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Raffica di Marzo ’19: hot stuff!

by WM

Umberto Ti., “Alaska” (2018)

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In Alaska non ci sono canzoni, come diceva uno bravo tempo fa, ma Umberto Tramonte le scova lo stesso, le scopre e scava sotto il ghiaccio delle relazioni umane. Prima di andare alle forme musicali e alle canzoni, tocca sempre guardare il cantautore sotto la specola delle parole, scavi di sensazioni, richieste di attenzione da essere umano a essere umano nel tentativo di costruire ponti nel gelo. Le forme americane e i tocchi di America (è una allucinazione la dobro national alla fine di “Bugie”?) si accompagnano a un “tu” poetico con cui il narratore si specchia), ma senza quel pizzico di disperazione da cui il distacco ironico permette lo sganciamento.

Impressioni a caldo

Il disco è un’opera prima e non pienamente focalizzato sulle parole che trasporta, ma resiste alla tentazione di fare l’indie compiaciuto e ci solletica con uno stile compatto e corposo, bello da ascoltare. Resto un po’ perplesso ancora sull’appesantimento rock del pop cantautoriale (glielo imputavo pure a De Gregori, quindi l’artista perdoni l’ascoltatore tignoso). Come opera prima va benissimo, e sicuramente è un prodotto pronto da presentare sui palchi, ma ora scatta il conto alla rovescia per il secondo disco, quello che ci farà capire cosa ci dobbiamo aspettare da Umberto Ti.

Prospettive a freddo

Altro che cantautori: fanno bene a metter su chitarre, a irrobustire. Lo scavo delle parole può venire solo apprezzato se alzi un pochino i decibel almeno nel singolo (davvero bella “Principianti”); per scuotere la gente non bastano i discorsi, ci vogliono le bombe (in fondo non diceva così pure Bennato, fior di cantautore). Ma Umberto Ti. mantiene sempre misura, non si fa prendere da alcuna frenesia (“Kids”), le parole raccontano e svelano l’io poetico con efficacia (“Alaska”). Insomma, bravo Umberto Ti., ma ti aspettiamo al varco.

Facebook: https://www.facebook.com/TramonteUmberto/

Luca Burgio e Maison Pigalle, “Versi da Bancone” (EP 2018)

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Uso del pianoforte e tempi pari e dispari, swing, jazz, apparenza confidenziale per invogliare l’ascoltatore a cadere nella trappola delle parole, passato come esotismo e consolazione: no, non parliamo di Paolo Conte o Sergio Cammariere, ma di un artista nuovo e interessante, che ci guarda dietro quella enorme, esistenziale metafora del bancone del bar, mica noccioline (beh, ci sono anche le noccioline, in effetti).

Il bar non è il luogo, ma il bancone, perché è proprio questo che contraddistingue il “bar”, il bancone che divide chi serve e chi consuma, e se il consumatore va di fretta e forse poi torna, colui o colei che guarda le storie che scorrono oltre il bancone colleziona enormi flussi di cose e sguardi da riempire un’enciclopedia; tanta letteratura e musica è passata dalla celebrazione del bancone (“Bar Sport” di Benni lo avete letto? No? In punizione! “The Maid behind the Bar” l’avete mai ascoltata? Preparatevi a ballare). Nelle storie che si intrecciano nel disco di Luca Burgio si intrecciano delusioni e malinconie, gioie consumate di fretta e storie di un vissuto dolceamaro profonde e superficiali insieme; solo quattro i pezzi, tra i quali spicca “La Confessione” per il testo e “Il terzo incomodo” per l’arrangiamento, facili e lievi all’ascolto e di un fascino sottilissimo che forse non soddisferà chi vuole l’immediatezza ruffiana del pop postmoderno, ma che richiedono ascolto leggero e divertito.

