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Music Report: Tame Impala, Milano 2016

di Gaia Zangla

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Era il mio primo vero e proprio concerto, 0 aspettative, 0 idee su come l’avrebbero strutturato, nulla, sapevo solo che stavo per andare a vedere la mia band preferita live e che ero agli estremi della felicità.

Arrivo al Market Sound di Milano e quando finalmente mi avvicino al palco mi rendo conto che fosse tutto reale. Mi guardo intorno e mi rendo conto che quell’ambiente mi mette vivamente a mio agio: gente appassionata di musica che aspetta cinque australiani che li facciano appassionare ancor di più a questo magnifico universo che è la musica. Dopo poco arrivano, uno ad uno e Kevin Parker inizia ad intonare Nangs, sullo schermo delle onde si muovono seguendo le note della chitarra (come quelle su Windows xp, non so se avete presente), uno psichedelico pre-show per scaldare la folla, meraviglia pura. Ed è lì che ti lasci andare totalmente, è lì che abbandoni cellulare e schifezze varie: la tua vita monotona in quell’istante non conta, conti solo tu e chi sta su quel palcoscenico. Il concerto è andato avanti una meraviglia senza intoppi.

17273404_1385381044861630_1462329127_oQuesta volta, però, ci tengo a parlarvi solo delle tre canzoni d’apertura (altrimenti mi dilungherei fin troppo). Quest’ultime sono disposte in modo cronologicamente geniale, difatti vanno dall’album più nuovo a quello più vecchio risvegliando emozioni come solo loro sanno fare, e fra poco vi spiegherò il perché. Let It Happen (Currents, 2015) la canzone perfetta per iniziare il concerto, ti fa sentire libero, saltie sorridi come un matto… Quello che facevi a casa tua però con migliaia persone che lo fanno assieme a te. Mind Mischief (Lonerism, 2012), più calmina, e dopo Let it Happen è un break adeguatissimo. Why Won’t You Make Up Your Mind? (InnerSpeaker, 2011), santo cielo, come posso descrivere quei riff, quella voce così rilassante, quei suoni prettamente elettronici che ti fanno solo venir voglia di stenderti su un prato e non pensare più a quello che c’è fuori: scuola, università, lavoro, vita ordinaria, routine… Tutto si materializza per quei momenti e i Tame sono grandiosi anche per farti vivere questo tipo di emozioni: ti isolano da tutto ciò che è monotonia e noi, esseri umani corrotti dalle cose futili e dall’avvento della tecnologia che ci consuma sempre più giorno dopo giorno, ne avremmo tutti davvero bisogno.

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Music Report: PJ Harvey (Obihall, Firenze, 24/10/16)

novembre 26, 2016 Lascia un commento

di Claudia Amantini

 

Nel corso degli anni sono stati diversi i concerti di PJ Harvey a cui ho assistito, indimenticabile il primo con gli Asian Dub Foundation come gruppo di supporto. Ne sono seguiti altri, con cambio di look e di suoni. Unica costante, la sua voce. Una gran bella voce, capace di graffiare, sussurrare, penetrare. Occasione imperdibile quindi quella di rivederla e riascoltarla, in nuova veste, a Firenze. L’occasione è il tour di The Hope Six Demolition Project, nuovo lavoro, nono album in studio, nuova virata di suoni.

Un palco spoglio da scenografie ed “effetti speciali”, essenziale e traboccante solo di strumenti. La rappresentazione teatrale, perché a tratti così è parsa, si apre con l’ingresso della banda musicale, 10 musicisti che marciano, sfilano tra fiati e percussioni, raggiungono le proprie posizioni, danno il via allo spettacolo. Tutto sembra suddiviso in atti teatrali, 9 uomini e una donna che attira l’attenzione verso di sé. Una donna ricca di carisma che non si pone sempre in prima fila, si sposta dietro, si accosta a lato. Ma la scena è sua, sa rubarla comunque, come una dea del rock, di nero (s)vestita, piume tra i capelli, sax spesso in mano.

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Ogni brano del nuovo album sfila in scaletta. Un’ora e mezza abbondante con un bis di due brani. Al suo fianco i “soliti” John Parish e Mick Harvey, gli italiani Enrico Gabrielli e Alessandro Stefana… e lui, Alain Johannes dei Queens Of The Stone Age.
Miss Harvey il palco lo sa tenere, ci sa danzare, un po’ diva e un po’ attrice, ma come sempre è la sua voce a fare la differenza. Un concerto che scorre via liscio, tra momenti eterei, cupi, strumentali, adrenalinici. Polly sta seguendo da qualche anno nuove strade, nuove sperimentazioni. Un’artista che cresce, cambia, sperimenta. Non si appoggia-rilassa sul trono dei vecchi successi, ma guarda avanti. Eppure… personalmente mi avrebbe fatto piacere vederla imbracciare la chitarra, almeno una volta. Eppure, al di là della performance e dei nuovi brani, la nostalgia bussa e sa essere ricompensata: il cuore ha sussultato quando è partita “50ft Queenie”, quando è riapparso il “vecchio” rivisitato e risuonato a nuovo: “Down by the Water”, “To Bring You My Love”. E il bis, molto gradito: “Working for the Man”,”Is This Desire?”

