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Reload: Il Dialogo sulle Donne

Di Flavia Guidi

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222 a.C., Atene

Io, Filodemo, racconterò ciò che ho visto e ascoltato quando mi decisi a scendere nell’Ade.

Sono dieci anni che ormai le donne hanno preso il potere nella nostra città e che noi uomini abbiamo accettato di malavoglia questa soluzione, vista come unica possibile dopo “aver tentato tutto”, come dicono le nostre mogli.

Con mio grande stupore la cosa pubblica ha riacquistato vigore e posso dire che oggi la nostra città poggia i piedi su un terreno solido, più di quanto non lo faccia la nostra Atena nel Partenone.

Fu così che due mesi fa, in occasione dei cento anni dalla morte del maestro Aristotele, decisi di fare una visitina al filosofo nel luogo in cui adesso trascorre le sue giornate, per raccontargli ciò che era accaduto alla nostra città.

Scovata la grotta fumante non vi trovai altro che buio, umidità e un forte odore di zolfo. Niente Cerbero o Caronte: era chiaro che i poeti avessero raccontato simili fandonie per tenere gli uomini lontani dal regno dei morti.

Dopo aver respirato quella fetida aria per circa un’ora ecco che sentii un gran frastuono. Decisi di dirigermi verso il baccano, che vidi esser provocato da tre uomini sdraiati su triclini, impegnati in una accesissima discussione, forse dopo un lauto banchetto.

Aristofane Ma insomma! Non è possibile che non aveste capito in vita ciò che vi avevo lasciato con le mie Ἐκκλησιάζουσαι! Io scrivevo commedie, intrattenevo la gente, la facevo ridere…Non volevo certo denigrare le donne!

Aristotele Forse non la donna nella sua natura, ma di certo in quanto possibile membro dell’assemblea, Aristofane!

Aristofane Le cose sono più complesse di così, mio caro filosofo della natura! La commedia è arte, non oratoria! Io non volevo assumere delle posizioni nette, ma soltanto far riflettere in modo leggero su quello che avevo ascoltato da alcune lezioni di Platone1.

Platone Devo dire che hai fatto una bella pubblicità alle mie idee! Ma io ero deciso e irremovibile, anzi, proprio grazie al tuo inutile attacco scrissi La Repubblica! Dovevo difendermi!

Aristotele Chi sta dalla parte della Verità non ha bisogno di difendersi, caro maestro!

Platone Piantala di fare il saputello, tu che hai attinto al mio sapere per tutta la vita! E ti dirò di più: pur di attaccarmi sei stato tanto tracotante da farmi passare per un idiota con la testa fra le nuvole!

Aristofane Ahahah!

Platone E anche tu sei responsabile in questo, lo sai bene!

Aristotele Forse, maestro, hai ragione…Non eri poi così tanto con la testa fra le nuvole quando indicasti di far accoppiare gli uomini più valenti con le donne migliori tramite un sorteggio…truccato!2 Ricordo bene… “καὶ τοῖς ἀγαθοῖς γέ που τῶν νέων ἐν πολέμῳ ἄλλοθί που γέρα δοτέον καὶ ἆθλα ἄλλα τε καὶ ἀφθονεστέρα ἐξουσία τῆς τῶν γυναικῶν συγκοιμήσεως3

Aristofane Come poterlo scordare? Non a caso volli scherzare su questo e sull’idea della comunione delle donne quando feci contendere il ragazzotto da quelle orrende vecchiacce che se lo dovevano portare a letto se egli avesse voluto arrivare alle giovani pollastre!

Platone Quanta muffa! Sentiteli! Certamente le mie idee erano più vicine alla realtà di quelle del mio scolaretto! Ti ricordi, Aristotele, cosa osavi dire in vita? Impallidisci al sol pensiero, eh? Vuoi che lo dica? Bene, dal momento che oggi ognuno sta sputando il rospo, lo farò anche io, sebbene non sia mia usanza. Partendo dalla dissomiglianza fra i sessi in base all’attività riproduttiva, sei arrivato ad affermare che la femmina è un “maschio difettoso”4…che ha un corpo incompleto come quello di un bambino. Mi permetterai di osservare che certamente la donna e l’uomo differiscono per numerosi elementi, ma che questo non fa della donna un maschio mancato.

