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Recensione: Giulio Bianco, “Di zampogne e altre partenze” (2018)

by WM

giulio bianco - di zampogne partenze e poesia (copertina)Ci sono dischi più difficili da ascoltare di altri e ci son dischi che ti pongono dilemmi che te li rendono ancora più difficili. Questo disco appartiene alla seconda specie, specie protetta da tenere in una teca, se non fosse che a mettere le cose al museo poi le cose muoiono, fossero un libro, un dinosauro, ma anche un disco, un bel disco.
L’ascolto, per me fonte di enorme piacere, della zampogna salentina di Giulio Bianco, mi mette davanti a quei dilemmi che riempiono gli interstizi di Gommalacca, il nostro podcast in cui la musica popolare fa da padrona e dove mi interrogo, spesso senza risposta, sul perché la nostra musica “root” non produca a cascata un suo pop, sul perché sia confinata in qualche festival che la mischia inutilmente con “la qualunque” (come il Taranta Power che ospita sì il Trio Mandili, ma mette pure Ornella Vanoni e l’hip hop in un inutile melange postmoderno che nulla restituisce) o nelle notti della Taranta (dove mettono Steward Copeland dei Police a suonare la batteria fuori tempo). Altrove il popolare si è fatto pop, anche nella povera Irlanda o nelle Russie, mentre da noi no, e non basta un Caparezza ogni tanto.

Il disco di Giulio Bianco mette al entro la Zampogna, e non senza rischi. Far uscire fuori della circolarità della pizzica uno strumento estremamente espressivo ma dalla scarsa estensione melodica è un azzardo che il salentino si assume con gioia e coraggio. Il suono nasale ed arcaico a volte giganteggia sostenuto dal tamburo a cornice e dalle mandole (nella potente “intro” di Tornare), e costituisce il filo rosso di tutte le composizioni di questo breve album, quasi un EP, che spaziano dal Salento ai Balcani (Trainieri), flirta col tango e la fisa (Walzer dei giocattoli dimenticati, Cirano).

Un disco potente e bello, che spero venga salutato con favore anche dai puristi, e non sarà sdegnato da chi ama fare dei propri ascolti una scoperta: entrando in questo antro dorato vi troverà le radici, belle e odorose, da cui traiamo ancora linfa.

_img0627Abbiamo posto qualche domanda a Giulio Bianco, che ringraziamo per la cortesia e il tempo perso dietro le nostre paturnie.

Out. Spesso sono i titoli a dire molto delle intenzioni del disco: quali le partenze, quale la poesia di cui parla?
Giulio Bianco. Le partenze e la poesia sono stati i principali spunti creativi dell’album, tutti i temi musicali sono stati scritti a partire da suggestioni, immagini, pensieri e riflessioni che ho cercato di tradurre in musica attraverso la zampogna, strumento dal dna migrante per eccellenza e da sempre legato al mondo delle partenze. Tornare, originariamente si chiamava Partire; il brano è nato da una riflessione sull’estrema attualità di questa parola (dal latino partire / partiri), sul fatto che fosse una delle prime parole che l’uomo avesse dovuto inventare ed il cui significato originale era “dividere”, e su quanto ogni partenza assuma un significato soggettivo e personale.
Mi piace pensare che il brano abbia in se il sapore e la soggettività del viaggio, che per me che faccio il musicista è sempre un percorso con il privilegio di Tornare.
Un altro brano legato alle partenze è sicuramente Trainieri, in cui le voci di Uccio Bandello e Uccio Aloisi, aggiungono una dimensione temporale al viaggio dei carrettieri.
Cirano e il Walzer dei Giocattoli dimenticati sono invece brani che sono stati ispirati dalla poesia.
Tutto è iniziato con una riflessione sul ruolo della poesia ai giorni nostri; viviamo velocemente, costantemente in contatto gli uni con gli altri attraverso i social, ma poi profondamente soli nella vita reale.
Mi sono chiesto: che funzione può avere oggi la poesia? Come può catturare ancora l’attenzione di un giovane che vive così superficialmente?

