Archivio

Posts Tagged ‘crazy diamonds’

Crazy Diamonds: Death in June, “Fall Apart” (1989)

by WM

Passare dall’esaminare le cose a non vedere più le cose, passare dall’Ente (dagli Enti) all’Essere, Scrivere con le Maiuscole.

Mi pare che scrivere con le Maiuscole sia appannaggio della post adolescenza, di quando se non sei comunista, sei senza cuore, e della mezza età, di quando se lo sei ancora, sei senza cervello; quindi, se sei artista, cerchi nuovi mondi dove espandersi verso nuove vette di percezione, ti incammini verso sistemi di riferimento assoluti, perché in valori esoterici e indimostrabili si può provare indubbia consolazione, perché si intravedono pezze di appoggio per una sorta di guado verso l’Assoluto. E le Maiuscole, che non guastano.

Ai Death in June e a Douglas P. va ascritto un merito, come anche al Lindo Ferretti qui tempo fa massacrato, cioè che questa loro ricerca è strutturale e non episodica, non dettata dal fatto che sul tram ti dicano “Signore, le cedo il posto?”. Una ricerca che li porta verso derive “pericolose” e alla fascinazione verso il Male (aridagli con le maiuscole!), senza alcuna ironia, ma anche senza cedimenti, incapaci di dialogare con il presente e di venire a patti con una modernità condita di soffice tecnocrazia. Tutto ciò porta anche a scrivere belle canzoni che titillano qualcosa, che inducono e forgiano al Qualcosa, ma un qualcosa che nessuno sa, magari nemmeno loro.

Senza ironia, con totale senso di tradimento tradurremo quindi “Fall Apart” dei Death in June (se non sapete chi siano, prendetevi una mezz’oretta per documentarvi).

_

_

Death in June, “Fall Apart”

E se mi sveglio dai miei Sogni,
ricadrò nei Pascoli celesti?
risveglierò l’Oscurità? Daremo fuoco alla Terra?

E se mi sveglio dai miei Sogni,
scopriremo forse il Vuoto?
Romperemo il Silenzio che fermerà i nostri cuori?

E se mi sveglio dai miei Sogni,
grideremo insieme per gli echi ululanti
e daremo di nuovo vita alla Notte?

(Rit. X 2) Ma perché tu mi dici
che crolleremo disgregandoci?

Mi risveglierò dai miei Sogni
per la gloria del Nulla
per l’incrinarsi del Sole
per l’insinuarsi delle Menzogne?

E se io mi allontano dai miei Sogni
e ai miei Oranti è imposto il silenzio
amare significherà perdere
perdere significherà morire.

(Rit. X 4) Ma perché tu mi dici
che crolleremo disgregandoci?

Annunci

Crazy Diamonds: Syd Barrett, “Gigolo Aunt”

by WM

 

Ricordo la faccia della mia teacher biondo platino quando mi permisi di mostrarle un testo di Syd Barrett da tradurre e che non riuscivo a capire (non ci riesco ancora, invero…): con albionica flemma scrollò le spalle, anche se la faccia pareva quella di una a cui avevo appoggiato un topo morto sulla cattedra.
La capisco, perché Barrett è scoordinato e le liriche vanno a sprazzi e illuminazioni, facendo a pugni con quel che leggo sulle grammatiche, incrostati di gergo, tagliati da ellissi e salti pindarici nel vuoto cosmico. Insomma: come la nduja, se ne astengano i deboli di stomaco.

Anno dopo anno mi abituo a tradurre i suoi testi nell’unico modo in cui si possono tradurre, falsificando a piene mani, interpretando e cucendo loro intorno un tenue filo narrativo, per fare stare in piedi un’impalcatura che pare improntata a un i volontario dadaismo. Leggete, quindi, la storia di una gita, imbacuccati in un cappotto troppo caldo, e di un amore per una zietta gigolò, ma non chiedetevi il perché il poeta vezzeggi cosi la sua donna, ma, zaino in spalla, ammirate i colori e danzate anche voi il jive.

ps. Adeste, viator: ogni suggerimento sarà prezioso, ogni forzatura al testo evitata farà tremare meno il vecchio cuore di filologo.