Aristotele Ah, no?! E tu che dicevi che i maschi vili rinascono come donne?5

Platone Beh…Quello è stato un pensiero che mi è stato proprio per un periodo della mia vita, ma che ho poi abbandonato. Nella “Repubblica” dissi che le donne dovevano avere gli stessi diritti degli uomini, nonostante la loro maggiore debolezza. L’inferiorità da un punto di vista fisico non comporta una sudditanza a livello sociale o politico! Sono stato più che democratico nel dire che la donna eccelle in molti campi, distinti da quelli in cui eccelle l’uomo, e che, anzi, proprio per questo il discorso che feci sui guardiani-filosofi riguardava le donne non meno degli uomini6. Molti hanno speso invano energie per capire cosa volessi intendere, ma la cosa è semplice: le donne meritevoli possono essere migliori rispetto a molti uomini, e inoltre ero a favore di una educazione alla pari…comune a maschi e femmine.

Aristofane Certo che però l’isonomia riguardava soltanto i guardiani!

Platone Certamente! Forse nelle tue commedie possono esistere comuni cittadine che ficcano il naso negli affari maschili!

Aristofane Bella democrazia la tua! Ahahahahah!

Aristotele Non converrai con me, maestro, che le donne sono per natura più fredde degli uomini e che quindi hanno meno necessità dell’organo di refrigerazione, ossia il cervello?

Platone Queste sono delle buffonate buone per farci commedie! Ahahah! Caro il mio μαθητής snaturato, tu hai affermato che, poiché più fredde, le donne hanno bisogno di un cervello più piccolo. Ti pare logico tutto ciò? Ricordi Sannos, quel servo stupidone? Non aveva forse la testa grande quanto un cratere per il vino?! E vogliamo parlare delle donne, così sei contento, Aristotele? Bene, sia la madre che la sorella avranno avuto dieci chili di cervello, ma non per questo sarebbero mai state scambiate per delle sagge!

Aristotele E va bene, saputone! Prova allora a spiegarmi come potrebbero reggere una città le donne, che per natura hanno l’anima sensitiva molto più sviluppata di quella razionale!

A questo punto la discussione diventava scottante, il tema per me era estremamente interessante e essi avevano toccato le corde che io per primo pensavo di solleticare…

Filodemo E se vi dicessi che le donne sono in grado di amministrare Atene meglio di quanto gli uomini abbiano mai fatto?

Aristotele Ahahahah! Ma non diciamo sciocchezze! Piuttosto…Da dove viene questa voce? Chi è stato a parlare?

Filodemo Sono io, Filodemo di Atene, figlio di Xantia, un umile liberto.

Platone Vorresti dire che tu…vivi ancora?

Filodemo Certo! Lo testimonia il fiato che uscendomi dalla bocca crea delle nuvolette in questo posto umido e freddo.

Aristofane Παπαῖ, παπαῖ! E’ proprio vero!

Aristotele Suvvia! E adesso noi, filosofi e poeti, dovremmo ascoltare il figlio di un liberto?

Filodemo Non so quanto vi importi, signori, ma mio padre si è distinto per la sua acuta intelligenza ottenendo la libertà dal padrone.

Aristofane Εἷς μοι μύριοι, ἐὰν ἄριστος ἦν!

Aristotele Esatto! Volete dirmi che possiamo considerare un liberto “il migliore”?

Platone Questa poi! Non sono mai riuscito a capire come tu potessi sostenere che lo schiavo è inferiore in quanto schiavo per natura! Se un uomo libero diventa schiavo per debiti, eh? Che mi dici di questo? Perde forse la sua anima razionale…da un giorno all’altro? E poi dimmi: la riacquista quanto diventa liberto? Dove? Al mercato?!

Aristotele Veramente io…

Platone Fa’ silenzio adesso! Come diceva Pitagora: “L’inizio della saggezza è il silenzio”. Ascoltiamo il ragazzo!

Filodemo Da ormai dieci anni le donne reggono il governo ateniese…All’inizio eravamo tutti molto perplessi, ma ad oggi devo dire che anche noi uomini siamo soddisfatti delle condizioni della nostra città…Siamo arrivati insomma a quell’ εὖ ζῆν di cui tanto avete parlato!

Fu così che, dopo averli lasciati sbigottiti per un po’, decisi di tornarmene a riveder la luce. Penso che non si siano più accapigliati, anzi…che abbiano messo per un po’ i loro scritti dentro un cassetto chiuso a chiave…assieme alle loro strane teorie sulle donne.