_img0707Qualche anno fa, prima ancora dell’inizio della nostra collaborazione, lessi un racconto di Erri de Luca, che si chiama “Il turno di notte lo fanno le stelle”.
E’ un racconto – sceneggiatura, che parla di un uomo a cui viene trapiantato il cuore. Quello che mi colpì profondamente fu la conclusione del racconto, nelle ultime righe infatti, c’era una frase che non riuscivo a collegare alla trama, sembrava messa li per caso, la frase in questione era:

«Chi ha fatto il turno di notte per impedire l’arresto del cuore del mondo? Noi, i poeti».

Successivamente, ho avuto la fortuna non solo di conoscere Erri ma di collaborarci con il Canzoniere Grecanico Salentino. In uno dei nostri spettacoli, Erri spiegò il significato di quella frase, che era di Izet Sarajlich ed era riferita agli incontri letterari da lui organizzati a lume di candela negli scantinati di una Sarajevo assediata.
Attraverso Izet ho conosciuto una poesia che aveva la funzione di “interruttore di bombe”, una poesia che nelle notti dell’assedio più lungo dell’epoca moderna, in un posto dove mancava tutto, riusciva in qualche modo non solo ad interrompere l’assedio stesso, ma anche, sotto le bombe, a riabilitare l’amore attraverso le parole; e come quella di Cirano era una poesia “da dedicare”, una poesia attraverso i cui versi si sarebbero dati voce gli innamorati di due generazioni, una poesia che riusciva a far innamorare. Questa poesia mi ha ispirato una canzone, ma non essendo bravo con i versi, ne ho scritta una di sole note.
Il Valzer dei Giocattoli dimenticati ha una storia simile a quella di Cirano, ma non ne parlerò; ho scelto di non inserire un libretto e alcun tipo di parola nel disco per non influenzare l’ascoltatore e permettergli di viaggiare soggettivamente attraverso la mia musica.

O. La zampogna nel suo disco si fonde col drum’n’bass e l’elettronica. Com’è stato quest’incontro?

G.B. Gustav Mahler scriveva: “Musica popolare non è culto delle ceneri ma custodia del fuoco” e questo concetto è parte fondamentale del mio processo di scrittura in cui vecchio e nuovo si legano indissolubilmente, creando un ibrido in cui il linguaggio della musica tradizionale è ancora evidente ed il cui suono è stato concepito e studiato per suonare “moderno”. Il disco nasce anche dall’esigenza di sperimentare nuove forme di approccio alla musica tradizionale salentina e da una riflessione su come la tecnologia abbia fortemente influenzato e cambiato il linguaggio di ogni tipo di genere musicale; gli archi classici ad esempio hanno introdotto il vibrato dopo l’invenzione dei registratori, per limitare i difetti di intonazione che sfuggivano all’orecchio quando l’ascolto era ancora unico ed irripetibile.
Il linguaggio tradizionale è da sempre legato a doppio filo agli strumenti che i musicisti avevano a disposizione in un determinato periodo storico in una determinata area, ed è naturale che questo si evolva e muti con l’arrivo di nuovi strumenti e tecnologie, i cambiamenti del tessuto sociale, la perdita di alcune funzioni.
Oggi il nuovo è rappresentato dall’elettronica, e nel mio disco quest’ultima non è che un nuovo colore da utilizzare per continuare a “custodire il fuoco”.

O. La musica popolare ha ancora un suo perché? Esiste un popolo a cui trasmettere le danze e i suoni?

G.B. La musica popolare esisterà finché esisteranno le persone, perchè rappresenta il presente, esalta le differenze e il meticcio di ogni cultura.
Negli anni, riferendomi alla musica popolare salentina, abbiamo assistito alla perdita di molte delle sue “funzioni originarie” anche perchè è cambiato il contesto socio-culturale; oggi non si canta più per scandire il tempo del lavoro, o per curare, non esistono più i carrettieri, ma ci sono alcune realtà musicali come ad esempio il Canzoniere Grecanico Salentino che cantano “del presente”, che fanno proposta e non riproposta pur rispettando il linguaggio, che “tengono acceso il fuoco”.
Nel momento in cui si sale su un palco, ovviamente non si fa più musica tradizionale nel senso più puro del termine e la funzione diventa unicamente estetica.

