Archivio

Posts Tagged ‘New Model Label’

Recensione: Porco Rosso, “Living Dead” (2017)

di Claudia Amantini

22472598_1559018214166095_161378153_n

Porco Rosso è un collettivo artistico formato da due persone, Michele Ricoveri (parole, voce e partiture elettroniche) e Giovanni Sodi (organo elettronico, synth e miscellanee), un duo Synth Punk che abbraccia l’elettronica e… la prima cosa che mi hanno ricordato, sarà per il nome, è il film d’animazione giapponese di Hayao Miyazaki.

E mentre le tracce si susseguono riaffiorano altri pensieri. Nella visione buddhista il maiale rappresenta l’ignoranza e l’autoinganno del sé, nel vocabolario Treccani diventa un individuo ingordo, grasso, flaccido, nel Medio Evo è simbolo di generosità e fertilità, per il cristianesimo emblema di lussuria. Per il “nostro” duo invece il Porco sta per maiale sovversivo. E sovversivi lo sono: prima e ultima traccia (Introne e Outrone) assomiglia ad un comunicato uscito dritto da V for Vendetta; Baci E Abbracci regala schiaffi, pugni e calci, ma anche carezze, baci e abbracci… Un concept album che strizza l’occhio al Teatro degli Orrori, qualche nota lontana dei Depeche Mode, un’ironia (La Marcia Dei Maiali) che fa riaffiorare Roberto “Freak” Antoni. Profondo Nero ne è il primo singolo (videoclip) tratto da questo Living Dead, che merita più di un ascolto per finire sottopelle, con pace della New Wave. (scuderia New Model Label)

 

Recensione: Gasparazzo, “Mo’ mo’” (2014)

di Claudia Amantini

gasparazzo-e-la-banda-bastarda-musica-streaming-mo-moGasparazzo, band emiliana attiva dal 2003, giunge al sesto album in studio: Mo’ Mo’. Un po’ com’era per gli Ustmamo’ quel mo’ sta per “proprio adesso, ora”. Col gruppo della Redeghieri&company, a parte condividere un’istantanea, in comune la terra, quell’Emilia che si sposta tra Bologna e Reggio Emilia. E quella base di folk/musica popolare contaminata con altro. Per i Gasparazzo la contaminazione prende le forme del reggae, i colori del patchanka, le sfumature del rock/pop. Musica ibrida, fusione di più generi, accostamenti che vanno da Mano Negra a Modena City Ramblers passando per Mau Mau.

Mo’ Mo’ è un lavoro versatile e contagiato, anima mediterranea che sposa musica e ricerca: “Rovesciala” apre le danze, brano nato come inno per i Mondiali Antirazzisti; “Michelazzo” e “Agro”, ironiche e allegre; “Se i posacenere potessero parlare”, nata dalla collaborazione con Mezzafemmina, è uno sguardo sulla realtà/quotidianità per arrivare poi a “Cristo è là”, brano dedicato a Federico Aldrovandi con testo basato sulle parole del padre.

Un album spumeggiante, intelligente, eterogeneo. Undici tracce che sanno di mare, colore, energia… ma che nascondono anche momenti di riflessione.

Recensione: John Strada, “Meticcio” (2014)

di CLAUDIA AMANTINI

???Tempi moderni, prendi un cd e lo infili nel lettore, partono le prime note. Sfogli il librettino d’accompagno, l’occhio cade sul color seppia e sulle foto presenti. L’America che incontra l’Emilia, o meglio l’Emilia-Romagna dei paesaggi/personaggi che sposa chitarre e stivaletti stile America/Bruce Springsteen. E questo già riassume il tutto. Ma la mente vaga, mentre le canzoni scorrono, e allora in mano riprendo un libro già letto: “Un weekend postmoderno” di Pier Vittorio Tondelli. Perché l’Emilia di John Strada è anche l’Emilia di Pier. Elogio di province (Nella nebbia) e della “grassa” Bologna (“Rido”), viaggi (“Magico”, “Torno a casa”), spostamenti, aspettative, sogni…

Tondelli scriveva: C’è una sorta di attaccamento buio alla propria terra, e poi ci sono le nebbie che rendono le vie e le piazze delle città quinte metafisiche di un palcoscenico in cui si recita il copione tipico di ogni provincia: quello dell’attesa e del sogno”.