Favebook: https://www.facebook.com/lucaburgioemaisonpigalle/

Horses Without Makeup, “Pt.1”

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Abbiamo conosciuto gli svedesi HWM tempo fa per la magia di internet che fa incontrare i popoli affratellati dal rock anche se divisi da monti e ghiacciai e li abbiamo anche ospitati nel podcast, rilevando come gli anni ‘90 e il grunge ancora insegnino rabbia e rock. Ora riceviamo (grazie ragazzi!) il loro cd e ci immergiamo in nove pezzi tirati e acidi, pieni di chitarre graffianti figli del post-punk che non dimentica la cantabilità, tra Nirvana e Therapy?, di cui assorbono la lezione e vivono l’energia.

Fuori tempo? Fuori luogo? Le aree laterali (la nord Irlanda dei Therapy? e la Svezia degli Horses Without Makeup ad esempio: e l’Italia? Boh, speriamo!) conserva intatto lo spirito che l’ammerica macellata dalle divette e dai trapper ha ormai dimenticato, quindi ci teniamo “Pt.1” come riserva di vita e di musica niente affatto fuori luogo o fuori tempo, musica mirabilmente resistente.

NB. Se intitoli un disco “parte prima”, si spera che , appunto, sia il primo di una lunga serie. Lunga vita al rokkerolle!

Facebook: https://www.facebook.com/horseswithoutmakeup/

Metamorfosi in Viola, “Apology of Good and Evil” (2019)

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Per capire l’ignoto ci sono tre strade: ti butti nella prima traccia che capita, ascolti tutto dall’inizio alla fine da bravo boy scout o studi le biografie e poi alla “evviva il parroco”; da scriteriato, scelgo la prima opzione e “Tonight” mi pare un buon titolo per iniziare, ma mi accorgo solo dopo un minuto buono che è una cover dell’amatissimo pezzo degli Smashing Pumpkins, rielaborazione lieve e sussurrata che valorizza il lato lirico e non emotivo del capolavoro corganiano, come se Susanne Vega incontrasse il post-grunge: archivio come “tenerezza, da riascoltare”; nonmi resta che buttarmi a capofitto surfando a zig zag e ti trovo “Hai visto che alla fine”, strumentale postrock con sfumature alla Ozric Tentacles, tribale nella sua ossessività funk: archivio come “ambè!”; si susseguono uno strumentale quasi anni Ottanta, “Odio il tuo sguardo”, un unplugged lo-fi “In transumazione” (la traccia più bella) e il lirismo di “The Miserable”.

Un disco vario e gradevolissimo questa “Apologia del bene e del male”, migliorabile nella produzione del suono, ma che mostra bei segnali di scrittura e arrangiamenti efficaci.

Facebook: https://www.facebook.com/metamorfosiinviola/

Recensione: Massimo Volume, “Il Nuotatore” (2019)

febbraio 17, 2019 Lascia un commento

di Claudia Amantini

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A distanza di sei anni da Aspettando i barbari, esce la nuova “fatica” dei Massimo Volume. In un panorama come quello italiano, seminato da Sanremo e Talk Show musicali, ritrovare chi, a proprio modo, ha segnato la storia di una certa musica “indipendente” fa solo che piacere.
(c) Simone Cargnoni JUMP CUT-M19A1436Molti gruppi o filoni si sono autoreferenziati in quella che era la seconda metà anni ’90 e poi… sparizione, ri-cicli o meteore. I Massimo Volume, fedeli a loro stessi, al loro input, al loro “essere diversi”, ci sono ancora. E lo fanno tornando all’osso, al nucleo storico (Egle Sommacal, Emidio Clementi e Vittoria Burattini), musica minimale (basso, batteria e chitarre senza ausilio di elettronica, sintetizzatori o tastiere) e quel cantato-parlato che è il loro “timbro” di fabbrica.
Il Nuotatore come parabola per rimanere a galla, nonostante tutto. Un concept-album ricco di personaggi e storie, un po’ come la copertina… una spiaggia affollata ricca di solitudini. Un racconto che passa attraverso nove tracce, mischiando passato e futuro, post-rock, letteratura, introspezioni, inquietudini e timori. Vuoti esistenziali in cui l’album sguazza… e allora alla mente mi torna un libro dello stesso Clementi: “Gara di Resistenza”. Racconti di vita vissuta, Bukowski nel cuore, quotidiano amaro e frasi lapidarie.

