Archivio

Posts Tagged ‘raffica’

Raffica di Marzo ’19: hot stuff!

by WM

Umberto Ti., “Alaska” (2018)

Umberto Ti Alaska cover 1440

In Alaska non ci sono canzoni, come diceva uno bravo tempo fa, ma Umberto Tramonte le scova lo stesso, le scopre e scava sotto il ghiaccio delle relazioni umane. Prima di andare alle forme musicali e alle canzoni, tocca sempre guardare il cantautore sotto la specola delle parole, scavi di sensazioni, richieste di attenzione da essere umano a essere umano nel tentativo di costruire ponti nel gelo. Le forme americane e i tocchi di America (è una allucinazione la dobro national alla fine di “Bugie”?) si accompagnano a un “tu” poetico con cui il narratore si specchia), ma senza quel pizzico di disperazione da cui il distacco ironico permette lo sganciamento.

Impressioni a caldo

Il disco è un’opera prima e non pienamente focalizzato sulle parole che trasporta, ma resiste alla tentazione di fare l’indie compiaciuto e ci solletica con uno stile compatto e corposo, bello da ascoltare. Resto un po’ perplesso ancora sull’appesantimento rock del pop cantautoriale (glielo imputavo pure a De Gregori, quindi l’artista perdoni l’ascoltatore tignoso). Come opera prima va benissimo, e sicuramente è un prodotto pronto da presentare sui palchi, ma ora scatta il conto alla rovescia per il secondo disco, quello che ci farà capire cosa ci dobbiamo aspettare da Umberto Ti.

Prospettive a freddo

Altro che cantautori: fanno bene a metter su chitarre, a irrobustire. Lo scavo delle parole può venire solo apprezzato se alzi un pochino i decibel almeno nel singolo (davvero bella “Principianti”); per scuotere la gente non bastano i discorsi, ci vogliono le bombe (in fondo non diceva così pure Bennato, fior di cantautore). Ma Umberto Ti. mantiene sempre misura, non si fa prendere da alcuna frenesia (“Kids”), le parole raccontano e svelano l’io poetico con efficacia (“Alaska”). Insomma, bravo Umberto Ti., ma ti aspettiamo al varco.

Facebook: https://www.facebook.com/TramonteUmberto/

Luca Burgio e Maison Pigalle, “Versi da Bancone” (EP 2018)

Immagine-prova-2.png

Uso del pianoforte e tempi pari e dispari, swing, jazz, apparenza confidenziale per invogliare l’ascoltatore a cadere nella trappola delle parole, passato come esotismo e consolazione: no, non parliamo di Paolo Conte o Sergio Cammariere, ma di un artista nuovo e interessante, che ci guarda dietro quella enorme, esistenziale metafora del bancone del bar, mica noccioline (beh, ci sono anche le noccioline, in effetti).

Il bar non è il luogo, ma il bancone, perché è proprio questo che contraddistingue il “bar”, il bancone che divide chi serve e chi consuma, e se il consumatore va di fretta e forse poi torna, colui o colei che guarda le storie che scorrono oltre il bancone colleziona enormi flussi di cose e sguardi da riempire un’enciclopedia; tanta letteratura e musica è passata dalla celebrazione del bancone (“Bar Sport” di Benni lo avete letto? No? In punizione! “The Maid behind the Bar” l’avete mai ascoltata? Preparatevi a ballare). Nelle storie che si intrecciano nel disco di Luca Burgio si intrecciano delusioni e malinconie, gioie consumate di fretta e storie di un vissuto dolceamaro profonde e superficiali insieme; solo quattro i pezzi, tra i quali spicca “La Confessione” per il testo e “Il terzo incomodo” per l’arrangiamento, facili e lievi all’ascolto e di un fascino sottilissimo che forse non soddisferà chi vuole l’immediatezza ruffiana del pop postmoderno, ma che richiedono ascolto leggero e divertito.

Favebook: https://www.facebook.com/lucaburgioemaisonpigalle/

Horses Without Makeup, “Pt.1”

412hqMsvNjL._SX355_.jpg

Abbiamo conosciuto gli svedesi HWM tempo fa per la magia di internet che fa incontrare i popoli affratellati dal rock anche se divisi da monti e ghiacciai e li abbiamo anche ospitati nel podcast, rilevando come gli anni ‘90 e il grunge ancora insegnino rabbia e rock. Ora riceviamo (grazie ragazzi!) il loro cd e ci immergiamo in nove pezzi tirati e acidi, pieni di chitarre graffianti figli del post-punk che non dimentica la cantabilità, tra Nirvana e Therapy?, di cui assorbono la lezione e vivono l’energia.