E via che scorrono “Hai ucciso i miei eroi”, “Promesse”.

John Strada unisce l’amore per la propria terra (“Tiramola”, unico brano in dialetto del disco; “Sangue polvere”, che racconta del terremoto che nel Maggio 2012 ha colpito l’Emilia) a quella per Springsteen e per un certo tipo di rock (“Chi guiderà”, “Hai ucciso tutti i miei eroi”).

L’album si chiude con la delicata “È Natale in Maghreb”, una ragazza maghrebina che vaga sola con una carrozzina vuota per le strade di Milano e “porta il frutto di un amore che nessuno capirà, il velo ha nascosto il suo segreto (…) I profumi del Natale ti inebriano le idee, si adorano le statue e si dimentican gli Dei”. L’ipocrisia religiosa trattata senza irriverenza, uno sguardo critico.

Per John Strada “Meticcio” è il sesto lavoro, nato con la collaborazione della “The Wild Innocents”, band che lo accompagna in studio e dal vivo. Una produzione New Model Label, distribuito da Audioglobe.

Recensione: Gray, “Sessantanoveincerchio” (2014)

gray-musica-streaming-sessantanoveincerchio

di CLAUDIA AMANTINI

New Model Label sceglie con ottima cura i propri artisti, un’etichetta che sta aprendo spazi nuovi. E dal suo cilindro è uscito Gray. In realtà un personaggio già in circolo dagli anni ’80 sulla scena rock italiana, uno che ama Iggy Pop, Janis Joplin e Charles Bukowski… mi fa subito scattare simpatia spontanea. Poi ascolti l’album in questione e cresce la stima. Voce molto interessante, molto soul e rock, profonda, gridata, sussurrata e parlata. La musica stende tappeto da rock classico, che ben si lega ai brani.

Se si guarda all’Italia similitudini si posson trovare con Diaframma, Massimo Volume, Diathriba, qual cosina Afterhours, giusto per rendere un po’ l’idea, anche perché “Sessantanoveincerchio” conserva una propria originalià. I brani scivolano via uno dietro l’altro, alternando fasi più rock (Cose, L’essenza) ad altre più romantiche (Ballata per una stella, Silenzio parole), lasciando inalterata l’intensità, sia che vinca la rabbia sia che l’umore sia dettato dalla malinconia.

Un’artista da (ri)scoprire, un album da ascoltare.

SITO UFFICIALE : http://www.grayofficial.it/

Raffica di Cantattori di Marzo ’14

muda 350Davide Solfrini, “Muda” (2014)

Solfrini è uno di quelli facili da recensire, ma non perché sia semplice o semplicistica la sua musica, bensì perché fra i cantattori è uno di quelli che “si spiega”, fornisce l’esegesi, apre la porta dei casa e ci offre un thè, e per uno abituato ad ascoltare De Gregori l’effetto è straniante, anzi… parte una necessaria diffidenza. Meglio non cadere nel tranello petrarchesco dell’autoritratto che vela le inquietudini, che fornisce un quadro talmente netto da sospettare che non esistano maschere pirandelliane. Traggo solo la notizia che “Muda” non è la torre pisana del conte Ugolino, ma è il senso dello spreco che la società efficentista non sopporta e che la sua fonte musicale sono i R.E.M.: la cosa non mi coglie impreparato; ci sono bei giri armonici che rimangono incollati, belle storie (spicca “Marta al Telefono”), strano che si raggiunga una tale efficacia pop in un cantante che parla di amore, vita & se stesso. Ma le canzoni valgono, il disco si fa riascoltare tanto (e a Sotterranei ce ne siamo accorti già) e Solfrini si rivela come uno da tenere d’occhio. Lo attendo al varco, con o senza esegesi allegata (anzi, lasci a noi il piacere della scoperta). (Scuderia New Model Label)

Distacco_copertina_smllGiancarlo Frigieri, “Distacco” (2014)

Frigieri è invece uno di quelli difficili, che addirittura non concede interviste, ma intervista lui i suoi recenori sul suo blog, sempre se gli gira (a me finora è andata bene). Leggo in giro che non ero stato solo fulminato io sulla via della sua musica, ma che viene considerato uno dei cantautori più interessanti della piazza, uno che ha cose da dire, che scava, che brucia.