https://www.facebook.com/massimovolumeofficial/

Recensione: Cranchi, “L’impresa della Salamandra” (2018)

febbraio 10, 2019 Lascia un commento

by WM

Cranchi - cover - 2018 - 1440La ricerca del facile effetto emotivo è quello che a volte mi allontana dai cantautori; la loro giusta consapevolezza di essere non più vati della patria e la necessità di raccontare il privato, spesso li catapulta in arrangiamenti eccessivi alla ricerca del rock, al compiacimento indie vendibile a Sanremo (i vari Brunori, Motta, Brondi, troppo impegnati a pettinarsi i capelli per scrivere cose memorabili) alla narrazione di come sia terribile essere trentenni (oggesù…).
Ma non me la prendo con loro se l’intellettuale prova a riposizionarsi in un contesto che lo espelle e non lo ascolta, perché i poeti esistono anche quando la poesia non esiste più e le parole chiamano, invitano la penna a scrivere, il canto a elevarsi anche in anni in cui ben pochi leggono e gli ascolti sono distratti. Ognuno fa quel che può e sa.

Poi l’imprevisto: ascolto un disco curato, che bada alla scrittura, all’espressione, che tiene un tono medio che ti invita all’esplorazione di un Nord per me lontano e poco comprensibile, fatto di brume, fiumi e grande Storia che ti attraversa e ti segna; il percorso all’approssimazione del pop dei Cranchi mi ha ricordato l’ascolto infantile di Venditti, quando viaggiavo per le strade di Roma, quando invece Roma l’avevo solo vista in cartolina o poco più, o nella nebbiosa Milano di Vecchioni, e non mi rendevo conto di non essere né romano, né milanese, perché divenivo semplicemente le parole del poeta, il suo punto di vista.
E ora tocca alla malinconica Mantova di Cranchi (ma sarà così? Almeno Milano e Roma le ho toccate con mano) troppo liscia e piena di acque e guerre che suscitano ricordi per essere vere (ma saranno vere sia le pianure che i fiumi, anche se di fiumi e pianure non ne ho e la Storia qui l’han fatta gli altri), in un tessuto elettroacustico di suoni ben arrangiati (anche questo fonte di meraviglia: devo assicurarmi più volte che non sia un disco anni ‘70, quando di arrangiatori mostruosi ne sfornavamo tanti perché i cantautori avevano tante etichette tra cui scegliere, tanto pubblico da raggiungere).

“L’impresa della Salamandra” mi lascia senza difese, lo devo approvare per quello che è, uno dei pochi dischi che mi fa star zitto ad ascoltare. Ascoltate anche voi.

Dal comunicato della New Model Label: Massimiliano Cranchi è un cantautore mantovano, classe ’82. Insieme all’amico, autore e chitarrista Marco Degli Esposti nel 2010 inizia ad arrangiare e suonare dal vivo canzoni originali di sua composizione. Cranchi dal vivo è accompagnato da Marco Degli Esposti (Chitarra elettrica), Simone Castaldelli (Basso elettrico), Luca Zerbinati (Tastiere), Alessandro Gelli (Violino), Fausto Negrelli (Batteria).

www.soundcloud.com/cranchi-band

www.youtube.com/user/TheCRANCHIBAND

www.facebook.com/cranchiband

Recensione: Il DUbbio, “Evoluzione” (2018)

by WM

ildubbio-evoluzione28front29Se dico che è un disco inquietante, non se la prenda l’artista, perché l’inquietudine non è un qualcosa di negativo da condividere, o lo diviene solo se si è in cerca di facile consolazione. Il disco de Il DUbbio, al secolo Nico Lotti, che si avvale della partecipazioni di artisti con cui collabora ormai da anni, quali Gianfranco “Mode-G” Chieppa (alle voci e alle percussioni) e Fabio Lotti (alle chitarre). Il tessuto delle composizioni è fondamentalmente elettronica minimale con testi che alternano un registro medio a delle rasoiate liriche, una sorta di poetica del crepuscolo del desiderio. C’è sotto il Battiato più straniato e stranienta, i New Order senza la fretta e con più introspezione meditativa.

ildubbio-foto2Il tessuto pop di suoni artificiali è condito di spoken word che fanno sembrare le canzoni dei monologhi interiori disvelati, scarni e malinconicamente dolenti con degli scarti di rabbia covata sotto la cenere (“Vecchio cinema”, la traccia migliore, e la ben riuscita “Asta”): il tono medio nasconde sentimenti e pensieri, il suono quasi alla Kraftwerk (“Radici”) e analogico esalta l’inquietudine.

