decadente, a smerigliarci di modernità che, disse Manuel Agnelli, rifà solo il peggior Venditti.

Non ci restano che i “greatest hits”, le lunghe file di vetusti supporti fisici o qualche radio che ancora ci vuole come target.

maxresdefaultEh le radio… almeno se sto a casa, infilo qualcosa di buono nel lettore o mi rivolgo a uno streaming ragionato, ma in automobile? È ineguagliabile il panico di quando pensi: “malanova… ho dimenticato i cd/cassette/ipod; mi resta RTL o devo sorbirmi solo i clacson e le marmitte truccate delle macchinine dei tredicenni danarosi”. Comincia così una ricerca affannosa delle cangianti frequenze di Radio Freccia o Virgin Radio, nella speranza non mandino new wave o i Joy Division, che stamattina gira male eh!

Ve lo confesso: quasi meglio RTL. Radio Freccia è inutilmente verbosa, Virgin un miscuglio di stili che col rock spesso fa a karate shotokan; ci sarebbe molto da dire sulla programmazione fallimentare di classiconi accostati a mediocrità synthpop da far accapponare la pelle a un pokemon, ma quando la filippica stava per partire, ecco che mi si schiude un mondo.

Balla Balla.

41308656_1799668593465438_7846279327028084736_n

ziti, schietti e maritàti (cit.)

All’inizio pensavo che fosse una emittente calabrese, di quelle della piana di Gioia che un tempo mandavano tarantelle rosarnesi, e non mi sono accorto di essere caduto in un gorgo di perché e percome, fatto di (*inalare profondamente*) liscio, valzer e mazurche da orchestrina, valzer e mazurche da base midi, Canzoni da balera, cover di canzoni da balera, cover di classici da balera, napoletanità varia, schlager altoatesino, sentimenti di poesia/armonia/nostalgia/gelosia, tovaglie a scacchi, baite con prosperose bionde, amori infiniti, casti palpiti, nostalgia di Peppino Principe e Aurelio Fierro. Pubblicità pari allo zero.

teomondo-scrofalo

è lui o non è lui?

Rimango interdetto, mani sul volante. Musica da intrattenimento perfetta per l’umarellizzazione completa dell’anima, alla ricerca di uno scoglio a cui aggrapparsi, che non si rassegna a un nuovo che non comprende e non si riconnetta all’antico, mentre in Balla Balla ci trova la linfa della musica dei padri con le radioline a transistor e del paesello sui colli e il fiasco di vino con la paglia intorno, con alle pareti un bel quadro di Teomondo Scrofalo.

Sul web informazioni zero, una pagina FB piena di “buongiornissimo kaffèè” e un sito ufficiale più spoglio di quello della mia scuola, dove almeno due gif animate ce le ha messe il vicepreside. L’unico evento è un ballo collettivo a Diamante, paese dei murales e del peperoncino.

W Radio Balla Balla, a cui dobbiamo il ritorno a quando papà metteva la brillantina e i miei eroi erano giovani e belli. Inutile dire che ormai la radio è fissa su quelle frequenze. Chi si lamenta, può mettere le cuffiette e ascoltare i truzzi in autotune.

Dixi.

Il meme della discordia

by WM

Mi perdonerete l’atticismo e molte superficialità, ma il seguente post è scritto con l’urgenza di chi si vede circondato da persone in festa e cose da fare (per dire, già alla seconda parola digitata suonava il campanello del portone).

L’aition del post nasce da un meme, unica forma di umorismo moderno praticata dalle masse dopo la fine delle storielle anni ‘60/70, quelle piene di carabinieri, uomini che entrano in un caffè e Matto, Lo Prendo e Mi Butto. Il meme, come reiterazione idillica di momenti umoristici, pieni di twist e decontestualizzazioni, figli di un postmoderno che frulla cose serie e isole dei famosi, non mi ha mai particolarmente entusiasmato. Preferivo francamente il Fantasma Formaggino.

