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Posts Tagged ‘raffica’

Raffica di Novembre ’17, ovvero post Rocco e i suoi fratelli

by WM

Riflettevo su come mi ripugnasse ogni cosa “post” in cui mi imbattessi: post-moderno (scusa per frullare tanti generi quando non ne sai usare nemmeno uno: risultato= fine dei generi, morte del tragico e del comico), post-democrazia (come fa figo chiamare il nullismo senza alternative), post-verità (palle per gonzi). E se almeno post-rock si salvasse?

In fondo, riflettevo, il rock conservativo è al palo, roba per storici e amanti di vinili, e i suoi figli più o meno legittimi devono sopravvivere in nicchie dove, chissà, un giorno diranno qualcosa anche al popolo, se mai risorgeranno i popoli (oggi c’è solo un post-popolo, il “popolo della Rete”, dove restare per sempre dodicenni).

Ma il post-rock, riflettendoci bene, non è niente, parola che non connota nulla, non contenendo nulla, ma per fortuna ha in sé un tale ampio spazio di manovra che consente esplorazioni senza sensi di colpa, poiché ci si può permettere di deframmentare i codici e ricomporli con l’avventata gioia di un fanciullo. E volendo stare attenti alle etimologie, esso è solo quel che giunge dopo, niente di più.

I Fiori di Mandy, Radici (EP, 2016)

Pensavo proprio a loro quando scrivevo le righe poco smopra, proprio perchè il trio de I Fiori di Mandy ha sempre sbandierato (a quanto leggo altrove) una programmatica mancanza di programma, uno stuolo di influenze contraddittorie come dovrebbero essere quelle di gente che ascolta molto e incamera tutto, dai Cccp agli Afterhours. Tuttavia, non ci troviamo di fronte a mera conservazione del patrimonio del post-punk italiota o del roccume bolso di tanti anni ’90, ma al bisogno di suonare e farsi ascoltare, a costo di salire su un palco vestiti di gonne a fiori, inanellando tracce in lingua nazionali dolci e angosciose (molto bella “Afrodite”); i tre ci paiono animali da palco e ci piacerebbe vederli dal vivo per verificarlo, e per ora mi accontento di questo Ep che il mio mac sputa sempre fuori, ma l’autoradio ha accettato con gioia.

https://www.facebook.com/FioridiMandy/

Frank Sinutre, The Boy Who Believed He Could Fly (2017)

Una delle uscite più notevoli del post-qualcosa, anche se l’esistenzialismo elettronico (Credeva di Volare), il classicismo synth pop (Challenger 1986), le pulsioni elettriche e danzerecce di certi pezzi, al limite del funk ( Be all you can be) ci porta in teoria assai lontani dal contenitore in cui vorrei ficcare apposta i Frank Sinutre, ma mi sorregge la convinzione che la grammatica del post-vattelappesca non sia stata minimamente codificata, e così questi saggi e divertenti figli dei favolosi anni ’80 possono di diritto ambire a costruire una tessera di questo nuovo puzzle.

Ma non è solo sperimentazione sonora, ma anche ricerca meccanica ed elettrica, con l’invenzione e la modifica di strumenti elettronici home made, che permette un approccio intenso e carnale con le protesi sonore che propagheranno il suono, un’intimità che si avverte, si vive ad ogni traccia.

Un vero e proprio colpaccio averli tra le proprie fila per la New Model Label, segno che nel sottobosco c’è vita.

