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Archive for the ‘Vaneggiamenti’ Category

Punk Prima di Me

by WM

Ogni tanto col Megadirettore in trasmissione (ascoltatevi Sotterranei!) facciam battibecchi su cosa sia il punk e di come ne sia fuori, dato che ho trascorso l’adolescenza a fare i compiti e dire “ho capito, ora lo faccio”, e lo facevo: niente chiodo con spille da balia, niente dischi nemmeno vagamente zozzoni, quindi quale caspita punk dovrei predicare o aver dentro? Manco quello all’italiana conoscevo e non ho mai praticato il disprezzo della canzone leggera o il rifiuto del melodico, e non essere nato in Emilia mi risparmiava la paranoia del Mastro Lindo Ferretti. Prima di impazzire, ascoltavo pure Sanremo.

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gli occhialetti erano superfichissimi

L’album di Enrico Ruggeri intitolato “Punk prima di te” occhieggiava dall’espositore in edicola; enorme gaudio dànno i cestoni, possibilità di scavo di tesori enormi, specie ora che tutti vanno di streaming e vecchi cd o dvd rischiano di rimanere orfani e ti guardano come cuccioli in cerca di casa, ma rimandiamo un discorso su tutti i tesori dissepolti in edicola ad un altro post.

Dicevo, mi ha fatto sorridere affettuosamente per come un rocker maturo abbia storicizzato se stesso perché ha deciso di scavare nelle proprie radici, umane prima che musicali, quando tanti altri si son dati alle ospitate delle trasmissioni-revival di Carlo Conti.

Ruggeri spinge anche me a storicizzare la ribellione, la ribellione dell’irribellato, di quello che faceva le versioni con gli occhialetti tondi e che pensava che tra sé e le sue parole tutto andasse bene ma non andava, e sul perché io guardi al punk dopo aver ascoltato solo Vivaldi. Il modello patriarcale e pascoliano che mi ha dato alla luce, in effetti, aveva una scheggia impazzita, mia nonna.

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me nonnu cu mme nonna

 

Mia nonna pigliava per i fondelli padre e fratellanza per le loro manie di grandezza, le battute di caccia paragonate a quelle di Carlo V, per il patriarcato rozzo e minchione della provincia; ci scrisse sopra dei versi bellissimi, o perlomeno li pensò, perché non sapeva scrivere.

Mia nonna imparò a leggere un po’ guardando le lezioni fuori dalla baracca del maestro, e se la beccavano erano nerbate, ribellandosi all’ignoranza perché sapere le parole era punk.

Mia nonna rifiutò di sposare un tipo innamorato di se stesso e del proprio orologio d’oro, che tirava fuori in ogni momento con spocchia borghese fuori luogo, e decise di sposare uno più vecchio e più figo perché si era innamorata: era punk innamorarsi quando le donne non potevano nemmeno dire “pio”.

Mia nonna era punk prima dei Clash perché se voleva andare al mare, prendeva il carro da sola e ci andava: mio nonno mi sa che borbottava, ma alla fine allegava il mulo e la cosa finiva lì.

Mia nonna era più indipendente del Lussemburgo e non amava i rompitasche, e si proclamava “recritica”, dicendo di capire solo i soldi e l’orologio e di non chiedere altro.

Mia nonna mi ha insegnato tutto, altro che “recritica”: dall’amore per la melodia alla poesia, la tolleranza e l’amore per il proprio amore, che le mancò per tredici anni, dopo che per 40 aveva preso sonno solo fra le braccia di lui.

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Perpetua! Perpetua! e noi giù a ridere…

A mia nonna piacevano i Promessi Sposi, che le leggeva il figlio e poi io fino al giorno stesso della morte. Morì all’improvviso, entrando in quella zona invisibile piena di miti e ricordi, ma privandomi dell’abbraccio che nulla potrà sostituire.

Punk prima di me, privo dei suoi geni, esempio però enorme per una vecchiaia, si spera, più punk.

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Il fascino perverso di Radio Balla Balla

dicembre 23, 2018 Lascia un commento

by WM

4ac689260fd02d58102d9b91aa8453ef.jpgIl problema dei classicisti sono i classicisti stessi, strenui filologi di quel sentimento che non proveranno mai più. Hai voglia, caro Robert Plant, a dirci che dobbiamo ascoltare nuove band e non rimminchionirci sui vecchi vinili o sui cofanetti “the best of”; hai voglia, caro fratello trappista o indiano barbuto e decadente, a smerigliarci di modernità che, disse Manuel Agnelli, rifà solo il peggior Venditti.