È un album meno americano e dylaniano del precedente, anche se gli ingredienti della sua scrittura ci sono tutti: al posto della Polisportiva c’è la metafora de “La Camera Oscura”, c’è l’affresco della memoria della terra, visione di barlumi di ricordi ricomposti in un coerede puzzle emozionale… vita della terra (“L’ultimo nato”) l’amore perduto (“distacco”) “e ci siamo svegliati un mattino (…) quattro anni in un canale di scolo”. C’è anche il post rock, “Strisce pedonali”, laghi si suono, maggiore cura negli arrangiamenti nelle ultime tracce, maggiore godibilità musicale.

Ci sarebbe da scavare davvero a lungo fra le tracce (ricchissima di sensazioni è la splendida “Neve”, come la ballata rock “Gorizia” sullo spinoso tema dell’irredentismo), tanto è ricco a livello di istintiva retorica il verso frigieriano, con paronomasie e analogi, metafore non banali e scivolamenti fra il registro più alto e un tenue registro medio del lessico, medio sì ma mai scontato.

Mi limito a consigliare spudoratamente l’ascolto e a seguire nei suoi sentieri l’Autore.

(Scuderia New Model Label)

copertinaGabriele Deriu, “Oltre il Muro” (2013)

Il Deriu è un’impresa ardua… da afferrare non è facile, perché forma e sostanza collidono e stridono provocandoci con un pop emozionale che pare puntare al facile ascolto, ma è invece condito con testi duri e graffianti, che rifiutano il realismo e parlano di morte , ma anche di amore e rivolta, sfornando ne “La Fine” una canzone sul Giorno del Giudizio (una rivoluzione? la punizione degli dei?) e in “Carcasse” una visione disillusa sulla stupidità umana. Eppure la confezione è molto radiofonica e l’inserto del rapper En?gma pare voler strizzare l’occhio a tanto pop radiofonico che gioca su sentimenti assoluti ed adolescenziali (e proprio questa invasione nell’hip hop contemporaneo –brividi– è la vera nota stonata). Voce molto personale, arrangiamenti curatissimi: ancora non c’è una cifra stilistica coerente, si ondeggia fra elettronica e pop-rock, ma è un bel punto di partenza. Un buon inizio per la neonata casa di produzione Mammut.

Raffica di Cantautori di Maggio

meme cantautori

Indietro tutta! Il vintage si sta prendendo i nostri salotti, le foto dai colori giallastri di Instagram, gli armadi che pullulano dei vestitini ye-ye: attendo solo la cotonatura dei capelli. Niente di strano se lo stereo risenta di questo continuo passo del gambero, di questo cercare orizzonti di senso negli strumenti acustici e le tastiere valvolari, nel vago blues e nei giri di sol, in quell’America che non vorremmo finisse mai.
Dovremmo fare forse un immenso reboot della Storia per poter fare e dire qualcosa di nuovo, per osare, ma dato che ci è rimasto solo parlare d’amore, non ci resta che deporre le armi e arrendersi al sentimento di un mondo rosa confetto e sperare che qualche autore riesca a trovare in questo vuoto di senso una melodia giusta, un giro azzeccato e ci levi via dalla noia. Per un giorno il cinico prova a foderarsi gli occhi di prosciutto e a credere che esistano i sentimenti vagheggiati dai poeti e invocati dai loro carmi, nella speranza di non fare la fine di Jacopo Ortis. Poi evocheremo il cinismo e tutto finirà.

