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Reload: Lavia, “Se vuoi essere moderno leggi i classici”

settembre 1, 2017 Lascia un commento

Lunedì 7 agosto Gabriele Lavia è stato ospite del Caffè della Versiliana per presentare il suo libro: “Se vuoi essere contemporaneo leggi i classici”. Ecco il report della nostra Flavia.

di Flavia Guidi

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Gabriele Lavia sono un nome e cognome che dicono sempre qualcosa. L’attore e regista ha raccontato di come è nato il libro: “Alcune signore sono venute da me chiedendo di scrivere un libro sui classici dal titolo Se vuoi essere moderno leggi i classici. Per me se vuoi essere moderno non devi leggere i classici, o meglio, non leggere”. Lavia continua dicendo che non facciamo caso al fatto che quando si parla di tempo si pensa al passato come a qualcosa che ci sta alle spalle, mentre “noi di fronte abbiamo solo il passato, ed è solo il passato che dovremmo guardare. Il futuro ci sorprende alle spalle solo se noi abbiamo la capacità di guardare coraggiosamente il passato”. Possiamo così, attraverso ciò che ci precede, prevedere quello che può essere davanti a noi. Solo il passato è contemporaneo, ed è per questo che Gabriele Lavia ha deciso di sostituire per il titolo del suo libro moderno con contemporaneo.
La contemporaneità dei classici è la pienezza del tempo: “Rendiamo contemporanea l’Iliade solo perché la si legge…Ma a che cosa serve? Noi ci rispecchiamo, siamo riflessi da quella storia e da quel personaggio, anche se non c’è nulla nella storia, per esempio, di Edipo che assomigli alla nostra vita”. Lavia passa così a un altro concetto, quello della sostanzialità della presenza di due poli: interprete e spettatore, autore e lettore.
Il conduttore della serata, Marco Ventura, ricorda poi che il libro di Gabriele Lavia si apre con l’inizio della Repubblica di Platone: “Ieri scesi al Pireo”. Per il regista questo incipit è il denominatore comune di tutte le grandi opere d’arte. La caduta, la catarsi (dal verbo greco katàiro, scendere, dal significato simile al verbo usato da Platone: katabàino), è l’immagine che rappresenta profondamente il pensiero di Platone: il filosofo si precipita giù, al porto, nel luogo più violento. Così la catarsi non è il “sentirsi più buoni”, ma il cadere dello spettatore così come cade il personaggio. Lavia accosta Edipo al protagonista dostoevskijano di Memorie dal sottosuolo, al Dante della Commedia e a Pinocchio. Gabriele Lavia, dicendo di essere un esperto di cartoni animati perché da ragazzo voleva disegnare per l’animazione, racconta come originariamente Pinocchio per Collodi doveva morire da burattino, impiccato. Gli editori, indignati, fecero sì che lo scrittore toscano concludesse il suo romanzo con il burattino che diventa un “bambino vero”: “Cosa ci può essere di peggio di impiccarsi per un burattino? Diventare uomo, condannato alla morte vera. Da burattino può solo rappresentare la morte. Pinocchio: che orrore! Diventa bambino!”.
Tornando a Edipo Lavia dice che il personaggio sofocleo rappresenta più di ogni altro la ricerca di sé, della verità: trovando la madre morta impiccata e non potendo quindi sapere da lei la verità egli decide di accecarsi. “La tragedia di Edipo non è esser figlio della sua sposa, ma il fatto che non sa. Se con gli occhi non posso sapere, l’unico modo per sapere è accecarmi”.
E legato al vedere è anche il teatro: la parola teatro significa “luogo dello sguardo”, sguardo che è possibile solo se presenti i due poli di cui Lavia aveva già parlato, lo spettatore e l’attore.
Gabriele Lavia ha chiuso l’intervista parlando di Moby Dick, romanzo a lui caro, che spiega molto bene quella caduta e quella ricerca di verità di cui aveva parlato prima. “La balena è la grande salvezza di Achab. Achab è tutto vestito di nero e ha un oggetto bianco, un osso di balena al posto della gamba. Alla fine egli è preso dentro ciò che lui ricerca, e questa balena bianca gli permette di andare sempre più giù, nel profondo…Eraclito diceva in un frammento «Per quante vie tu percorrerai nella tua vita, giù, sempre più nel profondo, mai arriverai alla tua anima, così profonda e ampia», utilizzando la parola greca bathùn, che significa sia profondo che vasto”. La vita dell’uomo è sprofondare, anche se non arriveremo mai al fondo.