O. Ci dice qual’è il suo disco nello stereo e il libro sul comodino?
G.B. Ci sono diversi dischi nel mio stereo (ahimè dgitale) e diversi libri sul mio comodino. Ultimamente sto ascoltando un sacco di musica nordica ed elettronica da Olafur Arnalds, Inude a Bon Iver, ma se dovessi consigliare un artista sicuramente sceglierei Gian Maria Testa, c’è anche un po’ di lui nel mio disco. Uno dei libri più illuminanti che ho letto e che consiglio è invece “Come funziona la musica” di David Byrne.

Recensione: Horus Black, “Simply” (2018)

novembre 15, 2018 Lascia un commento

di Claudia Amantini

45543845_338798420258849_6195560083338821632_n.jpgBlogdiOut, trasmissioni in poadcast, recensioni, casella di posta sempre piena… sarà il mio essere fanzinara dentro (l’aperiodicità di Out Fanzine mi è rimasta appiccicata addosso), ma spesso mi capita di “tralasciare”, poi (per fortuna) rispolvero/faccio pulizie e riscopro gioiellini che erano lì in attesa di ascolto.

E questo è il caso di Horus Black con il suo Simply, album d’esordio uscito nella prima metà del 2018 per la Sonic Factory. Horus Black è Riccardo Sechi, un giovanissimo (classe ’99) con idee e suoni ben chiari. Ok, l’ammetto: amo il rock e le sue derivazioni. Non posso non simpatizzare per questo ragazzo che mi fa riaffiorare Rolling Stones, Doors e Led Zeppelin. Brani che seppur diversi (l’influenza principale è quella anni ’50, Elvis Presley docet) hanno una loro coerenza, dieci tracce che si tingono di vintage, melodie struggenti, atmosfere d’altri tempi. Recentemente (e qui sono in tempo) dall’album Simply è stato estratto “Lonely Melody”, un singolo che ben rappresenta il concept complessivo. Un brano malinconico, riff di chitarre che accompagnano sentimenti come disperazione e amore (non corrisposto), una ballata intensa e dolce.

Recensione: Zamboni/Baraldi/Roversi, “Sonata a Kreuzberg” (2018)

di Claudia Amantini

45687362_984655411743269_5095751862301229056_nCosì infine gli anni e i chilometri ci hanno portato a questo album che celebra il quartiere occidentale di Kreuzberg, luogo glorioso di residenza di migliaia di Hausbesetzer, gli occupanti di case che in quegli anni di Muro hanno dato un volto umano alla città. A lei, e a loro, va questa nostra Sonata” (Massimo Zamboni).

Esce il 16 novembre Sonata a Kreuzberg, il nuovo album di Massimo Zamboni che, per la prima volta, mette da parte la chittarra-grattugia per abbracciare il basso. Insieme a lui Angela Baraldi alla voce e Cristiano Roversi al pianoforte e alle ritmiche. Massimo, nato nella provincia più rossa della rossa Emilia, guardava all’Est, subiva il fascino artistico dell’immaginario e mito sovietico e per “colpa” di un articolo su Berlino di uno sconosciuto Franz Tunda dalle pagine di Frigidaire finì a Berlino nei primi anni ’80. È lì che conobbe un compaesano, tale Giovanni Lindo Ferretti, ed è lì che nacquerro i CCCP – Fedeli alla linea, un gruppo punk “filosovietico” che strizzava l’occhio a Mishima e Majakovskij e produceva “musica melodica emiliana”.

