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Recensione, Ginevra di Marco, “La Rubia canta la Negra” (2017)

by WM

Copertina_La Rubia canta La NegraLa voce di Ginevra di Marco mi ha accompagnato in una fase della mia vita che potrei chiamare per nome e cognome e di cui potrei contare i minuti, e dopo vent’anni lo splendore eccolo lì, anche se l’occasione di un incontro è abbastanza casuale e l’album è difficile. Un album di cover, concetto che in genere mi fa venire l’orticaria.

Ginevra vola alto nella ricerca di una maestra più grande di lei, una cantante talmente iconica da essermela persa finché Nanni Moretti non ha deciso di incastonarne una gemma in “Habemus Papam”, “Todo Cambia” della (ora lo so) grande Mercedes Sosa. Mi mancano i riferimenti e mi tocca abbandonarmi allo splendido timbro di donna Ginevra, supportata da un complesso minimale e gustosissimo, che ci fa girare in passi di danza o in tenere malinconie di quelle terre laggiù d’Argentina, dove in tanti portano il mio cognome e magari Mercedes Sosa l’hanno pure ascoltata, alla faccia mia. “Te requerdo, Amanda” ti si stampa dentro come un marchio a fuoco, come solo la dolcezza di una voce perfetta può fare.

Splendida “Fuoco a Mare” , dedicatale dal poeta Marco Vichi, traccia originale e vibrante. Forse l’arrangiamento di “Todo Cambia”, con il testo italiano di Teresa De Sio, non mi ha pienamente convinto, ma per il resto ci troviamo davanti a un signor disco cantato da una gigante, mai sopra le righe, sempre pronta a tendere e accarezzare le corde dell’anima nota dopo nota.

Ok, sono innamorato.

Raffica di Febbraio ’17 n.2 ovvero ascolti random

febbraio 16, 2017 Lascia un commento

by WM

1El Matador Alegre, “Dreamland” (2017)

Beh, slowcore per slowcore, mi piacerebbe chiamarlo pop, il pop “di una volta, che t’ascoltavi le canzoni, e queste ti scivolavano ma non andavano via, lunghi giri e ti restavano come patrimonio genetico. Apprezzabile il nuovo disco dei El Matador Alegre, nome spagnolo, testi in inglese, sound molto curato e accattivante, una manciata di belle canzoni (pop, per carità, pop). Mi piacerebbe sapere chi sono, scaricare i testi, ma il web è parco di informazioni: speriamo ci dia qualche dritta la Cabezon Records.

Da ascoltare soprattutto i morbidi arpeggi di “Let me disappear” e l’accattivante “For my demons”.

imagesAchiote, “Loneliness of Endless Days” (2017)

Riceviamo tonnellate di link metal, a pacchi, quindi per smaltire stavolta mi sostituisco al sommo Doom (lode alla sua onniscienza) e pesco i finnici Achiote, che già dal titolo meritano ed hanno come missione farsi ascoltare, di non essere scorbutici, di provare a velare la magia del metal con amplissime dosi di melodia e chitarre afabili e vagamente decadenti. Godibili e romantici anche per chi non è molto addentro al genere e cerca emozione e intrattenimento, come me che ascoltando “Alpha Nexus” mi pareva di ritornare quel bambino che ascoltava i Marillion.

Operazione nostalgia, molto anni ’90, disco ben suonato, ma peccato che questi facciano gigs solo nei pressi del Circolo Polare Artico.

https://www.facebook.com/achioteband/

La Restaurazione, “Il trattamento speciale” (video, 2016)

Molto Csi, un serio tentativo di coniugare cose difficilissime da far coincidere e convivere, le chitarre rock, la tensione, il messaggio, lo spirito post-punk, la stessa polisillabicità dell’Italiano. Non invidio chi affronta questo labirinto di sfide, ma La Restaurazione ci prova con energia e vigore ritmico. Bravi.

Recensione: Senna, “Giornata Tipo” (EP 2017)

di Flavia Guidi

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“Giornata tipo” è il primo Ep dei fratelli Carlo e Simone Senna, che racconta, dice Simone Senna, “quelle ipotetiche 24 ore nel mondo digitalizzato durante le quali la coscienze delle persone sono sopite”.

Un ritmo ci prende per mano e ci trascina nel primo pezzo del disco, “Tutto eccetto me”. Una voce pulita e chiara sopra un rock fatto soprattutto dalla chitarra elettrica ci fa capire subito che, nonostante il pezzo possa sembrare ingenuo, si dicono cose importanti e i temi, se si sta attenti al testo, non sono così leggeri: sentirsi esclusi e soli nonostante attimi di allucinata egemonia sugli altri, allusioni abbastanza chiare alla droga e la dichiarazione di uno stato di totale oscurità in cui si versa.

