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Recensione+intervista: Giancarlo Frigieri, “La prima cosa che ti viene in mente” (2017)

novembre 22, 2017 Lascia un commento

by WM

 

Frigieri_cover 2017 1440

Il cantautorato barboso e barbone mi aveva da tempo allontanato da quei cantori dell’ovvio che mi avevano accompagnato come rumori di fondo della giovinezza, dai quali fuggivo a colpi di Vivaldi e progressive rock; deterioratisi i giganti, finiti nell’umido i vari Dalla, De Gregori e compagnia piacevolmente cantante, avevo riparato le orecchie dai vari Ron, Carboni, Baccini, perché erano perfetto specchio della musica di quegli anni lievi che ora i fan di Stranger Things idolatrano senza averli mai vissuti.

E non puoi prendertela con lo specchio, non ha colpa lo specchio: al limite puoi evitare di guardarci dentro, ma è sempre un po’ un perdersi qualcosa.

Dal sonno dogmatico mi hanno risvegliato i nuovi cantori del meno ovvio, quelli “nuovi”, verso i quali mi ha mosso questo senso di perdita della parola, un vuoto da riempire.

Essi ormai non hanno il sostegno delle classifiche e delle radio, non hanno le major alle spalle e vendono pochissimo, cosicché devono smazzarsi un enorme lavoro di date live per promuoversi e sfondare il muro di indifferenza di un pubblico spesso annoiato anche nei circuiti di nicchia.

Giancarlo Frigieri - foto 2

Seguo Frigieri, annusandolo da lontano, dal suo LP del 2012, che ho ascoltato moltissimo pur avendone parlato poco: non che mi manchi la chiacchiera, ma il lavoro era esaustivo, autoesplicativo, un ritratto sghembo e malinconicamente poetico del decennio che ci apprestavamo a vivere (chi volesse approfondire, QUI la recensione, ma conviene andare a recuperare direttamente il disco, e magari comprarselo: sosteniamo i musicisti).

Dopo varie tappe, arriviamo a un ottavo album, inciso tra quattro mura per ritrovare intimità con le parole (abbiamo pure gli outtakes ne “I giorni che no”, che gustiamo in due versioni dirette e suadenti); esso prosegue il percorso precedente con alcune novità evidenti: le parole, spesso giocate su un coinvolgente “tu” poetico, si fanno più velate, richiedono di essere esplorate, vogliono essere meno didascaliche e più rivelatrici (anche quando si parla quietamente d’amore, come in “Vela”, pezzo stratificato e semplice, ma non semplicistico I love you).

Meno facilità d’uso: Frigieri è, come lessi tempo fa, uno che comincia con cinque spettatori e finisce con cinquanta attenti ascoltatori: il vestito è pop, cantabile, con sporadici inserti rock (“Sei Tu”) ed etnici (“Triveneta”, con richiami all’Africa che ricordano gli scozzesi Mouth Music). I testi non si schiodano da un tono medio ed elegiaco, come nella tradizione di quelli bravi, che sono però veicolo di cortocircuiti sorprendenti, espandendosi in molte direzioni, avendo abbandonato il ritratto d’ambiente (ricordo la splendida “La Polisportiva”) e puntando all’espressione dell’io lirico, e l’io non può che parlare di sé con speranza e sottile angoscia, affidandosi dylaniamente a sei corde e un’armonica.

Tre domande tre a Giancarlo Frigieri

– Mi pare che in questo suo nuovo album i testi siano, come dire…, diversi, più intimi. Dipende da come è stato registrato? E’ un cambio di direzione o nascono come sempre dal ritratto del mondo che la circonda?

I testi sono più intimi, in linea di massima. E’ vero. E’ una scelta. Direi che, principalmente, sia accaduto che ho cercato di avere un punto di vista del mondo diverso dal solito. Anche quando ci sono delle canzoni che parlano di temi decisamente più globali, come “Triveneta” o “La prima cosa che ti viene in mente” ho scelto di utilizzare l’immedesimazione e di cantare senza giudizi, anche se poi ovviamente i giudizi un poco traspaiono. Ma ho cercato di asciugarli e di andare all’essenza delle cose.

– Cantautore? Una vecchia etichetta di cui disfarsi o una parola che conserva un senso?

Io dico sempre che sono uno che suona la chitarra e canta. Dovrei aggiungere che mi scrivo anche le canzoni. Quindi, per dirla in una parola sola, sono un cantautore. E’ un termine comodissimo, agile e versatile. Io lo uso senza vergogna, se poi qualcuno si vergogna di usare questa parola qui perché ha un’accezione negativa nel suo immaginario, il problema è tutto suo.

– C’è un disco, un libro, un film che i suoi ascoltatori dovrebbero conoscere meglio per entrare nel mondo delle sue canzoni, per capire meglio il Frigieri artista?