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Reload: “Rent” di Jonathan Larson

dicembre 31, 2016 Lascia un commento

di Flavia Guidi

Il Natale è appena passato, e ,come.ogni anno, mi sono concessa la visione ormai rituale, di uno dei miei musical preferiti: “Rent”. Per chi non lo sapesse si tratta di una rock opera, ispirata alla “Bohème” di Puccini, molto conosciuta fra gli amanti del musical.

rent_wall02_1920x1200Oggi, però, non voglio parlare dell’opera, ma del suo autore: .

rent1E’ così facile sentirsi vicini alle storie che si intrecciano in “Rent”, ma se qualcuno mi chiedesse il perché direi che la risposta è molto difficile da dare: non siamo più negli anni ’90, non siamo negli States e non ho vissuto quel momento nei ghetti americani… non sono nera, non sono affetta da AIDS e non sono omosessuale…Tuttavia quelle storie attraversano la mia anima come un coltello nel petto. Penso, perciò, che Larson sia riuscito ad acciuffare una “bellezza” che dura nonostante il tempo e che vola attraverso lo spazio. Perché? Quale “bellezza”? Non di certo il dramma del vivere alla giornata, senza sapere se avrai abbastanza soldi da permetterti l’affitto del prossimo mese, e neppure l’essere malato a vent’anni o la dipendenza dalla droga, perché “Rent” racconta soprattutto questo.

rent-1Se qualcuno conosce quel genio di Larson sa che, invece, i personaggi che prendono vita nel musical hanno molto in comune con il loro autore: Larson era statunitense, aveva vissuto in un loft al quinto piano senza riscaldamento insieme ad altri ragazzi, lavorava a una tavola calda; da musicista squattrinato e con un futuro incerto conviveva con una stufa a legna illegale, con una vasca da bagno in mezzo alla cucina e con il citofono rotto. Come uno dei personaggi di “Rent” Larson fu lasciato dalla ragazza per un’altra donna.
Larson era malato, da sempre, e morì il 25 gennaio 1996, appena qualche ora dopo la sua prima e unica intervista, mentre allestiva la messinscena di “Rent”.
La prima fu cancellata, ma amici e famiglia si riunirono al teatro dove gli attori eseguirono alcune canzoni del musical. Alla fine dello spettacolo, dopo un lungo applauso, calò il silenzio. Poco dopo qualcuno dal pubblico urlò: “Thank you, Jonathan Larson!”.

larsonnewspaper Penso che ciò che fa la “bellezza” di “Rent” ancora oggi, e sempre la farà, sia il legame unico fra l’opera e il suo autore: quello stesso Larson che aveva trasformato in arte la sporca e frustrante vita di un musicista squattrinato moriva prima di sapere che il suo lavoro sarebbe diventato un successo…proprio lui che aveva composto per “Rent” “One song glory”, pezzo in cui il musicista Roger cerca disperatamente quella canzone che lo salvi dalla povertà, ma soprattutto dall’oblio, una volta che sarà scomparso per la sua malattia.

Ritengo quindi “summa” di tutto ciò che è questo musical e che è stato Jonathan Larson la “One song glory” cantata dal suo stesso creatore.

Grazie, Jonathan Larson!

Reload: In Memoriam

di Flavia Guidi

Domenica scorsa lo storico professore Aldo Baldini, docente di latino e greco al liceo classico Niccolini-Guerrazzi di Livorno dal 1986 al 2010, ci ha lasciati…E adesso noi ex alunni ci sentiamo un po’ orfani.

