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Posts Tagged ‘Gaia Zangla’

Out segnala: Le Capre a Sonagli

di Gaia Zangla

18308859_1445937298806004_952352560_nQuando la vita ti chiude una porta in faccia ci sono Le Capre

Ben Ritrovati, oggi mi piacerebbe farvi conoscere, per chi non li conoscesse già, una band torbida e sconvolgente… In senso buono. Sono Le Capre a Sonagli, definita come stoner folk soprattutto per l’ultimo lavoro dove hanno lavorato con Tommaso Colliva per rielaborare soprattutto la parte cantata dei brani. Hanno aperto band grandiose come i Verdena e partecipato ad eventi di alto spessore. Non gli ultimi stronzi, insomma.

Ma basta parlare di cose frivole, parliamo di musica: musicalmente sono un’esplosione nera che ti forza ad amare i suoni deformi e grotteschi… Per non menzionare il chorus che impiegano per la voce il quale globalizza il tutto e lo amplifica. Quello che mi fa impazzire totalmente è il fatto che usino di TUTTO per i suoni: dalle altalene, catene ai piatti rotti, e la cosa più figa è che riesce perfettamente nell’intento. “Il Fauno” è, personalmente, l’album che consiglio per un primo ascolto dato che contiene quanto vi ho descritto.

Detto ciò, mi rifaccio al titolo e concludo dicendo che dopo giornate snervanti, queste canzoni contengono un non so che, unico nel suo genere, che raggruppano tutta la rabbia che vi ha logorato a lungo e la trasforma in forza di reagire. Determinate sensazioni servono se non si vuol diventare dei vegetali schiavi del cattivo umore.

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Music Report: Tame Impala, Milano 2016

di Gaia Zangla

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Era il mio primo vero e proprio concerto, 0 aspettative, 0 idee su come l’avrebbero strutturato, nulla, sapevo solo che stavo per andare a vedere la mia band preferita live e che ero agli estremi della felicità.

Arrivo al Market Sound di Milano e quando finalmente mi avvicino al palco mi rendo conto che fosse tutto reale. Mi guardo intorno e mi rendo conto che quell’ambiente mi mette vivamente a mio agio: gente appassionata di musica che aspetta cinque australiani che li facciano appassionare ancor di più a questo magnifico universo che è la musica. Dopo poco arrivano, uno ad uno e Kevin Parker inizia ad intonare Nangs, sullo schermo delle onde si muovono seguendo le note della chitarra (come quelle su Windows xp, non so se avete presente), uno psichedelico pre-show per scaldare la folla, meraviglia pura. Ed è lì che ti lasci andare totalmente, è lì che abbandoni cellulare e schifezze varie: la tua vita monotona in quell’istante non conta, conti solo tu e chi sta su quel palcoscenico. Il concerto è andato avanti una meraviglia senza intoppi.

17273404_1385381044861630_1462329127_oQuesta volta, però, ci tengo a parlarvi solo delle tre canzoni d’apertura (altrimenti mi dilungherei fin troppo). Quest’ultime sono disposte in modo cronologicamente geniale, difatti vanno dall’album più nuovo a quello più vecchio risvegliando emozioni come solo loro sanno fare, e fra poco vi spiegherò il perché. Let It Happen (Currents, 2015) la canzone perfetta per iniziare il concerto, ti fa sentire libero, saltie sorridi come un matto… Quello che facevi a casa tua però con migliaia persone che lo fanno assieme a te. Mind Mischief (Lonerism, 2012), più calmina, e dopo Let it Happen è un break adeguatissimo. Why Won’t You Make Up Your Mind? (InnerSpeaker, 2011), santo cielo, come posso descrivere quei riff, quella voce così rilassante, quei suoni prettamente elettronici che ti fanno solo venir voglia di stenderti su un prato e non pensare più a quello che c’è fuori: scuola, università, lavoro, vita ordinaria, routine… Tutto si materializza per quei momenti e i Tame sono grandiosi anche per farti vivere questo tipo di emozioni: ti isolano da tutto ciò che è monotonia e noi, esseri umani corrotti dalle cose futili e dall’avvento della tecnologia che ci consuma sempre più giorno dopo giorno, ne avremmo tutti davvero bisogno.

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Recensione: Fliptop Box, “Catch22” (2016)

novembre 26, 2016 Lascia un commento

di Gaia Zangla

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Buon salve!

So che dovrei recensire più spesso, ma i ritmi scolastici mi stanno travolgendo, ciò nonostante appena ho un attimo di pace torno con più idee di prima. Oggi proverò a esporre al meglio il mio pensiero sugli ateniesi Fliptop Box. Devo ammettere che ho avuto difficoltà a esprimere qualche giudizio a riguardo perché è una di quelle band dove ti fermi e dici “Spaccano. Non c’è altro da dire.” Il sound di ogni canzone si lega a diverse influenze heavy metal e grunge, quali i Metallica di Master of Puppets e molto agli Alice in Chains.