Alla carriera musicale per Massimo è seguita poi quella da scrittore, ha pubblicato sette libri di cui l’ultimo nel 2017 per Einaudi Nessuna voce dentro. Da qui la storia di Sonata a Kreuzberg, da principio Colonna Sonora dello spettacolo teatrale Nessuna voce dentro – Berlino millenovecentottantuno, tratto dall’omonimo romanzo, ora album vero e proprio. Angela, musicista e attrice, incrocia la sua strada con quella di Massimo nel 2011 sotto il segno dei CCCP: “SOLO UNA TERAPIA – dai CCCP all’estinzione”. E nasce un sodalizio artistico che continuerà negli anni, nei dischi, nei tour. Cristiano, compositore e produttore, ha preso parte ad innumerevoli progetti e collaborazioni. Con Sonata a Kreuzberg l’unione dei tre, una rielaborazione dei capolavori di quegli anni a ridosso del 1981 e dell’estate berlinese di Zamboni, la sua personale “guida sonora alla città delle macerie”, un album di 14 tracce di cui quattro brani inediti: due di Zamboni e due di Roversi. Le canzoni dell’album contengono perle e chicche rivedute e riarrangiate: Bette Davis Eyes la hit di Kim Carnes ridotta all’essenza, Kebab Träume dei DAF il gruppo di Berlino per definizione da cui fuoriesce ritmica elettronica e un basso prepotente, Berlin di Lou Reed resa più nera che mai, In The Garden degli Einstürzende Neubauten che ricalca l’originale con basso distorto, fino ad arrivare ad una decadente Afraid di Nico e ad Alabama Song di Bertolt Brecht e Kurt Weill, un classico reso noto per la versione The Doors qui arrangiato con pianoforte “ubriaco”. Sonata a Kreuzberg è ben riassunta nella foto di copertina scattata dallo stesso Zamboni: “Non faccio mai fotografie. Ma mi trovo a Berlino, è il 1981, sto passando davanti al Muro nella zona dove tra vent’anni sorgerà l’inutile Sony Center di Potsdamer Platz e che per ora non è altro che un’area di macerie e sterpaglie dove viene ospitato il più grande mercato second hand di Berlino ovest, il Tempodrom, luogo di residenza fine settimanale per turchi, punk e sfaccendati di varie nature. E, a lato di questa folla – il vero Zoo di Berlino – passeggia un elefante in carne e ossa, lavoratore stagionale presso il locale circo equestre. Non faccio mai fotografie, ma questa la devo fare. Che poi l’elefante per contagio prenda la tinta tipica delle Trabant, il rosa confetto delle macchinette dell’est, è un attimo. Se osservo quella foto ora – compiuto il percorso CCCP e CSI, affermato il percorso singolare, sempre in buona compagnia – noto un paio di dettagli inosservati in precedenza: la Torre della Televisione di Berlino est sullo sfondo, e una scritta che definisce il Muro “grosstes Kunstwerk”. Il più grande capolavoro.”

Berlino, una città in cui riecheggiava il ricordo della II guerra mondiale, l’incubo della DDR e della Guerra Fredda e ciononostante era diventata, al pari di Londra e New York, capitale della creatività, della controcultura e della musica più innovativa. Un luogo che non esiste più ma che rivive in Sonata a Kreuzberg.

Raffica di Febbraio ’18 ovverosia i fiori non colti

febbraio 12, 2018 Lascia un commento

by WM

Rev Rev Rev, “Des fleurs magiques bourdonnaient” (2016)

revrevrevDetto in soldoni, stiamo qui parlando di una band di qualità, qualsiasi cosa voglia dire, di un combo di musicisti rispettato anche all’estero, di un disco ben riuscito e ben suonato.

A questo punto di solito scatterebbe l’avversativo “tuttavia”, ma stavolta no, perché chi ascolta dovrebbe perlomeno conoscere la grammatica delle cose udite per capire e apprezzare, avere un retroterra da cui partire per non cadere nel facile impressionismo; putroppo non ci inviano mai del buon prog, rari i dischi di psichedelia, e quando arrivano i dischi targati “folk” ci ritiriamo nel guscio, constatando ancora una volta la morte della canzone popolare.