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L’ho sempre chiamato “professore”, ma nel mio cuore da anni era “Aldo”. Prima che un professore Aldo era un uomo: timido e tenero dietro i suoi principî fermi. Mentre ti faceva le.domande allinterrogazione a volte ti prendeva per mano per farti coraggio. Aveva fatto della saggezza degli antichi la sua filosofia di vita. Per me gli eroi esistono, sono quelli grandi nella loro humanitas… proprio come lui. Non amava farsi vedere in giro… apparire… ma è venuto a vedermi in teatro. Quando mi disse che facendo chimica non cancellavo cinque anni di studi umanistici, ma ne facevo solo il mio passato, ho capito… ho sentito che non volevo che le lettere fossero solo il mio passato. È grazie a lui se fra poco avrò la mia tesi su Petronio.Avrei voluto vederlo un’altra volta… per fargli almeno sapere che da chimica ero andata a lettere. Penso avrebbe scosso un po’ la testa per la mia incostanza, ma sorridendo e sogghignando, felice per la mia scelta.

Spero che gli insegnanti del nostro Liceo Classico di Livorno conservino il suo ricordo e che col suo ricordo la nostra scuola sia in grado di risollevarsi facendo capire quanto sia importante lo studio dei classici. Classici che insegnano a vivere e a volersi bene come ho voluto bene al mio professore.

Reload: Meraviglioso Boccaccio!

di Flavia Guidi1424865827

Questo potrebbe essere definito per me “l’anno di Boccaccio”.

Studiando Lettere moderne all’università di Pisa mi trovo a frequentare un corso molto interessante sul “Decameron” nello stesso periodo in cui è uscito il nuovo film dei fratelli Taviani sulla “Commedia umana”.

Strano a dirsi, ma le due letture dell’opera sono incredibilmente vicine fra loro.

Meraviglioso_Boccaccio_PosterQuello di Paolo e Vittorio Taviani non è il primo “esperimento” cinematografico sul grande capolavoro di Boccaccio. Pierpaolo Pasolini, ben quarantaquattro anni fa, aveva deciso di portare sul grande schermo il “Decameron”, con un altissimo grado di rielaborazione, tanto da far sembrare il libro opera sua.

Tuttavia la lettura dell’opera stavolta è ben diversa, molto più aderente al suo significato e struttura originari e allo stesso tempo più vicina ai nuovi studi critici sull’opera trecentesca. Pasolini scelse dieci delle cento novelle di Boccaccio; Paolo e Vittorio Taviani hanno scelto di non iniziare con una novella ma con la cosiddetta “cornice”. Può sembrare una scelta dovuta soltanto alla volontà di rimanere più aderenti al testo boccacciano, ma dietro questa scelta c’è molto di più…La “cornice” permette di comprendere il vero e più profondo significato del film quanto del “Decameron”, come io e i miei compagni di corso stiamo apprendendo.

La critica più recente sembra andare di pari passo con l’intento dei due registi: dare nuovamente risalto alla centounesima novella: la “cornice”.

Meraviglioso-boccaccio-filmNon potendo qui dilungarmi, devo comunque dire che nel film si dà molto spazio a ciò che a lezione abbiamo trattato ampiamente: alle donne e al tema del raccontare. La parola è vita (pensiamo alla cornice delle “Mille e una notte”). L’opera sembra così diventare un raccontare del raccontare, un gioco di specchi su più livelli, fino a che i diversi piani della narrazione si confondono. Questo è stato colto magistralmente dai fratelli Taviani, che durante la novella di Tancredi e Ghismunda, la protagonista della novella, interpretata da Kasia Smutniak, finisce per prendere il posto di Fiammetta e racconta lei, accanto alle giovani della brigata, la sua morte.

La via del raccontare si pone come via mediana, come aurea mediocritas, fra due atteggiamenti all’epoca della peste dominanti e contrapposti: quello autolesionista dei ferventi cristiani e quello edonistico. E proprio nel segno del raccontare sembra chiudersi la vicenda: i giorni previsti per “novellare” sono finiti. Nel film dei Taviani i giovani sono distesi sul prato e sentono il rumore delle campanelle di un carro che probabilmente stava portando cadaveri di appestati… Nonostante il raccontare sia un’evasione, questa deve avere un termine, e questo è noto a tutta la brigata. I giovani dicono che la bella stagione sta per finire e infatti durante la notte una pioggia torrenziale si abbatte sulla campagna fiorentina. I dieci ragazzi decidono di tornare a Firenze il giorno dopo. E’ questo finale, forse inaspettato, che ci fa capire che il raccontare è un mezzo per migliorarsi, per conoscere la realtà in tutti i suoi aspetti, ma che dopo aver affrontato e portato a termine questo percorso si deve tornare alla realtà quotidiana, anche nel caso in cui questo implichi la morte, una morte in questo caso “lieta” perché avvenuta dopo l’assoluto perfezionamento di se stessi sotto l’egida del realismo.