Un libro: “Democrazia, cosa può fare uno scrittore?” di Luca Rastello e Antonio Pascale.
Un disco: “The velvet underground & Nico”.
Un film: “Amici miei” o “Taxi Driver”. O entrambi.

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Raffica di Cantattori di Marzo ’14

muda 350Davide Solfrini, “Muda” (2014)

Solfrini è uno di quelli facili da recensire, ma non perché sia semplice o semplicistica la sua musica, bensì perché fra i cantattori è uno di quelli che “si spiega”, fornisce l’esegesi, apre la porta dei casa e ci offre un thè, e per uno abituato ad ascoltare De Gregori l’effetto è straniante, anzi… parte una necessaria diffidenza. Meglio non cadere nel tranello petrarchesco dell’autoritratto che vela le inquietudini, che fornisce un quadro talmente netto da sospettare che non esistano maschere pirandelliane. Traggo solo la notizia che “Muda” non è la torre pisana del conte Ugolino, ma è il senso dello spreco che la società efficentista non sopporta e che la sua fonte musicale sono i R.E.M.: la cosa non mi coglie impreparato; ci sono bei giri armonici che rimangono incollati, belle storie (spicca “Marta al Telefono”), strano che si raggiunga una tale efficacia pop in un cantante che parla di amore, vita & se stesso. Ma le canzoni valgono, il disco si fa riascoltare tanto (e a Sotterranei ce ne siamo accorti già) e Solfrini si rivela come uno da tenere d’occhio. Lo attendo al varco, con o senza esegesi allegata (anzi, lasci a noi il piacere della scoperta). (Scuderia New Model Label)

Distacco_copertina_smllGiancarlo Frigieri, “Distacco” (2014)

Frigieri è invece uno di quelli difficili, che addirittura non concede interviste, ma intervista lui i suoi recenori sul suo blog, sempre se gli gira (a me finora è andata bene). Leggo in giro che non ero stato solo fulminato io sulla via della sua musica, ma che viene considerato uno dei cantautori più interessanti della piazza, uno che ha cose da dire, che scava, che brucia.

È un album meno americano e dylaniano del precedente, anche se gli ingredienti della sua scrittura ci sono tutti: al posto della Polisportiva c’è la metafora de “La Camera Oscura”, c’è l’affresco della memoria della terra, visione di barlumi di ricordi ricomposti in un coerede puzzle emozionale… vita della terra (“L’ultimo nato”) l’amore perduto (“distacco”) “e ci siamo svegliati un mattino (…) quattro anni in un canale di scolo”. C’è anche il post rock, “Strisce pedonali”, laghi si suono, maggiore cura negli arrangiamenti nelle ultime tracce, maggiore godibilità musicale.

Ci sarebbe da scavare davvero a lungo fra le tracce (ricchissima di sensazioni è la splendida “Neve”, come la ballata rock “Gorizia” sullo spinoso tema dell’irredentismo), tanto è ricco a livello di istintiva retorica il verso frigieriano, con paronomasie e analogi, metafore non banali e scivolamenti fra il registro più alto e un tenue registro medio del lessico, medio sì ma mai scontato.

Mi limito a consigliare spudoratamente l’ascolto e a seguire nei suoi sentieri l’Autore.

(Scuderia New Model Label)

copertinaGabriele Deriu, “Oltre il Muro” (2013)

Il Deriu è un’impresa ardua… da afferrare non è facile, perché forma e sostanza collidono e stridono provocandoci con un pop emozionale che pare puntare al facile ascolto, ma è invece condito con testi duri e graffianti, che rifiutano il realismo e parlano di morte , ma anche di amore e rivolta, sfornando ne “La Fine” una canzone sul Giorno del Giudizio (una rivoluzione? la punizione degli dei?) e in “Carcasse” una visione disillusa sulla stupidità umana. Eppure la confezione è molto radiofonica e l’inserto del rapper En?gma pare voler strizzare l’occhio a tanto pop radiofonico che gioca su sentimenti assoluti ed adolescenziali (e proprio questa invasione nell’hip hop contemporaneo –brividi– è la vera nota stonata). Voce molto personale, arrangiamenti curatissimi: ancora non c’è una cifra stilistica coerente, si ondeggia fra elettronica e pop-rock, ma è un bel punto di partenza. Un buon inizio per la neonata casa di produzione Mammut.