Ricevo questo meme con una domanda: è sessista?

29749072_1883059491725590_742133692_o

che noia… che barba…

A questo punto l’allerta “pericolo: discussioni sul femminismo!” va over 9000 (mi è bastata l’ultima volta che l’ho fatto sul blog) e il rischio sismico di “Sei un veteromaschilista e pure interista!” va oltre le varie scale Mercalli e Richter. Spoiler della risposta: no, non è una vignetta sessista, ma è degna comunque di analisi sine ira et studio.

– La situazione è quella iconica di Casa Vianello: lei “che noia che barba”, lui immerso in considerazioni che esulano dal contesto.

– Il meccanismo comico consiste nello scarto fra i meditabondi cogitata dei protagonisti.

hqdefault

“Ma il libro perduto della Poetica di Aristotele lo troveremo mai?”

– La ragazza non esprime, come sospettato dalla mia amica, pensieri frivoli in opposizione ai pensieri culturalmente elaborati del compagno, né fa la figura della gallina di fronte all’aquila; la ragazza è inserita in un contesto di, direbbe Sterne, “discorsi da letto”, in cui la noia del momento si traduce nel ritirarsi ognuno nel proprio io e pensare. La ragazza, quindi, elabora alcune veloci riflessioni adeguate al contesto e alla situazione (mancanza di dialogo e di desiderio), mentre l’uomo si sofferma su un luogo comune degli studi virgiliani abbastanza abusato e neanche tanto interessante.

– Lo scarto fra un personaggio, che vive il contesto, e l’altro, che va invece in tutt’altra direzione, determina l’ “avvertimento del contrario”, il comico.

A chi è rivolto il meme? A un fruitore con studi liceali o filologici, una presa in giro (postmoderna e a me poco gradita) del professorame e di una cultura letteraria avvertita come desueta e poco utile, gradita solo a gente strana e che con la realtà non ha alcun contatto, almeno secondo l’autore del meme. Oppure ai classicisti, uomini e donne, che sanno ridere di e su se stessi.

Riguardo alla buona amica (avrete capito che è la nostra Flavia di Reload), ricordo che è il contenuto ideologico dello scrivente o dello spettatore a influenzare le letture, come il monaco che nel suo codice copiava “Satanas” al posto di “Atanas”, vivendo in un’epoca in cui la puzza di zolfo del demonio la si avvertiva a ogni angolo. In quest’epoca della “presidenta” e dell’ “assessora”, dove il femminismo ha perduto la sua forza propositiva e progressiva (penso, chessò, alle Suffragette) e si perde nelle minuzie grammaticali o nel pretendere che Biancaneve non attenda il Principe delle favole, il meme suddetto diventa manifesto del patriarcato, mentre è una battuta per liceali del triennio.

Ps. Se non vedrete altri post di Flavia, temo che capirete da soli il perché. Fuori i secondi…

Vivere nel sottomarino

novembre 30, 2017 Lascia un commento

by WM

operazione-sottoveste_02

Prepariamoci all’immersione!

Sapete come si vive in un sottomarino? Io no.

Oddio: film sulla Seconde Guerra Mondiale ne ho visti a iosa e ricordo lo stralunato Jack Lemmon e l’impassibile Cary Grant lanciare siluri e dividere camerette con letti a castello, camminando bassi per non beccarsi una tubatura in testa o il cannocchiale del periscopio. Erano film sognanti, i film di un allegro vincitore, che mostrava come il valore dei marines sopperisse spesso alle mancanze di una flotta già massacrata a Pearl Harbour, ma che non si arrendeva, con l’ottimismo dei sorrisi-colgate di attori che mai dimenticherò.

Tuttavia, non mi sognerei mai di dire, nemmeno per informazioni de relato, che so come si viva in un sottomarino.