A volte il vocoder si fa pesante e l’autotune flirta con la Trap in una dance sbilenca e disturbante (“Little personal J.”) e forse il nuovo entra con troppa forza in un orecchio troppo aduso all’antico, poiché elettronica analogica e arrotondamenti tonali non si fondono il giusto.

Ci Hanno cullati, ci hanno allietato, per pugnalarci di struggimento.

Dubbio, punti interrogativi: li preferiamo alle pallide certezze. W Il DUbbio.

Link: https://www.facebook.com/IlDUbbioMusic/

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Recensione: Giulio Bianco, “Di zampogne e altre partenze” (2018)

gennaio 19, 2019 1 commento

by WM

giulio bianco - di zampogne partenze e poesia (copertina)Ci sono dischi più difficili da ascoltare di altri e ci son dischi che ti pongono dilemmi che te li rendono ancora più difficili. Questo disco appartiene alla seconda specie, specie protetta da tenere in una teca, se non fosse che a mettere le cose al museo poi le cose muoiono, fossero un libro, un dinosauro, ma anche un disco, un bel disco.
L’ascolto, per me fonte di enorme piacere, della zampogna salentina di Giulio Bianco, mi mette davanti a quei dilemmi che riempiono gli interstizi di Gommalacca, il nostro podcast in cui la musica popolare fa da padrona e dove mi interrogo, spesso senza risposta, sul perché la nostra musica “root” non produca a cascata un suo pop, sul perché sia confinata in qualche festival che la mischia inutilmente con “la qualunque” (come il Taranta Power che ospita sì il Trio Mandili, ma mette pure Ornella Vanoni e l’hip hop in un inutile melange postmoderno che nulla restituisce) o nelle notti della Taranta (dove mettono Steward Copeland dei Police a suonare la batteria fuori tempo). Altrove il popolare si è fatto pop, anche nella povera Irlanda o nelle Russie, mentre da noi no, e non basta un Caparezza ogni tanto.

Il disco di Giulio Bianco mette al entro la Zampogna, e non senza rischi. Far uscire fuori della circolarità della pizzica uno strumento estremamente espressivo ma dalla scarsa estensione melodica è un azzardo che il salentino si assume con gioia e coraggio. Il suono nasale ed arcaico a volte giganteggia sostenuto dal tamburo a cornice e dalle mandole (nella potente “intro” di Tornare), e costituisce il filo rosso di tutte le composizioni di questo breve album, quasi un EP, che spaziano dal Salento ai Balcani (Trainieri), flirta col tango e la fisa (Walzer dei giocattoli dimenticati, Cirano).

Un disco potente e bello, che spero venga salutato con favore anche dai puristi, e non sarà sdegnato da chi ama fare dei propri ascolti una scoperta: entrando in questo antro dorato vi troverà le radici, belle e odorose, da cui traiamo ancora linfa.

_img0627Abbiamo posto qualche domanda a Giulio Bianco, che ringraziamo per la cortesia e il tempo perso dietro le nostre paturnie.

