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Recensione: Sting, “Songs from the Labyrinth”

novembre 20, 2011 Lascia un commento

Premetto due cose, così, per mettere le mani avanti.

Detesto Sting, specie da quando è solista. Troppo “artista” per permettersi umiltà e qualità; si vergogna di essere stato un artista pop, si finge jazzista, si camuffa da raffinato performer di Brecht, arriva a far massacrare le canzoni dei Police dalla Royal Philharmonic Orchestra, operazione stucchevole e redditizia, dato che, quando un artista non ha più nulla da dire, o si reinventa unplugged o chiama un’orchesta di sessanta elementi che fa tanto musica colta. Sting era un musicista, ora è solo un figo.

Figuratevi con quali sentimenti mi sono avvicinato all’ascolto di “Songs From the Labyrint”. Mi hanno spinto all’acquisto lo sconto sul cd l’etichetta (la prestigiosissima Deutsche Grammophon) e qualche ascolto in autoradio sulle frequenze di RadioTre.

Il labirinto del titolo è dato dal complicato disegno sulla cassa armonica dell’arciliuto di Sting e di Edin Karamazov (un grande interprete di questo strumento barocco), ispirato al rosone della Cattedrale di Chartres; il labirinto metaforico è dato dalle note e dalle parole di John Dowland (1563-1626), compositore inglese di canzoni e madrigali, che a detta dello stesso Sting, può essere considerato il padre del pop moderno.

Sting e Edin Karamazov

E qui sta l’equivoco: e se Sting cercasse padri nobili per dare lustro a se stesso? Inoltre, che senso ha decontestualizzare la storia di un compositore antico compiendo un’operazione in cui un madrigale sarà cantato come Every breath you take? È tipico dei postmoderni ricercare la contaminazione e fare paralleli improvvidi tra realtà lontane, il tutto al fin della “maraviglia”, alla ricerca di sensazioni e cortocircuiti nuovi; tuttavia, il risultato è spesso l’appiattimento, il rendere tutto superfluamente pop: questo disco pare dire “oh, senza Lachrimae di Dowland non ci sarebbero mai stati i Beatles!”… magari è vero, ma Dowland è esistito senza il pensiero di eredi scomodi, e bisognerebbe ascoltare la sua musica piuttosto che perdere tempo a tracciare alberi genealogici.

Leggo in giro che il disco, proprio per i dubbi suddetti, non è molto piaciuto. I critici hanno storto il naso ascoltando Can she excuse my wrongs dalla voce dei Police, si sono stracciati le vesti gridando inorriditi allo scandalo. La voce di Sting, educata più dal vocalismo blues e jazz che dalla graziosità dei madrigali, non tiene le note più di tanto, vorrebbe sfumare e arrochirsi non riuscendo certo a compiere virtuosismi vocali che non sono nel suo bagaglio.

Eppure sarà lo splendido duo di liuti, l’ottima resa dei suoni o le composizioni di un autore di livello davvero alto, ma il disco a mio avviso funziona: Sting, allievo saputello e sbruffone, per una volta si adegua, si mette al servizio della misura rinascimentale e petrarchista dell’opera di Dowland, trasportandoci nel tempo in cui non c’era il pop che si opponeva alla musica “alta”, ma c’era la musica e basta. Apprezziamo la buona volontà: bravo, bene, sette più.

49 minuti di ottima musica; Sting o non Sting, questo disco è quello che dovrebbe essere, un labirinto musicale. A soli 9.90 euro.

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