Operazione-sottoveste-stasera-su-Rai-Movie

Agli ordini, comànte!

operazione-sottoveste-4

Ecco. Il sottomarino sgangherato mi vien spesso come metafora per quel mondo che vivo dall’interno, che tutti dicono di conoscere, ma di cui solo chi sta dentro alle sue viscere conosce più o meno bene. Questo mondo resta sommerso la mattina, inghiottendo dentro le sue fauci milioni di giovani vittime, risputandole fuori il pomeriggio con le loro cartellette e i risvoltini nel freddo polare. Al suo interno, mura scrostate sostituiscono i corridoi metallici, la presidenza la cabina di comando e la portineria il periscopio: non ho ancora capito cosa siano i siluri, forse perché non ne abbiamo.

Come nei film americani, ogni tanto si rientra in porto, entrano elementi estranei (un’ispezione, nuovi membri dell’equipaggio) che si guardano intorno senza quei bei sorrisi patriottici o l’inimitabile sorriso di Cary Grant, con un velo di compatimento e ansia in volto. La voce popolare raccoglie cospicui lamenti di chi non ne può più di questa rotta inconcludente fra Genova e New York, invoca riforme e lo smantellamento di questa carcassa arrugginita; almeno nel film del “Sottomarino Rosa” si dava una sverniciata e via a combattere i giapponesi… ma qui no, i giapponesi da far estinguere stanno dentro il sottomarino.

hqdefault

– Oh, ma crolla il soffitto! – Il provveditorato ha mandato i soldi solo per il corso di zumba…

Allora li prendi per fame, gli prometti gli spiccioli, gli avveleni i pozzi e metti tutti i marinai al livello dei topi che scappano prima della tempesta. E tutti applaudiranno, perché la grigia esistenza di costoro merita un’eutanasia pubblica e spietata, ci scriveranno tomi su tomi e si lamenteranno se costoro smetteranno di fare le badanti dei loro preziosi pargoli.

Ma mentre il sottomarino imbarca acqua, c’è qualcuno che almeno prova a svuotarne i corridoi coi secchi, a tappare falle con lo scotch, perché domani è un’altra giornata dove provare a creare qualcosa mentre i siluri altrui vengono intercettati dal sonar, sempre più vicini, sempre più numerosi.

E non so quando dureranno le riserve di ossigeno, ma ci piacerebbe affondare almeno con una divisa linda e fischiettando sul ponte “Amazing Grace”.

0024d39d_medium

Oh Capitano, mio Capitano

La musica è stanca

By WM

14064069_1768307486720984_5947105589354726318_n

Dinosauri Onesti (TM) per la musica di una volta

Rifiuto, ora e forse prima no, di ragionare secondo le categorie di bello e brutto, conscio di come siano valori storici e cangianti: in musica meno che mai.

Eppure ieri il pensiero che “la musica di oggi fa schifo” serpeggiava fra un attraversamento pedonale e una deiezione canina da raccogliere. Per la cronaca, avevo i Nirvana i cuffia e il fresco lutto per la morte di Chris Cornell ancora stampato negli occhi, morte che a leggere in giro ha fatto danni a valanga. La catastrofe della Generazione X non mi colpisce, non ne facevo parte e non sono orfano del grunge, mi mancavano le camicie di flanella e al concerto dei Pearl Jam ci sono andato a ondata ormai finita (il tour del mediocre “No Code”, sarà stato il ’96), ma la morte di un artista ci rende più poveri e impone una qualche riflessione. La riflessione, frutto di questo sublime intreccio di sentimenti e pensieri è stata: “la musica di oggi fa schifo”.

5o54cu

WM feat Maccio Capatonda

Geniale, no? Non l’ha mai pensato nessuno. Datemi il premio Nobbile!

E invece no. La riflessione non è una vana invettiva al contemporaneo, va oltre il senso sveviano di senilità che spegne gli ardori di chi era nato incendiario ed è destinato a fare il pompiere. La fine storica e biografica del grunge (sento Eddie Vedder toccare ferro n.d.A.) ci impone di storicizzare e ripensare, e qualcuno ci è riuscito con buoni esiti.