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Reload: Sono le cinque del mattino

Demis Roussosdi FLAVIA GUIDI

Sono le cinque del mattino.

Un uomo passeggia da solo per strade deserte. I suoi pensieri sbattono contro le pareti della sua testa come onde di un mare in burrasca, ma si accavallano…Sono voci sovrapposte, incomprensibili, che invece di rivelarsi non sembrano volersi rivolgere al nostro uomo solitario, rimanendo misteriose.

Per questo, senza volerlo, egli viene traghettato dalla sua mente indietro, ripercorrendo tutta la vita finora trascorsa.

Basta un momento per riuscire a recuperare la memoria di tutti i suoi volti passati, delle maschere indossate, delle idee in cui ha creduto ma poi gettato, delle speranze morte senza conoscere realizzazione. L’uomo, passeggiando, si imbatte nel suo volto di adesso, riflesso nel vetro di una finestra di una delle case accanto alle quali passeggia. E lì si ferma… Mentre scruta il suo riflesso prova dolore nel non trovare nulla di ciò che era. Ciò che è è qualcosa di profondamente diverso dal sé passato. E questo non è un caso di, ormai banale, crisi di identità, ma un grido muto, nato dal dolore di chi ha appena appreso, o forse riscoperto, che lo scorrere del tempo è inesorabile e che, anche se ci impegniamo a rimanere sempre uguali a noi stessi, la vita ci cambia, spesso senza che noi ce ne accorgiamo, lentamente. Così un giorno non troviamo più ciò che c’era un tempo.

E l’uomo che passeggia di notte non si ribella alla legge del Tempo, ma vorrebbe comunicare con un lamento cosmico quanto sia difficile accettarla.

A questo punto il nostro uomo esce dai suoi pensieri e lo vediamo guardarsi di nuovo intorno.

Sente il silenzio e la solitudine della notte, con cui instaura un rapporto di “simpatia”, come solo chi conosce l’etimologia del termine “simpatia” può capire. Egli preferisce condividere la sua dolorosa condizione con chi, come la notte, si trova in una condizione opposta, eterna e immutabile, piuttosto con altri uomini che ne condividono il destino.

Solo l’eternità della notte riesce a dargli speranza, a farlo vivere in un incanto, lontano da se stesso, ma non per questo dalla realtà.

Egli riesce a trovare serenità nelle braccia di chi è stato prima, e sarà dopo, di lui. E questo forse perché nel tempo eterno avrà visto un altro uomo passeggiare solitario in preda alla sua stessa angoscia.

Quell’uomo era Demis Roussos e se non fosse stato per il suo testo e la sua voce nessuno, tranne la Notte, avrebbe potuto conoscere i turbamenti di quell’uomo che, in fondo, è tutti noi…

Non so se questo fosseproprio questo il messaggio di “It’s five o’clock” degli Aphrodite’s child, ma tutti hanno trovato il brano particolarmente profondo perché capace di oscillare fra la più profonda malinconia e la più scintillante speranza. Un testo che per il suo gioco di specchi e per il suo parlare di Tempo e anima può essere accostato a “Anime salve” di Fabrizio De André.

Reload: “24:00:00 – The Countdown” (musical, 29 Novembre – Teatro Rossini di Pontasserchio -PI-)

di Flavia Guidi

10746636_853100478054835_807466137_o10799548_853136628051220_1623814437_nNon pensavo fosse difficile parlare di qualcosa che conosco da vicino, molto meglio di tutti coloro che non lavorano al mio fianco per lo spettacolo. Parlare con freddezza senza farsi prendere dall’entusiasmo che può avere un performer a distanza di tre settimane dal debutto è complicato e un po’ doloroso. Perciò cercherò di raccontare quello che è questo spettacolo in modo obiettivo ma con l’affetto che mi lega al progetto da ormai tre anni.