Fuori tempo? Fuori luogo? Le aree laterali (la nord Irlanda dei Therapy? e la Svezia degli Horses Without Makeup ad esempio: e l’Italia? Boh, speriamo!) conserva intatto lo spirito che l’ammerica macellata dalle divette e dai trapper ha ormai dimenticato, quindi ci teniamo “Pt.1” come riserva di vita e di musica niente affatto fuori luogo o fuori tempo, musica mirabilmente resistente.

NB. Se intitoli un disco “parte prima”, si spera che , appunto, sia il primo di una lunga serie. Lunga vita al rokkerolle!

Facebook: https://www.facebook.com/horseswithoutmakeup/

Metamorfosi in Viola, “Apology of Good and Evil” (2019)

42160576_1800129170041296_5874890338891464704_n

Per capire l’ignoto ci sono tre strade: ti butti nella prima traccia che capita, ascolti tutto dall’inizio alla fine da bravo boy scout o studi le biografie e poi alla “evviva il parroco”; da scriteriato, scelgo la prima opzione e “Tonight” mi pare un buon titolo per iniziare, ma mi accorgo solo dopo un minuto buono che è una cover dell’amatissimo pezzo degli Smashing Pumpkins, rielaborazione lieve e sussurrata che valorizza il lato lirico e non emotivo del capolavoro corganiano, come se Susanne Vega incontrasse il post-grunge: archivio come “tenerezza, da riascoltare”; nonmi resta che buttarmi a capofitto surfando a zig zag e ti trovo “Hai visto che alla fine”, strumentale postrock con sfumature alla Ozric Tentacles, tribale nella sua ossessività funk: archivio come “ambè!”; si susseguono uno strumentale quasi anni Ottanta, “Odio il tuo sguardo”, un unplugged lo-fi “In transumazione” (la traccia più bella) e il lirismo di “The Miserable”.

Un disco vario e gradevolissimo questa “Apologia del bene e del male”, migliorabile nella produzione del suono, ma che mostra bei segnali di scrittura e arrangiamenti efficaci.

Facebook: https://www.facebook.com/metamorfosiinviola/

Raffica di Dicembre ’18 ovvero punk a chi?

dicembre 14, 2018 Lascia un commento

by WM

Ambè, pensavo fosse più facile, lo ammetto. Metti insieme tre dischi presentati come punk, dici il giusto, sintetizzi il necessario, et voila, ecco la recensione: e invece mi trascino le idee da un po’ e i dischi continuano a risuonare e a dirmi cose troppo diverse dalle cose necessarie sintetizzabili, dal giusto da dire, dal “No Future”, dallo “spacco botilia” etcetera.

Volevo cavarmela con un pezzo facile, ma gli dei puniscono sempre la hybris: tu partorirai con dolore.

D’altronde, cosa pretendo? Col punk, o quel che è, ho sempre avuto un rapporto di semplice conoscenza e rari flirt, e del “No Future” ricordavo anche il seguito, che mi portava non poco imbarazzo (“for you!”) e partivano querele in romanesco che nemmeno in un episodio di Boris. La grande truffa del rock’n’roll ci diletta ancora, anche da cadaveri.

Su cosa sia il rock’n’roll per uno che non capisca nulla di rock è presto detto: spontanea evasione esotica e non romanzo di formazione, perché nella provincia denuclearizzata perdi tanti treni e impari per corrispondenza, coi corsi RadioElettra, aspettando dichi che ascolterai e non vivrai se non come esperienza interiore e non esteriore.

Ma facciamo un po’ di ordine…

The Rambo, “The past devours anything” (2018)

a3715606298_16Intanto imparo che l’ortodossia punk è morta e sepolta da tempo, perché come il blues, formalizzato in strutture soffocanti e banalizzato da tante creste al caviale, il punk ha riscritto la propria grammatica, innervata da noise, dal minimalismo garage, e qui pure da sfumature di popolare americano e southern rock e ska, in un postmoderno privo di consolazione che mantiene intatta la vena polemica e antagonista di questa musica.