Quel che un ascoltatore come me può fare non può sconfinare nella critica, non può che esplorare il teatro delle sensazioni alla ricerca degli idola, delle apparenze fallaci dei propri ricordi scombinati.

Ribadiamo il già detto: il pop nostrano ci pare in netto declino perché non è più musica popolare.

Parentesi: nemmeno la musica popolare è tale (e in tante puntate di Gommalacca mi sono sforzato di evidenziare come la folk music sia ormai music senza folk, mancando di popolo). Pubblicità progresso: ora metto le puntate in archivio così se vi volete male, ve le ascoltate.

La musica popolare intesa come pop music non esprime una visione articolata e condivisa della vita, perché né i parolieri né i musicisti sembrano figli della contemporaneità: le canzoni di oggi non raccontano le storia, la povertà, le pulsioni odierne, ma si riducono perlopiù a masticare un repertorio di frasi e concetti chiari e distinti, senza alcuna concessione ai territori inesplorati: cuore-amore e forme scintillanti, qualche vezzo di ironia postmoderna e citazionismo ammiccante (i barbari usano il passato come insieme di rovine da cui trarre elementi tra loro sconnessi e incoerenti, ma comunque che sanno di antico).

Il gioco è facile: basta che il tutto somigli al già sentito di cinque minuti prima, basta adeguarsi al talent del momento, che ora ci vuole più soul, ora più synth, ora più rock, di un rock de noantri senza sangue e ribellione.
Dipende da quel che vuole Maria. Il popolare è eterodiretto, ergo non è più voce del popolo.

Quanto ci mancano i Battisti-Mogol che riuscivano a descriverci una sfumatura, il tradimento di “Innocenti evasioni”, o anche solo “La gallina coccodè”, che pettoruta e superba assomiglia a tutte le donne del mondo. Quanto ci manca Renato Zero che canta il destino umano per grandi allegorie ne “Il Carrozzone”, oppure Branduardi e il suo stralunato violino che riempiva gli stadi.
Oggi abbiamo alcuni cantanti, musicisti, parolieri bravissimi, ma non riescono a scalfire il tempo dei talent perché troppo legati a un passato che voleva dire le cose: i Frigieri, i Solfrini, gli Spaggiari viaggiano su binari paralleli e morti perché ogni voce ha bisogno di un pubblico, ma nel chiuso di pochi club coraggiosi, quelli che non fanno suonare solo cover band e dj, non creano un humus di parole condiviso come potevano fare Dalla e Venditti, fra un Folk Studio e una piazza.
Il tessuto connettivo di una nazione sono anche le sue canzoni, un tessuto ormai sfibrato e piatto, in cui anche innestare cellule sane e vive non porta a nulla, perché impreparato ad accoglierle

Da osservatore, da ascoltatore informato, constato lo sfacelo e so che le forze storiche non si fermano con i mugugni o la buona volontà. Per ora non posso che recitare un atto di dolore, ascolto e riascolto quella musica popolare che ho snobbato all’epoca, e mi compro le raccolte dei Dik Dik e degli Alunni del Sole alzando una silente preghiera a questi antichi numi, sperando che ci salvino dalle fauci del leone di una modernità fast food che fagocita ogni cosa bella. Siamo stufi del brutto.

ps. Scusa Chris, ma di coccodrilli te ne hanno fatti troppi. Come mi facevi sognare in vita, mi hai fatto riflettere e crescere post mortem. Grazie.

cornell2

gli eroi son tutti giovani e belli

Scisma

febbraio 21, 2017 Lascia un commento

by WM

dal-pci-al-pd

piccolo spazio pubblicità (cit.)