Out. Spesso sono i titoli a dire molto delle intenzioni del disco: quali le partenze, quale la poesia di cui parla?
Giulio Bianco. Le partenze e la poesia sono stati i principali spunti creativi dell’album, tutti i temi musicali sono stati scritti a partire da suggestioni, immagini, pensieri e riflessioni che ho cercato di tradurre in musica attraverso la zampogna, strumento dal dna migrante per eccellenza e da sempre legato al mondo delle partenze. Tornare, originariamente si chiamava Partire; il brano è nato da una riflessione sull’estrema attualità di questa parola (dal latino partire / partiri), sul fatto che fosse una delle prime parole che l’uomo avesse dovuto inventare ed il cui significato originale era “dividere”, e su quanto ogni partenza assuma un significato soggettivo e personale.
Mi piace pensare che il brano abbia in se il sapore e la soggettività del viaggio, che per me che faccio il musicista è sempre un percorso con il privilegio di Tornare.
Un altro brano legato alle partenze è sicuramente Trainieri, in cui le voci di Uccio Bandello e Uccio Aloisi, aggiungono una dimensione temporale al viaggio dei carrettieri.
Cirano e il Walzer dei Giocattoli dimenticati sono invece brani che sono stati ispirati dalla poesia.
Tutto è iniziato con una riflessione sul ruolo della poesia ai giorni nostri; viviamo velocemente, costantemente in contatto gli uni con gli altri attraverso i social, ma poi profondamente soli nella vita reale.
Mi sono chiesto: che funzione può avere oggi la poesia? Come può catturare ancora l’attenzione di un giovane che vive così superficialmente?

_img0707Qualche anno fa, prima ancora dell’inizio della nostra collaborazione, lessi un racconto di Erri de Luca, che si chiama “Il turno di notte lo fanno le stelle”.
E’ un racconto – sceneggiatura, che parla di un uomo a cui viene trapiantato il cuore. Quello che mi colpì profondamente fu la conclusione del racconto, nelle ultime righe infatti, c’era una frase che non riuscivo a collegare alla trama, sembrava messa li per caso, la frase in questione era:

«Chi ha fatto il turno di notte per impedire l’arresto del cuore del mondo? Noi, i poeti».

Successivamente, ho avuto la fortuna non solo di conoscere Erri ma di collaborarci con il Canzoniere Grecanico Salentino. In uno dei nostri spettacoli, Erri spiegò il significato di quella frase, che era di Izet Sarajlich ed era riferita agli incontri letterari da lui organizzati a lume di candela negli scantinati di una Sarajevo assediata.
Attraverso Izet ho conosciuto una poesia che aveva la funzione di “interruttore di bombe”, una poesia che nelle notti dell’assedio più lungo dell’epoca moderna, in un posto dove mancava tutto, riusciva in qualche modo non solo ad interrompere l’assedio stesso, ma anche, sotto le bombe, a riabilitare l’amore attraverso le parole; e come quella di Cirano era una poesia “da dedicare”, una poesia attraverso i cui versi si sarebbero dati voce gli innamorati di due generazioni, una poesia che riusciva a far innamorare. Questa poesia mi ha ispirato una canzone, ma non essendo bravo con i versi, ne ho scritta una di sole note.
Il Valzer dei Giocattoli dimenticati ha una storia simile a quella di Cirano, ma non ne parlerò; ho scelto di non inserire un libretto e alcun tipo di parola nel disco per non influenzare l’ascoltatore e permettergli di viaggiare soggettivamente attraverso la mia musica.

O. La zampogna nel suo disco si fonde col drum’n’bass e l’elettronica. Com’è stato quest’incontro?

G.B. Gustav Mahler scriveva: “Musica popolare non è culto delle ceneri ma custodia del fuoco” e questo concetto è parte fondamentale del mio processo di scrittura in cui vecchio e nuovo si legano indissolubilmente, creando un ibrido in cui il linguaggio della musica tradizionale è ancora evidente ed il cui suono è stato concepito e studiato per suonare “moderno”. Il disco nasce anche dall’esigenza di sperimentare nuove forme di approccio alla musica tradizionale salentina e da una riflessione su come la tecnologia abbia fortemente influenzato e cambiato il linguaggio di ogni tipo di genere musicale; gli archi classici ad esempio hanno introdotto il vibrato dopo l’invenzione dei registratori, per limitare i difetti di intonazione che sfuggivano all’orecchio quando l’ascolto era ancora unico ed irripetibile.
Il linguaggio tradizionale è da sempre legato a doppio filo agli strumenti che i musicisti avevano a disposizione in un determinato periodo storico in una determinata area, ed è naturale che questo si evolva e muti con l’arrivo di nuovi strumenti e tecnologie, i cambiamenti del tessuto sociale, la perdita di alcune funzioni.
Oggi il nuovo è rappresentato dall’elettronica, e nel mio disco quest’ultima non è che un nuovo colore da utilizzare per continuare a “custodire il fuoco”.