Le tracce dei Rambo si snocciolano diverse e provocatorie, dalla classiche “The Past Returns” e “Child-conflict”, punk pure nella forma, alla frullateria di “Napalm” e alla mia preferita “The devil lurk in the holy hou”, incalzante di acida ironia.

https://www.facebook.com/pg/theRamboBand/

TV Dust, “S/t” (Ep, 2018)

tv-dust-st-tapeHoly shit, da quale timpa dell’Alabama sono usciti questi qui? Vediamo, vediamo tra le note… ecco… Milano. Milano? Beh, da dove può arrivare uno stralunato synth-punk da garage periferico figlio dei Devo e delle tastierine Bontempi? Un disco ipnotico, incalzante, anni ‘80 nelle angosce nichiliste, nel vocalismo minimale e an-emotico. Cinque pezzi da mandare in loop per sicuri effetti lisergici. Un discone, poche storie, oppure mi accontento di poco, fate voi.

https://www.facebook.com/pg/tvdust/

Alan Spicy, “Frammenti” (2018)

23168064_156451711625018_6223416935639688613_nTerzo disco alla ricerca del punk che fu e ci trovo un robusto rock’n’roll italiano, figlio delle cose migliori della tradizione nostrana ‘80/’90 (non faccio nomi, per alcuni certi accostamenti sono pura eresia, quindi meglio non dire che la Steve Rogers Band non se la cavava male, almeno quando non badava alla brillantina, ma schitarrava). D’altronde “93” è pura nostalgia, pura voglia di energia grunge, di quel postpunk che non ha fatto prigionieri, che non ha lasciato molto in Italia se non un senso di incompiutezza e la certezza, invece, che il rock italiano non poteva nascere, ma restava ancora in uno stato fetale, o al massimo poteva affiliarsi alle grandi tradizioni anglosassoni. Eppure “Plastica” e la divertente “Franco” sono figlie del miglior Vasco e documenti della provincia della provincia, significano qualcosa, illustrano, aprono orizzonti sonori e mentali.

Bravi gli Alan Spicy: attendiamo altre prove più strutturate e mature, nella speranza che la provincia non li abbia soffocati.

https://www.facebook.com/pg/alanspicy/

Raffica di Giugno ’18 ovvero gettare semi

by WM

Bushi (omonimo, 2018) + MinimAnimalist, “W.O.K.” (2018)

39243Cioè, prima parli di morte del rock e poi fai come se niente fosse? Premi play e ti ascolti i dischi nuovi, abbandonando i tuoi buoni propositi di darti all’ippica? Il qui presente deve fare i conti con la coscienza e con la carta che canta.

L’altro lobo del cervello risponde che forse siamo in una fase seminale, in cui il mainstream semina strame, mentre nel sottobosco ci sono i lupi indomiti, che magari comprano la prima chitarra rivendendo i crediti del bonus-renzi e poi provano in cantina fino a che non vanno a tempo. Questo spiegherebbe perché i nuovi gruppi, più o meno tutti stoner o shoegazer, che mi capita di ascoltare siano molto (spesso moltissimo) preparati tecnicamente, vadano a tempo, curino gli stacchi e il lavoro di squadra, non costruendo bridge a caso, ma riff potenti per dimostrare di essere animali da palco, rocker. E sia i Bushi che i MinimAnimalist ci riescono. Bravi, bene, bis.

MinimAnimalist, “W.O.K.”Il risultato è il trovarmi di fronte a due dischi ben suonati, impeccabili e politi con panno fino e grezzo fino a un risultato estremamente lucido ed efficace. Ma mirare all’efficacia e alla precisione del beat ha alcune conseguenze. Parliamone.

Innanzitutto si mortifica un po’ il songwriting, che risulta a volte scontato e piatto, creando pezzi troppo omogenei tra loro, quasi indistinguibili anche nelle soluzioni tecniche, come l’uso dei tempi dispari, per dare più brio al posto del solito 4/4, o uno sporadico tempo di marcia in 2/4 per lavorare in teoria sul pathos, che non può emergere se tutto è tirato al massimo (seconda conseguenza delle scelte a monte). Terzo problema, il cantato: troppi filtri, troppa pulizia di toni. Perché? Maschera voci troppo educate? Beh, magari pretendo troppo, ma il rock merita un po’ di rauca rozzezza.