 

Gigolo Aunt (qui il testo originale)

Mentre ce la spassiamo in un trench dalle viscere di raso
sembra di stare, noi pallidi, in un secchio di piombo e latta.

Danzando fin giù alla spiaggia
per ammirare il grigio e il blu
sembra sia tutto, è bello, ed è una bella giornata.

RIT. Resterai, ti prego, sulle mie orme?
perché ti rivoglio quasi qui con me
perché io so chi sei (lo sai?),
sei una una zietta gigolò, una zietta gigolò.

Mentre ci dirigevamo giù con la luce, polvere sulla nostra strada,
lei era più arrabbiata della sua conchiglia maschio;
la vita per l’amore verso di me,
che mi riconduce giù verso di me:
mi pare che tutto sia una impervia rocca di sparviero,
ed è bello, ed è una bella giornata…

RIT. Resterai, ti prego, sulle mie orme?
perché ti rivoglio quasi qui con me
perché io so chi sei (lo sai?),
sei una una zietta gigolò, una zietta gigolò.

Mentre ce la spassiamo in un fantastico giorno da zaino in spalla
qualcuno vuole che lei si muova
proprio come lei si muove mentre danza qui e là:
ci ha fatto l’abitudine, deve esser stato un giorno da favola.
È tutto qui ed è bello, ed è una bella giornata…

RIT. Resterai, ti prego, sulle mie orme?
perché ti rivoglio quasi qui con me
perché io so chi sei (lo sai?),
sei una una zietta gigolò, una zietta gigolò.

Crazy Diamonds, “La Complainte du coureur de bois”, Malicorne (1978)

febbraio 17, 2017 Lascia un commento

by WM

malicorne-fra

Il meraviglioso “L’Extraordinaire Tour de France d’Adélard Rousseau, dit Nivernais la clef des cœurs, Compagnon charpentier du devoir” è uno dei dischi fondamentali del prog francese, la summa del lavoro di Gabriel Yacoub e dei suoi Malicorne, teso a ripristinare e innervare la tradizione francese della canzone popolare; un lavoro il suo che non è mai caduto nel piagnonismo folk-barbone nostrano, né nella facile antropologia descrittiva dei Dischi del Sole, ma che ha fornito ai tempi moderni un patrimonio di suoni e sentimenti che si è mischiato contaminandosi felicemente con suoni e sentimenti nuovi, il che ha permesso alla musica popolare di avere un pubblico e di non morire. Come da noi.

Il disco segue le vicende di Adélard Rousseau, carpentiere, costruttore, di cui seguiamo gli amori e le fatiche in giro per la Francia, per le cui strade si procaccia il pane e stringe l’amicizia con i Compagnons della sua arte edile. Mille le suggestioni musicali, dai capolavori del barocco alla psichedelia anni ’60, che rendono atemporale, eterno e circolare il cammino in una perfetta ringkomposition sonora che si apre e si chiude nel caos di una marcia funerea e presaga di morte, che mette fra parentesi gli incredibili momenti di leggerezza che inframmezzano il canto di Yacoub e degli altri MAlicorne.

Sulle radici storiche della canzone non voglio ripetere il già detto (QUI e QUI due ottimi articoli sulle radici storiche della narrazione-filo conduttore di questo concept album).
Mi viene da pensare solo come sarebbe impossibile per noi prendere una manciata di canzoni popolari, anche antichissime, e farne indagine dell’animo umano e della sua malinconia perenne, specie ora che il lavoro è ridiventato la nostra condanna, i diritti acquisiti dalle lotte operaie sono stati ormai dissipati.