1 A. Colonna (“La Letteratura greca” Lattes editori, Torino 1985) dice chiaramente che, guardando le date di composizione della commedia aristofanea e della Repubblica di Platone, la prima risulta essere stata scritta prima della seconda (“Le donne al parlamento” fu rappresentata alle Lenèe del 392, mentre “La Repubblica” fu scritta fra 390 e 360). E’ chiaro però che Aristofane aveva composto la commedia dopo aver sentito parlare di Platone e delle sue teorie.

2 Repubblica, V, 460 a

3 Repubblica, V, 460 b

4 Hist. an. 538 b; De gen. an. 775 a, 737 a

5 Timeo

6 Repubblica, VII, 540 c

Reload: Palazzo Citterio e la disfida del restauro

settembre 20, 2018 Lascia un commento

Un articolo di Leonardo Piccinini appena uscito sulla rivista “ArtEdossier” per il numero di settembre 2018 risolleva la questione, forse già assopita o addirittura ancora sconosciuta ai non “addetti ai lavori”.

di Flavia Guidi

“Un lavoro di recupero straordinario”… “Un restauro ingiustificabile”.

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I giudizi di Mariacristina Ferraioli e di Leonardo Piccinini si riferiscono incredibilmente allo stesso intervento, quello della Soprintendenza su Palazzo Citterio a Milano.

Ma procediamo con ordine: il palazzo di via Brera è un edificio settecentesco che lo Stato acquistò solo nel 1972. Poco dopo nacque l’idea della “Grande Brera”, che vedeva unita la Pinacoteca a Palazzo Citterio, il quale sarebbe divenuto spazio museale in grado di accogliere le nuove collezioni di Jucker, Vitali, Mattioli, Jesi e molti altri. Il collegamento fra la Pinacoteca e Palazzo Citterio era reso possibile dal fatto che l’orto botanico di Brera era confinante con il giardino dell’edificio settecentesco. Questo portò ai primi interventi sull’edificio: gli architetti Giancarlo Ortelli e Edoardo Sianesi trasformarono radicalmente l’assetto del palazzo, demolendo completamente gli interni e realizzando dei locali seminterrati. Ancora nel 1982 i lavori non erano finiti nonostante l’ingente somma che era già stata spesa.

Nello stesso tempo l’edificio storico era già sede di mostre, l’ultima delle quali nel 1984, anno della chiusura del palazzo.

Da allora sono passati 34 anni, durante i quali Palazzo Citterio è rimasto chiuso… La sua voce si è spenta, se non fosse per la decisione, negli anni Novanta, di chiamare James Stirling, architetto all’epoca sotto la luce dei riflettori anche grazie all’espansione della Staatsgalerie di Stoccarda da lui realizzata circa dieci anni prima. Fondazione San Paolo offre sei miliardi delle vecchie lire e il progetto sembra prendere corpo, ma l’architetto muore nel 1992 e tutto nuovamente si ferma.

Insomma, la storia di questo edificio è complessa e fatta di numerose vite e di altrettante morti. Un tira e molla che ha trovato una sua fine tre anni fa, quando Caterina Bon Valsassina, ex direttrice regionale per i Beni culturali e paesaggistici della Lombardia e oggi direttrice generale Archeologia, Belle Arti e Paesaggio, riesce a far ripartire il cantiere con un progetto destinato a fare di Palazzo Citterio una sede di allestimenti per le opere del Novecento, grazie a 23 milioni di euro stanziati nel 2012 dal CIPE. E così, dopo due anni e mezzo, il lavoro di recupero è terminato: dal 18 al 20 aprile di questo anno il palazzo è stato aperto al pubblico prima dell’apertura definitiva, che è fissata per il prossimo novembre.

Ma, per tornare al nostro discorso iniziale, cosa è successo a Palazzo Citterio per raccogliere opinioni così contrastanti sul suo recupero e restauro?

Scan Palazzo Citterio restauro soffitto da ArtEdossier

L’oggetto del contendere sarebbe in primo luogo il soffitto a cassettoni di una delle sale, per metà riportato all’originale e per metà lasciato a come appariva negli anni Trenta. Per Philippe Daverio “il restauro fatto dalla Soprintendenza è sotto i limiti dell’accettabilità, cervellotico, inutile, oserei dire quasi criminale”.