Per fortuna, emergono piccoli gioielli grezzi (“Typhoons” per i Bushi, “Wok” per Minianimalist) che fanno ben sperare per il futuro.

https://www.facebook.com/minimanimalist/

https://www.facebook.com/BushiOfficial/

Carlot-ta, “Murmure” (2018)

Murmure_CoverQui il problema è casomai il contrario. Le scelte tecniche, stilistiche ed esecutive rendono “Murmure” un disco che non si può facilmente confondere con altri. Era dai tempi degli Incredible String Band che non sentivo vibrare uno strumento a canne in un contesto pop, quindi figuratevi la mia faccia quando parte la deliziosa “Virgin of the Noise” ed il disco prosegue su sentieri acustici che acuiscono il senso di dramma, trasmettono silenzi, il piano e il forte.

Carlot-ta pare possedere un istinto compositivo che rifiuta i canoni e il già visto, cercando di espandere il proprio mondo sonoro ed emotivo servendosi di istinto e curiosità: ricorda, mutatis mutandis, altri tempi e altri luoghi in cui i mezzi erano al servizio della musica e non viceversa, in cui si tentava, a volte si provocava. E si scrivevano delle belle canzoni.

imagesUna Johanna Newsom dell’organo a canne? No. L’arpista americana piega uno strumento antico a esiti freak senza particolare originalità, per dare una patina retro ad un pop sterile e passatista. Carlot-ta esplora quasi il drum’n’bass, coniuga acustica ed elettronica senza perdersi in fronzoli ed estetiche inutilmente passatiste, scrivendo belle canzoni da ascoltare.

Approvo e sottoscrivo: è un nomen, un’autrice da tenere sott’occhio.

https://www.facebook.com/carlottrattinota/?ref=br_rs

 

The Splitheads. “New era may be obsessive” (2018)

Cover albumPackaging essenziale e suono che pare in presa diretta; senza fronzoli gli Splitheads, che si contraddistinguono per una concezione “severa” del rock, come l’arcaismo ieratico di certe statue greche preclassiche, ma non sembra un tributo di indulgente nostalgia, perché guardano avanti, cogliendo una lampante verità: la nuova era potrebbe rivelarsi ossessiva: i Tempi Moderni hanno molto impoverito il range delle emozioni del rock, il qale, morto il grunge, o si è ridotto a sterile filologia o all’esplorazione di sentimenti di nicchia, liminari di un orizzonte nuovo e ancora sconosciuto, e che a volte fa paura.. Il suono del disco degli Splitheads si incupisce , si contorce in canzoni graffianti, con l’idea che i rock arranca in una forma di sonnambulismo che comunque è almeno un procedere avanti a occhi chiusi verso un orizzonte non definito, ma desiderato (“Everyone plays is own game”). Il punk, lo stoner, il bisogno di rock’n’roll si mescolano in modo vario, spesso ironico, ancora più spesso divertito e divertente (“You and Me”).

https://www.facebook.com/Thesplitheads/

The Newlanders, “Uno” (2018)

cover-_uno_Il rock dei Newlanders ha fatto riaffiorare un sentimento ancestrale, risvegliando qualche lampadina. Ma prima andiamo con una doverosa analessi: nel film “The Wrestler” con un magistrale Mickey Rourke ormai bolso e gravato dagli anni, il regista Arofnowsky lo fa sbottare all’improvviso: “Noi ci volevamo solo divertire, ma poi è arrivato quel Cobain e ha rovinato tutto” (vado a memoria e forse ho espunto qualche vaffa qui e là).

Chi allora amava Bon Jovi, Lenny e i Motorheads e compagnia bella poco e male ha sopportato la svolta nichilista ed esistenzialista del grunge di Seattle. Il rock un tempo, anche se tendiamo a dimenticarcelo, aveva anche una funzione ludica, di divertimento disimpegnato, di pura gioia godereccia, perché un vinile sul piatto o una musicassetta con la tua bella in auto facevano sognare.

Ascoltando l’album dei The Newlanders mi si sono accese una serie di lampadine in testa sugli anni ‘80 che neanche due stagioni di Stranger Things… cose ovvie magari, ma che il loro disco focalizza in modo impeccabile: fun, fun, fun e air guitar! Come pezzi segnaliamo “Ruin” o “Big Spiders”, bordati di utile nostalgia, ma il nostro preferito resta “Follow us down”, che abbiamo ospitato anche nell’ultima puntata di Sotterranei.

