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Posts Tagged ‘Carlot-ta’

Out segnala: Concerti e ascolti Novembre ’18 (2)

novembre 13, 2018 Lascia un commento

di Claudia Amantini

Le Mondane – Stella e Croce (Alka Record Label, 2018)

Le Mondane sono un duo pop/folk composto da Luca Borin e Daniele Radaelli, nato a Novara nel 2014. Come “tradizione” quasi vuole i due muovono i primi passi all’insegna di cover, reinterpretate secondo la loro formula: chitarra, voce, kazoo, cajon, ukulele, mandolino, tastiere. I primi anni di attività li vede impegnati in concerti e collaborazioni di dischi e spettacoli teatrali. Man-mano nasce la voglia di comporre brani inediti e di realizzare il loro primo album: “I giorni della marmotta” (in uscita il 22 novembre 2018), distribuito e promosso dall’etichetta ferrarese Alka Record Label. Le Mondane miscelano pop, folk, jazz, e come assaggio dell’album e sua conseguente anticipazione esce un estratto, il singolo “Stella e Croce”, qui il videoclip:

Le Teorie di Copernico – Effemeridi (Autoproduzione, 2018)

Le Teorie di Copernico è la band romana capitanata da Francesco Chini che prende forma nel 2014 e a cui, nel 2016, segue l’esordio con l’Ep “Oh, il buon vecchio Charlie Brown!”. Il quintetto si muove tra cantautoriato e indie folk-rock d’autore, elabora canzoni ironiche e amare che cantano inquietudini, distanze, addii, soli che piovono e modi per imparare a far ridere il dolore. Il percorso avviato nel 2016 ci porta ora a “Effemeridi”, il brano vincitore del premio InediTo 2018, un singolo che rappresenta fedelmente i due volti del sound della band: indie e folk-rock d’autore. Qui il videoclip:

Carlot-ta in Tour, Roma 16 Novembre 2018 Tempio Valdese di Piazza Cavour

Una Cornice affascinante per un concerto unico. Carlot-ta suona venerdì 16 novembre nel suggestivo Tempio Valdese di Piazza Cavour (ingresso da via Marianna Dionigi 59 alle ore 21; biglietto 10 euro+ddp). Pianista e compositrice, l’artista presenta il suo nuovo album Murmure”, un canzoniere folk-pop interamente costruito attorno alle sonorità dell’organo a canne. Uno strumento antico e imponente che si associa normalmente al repertorio sacro e al contesto liturgico, sotto l’abile guida di Carlot-ta condurrà il pubblico in un viaggio che esplora in modo contemporaneo e drammatico le sue infinite possibilità sonore, alternando momenti intimi e malinconici a registri scanzonati e irriverenti, solenni e impetuosi. Tra ballate romantiche, valse musette, danze macabre e motivetti synth-pop, prende così vita un tour che non poteva svolgersi se non nelle chiese e negli auditorium. L’artista suonerà inevitabilmente uno strumento ogni volta diverso con le sue specifiche caratteristiche e peculiarità, ad accompagnarla tra i visual curati da Matteo Bellizi e Natsumi Corona, i fedeli compagni di sempre: Christopher Ghidoni (synth, voce e chitarra) e Paolo Pasqualin (percussioni).

Raffica di Giugno ’18 ovvero gettare semi

by WM

Bushi (omonimo, 2018) + MinimAnimalist, “W.O.K.” (2018)

39243Cioè, prima parli di morte del rock e poi fai come se niente fosse? Premi play e ti ascolti i dischi nuovi, abbandonando i tuoi buoni propositi di darti all’ippica? Il qui presente deve fare i conti con la coscienza e con la carta che canta.

L’altro lobo del cervello risponde che forse siamo in una fase seminale, in cui il mainstream semina strame, mentre nel sottobosco ci sono i lupi indomiti, che magari comprano la prima chitarra rivendendo i crediti del bonus-renzi e poi provano in cantina fino a che non vanno a tempo. Questo spiegherebbe perché i nuovi gruppi, più o meno tutti stoner o shoegazer, che mi capita di ascoltare siano molto (spesso moltissimo) preparati tecnicamente, vadano a tempo, curino gli stacchi e il lavoro di squadra, non costruendo bridge a caso, ma riff potenti per dimostrare di essere animali da palco, rocker. E sia i Bushi che i MinimAnimalist ci riescono. Bravi, bene, bis.

MinimAnimalist, “W.O.K.”Il risultato è il trovarmi di fronte a due dischi ben suonati, impeccabili e politi con panno fino e grezzo fino a un risultato estremamente lucido ed efficace. Ma mirare all’efficacia e alla precisione del beat ha alcune conseguenze. Parliamone.