PS. sono riuscito a recensirli senza nominare una volta Air, Boards of Canada e Aphex Twin. Grazie, clap, clap.

https://www.facebook.com/FrankSinutre/

 

Autist, Controverse (2017)

Un album post-tutto, un duo francese di stanza a Berlino, in bilico fra acustica ed elettronica, con profonde pulsazioni dub e virate rumoristiche e ipnotiche, con un parlato disturbante e inquieto, il tutto a comporre un’ideale colonna sonora delle inquietudini metropolitane di cieli oscuri e palpitanti di odio e speranza. Tra punk e dark wave, gli Autist si rinchiudono in una bolla autosufficiente di suoni, di tutti i suoni esperibili, e di ritmi i 4/4.
Un’esperienza intensa, un’esplorazione di nuove strade verso la psichedelia, intesa letteralmente come ricerca dell’anima.
Amore al primo ascolto, rabbia pura.

http://www.autist.tv/

https://www.youtube.com/user/autistofficial
https://www.facebook.com/autist.official/

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Raffica di Febbraio ’17 n.2 ovvero ascolti random

febbraio 16, 2017 Lascia un commento

by WM

1El Matador Alegre, “Dreamland” (2017)

Beh, slowcore per slowcore, mi piacerebbe chiamarlo pop, il pop “di una volta, che t’ascoltavi le canzoni, e queste ti scivolavano ma non andavano via, lunghi giri e ti restavano come patrimonio genetico. Apprezzabile il nuovo disco dei El Matador Alegre, nome spagnolo, testi in inglese, sound molto curato e accattivante, una manciata di belle canzoni (pop, per carità, pop). Mi piacerebbe sapere chi sono, scaricare i testi, ma il web è parco di informazioni: speriamo ci dia qualche dritta la Cabezon Records.

Da ascoltare soprattutto i morbidi arpeggi di “Let me disappear” e l’accattivante “For my demons”.

imagesAchiote, “Loneliness of Endless Days” (2017)

Riceviamo tonnellate di link metal, a pacchi, quindi per smaltire stavolta mi sostituisco al sommo Doom (lode alla sua onniscienza) e pesco i finnici Achiote, che già dal titolo meritano ed hanno come missione farsi ascoltare, di non essere scorbutici, di provare a velare la magia del metal con amplissime dosi di melodia e chitarre afabili e vagamente decadenti. Godibili e romantici anche per chi non è molto addentro al genere e cerca emozione e intrattenimento, come me che ascoltando “Alpha Nexus” mi pareva di ritornare quel bambino che ascoltava i Marillion.

Operazione nostalgia, molto anni ’90, disco ben suonato, ma peccato che questi facciano gigs solo nei pressi del Circolo Polare Artico.

https://www.facebook.com/achioteband/

La Restaurazione, “Il trattamento speciale” (video, 2016)

Molto Csi, un serio tentativo di coniugare cose difficilissime da far coincidere e convivere, le chitarre rock, la tensione, il messaggio, lo spirito post-punk, la stessa polisillabicità dell’Italiano. Non invidio chi affronta questo labirinto di sfide, ma La Restaurazione ci prova con energia e vigore ritmico. Bravi.

Raffica di Febbraio ’17, ovvero la banda degli omonimi

febbraio 10, 2017 Lascia un commento

by WM

Neanche a farlo apposta, gli omonimi rilasciano omonimi, perché prima della musica giunga il nome, si imprima nella memoria e poi lo seguano le note. Premiamo play.

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Aemil (Omonimo, 2016 – EP)

Affidare darkwave ed electropop al sottoscritto è un po’ come mettere l’osso-clava in mano agli scimmioni di “2001 Odissea nello Spazio”, col risultato di confondere il primate plantigrado che si perde in una scia di grugniti, lasciando lì l’attrezzo inerte. Eppure con gli Schonwald aveva funzionato, mi son detto, e magari la magia si ricrea: dài, premiamo play allora.