Un disco che ha un suo perché, divertente e divertito. Un altro seme gettato, speriamo non nella polvere.

https://www.facebook.com/thenewlanders/

 

Raffica di Novembre ’17, ovvero post Rocco e i suoi fratelli

by WM

Riflettevo su come mi ripugnasse ogni cosa “post” in cui mi imbattessi: post-moderno (scusa per frullare tanti generi quando non ne sai usare nemmeno uno: risultato= fine dei generi, morte del tragico e del comico), post-democrazia (come fa figo chiamare il nullismo senza alternative), post-verità (palle per gonzi). E se almeno post-rock si salvasse?

In fondo, riflettevo, il rock conservativo è al palo, roba per storici e amanti di vinili, e i suoi figli più o meno legittimi devono sopravvivere in nicchie dove, chissà, un giorno diranno qualcosa anche al popolo, se mai risorgeranno i popoli (oggi c’è solo un post-popolo, il “popolo della Rete”, dove restare per sempre dodicenni).

Ma il post-rock, riflettendoci bene, non è niente, parola che non connota nulla, non contenendo nulla, ma per fortuna ha in sé un tale ampio spazio di manovra che consente esplorazioni senza sensi di colpa, poiché ci si può permettere di deframmentare i codici e ricomporli con l’avventata gioia di un fanciullo. E volendo stare attenti alle etimologie, esso è solo quel che giunge dopo, niente di più.

I Fiori di Mandy, Radici (EP, 2016)

Pensavo proprio a loro quando scrivevo le righe poco smopra, proprio perchè il trio de I Fiori di Mandy ha sempre sbandierato (a quanto leggo altrove) una programmatica mancanza di programma, uno stuolo di influenze contraddittorie come dovrebbero essere quelle di gente che ascolta molto e incamera tutto, dai Cccp agli Afterhours. Tuttavia, non ci troviamo di fronte a mera conservazione del patrimonio del post-punk italiota o del roccume bolso di tanti anni ’90, ma al bisogno di suonare e farsi ascoltare, a costo di salire su un palco vestiti di gonne a fiori, inanellando tracce in lingua nazionali dolci e angosciose (molto bella “Afrodite”); i tre ci paiono animali da palco e ci piacerebbe vederli dal vivo per verificarlo, e per ora mi accontento di questo Ep che il mio mac sputa sempre fuori, ma l’autoradio ha accettato con gioia.

https://www.facebook.com/FioridiMandy/

Frank Sinutre, The Boy Who Believed He Could Fly (2017)

Una delle uscite più notevoli del post-qualcosa, anche se l’esistenzialismo elettronico (Credeva di Volare), il classicismo synth pop (Challenger 1986), le pulsioni elettriche e danzerecce di certi pezzi, al limite del funk ( Be all you can be) ci porta in teoria assai lontani dal contenitore in cui vorrei ficcare apposta i Frank Sinutre, ma mi sorregge la convinzione che la grammatica del post-vattelappesca non sia stata minimamente codificata, e così questi saggi e divertenti figli dei favolosi anni ’80 possono di diritto ambire a costruire una tessera di questo nuovo puzzle.

Ma non è solo sperimentazione sonora, ma anche ricerca meccanica ed elettrica, con l’invenzione e la modifica di strumenti elettronici home made, che permette un approccio intenso e carnale con le protesi sonore che propagheranno il suono, un’intimità che si avverte, si vive ad ogni traccia.

Un vero e proprio colpaccio averli tra le proprie fila per la New Model Label, segno che nel sottobosco c’è vita.

PS. sono riuscito a recensirli senza nominare una volta Air, Boards of Canada e Aphex Twin. Grazie, clap, clap.

https://www.facebook.com/FrankSinutre/

 

Autist, Controverse (2017)

Un album post-tutto, un duo francese di stanza a Berlino, in bilico fra acustica ed elettronica, con profonde pulsazioni dub e virate rumoristiche e ipnotiche, con un parlato disturbante e inquieto, il tutto a comporre un’ideale colonna sonora delle inquietudini metropolitane di cieli oscuri e palpitanti di odio e speranza. Tra punk e dark wave, gli Autist si rinchiudono in una bolla autosufficiente di suoni, di tutti i suoni esperibili, e di ritmi i 4/4.
Un’esperienza intensa, un’esplorazione di nuove strade verso la psichedelia, intesa letteralmente come ricerca dell’anima.
Amore al primo ascolto, rabbia pura.