Ma procediamo con ordine: tre anni fa la “Musicacademy” di Pisa decise di creare un “Musical Lab”, un cantiere fatto da registi, coreografi, compositori e musicisti ma soprattutto da cantanti e/o attori che collaborassero per un progetto comune: la realizzazione di un musical italiano inedito, partendo da zero. I performer del “Musical Lab” non costituiscono quindi una compagnia teatrale, ma provengono da esperienze diverse, lavorando insieme per questo progetto.

10744817_853131544718395_478433811_nTre anni per scrivere una “commedia romantica”, così la definisce il suo autore Federico Guerri, da cui è stato tratto il copione, che nel tempo è “cresciuto”, diventando sempre più ciò che volevamo, con tanti personaggi ognuno sempre più cucito addosso al suo performer. Tre anni per inserire al momento giusto le “songs”, per scriverne musica e testo. Tre anni per iniziare a provare e per avere nuove idee per far “crescere” questo progetto, come ad esempio la trasposizione cinematografica del copione teatrale e le conseguenti acquisizioni di nuove tecniche di recitazione da parte dei performer e adattamenti del copione per lo schermo.

10735864_853137778051105_504806244_nMa che cos’è “24:00:00 – The Countdown”? E’ un musical che ha molto dell’opera rock perché i compositori delle “songs” sono Francesco Sighieri e Max Marcolini, musicisti che scrivono per Irene Grandi, Dolcenera, Noemi, Annalisa, Irene Fornaciari e molti altri cantanti italiani. Per quanto riguarda i testi dei pezzi sono stati scritti da Luciano Oriundo con la “supervisione” dei performer stessi, che hanno spesso fornito spunti per lo spettacolo. La regia teatrale è di Michela Mirabucci, che da anni si occupa in tutta la Toscana di realizzare musical, mentre la regia del lungometraggio è di Pierpaolo Magnani, amante delle novità tecnologiche in campo video (come, ad esempio, il “chroma key”) e che si occuperà anche della scenografia in teatro.

Ma di cosa parla “24:00:00 – The Countdown”? Vorrei che le mie spiegazioni riuscissero a far capire l’intreccio della storia senza togliere a chi verrà a vederci sabato 29 novembre al Teatro Rossini di Pontasserchio la sorpresa del finale e non solo di quello. Chi ha letto il libro già sa di che cosa parla il musical e molti hanno lasciato commenti positivi al riguardo, dicendo che la commedia di Guerri è “Una lettura incalzante, piena di ritmo: la storia dura 24 ore ma si legge in molte meno. Stupisce quanti personaggi si possano raccontare in quel lasso di tempo. Momenti di pura felicità si alternano bruscamente a secchiate di realtà in faccia”.

Invece io parlo per chi non sa ancora niente della storia. Non ho mai amato la fantascienza, troppo distante dalla realtà per permettermi di trarne lezioni di vita se non con enormi sforzi… E poi non sono mai andata d’accordo con navicelle spaziali, extraterrestri, virus letali, apocalissi o tecnologie avanzatissime ma per ora inesistenti. Non posso dire che la nostra storia racconti la realtà di tutti i giorni, essendo ambientata in un improbabile ma possibile domani in cui appare un conto alla rovescia nel cielo. Posso garantire, però, che le reazioni dei personaggi a questo evento extraordinario sono comprensibilissime e molto “umane”. Aggiungo solo quella che mi sembra la cosa più forte e profonda del musical e che porterà a molti colpi di scena: ogni protagonista cercherà di capire che cosa sia quella scritta nel cielo, ma capendo di avere, se davvero è un conto alla rovescia, poco tempo per pensare e agire, riuscirà a prendere decisioni che forse mai avrebbe preso senza quell’evento sensazionale. Quest’ultimo sembrerà spingere i personaggi a SCEGLIERE, a muoversi…Vedremo sabato 29 in quali direzioni.