Di tutt’altro avviso sembra essere Mariacristina Ferraioli, che, in un suo articolo pubblicato su “Artribune”, dichiara a proposito del recupero dell’intero edificio: “Un risultato straordinario in un paese come l’Italia che non ci ha abituato a tanta celerità…Un lavoro di ristrutturazione nel rispetto della storia dell’architettura settecentesca”, e ancora: “Un’architettura moderna, consapevole della propria storia”.

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Secondo Daverio, unico membro del Consiglio di Brera a opporsi alla linea del cantiere, c’è stata una totale mancanza di dialogo fra progettazione e funzione: “La patologia di questa operazione è duplice: da una parte il Ministero non è capace di esprimere un’estetica, dall’altra le gare d’appalto non sono in grado di offrire qualità. Sono state inventate direttamente da Ponzio Pilato per non assumersi le responsabilità, così tutti si lavano le mani. Il risultato è un esempio di incapacità progettuale”. Al famoso critico non è piaciuto neppure il nuovo aspetto del giardino e lo scalone di salita: “Le aiuolette sono da ferrovie dello Stato, ma anche lo scalone di salita è un crimine architettonico, perché ha rotto totalmente il rapporto con lo spazio storico”.

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E se la celerità, tanto decantata dalla Ferraioli, fosse la causa principale di quelli che a Daverio sembrano dei clamorosi errori? Certo non incoraggia pensare che una volta che l’Italia si impegna a rispettare i tempi prestabiliti e lavora alacremente si lavora in modo sconsiderato.

Invitando tutti ad andare a vedere il palazzo di via Brera e a tirare personalmente le somme, in base al proprio “iudicium”, riporto il parere definitivo quanto aperto di Philippe Daverio: “L’unica cosa sarà chiedere un giudizio ai Milanesi (e non N.d.A.)”.

Reload: l’altro Levi

di Flavia Guidi

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Chi non ha letto “Se questo è un uomo”? Chi non conosce Primo Levi in quanto testimone della infernale esperienza del Lager?

61lIW6NSudLTuttavia chi vada a cercare le altre opere di Levi troverà anche una serie di scritti di tutt’altra natura, come “Il sistema periodico”, “Lilìt e altri racconti”, “Ad ora incerta”, venendo a conoscenza dei numerosi generi narrativi e temi a cui Primo Levi si è dedicato. Lui che era prima di tutto un chimico, e forse ancora prima un amante della montagna, che considerava fonte di conoscenza, scientifica e umana.

In questo articolo voglio soffermarmi su un aspetto che da molti è stato preso in considerazione, ma con uno scopo diverso.

Parto “da lontano”: quando si parla di materie umanistiche si vengono a delineare due fronti opposti, ovvero quello formato da chi ritiene il latino e il greco (soprattutto, ma non solo) interessi da coltivare nel tempo libero, lingue morte e forse da seppellire una volta per tutte in quando “la società sta migrando verso nuovi orizzonti”, e dall’altra parte coloro che difendono strenuamente l’importanza della lettura di Catullo, Orazio o Plutarco. Ma, io chiedo, perché difendere i “classici”? Alla domanda relativa all’utilità (che brutta parola!) di questi ultimi, molti dei “paladini” rispondono che c’è un tarlo nella domanda stessa e che, perciò, non dobbiamo salvare solo ciò che è utile.

Dove voglio arrivare? 9788884027139_0_0_279_75Che c’entra tutto questo con Primo Levi? Ora vi spiego: stavo leggendo il saggio di Enrico Mattioda “Levi”, edito dalla Salerno. Mattioda ovviamente non può fare a meno, analizzando “Se questo è un uomo”, di parlare anche di quel passo tanto letto nelle scuole, tanto “chiacchierato”, che è il capitolo intitolato “Il canto di Ulisse”. Enrico Mattioda scrive molte delle cose che già sappiamo, ma poi dice, parlando di Levi: “Ritrovare se stesso fu il compito che lo attese al ritorno, quando potè finalmente scrivere. E allora si pose un nuovo problema: come dire quello che era successo, quale linguaggio usare? La risposta fu trovata nel linguaggio dei classici e nella sua capacità di rappresentare”. A quel punto ho sentito qualcosa, due poli si sono toccati: cortocircuito. Se è vero che non dobbiamo cercare l’utilità di ciò che apprendiamo, tuttavia Levi riesce a fornire un esempio lampante quanto pregno di significato del fatto che anche ciò che abbiamo sempre ritenuto inutile, o forse addirittura noioso, potrebbe divenire di vitale importanza, e in situazioni anche estreme, quelle più lontane dalla quotidianità che ci permette di avere accanto a noi, nella libreria, una “Commedia” a portata di mano. Dante non solo riesce a configurarsi come vacanza “liberatoria e differenziale”1 dal Lager, ma a fornire la chiave che consente a Levi-scrittore l’accesso alla possibilità di espressione e descrizione di ciò che è l’esperienza del campo di sterminio.