Tuttavia, il bello di questa band è che non si ferma solo alle band sopra riportate, ma si “diverte” a giocare con i riff, infatti le canzoni balzano da un riff all’altro rendendole divertenti all’ascolto. Le mie all time favourites sono Desert e Promises To Stay: le ascolto da circa un mesetto e non mi stufano affatto, mettono una carica addosso notevole. Li raccomando appieno a chi ha voglia di svagarsi e staccare la spina, ma che al tempo stesso ha voglia di un po’ di sano metal per buttar fuori le frustrazioni e le negatività che la vita quotidiana gentilmente ci offre.

 

Contact : Fliptopboxband@gmail.com

Social : https://www.facebook.com/fliptopboxgr 

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Bandcamp :  http://fliptopbox.bandcamp.com

Recensione: Gli Ultimi Cosmonauti, “Sputnik1” (2015)

di Gaia Zangla

Sputnik1Ed eccomi qui a recensire un nuovo gruppo dopo mesi tra studio intensivo e troppe serie tv da recuperare. Durante la mia lunga pausa estiva, non avendo che fare, ho aperto la cartella sul desktop del mio computer rinominata “recensisci al più presto” e leggendo i tanti nomi dei gruppi da consultare, me n’è saltato agli occhi uno in particolare: Gli Ultimi Cosmonauti.

Devo ammettere che, ascoltando e riascoltando l’ep, il sound è la cosa che più mi ha colpito e piaciuto. Ho notato anche in qualche canzone qualche somiglianza con i Depeche Mode degli anni 2000, a maggior ragione per la presenza marcata della tastiera, e innanzitutto affinità con i Subsonica. La somiglianza con quest’ultimi si fa più radicata in “Tracce”, tanto è vero che è la canzone che preferisco in assoluto dell’ep, difatti credo che in questa “traccia” esca la vera anima cosmica del gruppo. Tuttavia, la canzone meno inerente al tema spaziale è “Emily”, dove il sound cambia enormemente nella maggior parte della canzone, fatto che ho gradito poco. Nel complesso, posso dire che i Cosmonauti hanno la mia benedizione.

Raffica (stoner) di Gennaio ’15

di DOOM e Gaia Zangla

RETURN FROM THE GRAVE, “Three(p)” (Argonauta Records, 2015)

RFTG_CoverGli stoner doom metallers italiani RETURN FROM THE GRAVE sono ritornati…è chi sono questi lazzari resuscitati? Scavo nella mia materia grigia contenuta nella mia scatola cranica tenuta al caldo dal berretto per reperire ricordi biomusicali in merito… ma ho bisogno del supporto della rete per meglio illuminare il giusto pertugio per entrare nel mondo dei RFTG. Allora: questi quattro beccamorti provengono dalle lande sperdute vicino a Venezia e sono attivi dal 2011 ed hanno all’attivo un ep e due full lenght: Return from the Grave del 2011 e The Rebirth from the Last Breath del 2012 entrambi lavori autoprodotti mentre Gates of Nowhere è uscito per Argonauta Records. Quest’ultimo imperdibile per gli amanti di band come Orchid, In Solitude e Uncle Acid. Musicalmente influenzati, e in questi casi il vaccino è dispensato, da Black Sabbath, Pentagram, Orange Goblin, Electric Wizard, Jimi Hendrix.

Ora è il momento di sezionare alla meglio il nuovo lavoro. I brani da autopsizzare sono tre! Timelessness sfodera un sound stracarico di una tormentosa oppressione che cede presto il posto alla monolitica ripetitività! Soul’s Grime spicca per una maggiore intensità e variabilità sonora. Un reticolo di riff distorti accompagnano una voce lamentosa e saturata di riverbero, molto simile all’ Ozzy Osbourne dei tempi passati! Sough sguaina un lungo passaggio ipnotico, voce e synth in primo piano, che rimembra un certo rock psichedelico inglese, caro ai Porcupine Tree e Ozric Tentacles, ma il riffing angoscioso sembra sgorgare direttamente dagli amplificatori di Tony Iommi. La band dimostra di avere delle ottime potenzialità però soffocate in certi passaggi, dal desiderio di fotocopiare i vecchi Black Sabbath! Bisognerebbe, in futuro, spegnere la fotocopiatrice! Comunque se siete fanatici del doom stoner Three(p) non vi deluderà. (D.)

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RUDHEN, “Imago Octopus” (2015)

Da appassionata di uno dei gruppi pioneri dell’heavy metal, i Black Sabbath, e ovviamente amante del genere e dei sottogeneri posso dire di aver apprezzato molto i Rudhen. Trovo che il loro suono sporco e pesante sia decisamente potente, con alternanze di riff di chitarra e basso che determinano a tutti gli effetti la loro interpretazione di stoner.

Ho inoltre trovato delle somiglianze come ad esempio nel ritornello di Rust ho notato una piacevole affinità con gli Alice in Chains. Le canzoni che ho più apprezzato sono: Rust e Lost, difatti danno il meglio di loro in quelle due per quanto riguarda le melodie, i riff e la voce roca che accompagna a meraviglia il loro stile. (G. Z.)