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Reload: Massimo

di Flavia Guidi

Massimo Troisi

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A vent’anni dalla scomparsa di Massimo Troisi è difficile parlare di un personaggio tanto amato dal suo pubblico senza ripetere ciò che parenti, amici e colleghi hanno detto, prima e dopo la sua morte. Non posso neppure dire di non dimenticare l’acqua e il gas aperto perché pure questo è già stato detto, e proprio da Troisi. La sua ex compagna e collaboratrice Anna Pavignano, il collega Nino Frassica e molti altri ci hanno detto ciò che speravamo fosse vero: Massimo era nella vita l’uomo che ci ha fatto conoscere con i suoi film. “L’uomo-Massimo era l’uomo-attore, perchè Massimo non recitava. Era se stesso”, dice Frassica.

Timido, voleva però essere accettato per quello che era; fermo nelle sue decisioni, forse caparbio, amava essere amato. Aveva bisogno che la gente gli volesse bene, non ultimo il suo pubblico: spesso mi sono chiesta quanto di lui ci fosse nelle interviste, nei suoi interventi in alcuni programmi televisivi; quanto giocava con la sua immagine di uomo naif, timido e un po’ impacciato che aveva trasmesso coi suoi film? Era fiero o succube di quel “personaggio”? Ho tentato di capire, di rispondere a queste domande, anche se non potrò mai sapere più di ciò che vedo di lui e sento raccontare dalle persone che lo hanno conosciuto.

Massimo, a detta di tutti coloro che lo hanno conosciuto, era un genio. Un genio della comunicazione, assolutamente privo di schermi culturali e intellettuali e che dalla sua timidezza reale aveva saputo far uscire la sua acuta intelligenza, tagliente e disarmante proprio perché appartenente a una persona che usa parole semplici, concetti semplici ma veri, mai banali, da cui anche oggi abbiamo da imparare. In un intervista concessa a Gianni Minà, in occasione della vittoria dello scudetto da parte del Napoli, Troisi si pronuncia su alcuni striscioni con su scritto: “Napoli campione del nord Africa” dicendo: “Io intanto preferisco essere un campione del nord Africa piuttosto che mettermi a fare striscioni da sud Africa…”.

Aveva saputo fare della sua timidezza e semplicità un’arma, a volte dietro cui nascondere il dolore per la sua malattia, altre da cui far uscire messaggi importanti dando loro una veste originale, leggera, comica ma in fondo amara.

Si sa che spesso era “costretto” a fare dell’ironia e “apparire” allegro anche quando non era in vena di battute, ma questa più che ipocrisia è la dimostrazione della volontà di non deludere chi gli stava intorno, chi era abituato a un Troisi sempre pronto a far ridere e sorridere.

Fra le tante testimonianze penso che la più interessante sia quella della sorella dell’attore, Rosaria, non solo perché vicina e profondamente legata a Massimo, ma perché nelle parole della donna si ritrovano quella semplicità e genuinità che ci hanno fatto innamorare di Troisi.

Rosaria Troisi, insieme a Lilly Ippoliti, nel 2011 ha pubblicato un libro: “Oltre il respiro – Massimo Troisi, mio fratello”. Il contenuto ma soprattutto il perchè di questo volume si capiscono bene dalle parole di Rosaria stessa: “Il tempo che passa ti mette in una condizione emotiva di libertà perché sgombra il campo dal peso e dalla fatica del ricordo. Si dice che il tempo è galantuomo, ma al tempo stesso è spietato perché cancella tutto. In questo libro c’è il mio vissuto, la mia storia, e tutto un mondo che porto dentro e che non voglio vada perduto. Mi sono capitate delle cose straordinarie e vorrei che non andassero disperse, ma restassero vive per le nuove generazioni. Volevo lasciare qualcosa che potesse testimoniare questa grande avventura e il privilegio di aver avuto in famiglia una persona sorprendente e così speciale. Era un sentimento incontrollabile che provavo dentro di me e che doveva trovare una sua espressione. Volevo evitare l’implosione”.

Nonostante sarebbe bellissimo sapere cosa direbbe Troisi dell’Italia di questi giorni, penso che i suoi film, i suoi scritti, le sue interviste e le testimonianze di persone a lui vicine possano offrire un esempio di coraggio, umiltà e semplicità ancora oggi valido. In questo modo penso che l’Italia possa ricominciare…Ricominciare da ciò che Troisi ci ha lasciato, che è sempre più che ricominciare da zero. Forse sarà come ricominciare da tre…