Arrivano zaffate di anni ottanta e synthoni che non sentivo da quando programmavo il Korg di mio fratello, due composizioni per nulla sgradevoli, ma cadenzate e decadenti, che il mio mini-me di allora avrebbe lasciato a se stesse. Per fortuna si cresce, si espande la propria area cerebral-estetico-bocciofila e posso dire che me li sono sentiti dieci volte. Allora forse un ascolto lo posso consigliare in buona coscienza: anime gotiche di tutto il mondo e fanciulli/e che non sanno di esserlo: mungete con entusiasmo i link qui sotto.

https://soundcloud.com/aemilufficiale

https://www.facebook.com/aemilufficiale

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cafeAmaro (Omonimo, 2017)

L’arpa pop, l’arpa jazz. Già dai tempi della new age dei primi anni ’90 ci avevano insistentemente provato a reinventare questo strumento antichissimo innestandolo in nuovi territori più pop, con alterni risultati, tra cui qualche discreta prova di Andreas Vollenweider (qui tutto il suo “Behind the gardens” ) o il celtico Vincenzo Zitello (“Et vice versa” è un bell’album, sul resto taccio).

Un tastierista, Andrea Ponzoni, e l’arpista australiana Diane Peters provano a far dialogare beat, synth e arpa in un disco molto gradevole e vagamente jazzato, con punti davvero buoni ed efficaci (il latin jazz di “Bossa Nova”) e qualche episodio più pretenzioso (Ying Yang).

Un disco che cresce alla distanza.

Qui il soundcloud: https://soundcloud.com/martepress/sets/cafeamaro/s-DXOh

https://www.facebook.com/cafeamaro/?fref=ts

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15027500_210354599405175_6236684329296090077_nThe Klaudia call (omonimo, 2017)

Nome che resta, note che restano abbastanza. I The Klaudia call propongono un pop diretto tentando di essere chiari, ma non banali, leggeri, ma di giusta pensosa leggerezza. Brani brevi, alcuni belli e che restano (“Niagara” e “Nascondino” soprattutto): il tentativo di fare un buon pop-rock si è sempre scontrato in Italia con la polisillabicità dell’Italiano, la metrica difficile, il mercato diseducato da Ligabue che lo ha relegato a semplice anthem per tardoadolescenti. Sono produzioni seminali, dal basso e dalla basilare ostinazione come queste che ci tireranno fuori dalle secche?

I TKC sono gente che ama suonare: acerbi, in qualche passaggio ancora poco incisivi, ma devono trovare chi li aiuti a crescere professionalmente e ne rinforzi il lato pop.

Noi ascoltatori facciamo gli ascoltatori e apriamo le orecchie: il link sono qui sotto

https://open.spotify.com/album/1OnDxYuLZQ5nHXPIsRThDT

https://www.facebook.com/theklaudiacall

Raffica di Aprile ’15: tutti i dischi che mi son perso nel ’14

Dream for the fallSchonwald, “Dream for the Fall” (2014) (WM approved)

Calda, caldissima wave di un disco che è diventato quasi una droga per una mia momentanea solitudine, perché l’occupazione di ogni banda sonora, il caldo tappeto elettronico cosi pre-post-ultramodernista, le chitarre di Luca e la voce tenue e magica di Alessandra meritano ascolti su ascolti, sia nei singoli rarefatti (“Neon”, splendida) sia nei passaggi quasi di spirito rock (“Deep Metals” la mia preferita).

Un grande disco che mi fa riscoprire un’artista che già apprezzavo (la Gismondi l’avevo ascoltata nei Pitch) e mi immerge nel lisergico mondo della wave dark, che se me lo avessero detto 20 anni fa avrei mandato più di uno al confino in Jacuzia.

Ospiti e protagonisti di Press Play on Tape 17. Riascoltateli anche lì.

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10256579_318271998324766_4591843153906311557_nHibou Moyen, “Inverni” (2014)

‘Na voce, ‘na chitarra; la formula è stra-classicissima, ma per costruire un edificio sonoro e narrativo affascinante ci vuole carisma e un bel sacco pieno di belle canzoni; questo album lieve e pesante insieme, crepuscolare e invernale (e fuori tempo nelle mie casse – mea culpa, i fanzinari hanno i tempi biblici), pare funzionare, pare riuscire a sfodare il muro costruito dalla semplicità attraverso la riconoscibilità melodica, testi giocati su immagini da cucire in un unico arazzo di sensi e sovrasensi.