cover Battisti 600x600Nicola Battisti, lp omonimo (2013)
Cognome pesantissimo per uno che vuol fare il cantante. Immagino che dovrà convivere con la domanda “ma sei parente di…?” da tutta la vita, come chi si chiama Marina è ossessionata da quelli che cantano loro la canzoncina “Marinaaaa Marinaaaa Marin….aaaaarghhhhh” (tonfo sordo sul pavimento). Il disco vuole essere un inno all’amore e al tempo in cui all’amore ci si credeva, si compravano i 45 giri e si sognava su una nuvoletta rosa (vabbè poi arrivarono i capelloni e tutto cambiò, signora mia…). Strumentazione vintage (pure un mellotron ç_ç), canzoni che raccontano per metafore ed ellissi il sentimento di sentirsi fortunati ad amare o sul bisogno di esprimere i propri sentimenti. I testi sono lineari ed essenziali (ci ritroviamo anche le rime cuore-amore). Interessante l’inserto surf di “Piove” e un’apertura agli stilemi beat che hanno fatto la fortuna del pop italiano e che riemergono dai vecchi dischi degli anni ’60. Bella la voce di Nicola.

www.cabezonrecords.com

Alessandro romeo_cover_smllAlessandro Romeo, “Tesi di Redenzione” (2013)
È l’ironia bohemien che riscatta un disco che poteva avere altri esiti. Di fronte ad una veste molto essenziale, troviamo invece testi narrativi e divertenti, autoanalisi di chi piange in versi ed ama in musica. Belli gli scorci metropolitani di un’umanità povera e sorniona (“La Casona”) e lo swing (vintage estremo :P) di “Karrina”. Metafore (che significheranno i dolenti versi di “Zoo”? il disagio sociale degli anni Zero?), mezzeparole ed ellissi, sorridenti ossimori: “Tesi di Redenzione” prende con dolcezza il suo ascoltatore per mano e lo conduce in un mondo variopinto e dolce dove lo sguardo ad occhi socchiusi del Romeo ci fa fare qualche giro di danza. E meno male, ci vuole ogni tanto.

www.alessandroromeo.net

Recensione: Post, “Fakes from another place” (2012)

cover postPost de che?
Tutti i “post” fanno sempre i conti con il “prima”; lo superano dialetticamente, ci fanno a botte, ci amoreggiano o se ne vanno via come zitelle acide. Per fortuna questi Post sono un’onesta band di rock che non vuole oltraggiare nulla e dispensa omaggi al rock anni ’80 e ’90 a piene mani, dalla new wave al grunge, con notevole immediatezza e onestà intellettuale, proponendosi di trasmettere energia e fare belle canzoni che si appiccichino alle orecchie e muovano il corpo, ottimo intendimento anzichenò.
La storia del titolo è curiosa: “fakes” nel senso di “cose finte”, “bufale”. Il timore e l’onestà intellettuale dei post è quella di essere scambiati per gente che fa una sorta di corso di corrispondenza e si diploma da casa come la scuola Radio Elettra del rockerolle, per poi risultare copie sbiadite “from another place” dei prodotti d’oltremanica e d’oltreoceano. Scrivere in inglese per una band italiana è un aprirsi ad un linguaggio transnazionale, ma anche puntare sulla qualità e non sull’immediatezza del cantare in italiano.
Mi pare che il tentativo dei Post sia lodevole, il disco omaggia, ma non è affatto sbiadito: alcuni pezzi, per così dire, spaccano, come l’ “Absent Life” che apre le danze, l’ipnotica “Who the Hell” (che fa spuntare una lagrimuccia pensando che secoli fa ascoltavo i Soundgarden con occhi ingenui), la post-rokkese “Unheard”. Bella la chiusura strumentale di “Non mi confondere”, che invece ci lascia pieni di dubbi: ma perché non puntare al post-rock e uscire dalle gabbie della lingua (straniera o patria che sia) e puntare alla musica?

In attesa di nuove loro prove, gustiamoci per ora questo “Fakes from another place”.

ps. Perché quasi scusarsi nelle note di non essere nati in Louisiana (ricordate “America Ok” dei New Trolls?) e di dover correggere la sintassi dell’inglese? Va bene l’onestà intellettuale, ma bisognerebbe essere fieri delle proprie imperfezioni, o diventa una excusatio non petita, che si traduce in accusatio manifesta.