Innanzitutto si mortifica un po’ il songwriting, che risulta a volte scontato e piatto, creando pezzi troppo omogenei tra loro, quasi indistinguibili anche nelle soluzioni tecniche, come l’uso dei tempi dispari, per dare più brio al posto del solito 4/4, o uno sporadico tempo di marcia in 2/4 per lavorare in teoria sul pathos, che non può emergere se tutto è tirato al massimo (seconda conseguenza delle scelte a monte). Terzo problema, il cantato: troppi filtri, troppa pulizia di toni. Perché? Maschera voci troppo educate? Beh, magari pretendo troppo, ma il rock merita un po’ di rauca rozzezza.

Per fortuna, emergono piccoli gioielli grezzi (“Typhoons” per i Bushi, “Wok” per Minianimalist) che fanno ben sperare per il futuro.

https://www.facebook.com/minimanimalist/

https://www.facebook.com/BushiOfficial/

Carlot-ta, “Murmure” (2018)

Murmure_CoverQui il problema è casomai il contrario. Le scelte tecniche, stilistiche ed esecutive rendono “Murmure” un disco che non si può facilmente confondere con altri. Era dai tempi degli Incredible String Band che non sentivo vibrare uno strumento a canne in un contesto pop, quindi figuratevi la mia faccia quando parte la deliziosa “Virgin of the Noise” ed il disco prosegue su sentieri acustici che acuiscono il senso di dramma, trasmettono silenzi, il piano e il forte.

Carlot-ta pare possedere un istinto compositivo che rifiuta i canoni e il già visto, cercando di espandere il proprio mondo sonoro ed emotivo servendosi di istinto e curiosità: ricorda, mutatis mutandis, altri tempi e altri luoghi in cui i mezzi erano al servizio della musica e non viceversa, in cui si tentava, a volte si provocava. E si scrivevano delle belle canzoni.

imagesUna Johanna Newsom dell’organo a canne? No. L’arpista americana piega uno strumento antico a esiti freak senza particolare originalità, per dare una patina retro ad un pop sterile e passatista. Carlot-ta esplora quasi il drum’n’bass, coniuga acustica ed elettronica senza perdersi in fronzoli ed estetiche inutilmente passatiste, scrivendo belle canzoni da ascoltare.

Approvo e sottoscrivo: è un nomen, un’autrice da tenere sott’occhio.

https://www.facebook.com/carlottrattinota/?ref=br_rs

 

The Splitheads. “New era may be obsessive” (2018)

Cover albumPackaging essenziale e suono che pare in presa diretta; senza fronzoli gli Splitheads, che si contraddistinguono per una concezione “severa” del rock, come l’arcaismo ieratico di certe statue greche preclassiche, ma non sembra un tributo di indulgente nostalgia, perché guardano avanti, cogliendo una lampante verità: la nuova era potrebbe rivelarsi ossessiva: i Tempi Moderni hanno molto impoverito il range delle emozioni del rock, il qale, morto il grunge, o si è ridotto a sterile filologia o all’esplorazione di sentimenti di nicchia, liminari di un orizzonte nuovo e ancora sconosciuto, e che a volte fa paura.. Il suono del disco degli Splitheads si incupisce , si contorce in canzoni graffianti, con l’idea che i rock arranca in una forma di sonnambulismo che comunque è almeno un procedere avanti a occhi chiusi verso un orizzonte non definito, ma desiderato (“Everyone plays is own game”). Il punk, lo stoner, il bisogno di rock’n’roll si mescolano in modo vario, spesso ironico, ancora più spesso divertito e divertente (“You and Me”).

https://www.facebook.com/Thesplitheads/

The Newlanders, “Uno” (2018)

cover-_uno_Il rock dei Newlanders ha fatto riaffiorare un sentimento ancestrale, risvegliando qualche lampadina. Ma prima andiamo con una doverosa analessi: nel film “The Wrestler” con un magistrale Mickey Rourke ormai bolso e gravato dagli anni, il regista Arofnowsky lo fa sbottare all’improvviso: “Noi ci volevamo solo divertire, ma poi è arrivato quel Cobain e ha rovinato tutto” (vado a memoria e forse ho espunto qualche vaffa qui e là).

Chi allora amava Bon Jovi, Lenny e i Motorheads e compagnia bella poco e male ha sopportato la svolta nichilista ed esistenzialista del grunge di Seattle. Il rock un tempo, anche se tendiamo a dimenticarcelo, aveva anche una funzione ludica, di divertimento disimpegnato, di pura gioia godereccia, perché un vinile sul piatto o una musicassetta con la tua bella in auto facevano sognare.

Ascoltando l’album dei The Newlanders mi si sono accese una serie di lampadine in testa sugli anni ‘80 che neanche due stagioni di Stranger Things… cose ovvie magari, ma che il loro disco focalizza in modo impeccabile: fun, fun, fun e air guitar! Come pezzi segnaliamo “Ruin” o “Big Spiders”, bordati di utile nostalgia, ma il nostro preferito resta “Follow us down”, che abbiamo ospitato anche nell’ultima puntata di Sotterranei.

Un disco che ha un suo perché, divertente e divertito. Un altro seme gettato, speriamo non nella polvere.

https://www.facebook.com/thenewlanders/