Non ci restano che i “greatest hits”, le lunghe file di vetusti supporti fisici o qualche radio che ancora ci vuole come target.

maxresdefaultEh le radio… almeno se sto a casa, infilo qualcosa di buono nel lettore o mi rivolgo a uno streaming ragionato, ma in automobile? È ineguagliabile il panico di quando pensi: “malanova… ho dimenticato i cd/cassette/ipod; mi resta RTL o devo sorbirmi solo i clacson e le marmitte truccate delle macchinine dei tredicenni danarosi”. Comincia così una ricerca affannosa delle cangianti frequenze di Radio Freccia o Virgin Radio, nella speranza non mandino new wave o i Joy Division, che stamattina gira male eh!

Ve lo confesso: quasi meglio RTL. Radio Freccia è inutilmente verbosa, Virgin un miscuglio di stili che col rock spesso fa a karate shotokan; ci sarebbe molto da dire sulla programmazione fallimentare di classiconi accostati a mediocrità synthpop da far accapponare la pelle a un pokemon, ma quando la filippica stava per partire, ecco che mi si schiude un mondo.

Balla Balla.

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ziti, schietti e maritàti (cit.)

All’inizio pensavo che fosse una emittente calabrese, di quelle della piana di Gioia che un tempo mandavano tarantelle rosarnesi, e non mi sono accorto di essere caduto in un gorgo di perché e percome, fatto di (*inalare profondamente*) liscio, valzer e mazurche da orchestrina, valzer e mazurche da base midi, Canzoni da balera, cover di canzoni da balera, cover di classici da balera, napoletanità varia, schlager altoatesino, sentimenti di poesia/armonia/nostalgia/gelosia, tovaglie a scacchi, baite con prosperose bionde, amori infiniti, casti palpiti, nostalgia di Peppino Principe e Aurelio Fierro. Pubblicità pari allo zero.

teomondo-scrofalo

è lui o non è lui?

Rimango interdetto, mani sul volante. Musica da intrattenimento perfetta per l’umarellizzazione completa dell’anima, alla ricerca di uno scoglio a cui aggrapparsi, che non si rassegna a un nuovo che non comprende e non si riconnetta all’antico, mentre in Balla Balla ci trova la linfa della musica dei padri con le radioline a transistor e del paesello sui colli e il fiasco di vino con la paglia intorno, con alle pareti un bel quadro di Teomondo Scrofalo.

Sul web informazioni zero, una pagina FB piena di “buongiornissimo kaffèè” e un sito ufficiale più spoglio di quello della mia scuola, dove almeno due gif animate ce le ha messe il vicepreside. L’unico evento è un ballo collettivo a Diamante, paese dei murales e del peperoncino.

W Radio Balla Balla, a cui dobbiamo il ritorno a quando papà metteva la brillantina e i miei eroi erano giovani e belli. Inutile dire che ormai la radio è fissa su quelle frequenze. Chi si lamenta, può mettere le cuffiette e ascoltare i truzzi in autotune.

Dixi.

Non ci sarà una terza volta

Francesco-Di-Giacomo

Francesco Di Giacomo

Premessa n.1

Odio i coccodrilli.

Premessa n.2

I coccodrilli che odio non sono i rettili amazzonici (che non amo, ma mi limito a ignorare, protetto dalla distanza che ci separa), ma sono quegli articoli che esaltano post mortem chiunque sia morto, solo per il fatto di esser morto.
Il defungere fa sì che gente innominabile venga onorata di parole, perché si impone l’oblio, si scrivono pietre tombali dove si piange mentre invece alla scomparsa almeno la metà degli astanti cantava “disco Samba”, mentre l’altra tirava fuori lo spumantino dal freezer.

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Però mi sono accorto che nel disco che mi appresto a recensire c’è l’ultima prova di Francesco Di Giacomo, il cantante dei Banco del Mutuo Soccorso.

Sì, proprio quello lì che dopo il secondo concerto dei Banco a cui avessi assistito, tutto in acustico, era quasi arrossito quando sono andato a stringergli la mano emozionantissimo (io), imbarazzato (lui – “ma che grazie… grazie a voi!).