Bene: il nome me lo segno: il prossimo lo ascolto in tempo reale. Artista da tenere d’occhio.

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4934041Kaos IndiA, “The Distance Between” (2014)

Disco ascoltabile e fluido, una bella miscela di anni Settanta e post-qualsiasi cosa, rigorosamente in inglese, alle prese con un concept (un concept? O signore… ma avremo modo di riparlarne in un prossimo post) in cui il fil rouge è costituito dal tema della distanza. Per fortuna, i Kaos IndiA non si sono dimenticati di suonare e suonar anche piuttosto bene (alcuni passaggi di “Island” sono estremamente evocativi). La tensione cala nei pezzi più pop (“The Void”) ma il rapido finale di tracklist (i due minuti di “Daybreak”riconciliano le orecchie al suono tutt’altro che votato al caos dei Kaos IndiA.

P.s. Attendiamo a breve un nuovo Ep: resteremo vigili per intercettarlo in tempi brevi.

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Raffica bis di Dicembre ’14 (einmal ist keinmal)

dicembre 25, 2014 Lascia un commento

Era inevitabile che, dopo vari anni di blog a trazione anteriore e musicofila, certi autori ritornassero con opere seconde o terze, che gente e voci conosciute chiedessero ancora ascolto e attenzione.

È impossibile ascoltare il nuovo senza sovrapporre con effetti stranianti il nuovo e il vecchio, nel tentativo di storicizzare, di cogliere i fili del cambiamento, sempre che questo non vada a danno dell’ascolto. La tentazione è donarsi tutto alle orecchie, fare un reboot e ripartire con quel che si vede e si sente e basta, o va a finire che qui non si ascolta musica, ma si fa i critici.

E guai se mi confondessero con un critico: piuttosto scappo col circo e non mi vedrete più. Dite ai miei cari che li ho amati.

a2217221777_10Pocket Chestnut, “Big Sky, Empty Road” (2014)

Le Castagne da Tasca le ricordo bene assai, perché nel recensire il loro ultimo lavoro, l’EP del 2012, hanno fatto partire tante e tali riflessioni sul folk, sulla natura della musica popolare e sul valore della imitatio di tradizioni altrui, e se siamo partiti con la trasmissione “Gommalacca” è anche merito loro.

Provo però a ripulirmi le orecchie dal passato e ad affrontare questo disco che sogna le strade larghe e i cieli limpidi e spaziosi, impresa ardua in una penisola tutta montagne e possibile solo nella nativa Emilia Romagna, il panorama più americano che abbia mai visto. Nessun dubbio, quindi, quando sento dominare la steel guitar (Spread my love), l’andamento da road song, gli inserti dylaniani (l’omaggio in “Now” è tra il commovente e lo sfacciato), gli accenni surf (o segnùr…) e certo post punk di oltreoceano. Un disco che è una enciclopedia di influenze e contaminazioni, un brodo di coltura di bacilli musicali con canzoni gradevoli, che “pigliano” senza se e senza ma. Curiosissimo di ascoltarli dal vivo: se si spostano dalle strade piatte a quelle con montagne e colline del Sud, avrò il piacere di ascoltarli dal vivo.

https://www.facebook.com/PocketChestnut/app_204974879526524

pagina FB: https://it-it.facebook.com/PocketChestnut

Per scaricare il singolo natalizio “Two letters to Santa”: https://soundcloud.com/pocketchestnut/pocket-chestnut-two-letters-to-santa

10351519_527328980710246_4290939435662562949_nVerily So, “Islands” (2014) (WM approved)

I Verily So sono stati importantissimi nel mostrarci come ci si sprovincializza, come si osa entrando sulla stessa arena del pop europeo senza alcun timore reverenziale. Già protagonisti di una bella puntata di Press Play on Tape, ritornano con un disco che scivola con una dolcezza liquorosa e rilancia la speranza che anche l’Italia elabori, forgi cose nuove prendendo a piene mani dal patrimonio melodico e sonoro degli anni ’80 e ’90 il meglio delle possibilità soniche e progressive. L’impasto è un dream pop screziato di chitarre, un insieme di belle, belle canzoni, che scivolano sul filo della malinconia e della ricerca del tempo perduto, sull’incomunicabilità e il desiderio delle passioni di riemergere.