O. La musica popolare ha ancora un suo perché? Esiste un popolo a cui trasmettere le danze e i suoni?

G.B. La musica popolare esisterà finché esisteranno le persone, perchè rappresenta il presente, esalta le differenze e il meticcio di ogni cultura.
Negli anni, riferendomi alla musica popolare salentina, abbiamo assistito alla perdita di molte delle sue “funzioni originarie” anche perchè è cambiato il contesto socio-culturale; oggi non si canta più per scandire il tempo del lavoro, o per curare, non esistono più i carrettieri, ma ci sono alcune realtà musicali come ad esempio il Canzoniere Grecanico Salentino che cantano “del presente”, che fanno proposta e non riproposta pur rispettando il linguaggio, che “tengono acceso il fuoco”.
Nel momento in cui si sale su un palco, ovviamente non si fa più musica tradizionale nel senso più puro del termine e la funzione diventa unicamente estetica.

O. Ci dice qual’è il suo disco nello stereo e il libro sul comodino?
G.B. Ci sono diversi dischi nel mio stereo (ahimè dgitale) e diversi libri sul mio comodino. Ultimamente sto ascoltando un sacco di musica nordica ed elettronica da Olafur Arnalds, Inude a Bon Iver, ma se dovessi consigliare un artista sicuramente sceglierei Gian Maria Testa, c’è anche un po’ di lui nel mio disco. Uno dei libri più illuminanti che ho letto e che consiglio è invece “Come funziona la musica” di David Byrne.

Recensione: Horus Black, “Simply” (2018)

novembre 15, 2018 Lascia un commento

di Claudia Amantini

45543845_338798420258849_6195560083338821632_n.jpgBlogdiOut, trasmissioni in poadcast, recensioni, casella di posta sempre piena… sarà il mio essere fanzinara dentro (l’aperiodicità di Out Fanzine mi è rimasta appiccicata addosso), ma spesso mi capita di “tralasciare”, poi (per fortuna) rispolvero/faccio pulizie e riscopro gioiellini che erano lì in attesa di ascolto.

E questo è il caso di Horus Black con il suo Simply, album d’esordio uscito nella prima metà del 2018 per la Sonic Factory. Horus Black è Riccardo Sechi, un giovanissimo (classe ’99) con idee e suoni ben chiari. Ok, l’ammetto: amo il rock e le sue derivazioni. Non posso non simpatizzare per questo ragazzo che mi fa riaffiorare Rolling Stones, Doors e Led Zeppelin. Brani che seppur diversi (l’influenza principale è quella anni ’50, Elvis Presley docet) hanno una loro coerenza, dieci tracce che si tingono di vintage, melodie struggenti, atmosfere d’altri tempi. Recentemente (e qui sono in tempo) dall’album Simply è stato estratto “Lonely Melody”, un singolo che ben rappresenta il concept complessivo. Un brano malinconico, riff di chitarre che accompagnano sentimenti come disperazione e amore (non corrisposto), una ballata intensa e dolce.

Recensione: Zamboni/Baraldi/Roversi, “Sonata a Kreuzberg” (2018)

di Claudia Amantini

45687362_984655411743269_5095751862301229056_nCosì infine gli anni e i chilometri ci hanno portato a questo album che celebra il quartiere occidentale di Kreuzberg, luogo glorioso di residenza di migliaia di Hausbesetzer, gli occupanti di case che in quegli anni di Muro hanno dato un volto umano alla città. A lei, e a loro, va questa nostra Sonata” (Massimo Zamboni).

