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Archive for the ‘Uncategorized’ Category

Raffica di Giugno ’18 ovvero gettare semi

by WM

Bushi (omonimo, 2018) + MinimAnimalist, “W.O.K.” (2018)

39243Cioè, prima parli di morte del rock e poi fai come se niente fosse? Premi play e ti ascolti i dischi nuovi, abbandonando i tuoi buoni propositi di darti all’ippica? Il qui presente deve fare i conti con la coscienza e con la carta che canta.

L’altro lobo del cervello risponde che forse siamo in una fase seminale, in cui il mainstream semina strame, mentre nel sottobosco ci sono i lupi indomiti, che magari comprano la prima chitarra rivendendo i crediti del bonus-renzi e poi provano in cantina fino a che non vanno a tempo. Questo spiegherebbe perché i nuovi gruppi, più o meno tutti stoner o shoegazer, che mi capita di ascoltare siano molto (spesso moltissimo) preparati tecnicamente, vadano a tempo, curino gli stacchi e il lavoro di squadra, non costruendo bridge a caso, ma riff potenti per dimostrare di essere animali da palco, rocker. E sia i Bushi che i MinimAnimalist ci riescono. Bravi, bene, bis.

MinimAnimalist, “W.O.K.”Il risultato è il trovarmi di fronte a due dischi ben suonati, impeccabili e politi con panno fino e grezzo fino a un risultato estremamente lucido ed efficace. Ma mirare all’efficacia e alla precisione del beat ha alcune conseguenze. Parliamone.

Innanzitutto si mortifica un po’ il songwriting, che risulta a volte scontato e piatto, creando pezzi troppo omogenei tra loro, quasi indistinguibili anche nelle soluzioni tecniche, come l’uso dei tempi dispari, per dare più brio al posto del solito 4/4, o uno sporadico tempo di marcia in 2/4 per lavorare in teoria sul pathos, che non può emergere se tutto è tirato al massimo (seconda conseguenza delle scelte a monte). Terzo problema, il cantato: troppi filtri, troppa pulizia di toni. Perché? Maschera voci troppo educate? Beh, magari pretendo troppo, ma il rock merita un po’ di rauca rozzezza.

Per fortuna, emergono piccoli gioielli grezzi (“Typhoons” per i Bushi, “Wok” per Minianimalist) che fanno ben sperare per il futuro.

https://www.facebook.com/minimanimalist/

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Carlot-ta, “Murmure” (2018)

Murmure_CoverQui il problema è casomai il contrario. Le scelte tecniche, stilistiche ed esecutive rendono “Murmure” un disco che non si può facilmente confondere con altri. Era dai tempi degli Incredible String Band che non sentivo vibrare uno strumento a canne in un contesto pop, quindi figuratevi la mia faccia quando parte la deliziosa “Virgin of the Noise” ed il disco prosegue su sentieri acustici che acuiscono il senso di dramma, trasmettono silenzi, il piano e il forte.

Carlot-ta pare possedere un istinto compositivo che rifiuta i canoni e il già visto, cercando di espandere il proprio mondo sonoro ed emotivo servendosi di istinto e curiosità: ricorda, mutatis mutandis, altri tempi e altri luoghi in cui i mezzi erano al servizio della musica e non viceversa, in cui si tentava, a volte si provocava. E si scrivevano delle belle canzoni.

imagesUna Johanna Newsom dell’organo a canne? No. L’arpista americana piega uno strumento antico a esiti freak senza particolare originalità, per dare una patina retro ad un pop sterile e passatista. Carlot-ta esplora quasi il drum’n’bass, coniuga acustica ed elettronica senza perdersi in fronzoli ed estetiche inutilmente passatiste, scrivendo belle canzoni da ascoltare.

Approvo e sottoscrivo: è un nomen, un’autrice da tenere sott’occhio.

https://www.facebook.com/carlottrattinota/?ref=br_rs

 

The Splitheads. “New era may be obsessive” (2018)

Cover albumPackaging essenziale e suono che pare in presa diretta; senza fronzoli gli Splitheads, che si contraddistinguono per una concezione “severa” del rock, come l’arcaismo ieratico di certe statue greche preclassiche, ma non sembra un tributo di indulgente nostalgia, perché guardano avanti, cogliendo una lampante verità: la nuova era potrebbe rivelarsi ossessiva: i Tempi Moderni hanno molto impoverito il range delle emozioni del rock, il qale, morto il grunge, o si è ridotto a sterile filologia o all’esplorazione di sentimenti di nicchia, liminari di un orizzonte nuovo e ancora sconosciuto, e che a volte fa paura.. Il suono del disco degli Splitheads si incupisce , si contorce in canzoni graffianti, con l’idea che i rock arranca in una forma di sonnambulismo che comunque è almeno un procedere avanti a occhi chiusi verso un orizzonte non definito, ma desiderato (“Everyone plays is own game”). Il punk, lo stoner, il bisogno di rock’n’roll si mescolano in modo vario, spesso ironico, ancora più spesso divertito e divertente (“You and Me”).