Scisma è una parola che mi ha sempre affascinato, sia per il senso di taglio chirurgico e cesareo per nettezza e inevitabilità, sia per il senso di liberazione che sopraggiunge quando ti levi di dosso un peso morto. C’è voluto uno scisma per convincermi a pensare alla politica, e c’è stato bisogno di un trauma per farmi risvegliare da quel 2011 dove ormai era chiaro che non eravamo un paese normale, ma anche peggiore di quello che nei miei sogni peggiori potevo fingermi; non mi stupisce, né mi turba, quindi, se quelli là hanno distrutto tutto e ora tirano pure lo sciacquone. Quelli là sono il Pd.

default

ma pd!

Chi non ricorda la caduta del governo di B. ? Chi non ricorda ricatto dei mercati, lo spread e la promessa di un default argentino se non ci fossimo piegati alla politica dell’austerità? Servi dei servi siamo stati (servi dei servi ribadisco) e nemmeno la fine di Silvio, verso cui non sono stato mai tenero, mi parve giusta: un Cesare pugnalato.

Da quel momento una sinistra “blairiana” ci ha governato coi metodi e coi programmi della destra, insegnandoci il disimpegno e la spregiudicata libertà di chi ama passare col rosso ed evadere le tasse, ma con allegria.. E guai a protestare, o si era passatisti, nostalgici del tempo che fu e mai più sarà: è calato il silenzio, sopravvivevamo alla fine dei nostri sogni, alla rovina della banale idea di un paese normale.

E come potevamo noi cantare col piede straniero sopra il cuore, tra i morti abbandonati nelle piazze?

E ora?

Ora i compagnucci della parrocchietta del Partito Disastrato lasciano il chierichetto del loro leader scout e col babbo imprenditore inquisito, insieme alla sottosegretaria tutta sorrisi e col babbo banchiere inquisito, e mi parlano di socialismo, di critica al Capitale, di popolo da riconquistare alle destre, il tutto dopo aver ricapitalizzato le banche e votato il Jobs Act, robe che neanche il Silvio dei tempi d’oro.

Ma vaffanculo.

Certo, ovvio: un cordiale vaffanculo, ma andateci.

hanno-la-faccia-come-il-culo

scritto ieri, anzi no

Perché a tradire le idee non sono stati i cattolici liberali che impongono l’abolizione dell’articolo 18, ma chi da anni spiana loro la strada, innalzando l’imprenditore a categoria sacra dello spirito e si è scordato dei diritti dei lavoratori. Chi ha ammainato la bandiera in nome di una modernità da fastfood, perché il potere faceva gola e il far politica no, perché lo chiedeva la disciplina di partito.

Che bella parola: “partito”. Non la pronuncio da quando avevo i capelli biondi.

Vent’anni di retorica anti-partitica hanno distrutto le scuole di partito, le sedi di partito, le riunioni di partito dove si formavano i quadri dirigenti, lasciando la gente a pascolare in piazza o nei mcdonald e non insegnando loro che quando qualcosa non va, bisogna unirsi, sintetizzare nuove idee e portare avanti una battaglia politica e, scusate la parolaccia, ideologica. Sissignori, ideologica: non ideuzze raccattate qui e là, ma una lucida e rigorosa visione del mondo, un sistema strutturato di progetti e idee coerenti. Ma se il paese è ormai immemore delle battaglie politiche giuste (si è fatto togliere l’articolo 18 senza quasi fiatare), quindi come potremo mai ritornare a far politica?

I sinistri del Partito Disastrato lasciano una barca che affonda, pensando di rifondare il PCI-PSI senza avere sedi, soldi, persone: se in maniera complice non parli di socialismo da un trentennio, chi potrebbe mai dare fiducia a un’idea astratta e sbandierata da dei mediocri? Dai Bersani (il liberalizzatore), dai D’Alema (il baffetto sul catamarano), dai… basta, i compagni seri son tutti morti, restano i pupazzi.