“In realtà, la scrittura non è mai spontanea. Ora che ci penso, capisco che questo libro è colmo di letteratura, letteratura che ho assorbito attraverso la pelle anche quando la rifiutavo e la disdegnavo (giacché sono sempre stato un cattivo studente di letteratura italiana). Preferivo la chimica. Mi annoiavano le lezioni di teoria poetica, la struttura del romanzo e roba del genere. Quando fu il momento e dovetti scrivere questo libro, e allora avevo davvero un bisogno patologico di scriverlo, trovai dentro di me una sorta di “programma”. E si trattava di quella stessa letteratura che avevo studiato più o meno con riluttanza, di quel Dante che ero stato costretto a leggere alla scuola superiore, dei classici e così via”2.

1 P. Levi: “I sommersi e i salvati”

2 P. Levi: “Conversazioni e interviste”

 

Reload: Lavia, “Se vuoi essere moderno leggi i classici”

settembre 1, 2017 Lascia un commento

Lunedì 7 agosto Gabriele Lavia è stato ospite del Caffè della Versiliana per presentare il suo libro: “Se vuoi essere contemporaneo leggi i classici”. Ecco il report della nostra Flavia.

di Flavia Guidi

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Gabriele Lavia sono un nome e cognome che dicono sempre qualcosa. L’attore e regista ha raccontato di come è nato il libro: “Alcune signore sono venute da me chiedendo di scrivere un libro sui classici dal titolo Se vuoi essere moderno leggi i classici. Per me se vuoi essere moderno non devi leggere i classici, o meglio, non leggere”. Lavia continua dicendo che non facciamo caso al fatto che quando si parla di tempo si pensa al passato come a qualcosa che ci sta alle spalle, mentre “noi di fronte abbiamo solo il passato, ed è solo il passato che dovremmo guardare. Il futuro ci sorprende alle spalle solo se noi abbiamo la capacità di guardare coraggiosamente il passato”. Possiamo così, attraverso ciò che ci precede, prevedere quello che può essere davanti a noi. Solo il passato è contemporaneo, ed è per questo che Gabriele Lavia ha deciso di sostituire per il titolo del suo libro moderno con contemporaneo.
La contemporaneità dei classici è la pienezza del tempo: “Rendiamo contemporanea l’Iliade solo perché la si legge…Ma a che cosa serve? Noi ci rispecchiamo, siamo riflessi da quella storia e da quel personaggio, anche se non c’è nulla nella storia, per esempio, di Edipo che assomigli alla nostra vita”. Lavia passa così a un altro concetto, quello della sostanzialità della presenza di due poli: interprete e spettatore, autore e lettore.
Il conduttore della serata, Marco Ventura, ricorda poi che il libro di Gabriele Lavia si apre con l’inizio della Repubblica di Platone: “Ieri scesi al Pireo”. Per il regista questo incipit è il denominatore comune di tutte le grandi opere d’arte. La caduta, la catarsi (dal verbo greco katàiro, scendere, dal significato simile al verbo usato da Platone: katabàino), è l’immagine che rappresenta profondamente il pensiero di Platone: il filosofo si precipita giù, al porto, nel luogo più violento. Così la catarsi non è il “sentirsi più buoni”, ma il cadere dello spettatore così come cade il personaggio. Lavia accosta Edipo al protagonista dostoevskijano di Memorie dal sottosuolo, al Dante della Commedia e a Pinocchio. Gabriele Lavia, dicendo di essere un esperto di cartoni animati perché da ragazzo voleva disegnare per l’animazione, racconta come originariamente Pinocchio per Collodi doveva morire da burattino, impiccato. Gli editori, indignati, fecero sì che lo scrittore toscano concludesse il suo romanzo con il burattino che diventa un “bambino vero”: “Cosa ci può essere di peggio di impiccarsi per un burattino? Diventare uomo, condannato alla morte vera. Da burattino può solo rappresentare la morte. Pinocchio: che orrore! Diventa bambino!”.
Tornando a Edipo Lavia dice che il personaggio sofocleo rappresenta più di ogni altro la ricerca di sé, della verità: trovando la madre morta impiccata e non potendo quindi sapere da lei la verità egli decide di accecarsi. “La tragedia di Edipo non è esser figlio della sua sposa, ma il fatto che non sa. Se con gli occhi non posso sapere, l’unico modo per sapere è accecarmi”.
E legato al vedere è anche il teatro: la parola teatro significa “luogo dello sguardo”, sguardo che è possibile solo se presenti i due poli di cui Lavia aveva già parlato, lo spettatore e l’attore.
Gabriele Lavia ha chiuso l’intervista parlando di Moby Dick, romanzo a lui caro, che spiega molto bene quella caduta e quella ricerca di verità di cui aveva parlato prima. “La balena è la grande salvezza di Achab. Achab è tutto vestito di nero e ha un oggetto bianco, un osso di balena al posto della gamba. Alla fine egli è preso dentro ciò che lui ricerca, e questa balena bianca gli permette di andare sempre più giù, nel profondo…Eraclito diceva in un frammento «Per quante vie tu percorrerai nella tua vita, giù, sempre più nel profondo, mai arriverai alla tua anima, così profonda e ampia», utilizzando la parola greca bathùn, che significa sia profondo che vasto”. La vita dell’uomo è sprofondare, anche se non arriveremo mai al fondo.