Insomma, per cogliere la presente bellezza dell’album, ne dovremmo cogliere il sentimento di oscuro abbandono, senza farsi distrarre da brevi interludi sonici e dal finalequasi velvettiano: dovremmo avere alle spalle una educazione sonora molto più wave per amare in pieno canzoni che scorrono uguali e cariche come un fiume costante, mentre noi ci aspettiamo che, almeno ogni tanto, una carpa giapponese increspi guizzando la superficie, lasciando così una scia di colore sull’uniforme azzurro dell’acqua.

Ci documenteremo per il futuro.

https://www.facebook.com/revrevrev.band/

 

MDGA, “The Album” (2017)

recensione-MDGAHip Hop, Rap, un chicco di crossover, testi in perlopiù in italiano, testi impegnati contro la modernità disumanizzante, ecologici ed ecosostenibili: mescolare bene, servire caldo.

La ricetta dei MDGA è semplice ed efficace: melodie minimali, efficacia ritmica e un po’ di ritmi in levare, che fa tanto Jamaica, crossover da palco per far ballare insieme gruppo e pubblico.
Quel che rilevo è che il messaggio prevale sulla musica, l’intento morale sul progetto musicale, ancora passibile di evoluzione, di perfezionamento; andranno bene per i circoli Arci, ma per farsi ascoltare in contesti meno politicamente educati, ma serve più cattiveria e meno politezza ideologica, o il rischio è cadere nel “patchanka” che tutto ingoia e nulla salva, peggio dei buchi neri che ingoiano stelle. Piacerà, perché è un moralismo liberal che ha presa, definisce un orizzonte non scoprendone di nuovi.

Da segnalare i pezzi “La mia generazione” e “A sud di ogni cosa”. Attendiamo nuove prove.

https://www.facebook.com/mdgaband/

 

Date at Midnight, “Songs to Fall and Forget” (2017)

date-at-midnightIl Wave, il sentimento dark di oltre-melancolia, malinconia che si arrovella intorno alle ragioni della propria ossessione, coltivata quasi con tenerezza e senza alcuna voglia di uscirvi (come Petrarca che nel “Secretum” si autoaccusa di accidia, ma si guarda bene di cedere le armi alla ragione) ha fatto radici talmente profonde che, da Ian Curtis in poi, ce lo siamo ritrovati sbucare dappertutto.

L’acqua sa la sua strada, mi disse un architetto: dal soffitto delle case e delle cose, questa strisciante allegra autodistruzione ce la siamo ritrovata in ogni branca della cultura popolare, anche negli anime (avete presente la vuotezza emozionale di Evangelion?) e nei telefilm (13 era intrisa di Joy Division), e nella musica ha allignato fino a diventare sistema.

La mia distanza tra la Wave e me non è mai stata estetica, e spesso ne ho abbracciato le sensazioni, ma filosofica, perché cedere al Lato Oscuro presuppone una missione, un rintracciare un senso, una metafisica, seppur del nulla. A differenza della psichedelia, che si immerge in una segreta e solipsistica autoinchiesta, il Wave ti chiama per partire per Mordor, quindi niente seconda colazione e troll ad ogni angolo.

Se avete voglia di lasciare le pantofole e abbracciare la tristezza amica della mia malinconia (cit.), niente di meglio che abbandonarsi al basso e al canto dei Date at Midnight, che plasmano un album lungo e in minore, una cavalcata fra le sensazioni e le angosce immanenti che diventano ground narrativo e musicale per una band dal suono tondo e sofisticato, meritevoli per capacità compositiva e compattezza del suono.

Le canzoni si susseguono con un sottile filo di richiamo a quegli anni (gli ‘80) in cui si intrecciarono i rimasugli del punk, esploso e subito estinto, con l’urgenza del suono e del racconto, nel tentativo (utopico?) di riproporre lo stesso tessuto di canto e suono che emozionò i più e segnò l’evoluzione del post-punk. Un certo manierismo non macchia più di tanto un disco altrimenti impeccabile, sin dalla joydivisionissima “Cold Modern World”, fino a “To fall and forget”, apice dell’opera, fruibile anche dalle anime belle che ripudiano il Lato Oscuro.