Il lamento del taglialegna e dei diritti negati suona sinistro e malinconico monito per schiavitù future.

La Complainte du coureur de bois – Malicorne, Testo Originale

Amici cari, ascoltate tutti, voi che vivete nei vostri agi,
e vi canterò la storia delle grandi miserie
che uno che lavora potrà ottenere al cantiere
a faticare, ad aver noie,
specie in una brulla foresta al tempo dell’inverno.

Quando dobbiamo partire per lavorare al cantiere
dobbiamo abbandonare le nostre donne,
e dobbiamo ugualmente abbandonare,
e ciò ci è più caro,
le nostre mogli e i piccoli infanti,
perché dovremo restarcene rintanati come lupi
in una brulla foresta al tempo dell’inverno.

Una domenica mattina, all’inizio del nuovo anno,
sdraiato su un abete,
mentre cantavo per lenire il mio dolore,
componendo questa canzone,
pensavo a colei che amo
proprio in questo tempo dell’inverno.

Qui dobbiamo lavorare tutti i sei giorni della settimana,
anche a Capodanno e i giorni di festa,
anche se fa vento, anche quando cadono pioggia e neve
e lo stesso in ogni tempo.
La miseria è il nostro salario
proprio in questo tempo dell’inverno.

Crazy Diamonds – Pink Floyd/Syd Barrett, “Jugband Blues” (1968, traduzione)

dicembre 25, 2016 Lascia un commento

by WM

syd-portrait

Ultimo pezzo di Syd Barrett per i Pink Floyd, pubblicato nel 1968 in un album che già dal titolo dice tutto (“una zuppiera di segreti”, A Sauceful of Secrets), Jugband Blues è un guazzabuglio di ritmi e suggestioni da far impallidire “Sgt Pepper” dei Beatles. Il probabile mash-up di quattro demo diversi e l’uso di una banda dell’Esercito della Salvezza producono un tessuto sgrammaticato e disortografico, dove emerge potente la dissociazione barrettiana.
Il Diamante Pazzo non si rivolge alla Luna, ma le si volge e vi si annulla, quindi il suo Io viene frantumato alla luce di una Luna troppo grande, troppo blu/blues/triste; le figure cerimoniali ne gettano via le scarpe, simbolo della vita camminata in piedi e ormai inutili, e recano il corpo che guarda verso l’altro, ormai non più qui, come il Socrate del Fedone, che ammoniva gli allievi a non credere che il suo cadavere sarebbe stato il vero Socrate. Costoro, innominati, incedono rossi come i papaveri della Lupa verghiana, simbolo vermiglio di morte che si stagliano su un inverno senza sole e dai colori attutiti e malinconici.

Costoro siamo noi che siamo stati lasciati qui a risolvere il rebus della sua vita, cercando di sopportare la nostra, mentre lui ci aveva avvertiti: I’m not anything that you think I am anyway. Non sono nulla di quello che pensate.

Jugband Blues (testo originale)

È davvero cortese che vi curiate di me qui,
e vi sono davvero grato per aver reso a tutti chiaro che non sono qui.

E mica sapevo che la Luna fosse così grande
E mica sapevo che la Luna fosse così triste
E vi sono grato che abbiate gettato via le mie scarpe vecchie
E che mi abbiate portato qui, vestiti di rosso
E mi chiedo proprio chi sia colui che potrebbe mai scrivere questa canzone.

Non mi importa se il sole non splende
E non mi importa di non possedere nulla
E non mi importa se sono nervoso con te:
esprimerò il mio amore in Inverno.

E verde non è il mare
E la regina non posso che amare
E cos’è esattamente sognare?
E cos’è esattamente una burla?