http://www.autist.tv/

https://www.youtube.com/user/autistofficial
https://www.facebook.com/autist.official/

Raffica di Febbraio ’17 n.2 ovvero ascolti random

febbraio 16, 2017 Lascia un commento

by WM

1El Matador Alegre, “Dreamland” (2017)

Beh, slowcore per slowcore, mi piacerebbe chiamarlo pop, il pop “di una volta, che t’ascoltavi le canzoni, e queste ti scivolavano ma non andavano via, lunghi giri e ti restavano come patrimonio genetico. Apprezzabile il nuovo disco dei El Matador Alegre, nome spagnolo, testi in inglese, sound molto curato e accattivante, una manciata di belle canzoni (pop, per carità, pop). Mi piacerebbe sapere chi sono, scaricare i testi, ma il web è parco di informazioni: speriamo ci dia qualche dritta la Cabezon Records.

Da ascoltare soprattutto i morbidi arpeggi di “Let me disappear” e l’accattivante “For my demons”.

imagesAchiote, “Loneliness of Endless Days” (2017)

Riceviamo tonnellate di link metal, a pacchi, quindi per smaltire stavolta mi sostituisco al sommo Doom (lode alla sua onniscienza) e pesco i finnici Achiote, che già dal titolo meritano ed hanno come missione farsi ascoltare, di non essere scorbutici, di provare a velare la magia del metal con amplissime dosi di melodia e chitarre afabili e vagamente decadenti. Godibili e romantici anche per chi non è molto addentro al genere e cerca emozione e intrattenimento, come me che ascoltando “Alpha Nexus” mi pareva di ritornare quel bambino che ascoltava i Marillion.

Operazione nostalgia, molto anni ’90, disco ben suonato, ma peccato che questi facciano gigs solo nei pressi del Circolo Polare Artico.

https://www.facebook.com/achioteband/

La Restaurazione, “Il trattamento speciale” (video, 2016)

Molto Csi, un serio tentativo di coniugare cose difficilissime da far coincidere e convivere, le chitarre rock, la tensione, il messaggio, lo spirito post-punk, la stessa polisillabicità dell’Italiano. Non invidio chi affronta questo labirinto di sfide, ma La Restaurazione ci prova con energia e vigore ritmico. Bravi.

Raffica di Febbraio ’17, ovvero la banda degli omonimi

febbraio 10, 2017 Lascia un commento

by WM

Neanche a farlo apposta, gli omonimi rilasciano omonimi, perché prima della musica giunga il nome, si imprima nella memoria e poi lo seguano le note. Premiamo play.

1725469_10152011389877479_2145254892_n

Aemil (Omonimo, 2016 – EP)

Affidare darkwave ed electropop al sottoscritto è un po’ come mettere l’osso-clava in mano agli scimmioni di “2001 Odissea nello Spazio”, col risultato di confondere il primate plantigrado che si perde in una scia di grugniti, lasciando lì l’attrezzo inerte. Eppure con gli Schonwald aveva funzionato, mi son detto, e magari la magia si ricrea: dài, premiamo play allora.

Arrivano zaffate di anni ottanta e synthoni che non sentivo da quando programmavo il Korg di mio fratello, due composizioni per nulla sgradevoli, ma cadenzate e decadenti, che il mio mini-me di allora avrebbe lasciato a se stesse. Per fortuna si cresce, si espande la propria area cerebral-estetico-bocciofila e posso dire che me li sono sentiti dieci volte. Allora forse un ascolto lo posso consigliare in buona coscienza: anime gotiche di tutto il mondo e fanciulli/e che non sanno di esserlo: mungete con entusiasmo i link qui sotto.

https://soundcloud.com/aemilufficiale

https://www.facebook.com/aemilufficiale

___________

copertina_cafeamaro

cafeAmaro (Omonimo, 2017)

L’arpa pop, l’arpa jazz. Già dai tempi della new age dei primi anni ’90 ci avevano insistentemente provato a reinventare questo strumento antichissimo innestandolo in nuovi territori più pop, con alterni risultati, tra cui qualche discreta prova di Andreas Vollenweider (qui tutto il suo “Behind the gardens” ) o il celtico Vincenzo Zitello (“Et vice versa” è un bell’album, sul resto taccio).