Recensione: Senna, “Giornata Tipo” (EP 2017)

di Flavia Guidi

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“Giornata tipo” è il primo Ep dei fratelli Carlo e Simone Senna, che racconta, dice Simone Senna, “quelle ipotetiche 24 ore nel mondo digitalizzato durante le quali la coscienze delle persone sono sopite”.

Un ritmo ci prende per mano e ci trascina nel primo pezzo del disco, “Tutto eccetto me”. Una voce pulita e chiara sopra un rock fatto soprattutto dalla chitarra elettrica ci fa capire subito che, nonostante il pezzo possa sembrare ingenuo, si dicono cose importanti e i temi, se si sta attenti al testo, non sono così leggeri: sentirsi esclusi e soli nonostante attimi di allucinata egemonia sugli altri, allusioni abbastanza chiare alla droga e la dichiarazione di uno stato di totale oscurità in cui si versa.

Il secondo pezzo, “Pecora nera”, già col titolo sembra la naturale prosecuzione del disagio denunciato nel primo pezzo. Qui il rock si fa sentire più deciso nonostante un solo di chitarra dalle sonorità più blues. La propria esperienza si traduce in consigli che si dispensano al “tu” di chi ascolta: non c’è tempo per “capire” quando quel che conta è sopravvivere…“non reggerò mai la pressione di vivere”. Un testo importante per i fratelli Senna, che hanno deciso di realizzare per il pezzo un “lyric video”.

Si passa a un blues vero e proprio con “Navigli blues”: la giornata prosegue con una serata “a lume di led”. Note morbide e ritmo ballabile raccontano una realtà relativamente nuova ma trita e ritrita, che ci fa essere ancora più pecore nel gregge: essere in lista per passare la serata a bere cocktail e postare foto con ragazze appena conosciute per far ingelosire le ex. Un simpatico mantra: “Togli la sicura, slaccia la cintura” fa capire che la serata non prosegue: la polizia ferma la macchina con il guidatore in stato di ebbrezza. Una canzone dal tono scanzonato in cui praticamente tutti, dai venti anni in su, si ritrovano: siamo tutti vittime delle nostre serate “alternative” (?).

Molto poetica e piena di echi, letterari e musicali, l’ultima traccia, che racconta di un passato fatto di B-side, titolo infatti del pezzo, ed LP contro un presente in digitale. Una riflessione sul “progresso” piena di malinconia. Musicalmente a sé rispetto agli altri tre pezzi, “B-side” risulta essere una “summa” dolce-amara e un buon “rovescio della medaglia-disco”.