Il secondo pezzo, “Pecora nera”, già col titolo sembra la naturale prosecuzione del disagio denunciato nel primo pezzo. Qui il rock si fa sentire più deciso nonostante un solo di chitarra dalle sonorità più blues. La propria esperienza si traduce in consigli che si dispensano al “tu” di chi ascolta: non c’è tempo per “capire” quando quel che conta è sopravvivere…“non reggerò mai la pressione di vivere”. Un testo importante per i fratelli Senna, che hanno deciso di realizzare per il pezzo un “lyric video”.

Si passa a un blues vero e proprio con “Navigli blues”: la giornata prosegue con una serata “a lume di led”. Note morbide e ritmo ballabile raccontano una realtà relativamente nuova ma trita e ritrita, che ci fa essere ancora più pecore nel gregge: essere in lista per passare la serata a bere cocktail e postare foto con ragazze appena conosciute per far ingelosire le ex. Un simpatico mantra: “Togli la sicura, slaccia la cintura” fa capire che la serata non prosegue: la polizia ferma la macchina con il guidatore in stato di ebbrezza. Una canzone dal tono scanzonato in cui praticamente tutti, dai venti anni in su, si ritrovano: siamo tutti vittime delle nostre serate “alternative” (?).

Molto poetica e piena di echi, letterari e musicali, l’ultima traccia, che racconta di un passato fatto di B-side, titolo infatti del pezzo, ed LP contro un presente in digitale. Una riflessione sul “progresso” piena di malinconia. Musicalmente a sé rispetto agli altri tre pezzi, “B-side” risulta essere una “summa” dolce-amara e un buon “rovescio della medaglia-disco”.

Facebook: https://www.facebook.com/sennabrothers/
Soundcloud: https://soundcloud.com/sennabrothers

Recensione: [kaiser(schnitt)amboss/laszlo], “ROCKnROLL HOLE of FAMINE” (2016)

novembre 26, 2016 Lascia un commento

by WM

14915329_1124561197650800_8271492558327577822_nBlues. Genere “Blues” nelle tag mp3, e me lo aspettavo da Ksal, che è sempre stata blues e come tale l’ho accolta senza equivoci, perché esaminando il magma sentimentale ed emotivo delle sue tracce questa parola ritornava ossessivamente nella mia percezione. Un artista non propriamente blues è percepito come tale dal mio libero gioco delle facoltà. E stavolta non cambierò la taggatura come al solito, perché questo disco è tristeza come la carne è carne.

Il blues è una cosa, talmente seria da essere caduto ridicolo del manierismo di mano lente, di rocker adulti che hanno vecchi vinili da imitare o da cover band di Belushi e Akroyd, mimesi buffona di allegra mimesi, una roba che mi ha fatto rivalutare la musica circense e le litanie da rosario delle vecchie. È un po’ come quando la materia cavalleresca di Orlando e Carlo Magno è caduta in mano ai giullari, che hanno trasformato il primo in un bel gagà e il secondo in un babbo natale rimbambito: povero blues… La conseguenza è che oggi è meglio cercarlo dove non troveremo le dodici battute in scala pentatonica, perché nella dissoluzione dei generi postmoderna, dobbiamo abituarci/rassegnarci/prepararci ad una decisa mutazione genetica.

Dissolto il pop e la cantabi14947594_1124558977651022_6998019096296187774_nlità nell’RnB di plastica, morto il rock che pare non aver più nulla da dirci, finito l’hiphop, che ha fagocitato tutto come mostro onnivoro per poi implodere nell’autotune, il blues permane come mucillagine scarna e acida di dolore, minimale ricerca armonica per arrivare alla profondità del sentimento che tutti gli altri negano (chi trova il sentimento più nel pop?). Quindi, coloro i quali hanno ancora una chitarra in mano e un po’ di cuore, lo deve nascondere in giri brevi, in produzioni dirette e senza compromessi. Altro che Sweet home Chicago.

Mi sarebbe piaciuto seguire la travagliata genesi (ne parliamo sotto) di ROCKnROLL HOLE of FAMINE di [kaiser(schnitt)amboss/laszlo] (artista che seguiamo da un bel pezzo) e more philologico confrontare tre diverse declinazioni della sua nuova opera, ma, volenti o nolenti, questo abbiamo: otto tracce di chitarrismo denso e minimale, dai suoni acidi e corrosivi ma pregni di profondo sentimento, in una produzione analogica che francamente mi fa fare il proverbiale saltino di gioia, perché ancora qualcuno osa suonare.