Mea culpa: il disco è riemerso dalle mie playlist troppo tardi per fare promozione. Spero che queste parole siano giusto risarcimento a una band che sa dire la sua.

https://www.facebook.com/dateatmidnightband/

Bobby Soul and the Blind Bonobos, “Dodici Lanterne” (2017)

by WM

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Ho sempre seguito le avventure de rag. Debenedetti (ex dei Blindosbarra e anni di glorioso canto blues e funky) e gli ho dedicato volentieri lunghi ascolti e recensioni sempre più convinte, conscio tuttavia di non sapere una mazza di funk; ho ritenuto mio dovere, tramutatosi in piacere estatico, di recuperare i capolavori del genere in varie declinazioni, da James Brown a George Clinton, per prepararmi al nuovo disco dei Bonobi ciechi… e che mi combinano questi? Fanno un disco pop, di splendido pop, nel senso più nobile del termine, che si allarga dal lato della melodia e sconfina nel prog rock alla Delirium

‘tacci vostri…

Prog in che senso? Intanto è un concept album che propone un viaggio fra i dodici fari che uniscono Genova a Civitavecchia, un Gran Tour d’Italie che esplora umanità marginale, sentimenti che non fanno notizia, uno sguardo onirico e ironico sull’umanità che tanto ha creato e prodotto nei padri del Prog nostrano. Inoltre, si percepisce il desiderio di suonare sperimentando, allargando: non abbiamo, sia ben inteso, la frenesia ipertecnica dei New Trolls, ma quell’approccio elettroacustico che accompagna l’urgenza del racconto come per i citati Delirium o gli Osanna, che producevano splendido pop chiamandolo in altre maniere.

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Nei mondi sonori di “Dodici Lanterne” certe volte riemergono blues e funk, a volte la roots music americana (la dobro national di “La Torre di Controllo”, splendido stomp), a volte il pop si scioglie nel canto dei sentimenti (“Vera”), il tutto per comporre un mosaico arioso e bello da gustare anche nelle singole sue tessere.

Grazie, Ragioniere. WM APPROVED.

http://www.bobbysoul.com/

https://www.facebook.com/BobbiSoul/

Recensione+intervista: Giancarlo Frigieri, “La prima cosa che ti viene in mente” (2017)

novembre 22, 2017 Lascia un commento

by WM

 

Frigieri_cover 2017 1440

Il cantautorato barboso e barbone mi aveva da tempo allontanato da quei cantori dell’ovvio che mi avevano accompagnato come rumori di fondo della giovinezza, dai quali fuggivo a colpi di Vivaldi e progressive rock; deterioratisi i giganti, finiti nell’umido i vari Dalla, De Gregori e compagnia piacevolmente cantante, avevo riparato le orecchie dai vari Ron, Carboni, Baccini, perché erano perfetto specchio della musica di quegli anni lievi che ora i fan di Stranger Things idolatrano senza averli mai vissuti.

E non puoi prendertela con lo specchio, non ha colpa lo specchio: al limite puoi evitare di guardarci dentro, ma è sempre un po’ un perdersi qualcosa.

Dal sonno dogmatico mi hanno risvegliato i nuovi cantori del meno ovvio, quelli “nuovi”, verso i quali mi ha mosso questo senso di perdita della parola, un vuoto da riempire.

Essi ormai non hanno il sostegno delle classifiche e delle radio, non hanno le major alle spalle e vendono pochissimo, cosicché devono smazzarsi un enorme lavoro di date live per promuoversi e sfondare il muro di indifferenza di un pubblico spesso annoiato anche nei circuiti di nicchia.