Facebook: https://www.facebook.com/sennabrothers/
Soundcloud: https://soundcloud.com/sennabrothers

Reload: “Rent” di Jonathan Larson

dicembre 31, 2016 Lascia un commento

di Flavia Guidi

Il Natale è appena passato, e ,come.ogni anno, mi sono concessa la visione ormai rituale, di uno dei miei musical preferiti: “Rent”. Per chi non lo sapesse si tratta di una rock opera, ispirata alla “Bohème” di Puccini, molto conosciuta fra gli amanti del musical.

rent_wall02_1920x1200Oggi, però, non voglio parlare dell’opera, ma del suo autore: .

rent1E’ così facile sentirsi vicini alle storie che si intrecciano in “Rent”, ma se qualcuno mi chiedesse il perché direi che la risposta è molto difficile da dare: non siamo più negli anni ’90, non siamo negli States e non ho vissuto quel momento nei ghetti americani… non sono nera, non sono affetta da AIDS e non sono omosessuale…Tuttavia quelle storie attraversano la mia anima come un coltello nel petto. Penso, perciò, che Larson sia riuscito ad acciuffare una “bellezza” che dura nonostante il tempo e che vola attraverso lo spazio. Perché? Quale “bellezza”? Non di certo il dramma del vivere alla giornata, senza sapere se avrai abbastanza soldi da permetterti l’affitto del prossimo mese, e neppure l’essere malato a vent’anni o la dipendenza dalla droga, perché “Rent” racconta soprattutto questo.

rent-1Se qualcuno conosce quel genio di Larson sa che, invece, i personaggi che prendono vita nel musical hanno molto in comune con il loro autore: Larson era statunitense, aveva vissuto in un loft al quinto piano senza riscaldamento insieme ad altri ragazzi, lavorava a una tavola calda; da musicista squattrinato e con un futuro incerto conviveva con una stufa a legna illegale, con una vasca da bagno in mezzo alla cucina e con il citofono rotto. Come uno dei personaggi di “Rent” Larson fu lasciato dalla ragazza per un’altra donna.
Larson era malato, da sempre, e morì il 25 gennaio 1996, appena qualche ora dopo la sua prima e unica intervista, mentre allestiva la messinscena di “Rent”.
La prima fu cancellata, ma amici e famiglia si riunirono al teatro dove gli attori eseguirono alcune canzoni del musical. Alla fine dello spettacolo, dopo un lungo applauso, calò il silenzio. Poco dopo qualcuno dal pubblico urlò: “Thank you, Jonathan Larson!”.

larsonnewspaper Penso che ciò che fa la “bellezza” di “Rent” ancora oggi, e sempre la farà, sia il legame unico fra l’opera e il suo autore: quello stesso Larson che aveva trasformato in arte la sporca e frustrante vita di un musicista squattrinato moriva prima di sapere che il suo lavoro sarebbe diventato un successo…proprio lui che aveva composto per “Rent” “One song glory”, pezzo in cui il musicista Roger cerca disperatamente quella canzone che lo salvi dalla povertà, ma soprattutto dall’oblio, una volta che sarà scomparso per la sua malattia.

Ritengo quindi “summa” di tutto ciò che è questo musical e che è stato Jonathan Larson la “One song glory” cantata dal suo stesso creatore.

Grazie, Jonathan Larson!

Reload: In Memoriam

di Flavia Guidi

Domenica scorsa lo storico professore Aldo Baldini, docente di latino e greco al liceo classico Niccolini-Guerrazzi di Livorno dal 1986 al 2010, ci ha lasciati…E adesso noi ex alunni ci sentiamo un po’ orfani.

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L’ho sempre chiamato “professore”, ma nel mio cuore da anni era “Aldo”. Prima che un professore Aldo era un uomo: timido e tenero dietro i suoi principî fermi. Mentre ti faceva le.domande allinterrogazione a volte ti prendeva per mano per farti coraggio. Aveva fatto della saggezza degli antichi la sua filosofia di vita. Per me gli eroi esistono, sono quelli grandi nella loro humanitas… proprio come lui. Non amava farsi vedere in giro… apparire… ma è venuto a vedermi in teatro. Quando mi disse che facendo chimica non cancellavo cinque anni di studi umanistici, ma ne facevo solo il mio passato, ho capito… ho sentito che non volevo che le lettere fossero solo il mio passato. È grazie a lui se fra poco avrò la mia tesi su Petronio.Avrei voluto vederlo un’altra volta… per fargli almeno sapere che da chimica ero andata a lettere. Penso avrebbe scosso un po’ la testa per la mia incostanza, ma sorridendo e sogghignando, felice per la mia scelta.

Spero che gli insegnanti del nostro Liceo Classico di Livorno conservino il suo ricordo e che col suo ricordo la nostra scuola sia in grado di risollevarsi facendo capire quanto sia importante lo studio dei classici. Classici che insegnano a vivere e a volersi bene come ho voluto bene al mio professore.