Rispetto alle opere precedenti, ksal rinuncia ai suoni sintetici e forgia una sorta di Laszlo-sound coerente in tutte le sue applicazioni: ne risulta un album molto più fluido e fruibile, che potrebbe avvicinare molti al suo mondo interiore, in cui le liriche in bilico fra una tragica ironia (splendidi quelli di Harry, hurry up) e fili d’amore espressi e inespressi (Bloody Spook), una auto-cover da “Viva Terror” che ci invita a fare terra piana della nostra generazione (Destroy! … e non posso che approvare, guardando i miei coetanei N.d.A.) nell’estremo tentativo di proteggere le nostre idee dalle brutture del mondo. Il proclamarsi morta permette all’artista una vista telescopica sul mondo, un punto di vista straniato ma realistico, leopardianamente attento all’ “arido vero”, ma che non rinuncia al canto, all’ultima illusione della poesia in su la vetta della torre antica.

Felice di risentirla, sperando che nulla la spenga.

Links:

https://www.facebook.com/kaiserschnittambosslaszlo-294792427202343/

https://soundcloud.com/k-s-a-l

https://www.discogs.com/it/artist/3333726-kaiserschnittambosslaszlo

TRE DOMANDE A [kaiser(schnitt)amboss/laszlo]

1 – Il disco è davvero “compatto”: hai elaborato un Laszlo-sound? È frutto di un progresso, una svolta o necessità di trovare una focalizzazione alle tantissime direzioni indicate dai lavori precedenti (elettronica, suono industriale, cantautorismo folk).

Direi tutte e tre le cose insieme, con centro motorio sul semplice fatto che in questo disco c’è la sola presenza della chitarra e della voce. Non c’è praticamente concessione a nient’altro. Questo comporta sicuramente uno spostamento verso una certa ortodossia dei mezzi implicati, anche se, a onor del vero, la mia musica è sempre stata questo. Sono canzoni, devi poterle fare ovunque, anche in un mondo dove l’elettricità venga meno.

2- Cosa rispondi a chi ti chiede il significato di una canzone? Non è impossibile che prima o poi ti faccia domande a riguardo

Una canzone è anzitutto un’opera complessa perché ad altissima densità. I miei pezzi, e per me sola intendo, hanno tutti un significato pesante, altrimenti non le scriverei. Sono, senza mezzi termini, la mia vita, manco il loro racconto. Quello, ed è tutt’altra storia, è ciò che arriva a chi eventualmente le ascolta, la loro traduzione. Per chi le scrive forse non è nemmeno una questione di significato, ma di senso.

3- Ci dici qualcosa sul perché il disco ha avuto una gestazione così lunga?

La gestazione lunga è dovuta alla produzione del disco precedente, mai uscito, e alle vicenducole più o meno legali che ne sono conseguite. RockNrOLL HolE of FaMiNe può anche essere visto come una corsa contro il tempo e un parziale recupero del mai nato. Registrato in analogico da Davide Chiari fra le bayou mantovane in una torrida settimana d’agosto. Sudato e disilluso.

Recensione: Fliptop Box, “Catch22” (2016)

novembre 26, 2016 Lascia un commento

di Gaia Zangla

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Buon salve!

So che dovrei recensire più spesso, ma i ritmi scolastici mi stanno travolgendo, ciò nonostante appena ho un attimo di pace torno con più idee di prima. Oggi proverò a esporre al meglio il mio pensiero sugli ateniesi Fliptop Box. Devo ammettere che ho avuto difficoltà a esprimere qualche giudizio a riguardo perché è una di quelle band dove ti fermi e dici “Spaccano. Non c’è altro da dire.” Il sound di ogni canzone si lega a diverse influenze heavy metal e grunge, quali i Metallica di Master of Puppets e molto agli Alice in Chains.

Tuttavia, il bello di questa band è che non si ferma solo alle band sopra riportate, ma si “diverte” a giocare con i riff, infatti le canzoni balzano da un riff all’altro rendendole divertenti all’ascolto. Le mie all time favourites sono Desert e Promises To Stay: le ascolto da circa un mesetto e non mi stufano affatto, mettono una carica addosso notevole. Li raccomando appieno a chi ha voglia di svagarsi e staccare la spina, ma che al tempo stesso ha voglia di un po’ di sano metal per buttar fuori le frustrazioni e le negatività che la vita quotidiana gentilmente ci offre.