E brava PJ!

Music Report: Cat Power (Cesena, 6 Settembre)

settembre 12, 2016 Lascia un commento

di Claudia Amantini

Il panorama musicale è ricco di splendidi voci, ma poche veramente sanno far “tremare”. Chan Marshall, in arte Cat Power, rientra sicuramente tra queste. Incontri casuali come per “What Would The Community Think?”, un concerto di anni fa a Roma (molti, molti anni fa), una vena dark-folk che batte forte e ti entra sottopelle. E poi arriva Cesena, finisce l’estate, al posto del sole pioggia, al posto della splendida cornice, la Rocca Malatestiana, ci si rifugia ad un posto al chiuso, Teatro Verdi, che a suo modo sa creare quell’atmosfera d’intimità.

14249271_1163635090371078_280993764_nPerché di concerto intimo si è trattato. Un concerto in solo, lei che il palco lo sa tenere. Divisa tra chitarra e piano. Segni al fonico che non recepiva, il “scusate” rivolto al pubblico, le ballate malinconiche, i sorrisi genuini e imbarazzati. Emotività che scivola via in un mix di canzoni magnetiche, cupe, delicate, penetranti. Il suo ultimo lavoro, Sun, risale al 2012 e in attesa del nuovo il tour che passa anche dall’Italia… E Cesena con la sua rassegna Acieloaperto, tappa inconsueta, ha saputo accogliere nei migliori dei modi quella che, a merito, rientra tra le cantautrici al femminile, un outsider dei suoi tempi. Due ore intense, una canzone dietro l’altra, senza soste, senza bis. L’uscita di scena con un brano cantato a sola voce e un abbraccio simbolico rivolto al pubblico. Questa la Chan Marshall dell’età matura, con echi della Cat Power più timida e introversa.

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Music Report: Marlene Kuntz e i ventennali

di Claudia Amantini

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10259277_771789782888946_2682464260544839873_oMarlene Kuntz, Rimini, 11 Ottobre 2014

Questo sembra decisamente  l’anno dei tuffi nel passato. Il trentennale di “Ortodossia” dei Cccp fedeli alla linea, il ventennale (anticipato… l’album di fatto è uscito nel 1997) di “Hai paura del buio?” per gli Afterhours e ora altro ventennale: “Catartica” dei Marlene Kuntz. Celebrazioni, tour, dischi. Canzoni-album che hanno lasciato segni indelebili nella storia della musica indipendente italiana.
1492197_771792282888696_7435726192914917684_oI Marlene festeggiano “Catartica” con un tour celebrativo: MK Catartica Tour 994/014. Brani risuonati, riarrangiati, modulazione della voce lievemente (?) differente rispetto all’originale, chitarre sempre potenti, gioventù sonica che rivive. E con la scusa esce “Pansonica”, nuovo album, sette tracce di cui sei inediti concepite nei ’90.
I concerti sono sempre un viaggio, qualcosa di intimo, eventi speciali. Con i Marlene si è rivissuto un periodo, angoli smussati, maturità che sostituisce camicine “sgargioline” con il nero della sobrietà (anche se era il beige che toglieva dai guai), il suono rievoca i fasti del passato. Non sarebbe stato male ritrovare al basso Dan Solo.
Sicuramente bello riascoltare live che ti impregnano i ricordi di altri live, di canzoni ormai impresse nella memoria, almeno la mia.1965494_771791092888815_7219490066553542251_o

Music Report: Emilia Parabolica (FestaReggio, Reggio Emilia, 11 Settembre 2014)

settembre 28, 2014 Lascia un commento

Fedelissima alla linea,la nostra Claudia ci dà conto di uno splendido concerto degli ex CCCP/CSI. Parola al nostro MegaDirettore Galattico!

di Claudia Amantini

10699098_757589490975642_514058286_nL’Emilia dei Cccp, l’Emilia fucina di molti gruppi musicali, L’Emilia del porco e del formaggio, L’Emilia Parabolica del libro di Massimo Zamboni…

10708579_757588577642400_8243624530300348865_oUn’Emilia che si auto festeggia, un concerto intimo, una chiamata che mette su palco volti diversi, ma comunque noti, comunque legati da sottili fili (rossi). Non si tratta solo della storia Cccp, ma di fusione tra persone-musicisti, storie diverse, stessa terra in comune. Questione di radici, questione di qualità. Canzoni Cccp e proprie dei gruppi, omaggio agli Skiantos e a Freak Antoni. Sul palco si alternano personalità diverse, particolarità che Zamboni ha saputo legare: Angela Baraldi, carismatica e travolgente come sempre; Danilo Fatur, “artista del popolo” che re-interpreta se stesso, trent’anni dopo; Max Collini e Daniele Carretti degli Offlaga Disco Pax; Modena City Ramblers e Cisco, storia passata in comune, nuove strade per entrambi; Marina Parente, soprano dalla voce sublime già presente nel primo album solista di Zamboni.