Consigliatissimo e in free download.

https://www.facebook.com/verilyso

EDIT: scopro solo ora con rammarico che si sono sciolti da qualche mese.

a1680175273_2Gouton Rouge, “Carne” (2014)

Pur giovanissimi, non sono per noi una novità. Ne apprezzammo il piglio apocalittico, psichedelico e sognante del primo EP e li aspettavamo al varco. La confusione e i troppi impegni della Quarta Stagione ritardano di parecchi mesi l’ascolto di questo “Carne”, fatto di testi taglienti, di sonorità più secche, brani brevi e più vicini a certa new wave (“Immobile” e “Sbiadire” i nostri preferiti), anche se qui il nostro orecchio ci tradisce, ancora incapace di allontanarsi dalla magia dell’EP di esordio. Il tempo dirà se l’evoluzione dei Ghiottoni sarà una carta vincente e quali saranno le conclusioni definitive.

Il disco è in free download: scaricatene tutti.

Raffica di Dicembre ’14

08aa485c1d0a6a1cc6efa0497b16614f658392caDax & gli Ultrasuoni, “Domenica” (2014)

Canzoni scanzonate da cantare senza prendersi sul serio, tanto pe’ cantà, tanto per avere già nostalgia degli anni 2000, tanto per non pensarci troppo su. Strizzatine retrò, ritornelli e voglia di melodia, un disco gradevole, ma se cercate i cieli della metafisica, andate altrove. Qui c’è una piccola realtà che è piccola come la felicità possibile.

CoverOneirosBzzzzz…, “Oneiros” (2014)

Alberto Tanese in arte Bzzzz… chitarrista del power noise duo CAPase esordisce come solista con questo disco: ”Oneiros”. L’incipit che avete letto è tratto dalla sua autopresentazione. Da questo punto mi stacco dalle note biografiche e, come sempre, le ignoro, per tuffarmi in un disco homemade ma piacevole, artigianale ma non dilettantistico.
Senza voler abusare del termine “ricerca”, che di solito si appioppa a chi non ha uno stile, o non ha stile del tutto, diremo che “Oneiros” esplora molte direzioni. La open track “Dreaming of fly” va in una direzione ambient che già mi era molto piaciuta nei lavori degli Star Pillow, fatta di oscillazioni e piacevoli particelle sonore, per poi virare a una sorta di new age modale e un po’ schizoide (“Dreaming dance”) e svoltare in un minimalismo jazzato che ci trasporta in modo gradevole ma innocuo.
Un disco che è evidente urgenza di espressione, ma spiazza nella sua varietà e nei suoi colori, e potrebbe non essere un male.

10355008_887528161287862_6170813537751468522_nDiplomatics, “Don’t be scared, here re the diplomatics” (2014) (WM APPROVED)

Copertina ingiubottata , filologia punk pure nel titolo (come si fa a fare della filologia sulla rottura di ogni letteratura e tradizione? la rottura è diventata tradizione…). Chitarre spiegate, pezzi non inutilmente lunghi, brevitas punk, ansia per il futuro, desiderio di strizzare la sei corde su accordi essenziali che inneggino a un’a giovinezza del rock che tanto manca al rock stesso. Il disco tira, acchiappa, le canzoni hanno la loro cantabilità settantasettina con pizzichi di ’90. Nuova nostalgia, nuovo rock ignorante e tirato. Belli ‘sti Diplomatics: animali da palco in tournée da non perdere.

meme joda