Banco+del+Mutuo+Soccorso+-+(1979)+-+Capolinea

La Grazia

Una fazza una razza...

Una fazza una razza…

Francesco era quello spiaggiato su uno dei dischi più belli che abbia mai sentito, quello che ascoltavo ammirato anche a Domenica In, che cantava su toni che manco Demis Roussos (con il quale lo confondevo quando ero troppo piccolo per distinguere la gente con la barba). Era quello di cui non riuscivo a imparare i testi a memoria perché mi perdevo nell’intarsio delle sue note rifinite col bulino. Quello del “Non mi rompete”, de “Il Ragno” e “Moby Dick”, anche se la svolta pop dei Banco l’ho digerita poco e di solito la salto quasi a piè pari (quasi perché la voce del Fra vale sempre l’ascolto).

E mentre sento la sua voce nell’album del collettivo Coreacore mi sento immensamente più povero perché so che una terza volta non lo incontrerò più. Ciao Fra.

E la recensione è meglio staccarla da questo involontario coccodrillo.

L’ultimo Freak

Eroe d’altri tempi, fratello mai conosciuto. Onore al Freak. Gustatevi un suo lampo: FreakBeat!

Non comprerò mai ebook perché

dicembre 22, 2013 1 commento

Non comprerò mai ebook perché (note sparse: ognuno aggiunga le sue)…15988

  • I tablet mi stanno sull’anima (e non fatemi diventare volgare).
  • I prezzi sono genericamente sotto solo di un paio di euro rispetto alla versione cartacea; cioè, la casa editrice risparmia la stampa, la carta, il trasporto, la distribuzione e a me fa uno sconto di due euro? Ma mi state prendendo per i fondelli? (sì, lo state facendo). E non mi parlate di pirateria, perché i files sono pieni di DRM anticopia.
  • I bestseller, i libri dell’anno, i nuovi e imprendibili successi per me sono perdibilissimi. Mi leggo o rileggo piuttosto un classico, su carta, che mi dia pensiero, emozione e azione., che mi cambi l’anima dalle fondamenta. E costano un cacio. E te li tirano dietro.
  • Il tempo della mia vita scorre, non è infinito, non lo vendo a fabbiovolo.
  • Ma vi fa schifo entrare in libreria e incontrare lettori?
  • Gli ebook li produciamo anche con Out, ma solo perché la stampa costa, ma non li venderemo, né ora né mai. Piuttosto chiudiamo Out.
  • Chi vi vende il file-libro, vi dà una licenza d’uso. Voi, in soldoni, NON POSSEDETE IL LIBRO: se per una qualche ragione il libro deve sparire, lo cancellano anche sul vostro Ebook Reader. E la cosa allucinante è che lo hanno fatto proprio con “1984” di George Orwell, superando le aspettative antiutopiche Orwelliane.
  • Amazon usa i nazisti: Apple a sto punto i Rettiliani.

Viva gli ultimi Giapponesi.

 

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L’Arte, la Protesta, il Mondo

dicembre 21, 2013 Lascia un commento

Una vecchia conoscenza di Out ci manda un suo interessante delirio e, pieni di nostalgia delle nostre discussioni su Nietzsche e la cucina irlandese (discussioni separate, ma non prive di intrecci reciproci), l’aspettiamo con nuove prove di scrittura. Ciao Silvia 😉

di Silvia Laganà

schiele.self-portraitIl mondo si cambia con le proteste, le proteste sono fatte di persone, e le persone anche di parole, che usano per comunicare. Ma sono importanti i gesti per dare gli esempi, non la forma, né l’educazione, parlare in maniera corretta potrebbe essere demagogia, illusione, o peggio utopia comunista / fascista / anarchica.

Più mi ronza in testa questo pensiero, più mi sembra assurdo non averlo capito prima. Noi non siamo uomini che protestano, siamo bestie che vogliono un recinto più grande. La sapientia s’è dispersa fra la stupidità dei giudizi a priori, insieme alla cultura e al senso comune di decoro. Perché è un pregio mostrarsi ignoranti a patto di voler imparare, è lecito porre domande, si sa, sono indiscrete le risposte. Ma qui sembra che tutto e il suo contrario siano giusti e sbagliati e, allora, dove sta la verità, io, mi chiedo. Questa non è pura speculazione, ma un interrogarsi su quale sia la forma migliore di protesta e su come approcciarsi. Scendere in piazza a manifestare mali umori, sembra un cliché d’ignoranza e disordine che, da ampio margine di manovra a chi con le folle ci sa fare.