10706531_757590480975543_1413280675_nEppoi lei, un graditissimo ritorno: Mara Redeghieri degli Ustmamò. Ritorno già avvenuto col suo progetto Dio Valzer, ma riascoltare la sua voce a distanza di anni è colpo al cuore. Come rivederla sul palco, con l’amico-Ustmamò Simone Filippi alla batteria e Zamboni lì vicino con chitarra. Storia Cccp-Csi/Ustmamò/Consorzio, tanto tempo fa… Eppure ci sono intrecci imprescindibili, storie che finiscono, rinascono, si evolvono.

L’Emilia blandamente isterica, paranoica, continua a pulsare.

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Music Report: Rammstein a Roma, Le Capannelle (9 luglio ’13)

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di Claudia Amantini

Capita (a me spessissimo) di ascoltare un gruppo per anni e poi riuscire a vederli live dopo tanto. Si crea inevitabilmente un ponte, tra passato e presente. Rammstein, un album comprato per caso (Mutter, del 2001), un approccio iniziato con il film di David Lynch, Strade Perdute.

27Poi succede che arriva il concerto, in una Roma che mi culla, e per forza di cose l’incontro diventa reale e fattibile. Si respira aria di quei concerti “grossi”, il ponte col passato genera altre immagini, la varietà di pubblico ti fa pensare “ecco dov’erano finiti tutti i rockettari che sembravano spariti”. Quei rockettari-no-fighetti, quelli che trovi con birre in mano (e alcol di altro genere), seduti a terra,… e poi il palco, veramente mastodontico, con apparecchiature e “aggeggi” strani, che ti fan subito pensare, qua stasera spettacolo in tutti i sensi.

E così è stato, un concerto dalla scenografia impressionante, non mancava nulla… lanciafiamme, esplosioni, fuochi d’artificio, sodomia, cannibalismo. Uno spettacolo teatrale. Non mancava manco la musica, potente. Non mancava manco il pogo, travolgente (in tutti i sensi). Nei concerti di “nuova generazione-tecnologia” c’è chi si mette a riprendere con cellulari ultramoderni pezzi di live. Ad alcuni ha detto male, in pezzi son finiti i cellulari, volati via seguendo l’ondata (io fedele alla macchinetta scrausa fotografica).

38E il concerto poi è filato via, senza interruzioni, una canzone dietro l’altra, tra nuove e “vecchie” (vabbé, a me ha fatto piacere riascoltarmi “Link 2,3, 4”, “Du hast”, “Ich Will”,…), poco tempo d’attesa anche per il bis, meraviglioso, con una “Mein Herz Brennt” in versione piano-voce, la sempre bellissima “Sonne” e, a chiudere, “Pussy” col cannone spara schiuma che… tutti insaponati.

Sudati, bagnati (fallo gigante spara liquido), insaponati. Ma soddisfatti.

Rammstein come la scarica adrenalinica che stavo aspettando. Indubbiamente un concerto stupendo. Tecnicamente tutto ok, anche se poi… una struttura del genere, gran suoni, gran casse:si è favorito il basso, il suono “sparato”, anche se il mixaggio ha danneggiato le chitarre, troppo deboli forse.
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Music Report: Disciplinatha a Bologna, (Moonlight Festival 09-11-12)

novembre 11, 2012 Lascia un commento

 Filo-nessuno: un concerto irripetibile
di Claudia Amantini (foto e testi)

Con i Disciplinatha è stato subito amore. Capita di rado. Simpatia per un gruppo che, pur inserito in una cornice, ha sempre rappresentato il cane sciolto, il figlio sgraziato che mamma e papà non sanno gestire. Gran provocatori i Disciplinatha, ma soprattutto grandi anticipatori. Nella prima metà degli anni ’90 la scena musicale indipendente italiana ha vissuto anni di gloria, gran trascinamento, grazie anche al C.P.I. (Consorzio Produttori Indipendenti).
In Emilia, si sa, le sigle vanno forte come le Coop. I Csi nascono dalle ceneri dei Cccp, parallelamente nasce il CPI che unisce due realtà: Reggio Emilia (I Dischi del Mulo by Giovanni Lindo Ferretti e Massimo Zamboni) e Firenze (Sonica, direzione di Gianni Maroccolo). Due etichette, diversi figli, ogni etichetta i suoi portabandiera: Ustmamo’ per Giovanni Lindo e Massimo, Marlene Kuntz per Gianni.