 

Contact : Fliptopboxband@gmail.com

Social : https://www.facebook.com/fliptopboxgr 

             https://twitter.com/Fliptopbox_band

             https://www.youtube.com/fliptopbox

Bandcamp :  http://fliptopbox.bandcamp.com

Recensione: Gli Ultimi Cosmonauti, “Sputnik1” (2015)

di Gaia Zangla

Sputnik1Ed eccomi qui a recensire un nuovo gruppo dopo mesi tra studio intensivo e troppe serie tv da recuperare. Durante la mia lunga pausa estiva, non avendo che fare, ho aperto la cartella sul desktop del mio computer rinominata “recensisci al più presto” e leggendo i tanti nomi dei gruppi da consultare, me n’è saltato agli occhi uno in particolare: Gli Ultimi Cosmonauti.

Devo ammettere che, ascoltando e riascoltando l’ep, il sound è la cosa che più mi ha colpito e piaciuto. Ho notato anche in qualche canzone qualche somiglianza con i Depeche Mode degli anni 2000, a maggior ragione per la presenza marcata della tastiera, e innanzitutto affinità con i Subsonica. La somiglianza con quest’ultimi si fa più radicata in “Tracce”, tanto è vero che è la canzone che preferisco in assoluto dell’ep, difatti credo che in questa “traccia” esca la vera anima cosmica del gruppo. Tuttavia, la canzone meno inerente al tema spaziale è “Emily”, dove il sound cambia enormemente nella maggior parte della canzone, fatto che ho gradito poco. Nel complesso, posso dire che i Cosmonauti hanno la mia benedizione.

MetalRece: Komatsu+Pylon+Vinterbris

komatsu coverKOMATSU – Recipe for Murder One

Argonauta Records

Komatsu si sono formati nel 2010 ad Eindhoven, (Olanda) e propongono un mix di nocivo di sludge, stoner rock e metal. La band pubblica l’omonimo l’EP nel 2011 e nel 2013 rilascia il full length album “Manu Armata”. Nell’estate del 2015 registrarono il loro secondo album che sarà pubblicato dall’Argonauta Records il 23 settembre prossimo che si intitolerà ‘Recipe for Murder One’. Il delirante sound sciorinato dai quattro olandesi è fortemente influenzato dallo stile di bands come i Queens of Stone Age, Torche, Mastodon, Monster Magnet e Karma to Burn. Un incessante martellio che percuote disumanamente il ventre della terra con ritmiche tonanti e stordenti. Un pesante caterpillar lanciato a folle velocità giù per una pendio con la pompa dei freni sfondata. Nel terzo pezzo Lockdown troviamo a dar manforte Nick Oliveri che non ha bisogno di presentazioni. Lavoro adatto agli amanti di questo sottogenere dello stoner. Gli altri si tengono ben nascosti dietro ad una lastra d’acciaio di due metri di spessore!

COVER_DIGI_def_AL_webPYLON – A Lament

Quam Libet Records (Europe), Roxx Records (USA) / Against PR

I Pylon sono una band svizzera di Doom Metal cristiano. Il sound proposto è fortemente influenzato da artisti del calibro come: Black Sabbath, Candlemass, Saint Vitus e Trouble. Nati a nel 2002 ad Argovia ed hanno all’attivo sei album studio e due split. Il settimo lavoro in studio è uscito a luglio di quest’anno e porta il titolo A Lament. Il disco è una lenta e lamentata marcia funerea e mesta. Sonorità soporifere intrise di mestizia. Riffs afflittivi e lugubri che ammantano l’atmosfera dell’intero lavoro di tetri fantasmi in cerca di una via di uscita dall’opprimente mota sonora messo in atto dalla band. Che dire dopo l’ascolto di questo di soffocante lavoro? Adatto agli amanti di gite notturne in vecchi cimiteri abbandonati.

solace_artworkVINTERBRIS – Solace

Triton’s Orbit / Against PR

La musica dal Vinterbris è fortemente ispirata da bands come Primordial e Moonsorrow, pur mantenendo la sua personale atmosfera e originalità. Nati nel 2008 a Bergen (Norvegia) con all’attivo due album studio ed un EP. Dopo aver pubblicato il loro secondo album Solace nel 2014 attraverso Nordavind Records, la Triton’s Orbit lo ristampa, l’uscita è prevista per il 16 settembre corrente anno, e dà un nuovo volto a questo lavoro desolato e malinconico, con la spina dorsale del vero black metal norvegese. Una miscela di metallo scuro ben eseguito e strutturato, a volte meditativo, che garantirà quei brividi di vento freddo e agghiacciato che tira nei paesi scandinavi. I Vinterbris è una band di musicisti talentuosi che scrivono canzoni piene di atmosfere ancestrali dipinte di nero primario. Per i cultori del Dio freddo!