Crazy Diamonds, “Hang Me, oh, Hang Me”

Un tradizionale americano, parte della colonna sonora di “Inside Llewyn Davis” dei fratelli Coen, tradotto e spolpato.
Il film, secco e spietato al solito, mi ha spazzato la testa come vento di Borea, mentre la colonna sonora (al solito, punto fermo nei film dei Coen) mi ha al solito rapito e portato via, perché l’incredibile capacità di sintesi della musica popolare americana ha una forza che trascende ogni barriera e spezza le nostre resistenze: cosa possiamo opporle, col nostro patrimonio ormai buttato alle ortiche?

Il pezzo è “Hang Me, oh Hang Me”, interpretato da Oscar Isaac, che riprende la versione di Dave Van Ronk, folksinger e ispiratore delle vicende del film.

Ogni suggerimento sulla tradizione è ben accetto. (TESTO ORIGINALE)

_______

_______

(RIT.) Impiccami pure,
impiccami, tanto morirò presto
e non mi dispiacerà di pendere su una forca,
ma di giacere nella tomba, ragazzo mio:
in lungo e largo ho viaggiato…

Sono stato a Cape Girardeau, dalle parti dell’Arkansas,
avevo una fame dannata
che potevo nascondermi dietro una pagliuzza,
in lungo e largo ho viaggiato…

Salii in montagna,
feci lì la mia tana
fucile in spalla e un coltello in mano, ragazzo mio:
in lungo e largo ho viaggiato…

(RIT.) Impiccami pure…

Mettimi la corda al collo,
fammi penzolare in alto.
Le ultime parole che udii da loro:
“Non ci vorrà molto prima che tu muoia”.
Ragazzo mio:
in lungo e largo ho viaggiato…

Crazy Diamonds: Beck, “The Golden Age” (2002)

Metti le mani sul volante e lascia che inizi l’Età dell’Oro,
lascia abbassato il finestrino,
senti la luce della luna sulla pelle,
lascia che il vento del deserto  rinfreschi la testa che duole
e lascia che il peso del mondo scorra via lontano da te.
Ora come ora tiro avanti:
nemmeno ci provo a far qualcosa…

Una strada insidiosa, una vista desolata,
luci distanti, poche e lontane,
e il sole non splende anche se è già giorno,
e devi guidare tutta la notte per poter star bene.
Ora come ora tiro avanti:
nemmeno ci provo a far qualcosa…

Crazy Diamonds: Syd Barrett, “Terrapin”

febbraio 26, 2015 Lascia un commento
ci sono e non ci sono

ci sono e non ci sono

Ed eccoci alla canzone della tartaruga, canzone che parla di pesci. O son pesci che si azzannano o la tarta si focalizza sul pesce assumendone i sentimenti e il desiderio di amore ittico fra i celesti riflessi sottomarini. e poi ci son capelli, appercezione umana, desiderio di possesso carnale e amor puro frammisti come fili nello stesso arazzo.
Insomma, signori, questo è Syd Barrett, che si può permettere di agglutinare identità e contaminare vita sottomarina e sogno d’amore in un guazzabuglio onirico di pinne e squame che scivolano lucenti e lubriche.

Traduzione abbastanza forzata. Chi può suggerisca migliorie, grazie.
E magari ci parli del perché la canzone della tartaruga non mostri tartarughe.

syd

La tartaruga d’acqua (qui il testo originale)

(Rit.): Ti amo per davvero, amo proprio te
celeste cristallo è la stella che ti sovrasta;
amor mio, ho i capelli ritti in testa per te.

Non avrei voluto vederti, e sai bene che amo farlo
volo su di te, sì lo farò…
amor mio, ho i capelli ritti in testa per te.

Galleggiare
rimbalzare
nasi che scansano denti
fauci ovunque sotto le rocce che nascondono tutto
ma è la luce del sole che fa davvero per noi.

Perché siamo i pesci
e tutto quel che facciamo
è muoverci in tondo tutt’attorno,
questo è quel che facciamo:
amor mio, ho i capelli ritti in testa per te.

(Rit.) Ti amo per davvero….

___