Raffica di Cantautori di Gennaio 2013

gennaio 28, 2013 1 commento

Lo ricordava Luzzato Fegiz sul Corriere venerdì scorso: i cantautori italiani sono stati l’humus intorno al quale sono coagulati i sentimenti popolari, benevoli o meno, di una nazione. Venditti e il suo “Compagno di scuola”, il primo Bennato fino a “Uffa Uffa”, De Gregori e il suo ermetismo ellittico ma così affascinante, e mettiamoci pure Guccini, anche se sul suo valore complessivo sospendo il giudizio, e pure Ivano Fossati, anche se parecchio eterodosso: in cima Tenco e De Andrè.
I cantanti-autori, spesso accusati di essere cattivi musicisti e solo poet(astr)i prestati alla musica, hanno scritto pagine impossibili da dimenticare diventando dei classici che calvinianamente dobbiamo leggere e rileggere, riascoltare per scavarne la possanza poetica e rinverdirne l’attualità, dato che ci parlano a lungo e con voce ancora forte, e in qualche caso continuano ancora a dire la loro sul palco.
Nel desolante panorama del pop odierno colonizzato dai FigliDiEmma e dalle capigliature laccate, ascoltiamo canzoni che, analizzate blandamente, si riducono a “ti amo perché ci sei” e “ti amavo quando c’eri” (con la variante “ti amo se me la dài”) poiché quando l’economia va a peripatetiche e la società si sfalda, si vende meglio la melodia zuccherosa che consola il giusto e rassicura: almeno i sentimenti non cambieranno mai.
Il bello dei cantautori era proprio il riuscire a cogliere gli umori e le tensioni del cambiamento sociale per farne schizzo, racconto artistico e musica. “Rimmel” dipingeva il quadro dei nuovi rapporti uomo-donna, improntati alla fragilità della comunicazione e alla provvisorietà dei legami, “Hotel Supramonte” parlava del dramma dei sequestri, “Rinnegato” del difficile rapporto con la tradizione e le radici.
Ora mi trovo in un estremo imbarazzo a dovermi imbattere in nuovi cantautori che provano a creare un pop cantabile e gradevole, per trovare nello sfogo lirico e nell’intuizione crociana del bello un porto sicuro e lontano dai FigliDiEmma e dai loro ciuffi “I love you”, un imbarazzo dovuto alla sensazione sempre presente nei vecchiardi che tutto sia stato scritto, tutto sia stato detto. E molto meglio.
Già in passato mi sono imbattuto in un paio di esempi virtuosi che mi hanno un po’ svegliato dal sonno del dogmatismo passatista (Giovanni Peli e Dainocova). È ancora presto per dire se una nuova generazione di cantori del presente stia crescendo forte: di sicuro sta divenendo florida e numerosa schiera. Proviamo vedere cosa arriva alla nostra casella.

564559_551037904908021_933499958_nMarazzita – “Mi gioco i sogni a carte” (EP, 2013)

Una produzione homemade di un cantante calabrese in trasferta. Minimale e chitarristico è un EP molto gradevole che esplora con ironia disincantata i sentimenti nei confronti del mondo e del proprio oggetto di amore. Davvero carino il brano dedicato al grande Piero Ciampi (non sapete chi sia? sui ceci!). Deve ancor trovare una sua poetica definita, ma già la forma musicale è sobria e interessante. Nonostante la produzione sia DIY, la qualità delle incisioni è più che dignitosa, dimostrando che ormai la tecnologia casalinga permette spazi di espressione ignoti ai cantautori “di una volta”. E questo è un bene.

https://www.facebook.com/marazzitacantautore

neve-297x300Neve su di Lei  – “Cosa Sono Io” (singolo, 2013)
Il nome indiano “Neve su di Lei” etichetta il progetto di Marcella Garuzzo, cantautrice genovese, che ci propone il singolo che precede l’imminente pubblicazione del suo (primo?) disco “Cerco la Bellezza. Ci ha colpito l’approccio acustico e la freschezza dell’incisione quasi live di un pezzo che ricorda la tradizione delle cantanti americane degli anni 80/90 (Suzanne Vega, Tori Amos). Sulla definizione di folk avrei molto da dire, ma rimando a un mio passato vaneggiamento a questo link.

http://www.myspace.com/nevesudilei

Frigieri Cover smllGiancarlo Frigieri – “Togliamoci il pensiero” (2012)

Un disco musicalmente vario; pop, rock, vecchio funky, liscio (!). Tutte le tracce vogliono essere un rtratto caustico di una società in cambiamento, proprio quello che mi aspetterei da un cantautore attento ai mutamenti e al flusso delle cose. Efficaci il ritratto della borghesia perbenista nell’inno contro il conformismo “Diversi dagli altri”, bello il ritratto dell’umanità marginale de “La Polisportiva”, cattivissimo e caustico il quadro che esce da “La Nostalgia” e dalla quasi-nostalgica “Senza Canditi”, di quando il Natale era Natale e non pervertiva i suoi dolci per i gusti di chi mangia solo se ipocalorico. “Il mio Nemico” ha la palma di pezzo migliore, di scuola CCCP-ferrett-style (c’è sotto “Battagliero”.