Giancarlo Frigieri - foto 2

Seguo Frigieri, annusandolo da lontano, dal suo LP del 2012, che ho ascoltato moltissimo pur avendone parlato poco: non che mi manchi la chiacchiera, ma il lavoro era esaustivo, autoesplicativo, un ritratto sghembo e malinconicamente poetico del decennio che ci apprestavamo a vivere (chi volesse approfondire, QUI la recensione, ma conviene andare a recuperare direttamente il disco, e magari comprarselo: sosteniamo i musicisti).

Dopo varie tappe, arriviamo a un ottavo album, inciso tra quattro mura per ritrovare intimità con le parole (abbiamo pure gli outtakes ne “I giorni che no”, che gustiamo in due versioni dirette e suadenti); esso prosegue il percorso precedente con alcune novità evidenti: le parole, spesso giocate su un coinvolgente “tu” poetico, si fanno più velate, richiedono di essere esplorate, vogliono essere meno didascaliche e più rivelatrici (anche quando si parla quietamente d’amore, come in “Vela”, pezzo stratificato e semplice, ma non semplicistico I love you).

Meno facilità d’uso: Frigieri è, come lessi tempo fa, uno che comincia con cinque spettatori e finisce con cinquanta attenti ascoltatori: il vestito è pop, cantabile, con sporadici inserti rock (“Sei Tu”) ed etnici (“Triveneta”, con richiami all’Africa che ricordano gli scozzesi Mouth Music). I testi non si schiodano da un tono medio ed elegiaco, come nella tradizione di quelli bravi, che sono però veicolo di cortocircuiti sorprendenti, espandendosi in molte direzioni, avendo abbandonato il ritratto d’ambiente (ricordo la splendida “La Polisportiva”) e puntando all’espressione dell’io lirico, e l’io non può che parlare di sé con speranza e sottile angoscia, affidandosi dylaniamente a sei corde e un’armonica.

Tre domande tre a Giancarlo Frigieri

– Mi pare che in questo suo nuovo album i testi siano, come dire…, diversi, più intimi. Dipende da come è stato registrato? E’ un cambio di direzione o nascono come sempre dal ritratto del mondo che la circonda?

I testi sono più intimi, in linea di massima. E’ vero. E’ una scelta. Direi che, principalmente, sia accaduto che ho cercato di avere un punto di vista del mondo diverso dal solito. Anche quando ci sono delle canzoni che parlano di temi decisamente più globali, come “Triveneta” o “La prima cosa che ti viene in mente” ho scelto di utilizzare l’immedesimazione e di cantare senza giudizi, anche se poi ovviamente i giudizi un poco traspaiono. Ma ho cercato di asciugarli e di andare all’essenza delle cose.

– Cantautore? Una vecchia etichetta di cui disfarsi o una parola che conserva un senso?

Io dico sempre che sono uno che suona la chitarra e canta. Dovrei aggiungere che mi scrivo anche le canzoni. Quindi, per dirla in una parola sola, sono un cantautore. E’ un termine comodissimo, agile e versatile. Io lo uso senza vergogna, se poi qualcuno si vergogna di usare questa parola qui perché ha un’accezione negativa nel suo immaginario, il problema è tutto suo.

– C’è un disco, un libro, un film che i suoi ascoltatori dovrebbero conoscere meglio per entrare nel mondo delle sue canzoni, per capire meglio il Frigieri artista?

Un libro: “Democrazia, cosa può fare uno scrittore?” di Luca Rastello e Antonio Pascale.
Un disco: “The velvet underground & Nico”.
Un film: “Amici miei” o “Taxi Driver”. O entrambi.

Raffica di Novembre ’17, ovvero post Rocco e i suoi fratelli

by WM

Riflettevo su come mi ripugnasse ogni cosa “post” in cui mi imbattessi: post-moderno (scusa per frullare tanti generi quando non ne sai usare nemmeno uno: risultato= fine dei generi, morte del tragico e del comico), post-democrazia (come fa figo chiamare il nullismo senza alternative), post-verità (palle per gonzi). E se almeno post-rock si salvasse?

