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La musica è stanca

By WM

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Dinosauri Onesti (TM) per la musica di una volta

Rifiuto, ora e forse prima no, di ragionare secondo le categorie di bello e brutto, conscio di come siano valori storici e cangianti: in musica meno che mai.

Eppure ieri il pensiero che “la musica di oggi fa schifo” serpeggiava fra un attraversamento pedonale e una deiezione canina da raccogliere. Per la cronaca, avevo i Nirvana i cuffia e il fresco lutto per la morte di Chris Cornell ancora stampato negli occhi, morte che a leggere in giro ha fatto danni a valanga. La catastrofe della Generazione X non mi colpisce, non ne facevo parte e non sono orfano del grunge, mi mancavano le camicie di flanella e al concerto dei Pearl Jam ci sono andato a ondata ormai finita (il tour del mediocre “No Code”, sarà stato il ’96), ma la morte di un artista ci rende più poveri e impone una qualche riflessione. La riflessione, frutto di questo sublime intreccio di sentimenti e pensieri è stata: “la musica di oggi fa schifo”.

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WM feat Maccio Capatonda

Geniale, no? Non l’ha mai pensato nessuno. Datemi il premio Nobbile!

E invece no. La riflessione non è una vana invettiva al contemporaneo, va oltre il senso sveviano di senilità che spegne gli ardori di chi era nato incendiario ed è destinato a fare il pompiere. La fine storica e biografica del grunge (sento Eddie Vedder toccare ferro n.d.A.) ci impone di storicizzare e ripensare, e qualcuno ci è riuscito con buoni esiti.

Quel che un ascoltatore come me può fare non può sconfinare nella critica, non può che esplorare il teatro delle sensazioni alla ricerca degli idola, delle apparenze fallaci dei propri ricordi scombinati.

Ribadiamo il già detto: il pop nostrano ci pare in netto declino perché non è più musica popolare.

Parentesi: nemmeno la musica popolare è tale (e in tante puntate di Gommalacca mi sono sforzato di evidenziare come la folk music sia ormai music senza folk, mancando di popolo). Pubblicità progresso: ora metto le puntate in archivio così se vi volete male, ve le ascoltate.

La musica popolare intesa come pop music non esprime una visione articolata e condivisa della vita, perché né i parolieri né i musicisti sembrano figli della contemporaneità: le canzoni di oggi non raccontano le storia, la povertà, le pulsioni odierne, ma si riducono perlopiù a masticare un repertorio di frasi e concetti chiari e distinti, senza alcuna concessione ai territori inesplorati: cuore-amore e forme scintillanti, qualche vezzo di ironia postmoderna e citazionismo ammiccante (i barbari usano il passato come insieme di rovine da cui trarre elementi tra loro sconnessi e incoerenti, ma comunque che sanno di antico).

Il gioco è facile: basta che il tutto somigli al già sentito di cinque minuti prima, basta adeguarsi al talent del momento, che ora ci vuole più soul, ora più synth, ora più rock, di un rock de noantri senza sangue e ribellione.
Dipende da quel che vuole Maria. Il popolare è eterodiretto, ergo non è più voce del popolo.

Quanto ci mancano i Battisti-Mogol che riuscivano a descriverci una sfumatura, il tradimento di “Innocenti evasioni”, o anche solo “La gallina coccodè”, che pettoruta e superba assomiglia a tutte le donne del mondo. Quanto ci manca Renato Zero che canta il destino umano per grandi allegorie ne “Il Carrozzone”, oppure Branduardi e il suo stralunato violino che riempiva gli stadi.
Oggi abbiamo alcuni cantanti, musicisti, parolieri bravissimi, ma non riescono a scalfire il tempo dei talent perché troppo legati a un passato che voleva dire le cose: i Frigieri, i Solfrini, gli Spaggiari viaggiano su binari paralleli e morti perché ogni voce ha bisogno di un pubblico, ma nel chiuso di pochi club coraggiosi, quelli che non fanno suonare solo cover band e dj, non creano un humus di parole condiviso come potevano fare Dalla e Venditti, fra un Folk Studio e una piazza.
Il tessuto connettivo di una nazione sono anche le sue canzoni, un tessuto ormai sfibrato e piatto, in cui anche innestare cellule sane e vive non porta a nulla, perché impreparato ad accoglierle

Da osservatore, da ascoltatore informato, constato lo sfacelo e so che le forze storiche non si fermano con i mugugni o la buona volontà. Per ora non posso che recitare un atto di dolore, ascolto e riascolto quella musica popolare che ho snobbato all’epoca, e mi compro le raccolte dei Dik Dik e degli Alunni del Sole alzando una silente preghiera a questi antichi numi, sperando che ci salvino dalle fauci del leone di una modernità fast food che fagocita ogni cosa bella. Siamo stufi del brutto.

ps. Scusa Chris, ma di coccodrilli te ne hanno fatti troppi. Come mi facevi sognare in vita, mi hai fatto riflettere e crescere post mortem. Grazie.

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gli eroi son tutti giovani e belli

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