I Disciplinatha finiscono sotto la guida di Ferretti&Zamboni: all’epoca si disse che i filo-fascisti incontravano i filo-sovietici. In un periodo in cui era ed è più facile fare gli “alternativi di sinistra” i Disciplinatha avevano già dato alla luce quel “abbiamo pazientato quarant’anni, ora basta!” con voce recitante di un certo Dittatore. E tutti a puntare il dito. Come ben si sa, la provocazione non sempre viene recepita. Un po’ figli abbandonati a se stessi, un po’ cani sciolti, i Disciplinatha per il CPI producono “Un Mondo Nuovo”, il mio primo incontro, il mio personale colpo di fulmine.

Siamo nel 1994 e loro sono già anticipatori. Nell’album compare “Vi ricordate quel 18 aprile”, canzone tradizionale partigiana contro chi li definiva fascisti (salvo poi anticipare quel “Materiale Resistente” dell’anno dopo). Compare anche “Up patriots to arms”, cover di Franco Battiato. Nuovamente anticipatori, dato che solo dopo di loro il mondo cosiddetto “alternativo” (ri)scopre il Maestro: i Csi lo fanno nel 1996 con Linea Gotica, dentro la bellissima “E ti vengo a cercare”. Lo stesso anno, ’96, si accodano tutti gli altri con l’album “Battiato non Battiato” (Carmen Consoli, Bluvertigo, Ustmamò, La Crus, …). Oggi lo stesso brano “Up patriots to arms” è stato oggetto di un’altra cover, ad opera Subsonica, ma mi spiace per Samuel&Casacci, la versione Disciplinatha è di gran lunga migliore. Mi spiace per Pierpaolo Capovilla (Teatro degli Orrori), ma prima di lui/loro c’era già chi aveva chiamato un album “Un Mondo Nuovo” (il/un… non attacchiamoci agli articoli). Anticipare, evidentemente, non paga.
Nel 1995 esce “A Raccolta” perché “Riciclare è tentazione irresistibile”, dentro “Abbiamo pazientato quarant’anni, ora basta!”, “Nazione-Crisi di valori”, qualche inedito, alcuni pezzi dal vivo. “Fate presto voi a parlare, Europa unita indipendente, cadaveri al risveglio smaniosi di ricominciare: a morte! Già detto, già visto, già fatto e approvato. Razze pure, etnie, frontiere. 80milioni di tedeschi. 80milioni di ricchi tedeschi grassi”. Cosa che, ancor oggi, suona incredibilmente attuale.
Nel 1996 esce “Primigenia”, per certi versi l’apice/baratro. Un disco introverso, melodico, graffiante. Per alcuni un “compromesso”, per altri il decreto della fine. Per me un disco bellissimo.
Nel 1997 Bologna ultimo concerto Disciplinatha, la fine annunciata.

Ora, 2012, sempre Bologna, 15 anni dopo. Esce il cofanetto “Tesori della Patria”, un’edizione limitata, 4cd e 1 dvd; l’occasione, buona, per rimettere tutti sul palco, un concerto, una reunion, serata non ripetibile, così han detto. Sul palco: Cristiano Santini, Dario Parisini, Marco Maiani, Roberta Vicinelli, Valeria Cevolani, Simone Bellotti, Marco Bolognini, eppoi un coro di Alpini e le Mondine di Bentivoglio. Supporti video (immagini di parate militari, tv “spazzatura” e altro), la musica (la loro e la mia), brani che attraversano il repertorio (anche se Primigenia è stata saccheggiata poco, “Esilio”), le voci.

Concerto meraviglioso, il non-ripetibile lo rende ancor più unico. Felice di esser stata lì, felice di essermi (ri)ascoltata un gruppo che meritava sicuramente di più… di più, come cantano loro, del posto che occupi (hanno occupato).

Un tuffo al cuore, trafitto e appagato.

Disciplinatha non è un gruppo filosovietico.

Disciplinatha non è un gruppo filo-americano.

Disciplinatha non è un gruppo filo-cinese.

Disciplinatha non è un gruppo filo-cileno.

Ed infine Disciplinatha non è filo-fascista. Perché Disciplinatha non è filo qualcosa, non appoggia un partito, un’idea, neppure una nostalgia data, precostituita, strutturata, sedimentata.

Disciplinatha critica e nega, e come tale sarà criticata e negata.