Esce il 16 novembre Sonata a Kreuzberg, il nuovo album di Massimo Zamboni che, per la prima volta, mette da parte la chittarra-grattugia per abbracciare il basso. Insieme a lui Angela Baraldi alla voce e Cristiano Roversi al pianoforte e alle ritmiche. Massimo, nato nella provincia più rossa della rossa Emilia, guardava all’Est, subiva il fascino artistico dell’immaginario e mito sovietico e per “colpa” di un articolo su Berlino di uno sconosciuto Franz Tunda dalle pagine di Frigidaire finì a Berlino nei primi anni ’80. È lì che conobbe un compaesano, tale Giovanni Lindo Ferretti, ed è lì che nacquerro i CCCP – Fedeli alla linea, un gruppo punk “filosovietico” che strizzava l’occhio a Mishima e Majakovskij e produceva “musica melodica emiliana”.

Alla carriera musicale per Massimo è seguita poi quella da scrittore, ha pubblicato sette libri di cui l’ultimo nel 2017 per Einaudi Nessuna voce dentro. Da qui la storia di Sonata a Kreuzberg, da principio Colonna Sonora dello spettacolo teatrale Nessuna voce dentro – Berlino millenovecentottantuno, tratto dall’omonimo romanzo, ora album vero e proprio. Angela, musicista e attrice, incrocia la sua strada con quella di Massimo nel 2011 sotto il segno dei CCCP: “SOLO UNA TERAPIA – dai CCCP all’estinzione”. E nasce un sodalizio artistico che continuerà negli anni, nei dischi, nei tour. Cristiano, compositore e produttore, ha preso parte ad innumerevoli progetti e collaborazioni. Con Sonata a Kreuzberg l’unione dei tre, una rielaborazione dei capolavori di quegli anni a ridosso del 1981 e dell’estate berlinese di Zamboni, la sua personale “guida sonora alla città delle macerie”, un album di 14 tracce di cui quattro brani inediti: due di Zamboni e due di Roversi. Le canzoni dell’album contengono perle e chicche rivedute e riarrangiate: Bette Davis Eyes la hit di Kim Carnes ridotta all’essenza, Kebab Träume dei DAF il gruppo di Berlino per definizione da cui fuoriesce ritmica elettronica e un basso prepotente, Berlin di Lou Reed resa più nera che mai, In The Garden degli Einstürzende Neubauten che ricalca l’originale con basso distorto, fino ad arrivare ad una decadente Afraid di Nico e ad Alabama Song di Bertolt Brecht e Kurt Weill, un classico reso noto per la versione The Doors qui arrangiato con pianoforte “ubriaco”. Sonata a Kreuzberg è ben riassunta nella foto di copertina scattata dallo stesso Zamboni: “Non faccio mai fotografie. Ma mi trovo a Berlino, è il 1981, sto passando davanti al Muro nella zona dove tra vent’anni sorgerà l’inutile Sony Center di Potsdamer Platz e che per ora non è altro che un’area di macerie e sterpaglie dove viene ospitato il più grande mercato second hand di Berlino ovest, il Tempodrom, luogo di residenza fine settimanale per turchi, punk e sfaccendati di varie nature. E, a lato di questa folla – il vero Zoo di Berlino – passeggia un elefante in carne e ossa, lavoratore stagionale presso il locale circo equestre. Non faccio mai fotografie, ma questa la devo fare. Che poi l’elefante per contagio prenda la tinta tipica delle Trabant, il rosa confetto delle macchinette dell’est, è un attimo. Se osservo quella foto ora – compiuto il percorso CCCP e CSI, affermato il percorso singolare, sempre in buona compagnia – noto un paio di dettagli inosservati in precedenza: la Torre della Televisione di Berlino est sullo sfondo, e una scritta che definisce il Muro “grosstes Kunstwerk”. Il più grande capolavoro.”

Berlino, una città in cui riecheggiava il ricordo della II guerra mondiale, l’incubo della DDR e della Guerra Fredda e ciononostante era diventata, al pari di Londra e New York, capitale della creatività, della controcultura e della musica più innovativa. Un luogo che non esiste più ma che rivive in Sonata a Kreuzberg.