1200px-logo_di_sinistra_italiana_rosso_bianco

datemi dieci euri e ve lo faccio più figo

Il PD si scinde, in quante parti non si sa; Sinistra Italiana, alternativa non ancora nata, con un tasso di emoglobina ancora ignoto e dal logo disegnato col Paint di Windows , si è già scissa verso Pisapia e verso l’autarchia autosufficiente, il M5S è primo partito, con promessa di diventare forza di governo e diverrà sempre magiormente attraente a furia di vaffa e polizze vita. La sinistra si parcellizza in atomi insignificanti, che anche se fossero quantitativamente concreti e visibili, si rifarebbero a idee non condivise, a vaghe nostalgie dei tempi che furono, utili a tirar su qualche voto ma incapaci di aggregare consenso, di stabilire un programma di azione.

13-03-storia%20del%20mondo%2007-002-bLa tradizione politica del ‘900, indegnamente rappresentata dal Partito Disastrato, era stata fondata da quel piccolo gigante sardo, capace di avere una visione del futuro anche quando finì in una galera umida a morir di tisi. Come Roma, era stata fondata da un Augusto; essa ora si conclude con il rumore delle forbici che scindono e con  tanti Romolo Augustolo, re piccini della decadenza che si fanno mettere in esilio e lasciano ai barbari lo scettro, incapaci non solo di pensare alla grandezza della Roma che fu, ma anche di guardarsi in faccia e riconoscersi.

Il violinista che sognava il Diavolo

febbraio 14, 2017 Lascia un commento

by WM

8_il-virtuosismo-nellarte-musicale-del-xviii-secolo-giuseppe-tartini

Una sera Tartini sogna, e si sogna il Diavolo.

Sogna messer Diavolone, le Pauvre Satàn che gli fa da domestico e a cui ha l’ardire di mettere il suo violino in mano: sì, perché Tartini è un signor violinista, fra i migliori del mondi, di tutti i tempi, forse un gradino sotto Paganini, ma chissà… le classifiche del genio hanno ben poco senso, quindi evitiamo, o un articolo semiserio diventa una stupidaggine come i clickbaiting del Corriere punto it (i migliori dieci sederi femminili nella storia del Cinema).

trillo

Ma torniamo a Giovanni Tartini e al satanasso nel soggiorno, che si avvicina sospettoso al violino, lo fiuta come il cane da tartufo sui colli la domenica, magari gli dà pure una gran leccata per vedere se sia un Guarnieri del Gesù o uno Stradivari (vabbè, un po’ di ucronia, consentitemela), e poi pizzica le corde a due a due, sol re la mi, mette la pece all’archetto e sbuffa zolfo.

E suona.

Suona la melodia più acuta e bassa, ultrasonica, veloce nei passaggi, blues nel sentimento, con diteggiature che avrebbero richiesto a Paganini di deformarsi le dita in pose diaboliche e disortopediche, il tutto mentre Tartini piange, fino alla nota acuta del finale, ma visto che, come dcevamo, è tutto un sogno, accade anche qui che ci si svegli con l’amaro in bocca e l’alienazione nelle pantofole.

tartini2Giovanni si tuffa al suo violino, quello vero, e archetta come un matto, senza riscaldamento e senza pece alcuna, per fermare quelle note, e si mette a piangere per davvero perché quelle note del Trillo suonato dal Diavolo gli sfuggono dalla sua memoria a forma di scolapasta. Allora si ferma, riflette, rinuncia.

Poi si siede, riflette ancora, e poi si mette a scrivere un pezzo che non vorrà mai pubblicare, rimarrà postumo quasi venisse dall’altro mondo, con un titolo spurio, “Il Trillo del Diavolo” affibbiatogli dagli allievi a cui Tartini aveva confidato qualcosa.

Non era uno stinco di santo: superbo e focoso da giovane, fu poi maturo maestro, ma nella selva dell’inconscio conservava l’antico titanismo del maestro d’armi e di spada che era stato, diviso fra duelli di spade, archetto e amori contrastati. Per tanti anni nelle notti più oscure, testimoni lo hanno visto suonare, ombra fra le ombre, in una chiesa di Padova, inseguendo il sogno di un suono perfetto, mentre intorno aleggiava un vago afrore di zolfo.