Forse sogno ripensando all’intellettuale, che giudicava per mezzo di conoscenze antiche e parlava di nuovi futuri, che solo lui osava immaginare. Ma poi… a che serve pensare, quando è la pancia che brontola e vogliamo soldi da spendere per arrivare a fine mese. Con i pensieri ed i sogni non ci paghi le bollette, né ci paghi gli stipendi, o dai la vita a chi non ha speranze. A che serve andare a teatro o leggere, quando non puoi fare la spesa o allacciarti le scarpe a cui mancano i lacci scomparsi al collo di qualche suicida?

tumblr_mhdegdMCqw1r3vu29o1_1280Non serve a nulla. Viviamo nel nulla. Siamo nichilisti, distruttivi, amareggiati, distrutti, piegati, servi, stanchi, ma soprattutto affamati e allora ci alziamo e cacciamo, come leonesse in branco per conquistare una preda più grande. Peccato che, poi, arriva il leone a spolpare la carcassa per primo, perché lo sa, abbiamo bisogno di mangiare e non moriremo senza tentare. Quanta disgustosa amarezza. Ma no. Non dico basta, non dico nulla, se non: Vaffanculo. Fottetevi voi, e tutte le sottocategorie di mercato che avete inventato per far degli uomini un’etichetta. Andate al diavolo voi e i vostri sistemi. Per carità l’ordine e la regola sono necessari, come metrica per comporre musica e poesia, ma in tutti i migliori romanzi la fa da padrone il colpo di scena.

Bene, siamo uomini, non scintille, vero. L’unica cosa che arde dovrebbe essere la mente, che vuole conoscenza e non aria fritta di parole rimasticate. Ma mi sto perdendo, forse perché anch’io in tempo di crisi voglio un lavoro e voglio dire la mia. Peccato che nessuno mi paghi per parlare, ma i debiti che ho contratto, consapevoli e non, e la tristezza di questa vita hanno comprato il mio silenzio. Eppure, voglio congedarmi con un sorriso: voi che non credete all’arte, siete terra che il signore potente calpesta. Voi che credete all’arte, siete seme nella terra che il signore potente calpesta. Per caso, o per fortuna, istanti o anni, prima o poi, però, germoglia.

(illustrazioni di Egon Schiele)

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ai prodotti di tintura in capo

stanno svanendo caratteristiche,

gradi ciascuna saranno diverse di lavaggio

sbiancamento di stile tessuto,

riempimento di carattere nostalgico.

Ve lo giuro: se avessi letto questa lirica nell’antologia di Majakovskij (che mi son pentito di non aver comprato ancora) o in qualche autore postmoderno o cannibale, sarei rimasto estasiato per l’ondivago andamento casuale del metro, l’infrangersi e dal successivo ritirarsi delle onde concettuali, sospendendo il sospiro su “svanendo” (che mi lascia una strana nostalgia del Nulla) per trovare la catarsi finale su “nostalgico”, mentre riaffiorano ricordi blu notte e sfocati come un filtro Instagram.

Ma questo non è Majakovskij, né Clemente Rebora o Campana. L’etichetta del mio pantaloncino nuovomade in qualche posto” ha istruzioni in un Italiano così frizzante che merita sia tramandato ai posteri.

Splendido il terzo punto delle istruzioni di lavaggio:

Una luce-colore: bianco, kaki, il colore cammello…

Dipende dalla situazione di depurazione merce rubata.

mi inquieta e mi esalta nel borbottio di colori falbi e nell’improvvisa sterzata semantica da “romanzo criminale”: ciò che indosso è frutto dell’estasi del crimine.

Il quarto però mi aveva anche emozionato per l’evidente ripresa dell’ermetismo di primo Novecento:

Scuro e lavare la luce separatamente […]

lavare la luce… LAVARE LA LUCE (@____@): rischio seriamente la sindrome di Stendhal…

Mentre più giù il sentiero si fa aspro e l’imitazione comico-realista torna al polistilismo dantesco (e del cul fece trombetta…):

Senza ventilazione non è facile fare i pantaloni.

Casual secco e produrre cattivi odori.

Conserverò questa etichetta come caro ricordo: ora il volumone Montale ha una nuova fedele compagna.