Un tastierista, Andrea Ponzoni, e l’arpista australiana Diane Peters provano a far dialogare beat, synth e arpa in un disco molto gradevole e vagamente jazzato, con punti davvero buoni ed efficaci (il latin jazz di “Bossa Nova”) e qualche episodio più pretenzioso (Ying Yang).

Un disco che cresce alla distanza.

Qui il soundcloud: https://soundcloud.com/martepress/sets/cafeamaro/s-DXOh

https://www.facebook.com/cafeamaro/?fref=ts

___________________

15027500_210354599405175_6236684329296090077_nThe Klaudia call (omonimo, 2017)

Nome che resta, note che restano abbastanza. I The Klaudia call propongono un pop diretto tentando di essere chiari, ma non banali, leggeri, ma di giusta pensosa leggerezza. Brani brevi, alcuni belli e che restano (“Niagara” e “Nascondino” soprattutto): il tentativo di fare un buon pop-rock si è sempre scontrato in Italia con la polisillabicità dell’Italiano, la metrica difficile, il mercato diseducato da Ligabue che lo ha relegato a semplice anthem per tardoadolescenti. Sono produzioni seminali, dal basso e dalla basilare ostinazione come queste che ci tireranno fuori dalle secche?

I TKC sono gente che ama suonare: acerbi, in qualche passaggio ancora poco incisivi, ma devono trovare chi li aiuti a crescere professionalmente e ne rinforzi il lato pop.

Noi ascoltatori facciamo gli ascoltatori e apriamo le orecchie: il link sono qui sotto

https://open.spotify.com/album/1OnDxYuLZQ5nHXPIsRThDT

https://www.facebook.com/theklaudiacall

Raffica di Aprile ’15: tutti i dischi che mi son perso nel ’14

Dream for the fallSchonwald, “Dream for the Fall” (2014) (WM approved)

Calda, caldissima wave di un disco che è diventato quasi una droga per una mia momentanea solitudine, perché l’occupazione di ogni banda sonora, il caldo tappeto elettronico cosi pre-post-ultramodernista, le chitarre di Luca e la voce tenue e magica di Alessandra meritano ascolti su ascolti, sia nei singoli rarefatti (“Neon”, splendida) sia nei passaggi quasi di spirito rock (“Deep Metals” la mia preferita).

Un grande disco che mi fa riscoprire un’artista che già apprezzavo (la Gismondi l’avevo ascoltata nei Pitch) e mi immerge nel lisergico mondo della wave dark, che se me lo avessero detto 20 anni fa avrei mandato più di uno al confino in Jacuzia.

Ospiti e protagonisti di Press Play on Tape 17. Riascoltateli anche lì.

Pagina FB

——

10256579_318271998324766_4591843153906311557_nHibou Moyen, “Inverni” (2014)

‘Na voce, ‘na chitarra; la formula è stra-classicissima, ma per costruire un edificio sonoro e narrativo affascinante ci vuole carisma e un bel sacco pieno di belle canzoni; questo album lieve e pesante insieme, crepuscolare e invernale (e fuori tempo nelle mie casse – mea culpa, i fanzinari hanno i tempi biblici), pare funzionare, pare riuscire a sfodare il muro costruito dalla semplicità attraverso la riconoscibilità melodica, testi giocati su immagini da cucire in un unico arazzo di sensi e sovrasensi.

Bene: il nome me lo segno: il prossimo lo ascolto in tempo reale. Artista da tenere d’occhio.

Pagina FB

—-

4934041Kaos IndiA, “The Distance Between” (2014)

Disco ascoltabile e fluido, una bella miscela di anni Settanta e post-qualsiasi cosa, rigorosamente in inglese, alle prese con un concept (un concept? O signore… ma avremo modo di riparlarne in un prossimo post) in cui il fil rouge è costituito dal tema della distanza. Per fortuna, i Kaos IndiA non si sono dimenticati di suonare e suonar anche piuttosto bene (alcuni passaggi di “Island” sono estremamente evocativi). La tensione cala nei pezzi più pop (“The Void”) ma il rapido finale di tracklist (i due minuti di “Daybreak”riconciliano le orecchie al suono tutt’altro che votato al caos dei Kaos IndiA.

P.s. Attendiamo a breve un nuovo Ep: resteremo vigili per intercettarlo in tempi brevi.

Pagina FB