In fondo, riflettevo, il rock conservativo è al palo, roba per storici e amanti di vinili, e i suoi figli più o meno legittimi devono sopravvivere in nicchie dove, chissà, un giorno diranno qualcosa anche al popolo, se mai risorgeranno i popoli (oggi c’è solo un post-popolo, il “popolo della Rete”, dove restare per sempre dodicenni).

Ma il post-rock, riflettendoci bene, non è niente, parola che non connota nulla, non contenendo nulla, ma per fortuna ha in sé un tale ampio spazio di manovra che consente esplorazioni senza sensi di colpa, poiché ci si può permettere di deframmentare i codici e ricomporli con l’avventata gioia di un fanciullo. E volendo stare attenti alle etimologie, esso è solo quel che giunge dopo, niente di più.

I Fiori di Mandy, Radici (EP, 2016)

Pensavo proprio a loro quando scrivevo le righe poco smopra, proprio perchè il trio de I Fiori di Mandy ha sempre sbandierato (a quanto leggo altrove) una programmatica mancanza di programma, uno stuolo di influenze contraddittorie come dovrebbero essere quelle di gente che ascolta molto e incamera tutto, dai Cccp agli Afterhours. Tuttavia, non ci troviamo di fronte a mera conservazione del patrimonio del post-punk italiota o del roccume bolso di tanti anni ’90, ma al bisogno di suonare e farsi ascoltare, a costo di salire su un palco vestiti di gonne a fiori, inanellando tracce in lingua nazionali dolci e angosciose (molto bella “Afrodite”); i tre ci paiono animali da palco e ci piacerebbe vederli dal vivo per verificarlo, e per ora mi accontento di questo Ep che il mio mac sputa sempre fuori, ma l’autoradio ha accettato con gioia.

https://www.facebook.com/FioridiMandy/

Frank Sinutre, The Boy Who Believed He Could Fly (2017)

Una delle uscite più notevoli del post-qualcosa, anche se l’esistenzialismo elettronico (Credeva di Volare), il classicismo synth pop (Challenger 1986), le pulsioni elettriche e danzerecce di certi pezzi, al limite del funk ( Be all you can be) ci porta in teoria assai lontani dal contenitore in cui vorrei ficcare apposta i Frank Sinutre, ma mi sorregge la convinzione che la grammatica del post-vattelappesca non sia stata minimamente codificata, e così questi saggi e divertenti figli dei favolosi anni ’80 possono di diritto ambire a costruire una tessera di questo nuovo puzzle.

Ma non è solo sperimentazione sonora, ma anche ricerca meccanica ed elettrica, con l’invenzione e la modifica di strumenti elettronici home made, che permette un approccio intenso e carnale con le protesi sonore che propagheranno il suono, un’intimità che si avverte, si vive ad ogni traccia.

Un vero e proprio colpaccio averli tra le proprie fila per la New Model Label, segno che nel sottobosco c’è vita.

PS. sono riuscito a recensirli senza nominare una volta Air, Boards of Canada e Aphex Twin. Grazie, clap, clap.

https://www.facebook.com/FrankSinutre/

 

Autist, Controverse (2017)

Un album post-tutto, un duo francese di stanza a Berlino, in bilico fra acustica ed elettronica, con profonde pulsazioni dub e virate rumoristiche e ipnotiche, con un parlato disturbante e inquieto, il tutto a comporre un’ideale colonna sonora delle inquietudini metropolitane di cieli oscuri e palpitanti di odio e speranza. Tra punk e dark wave, gli Autist si rinchiudono in una bolla autosufficiente di suoni, di tutti i suoni esperibili, e di ritmi i 4/4.
Un’esperienza intensa, un’esplorazione di nuove strade verso la psichedelia, intesa letteralmente come ricerca dell’anima.
Amore al primo ascolto, rabbia pura.

http://www.autist.tv/

https://www.youtube.com/user/autistofficial
https://www.facebook.com/autist.official/