https://www.facebook.com/Thesplitheads/

The Newlanders, “Uno” (2018)

cover-_uno_Il rock dei Newlanders ha fatto riaffiorare un sentimento ancestrale, risvegliando qualche lampadina. Ma prima andiamo con una doverosa analessi: nel film “The Wrestler” con un magistrale Mickey Rourke ormai bolso e gravato dagli anni, il regista Arofnowsky lo fa sbottare all’improvviso: “Noi ci volevamo solo divertire, ma poi è arrivato quel Cobain e ha rovinato tutto” (vado a memoria e forse ho espunto qualche vaffa qui e là).

Chi allora amava Bon Jovi, Lenny e i Motorheads e compagnia bella poco e male ha sopportato la svolta nichilista ed esistenzialista del grunge di Seattle. Il rock un tempo, anche se tendiamo a dimenticarcelo, aveva anche una funzione ludica, di divertimento disimpegnato, di pura gioia godereccia, perché un vinile sul piatto o una musicassetta con la tua bella in auto facevano sognare.

Ascoltando l’album dei The Newlanders mi si sono accese una serie di lampadine in testa sugli anni ‘80 che neanche due stagioni di Stranger Things… cose ovvie magari, ma che il loro disco focalizza in modo impeccabile: fun, fun, fun e air guitar! Come pezzi segnaliamo “Ruin” o “Big Spiders”, bordati di utile nostalgia, ma il nostro preferito resta “Follow us down”, che abbiamo ospitato anche nell’ultima puntata di Sotterranei.

Un disco che ha un suo perché, divertente e divertito. Un altro seme gettato, speriamo non nella polvere.

https://www.facebook.com/thenewlanders/

 

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Rrröööaaarrr: Infernäl Mäjesty

by DOOM

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Gli Infernäl Mäjesty sono una band di Thrash/Death metal canadese. Nata 1986 a Toronto con il nome Lord Satans Deciples (LSD) poi Overlord. In seguito con la nuova formazione composta dai chitarristi Kenny Hallman e Steve Terror, dal bassista Psycopath, dal batterista Rick Nemes e dal cantante Chris Bailey, prende il nome di Infernäl Presence successivamente modificato in Infernäl Mäjesty. Dopo aver registrato la demo ‘Infernal Majesty’ (1986) vengono scritturati dalla olandese Roadrunner Records con cui realizzano nel 1987, l’album di debutto ‘None Shall Defy’. Il disco suona proprio come nelle intenzioni della band: grezzo e violento, che nasconde però strutture e soluzioni più complesse, pur senza sfociare in terreni techno thrash, dai quali restano ad anni luce di distanza. Gli Infernäl Mäjesty mostrano di avere quel qualcosa in più per emergere dalla massa, grazie soprattutto ad un sound personale, ad un’attitudine violenta e a soluzioni, musicali, ma soprattutto vocali, tuttora ritenute come un punto di riferimento fondamentale per il movimento death nato negli anni immediatamente successivi. Al contrario di molte altre thrash bands dell’epoca gli Infernäl Mäjesty mostrarono, di sapere picchiare con cattiveria, ma di essere anche in grado di maneggiare dignitosamente i propri strumenti, specialmente per quanto riguarda la sezione ritmica. Ma qualcosa non gira per il verso giusto: nonostante consensi entusiastici di stampa e fans, la Roadrunner non rinnova il contratto alla band. Gli IM non si perdono d’animo è immediatamente registrano una nuova demo di due pezzi ‘Nigresent Dissolution’. Nel frattempo il cantante Vince (Donald Kuntz) prende il posto di Chris Bailey, che partecipa alla realizzazione della terza demo ‘Creation of Chaos’. Però Vince viene subito allontanato a causa dei suoi atteggiamenti violenti che non erano visti di buon occhio dalle etichette discografiche con cui la band sperava, grazie alle demo, di ottenere un nuovo contratto.
A distanza di undici anni dall’esordio discografico esce ‘Unholier Than Thou’ (1998) edito dalla Hypnotic Records. Questo lavoro mette in evidenza l’approccio spietato e senza compromessi del gruppo canadese, con una serie di brani violenti che alternano mid-tempo a veloci sfuriate dal piglio, questa volta, orientato più verso death metal rispetto all’esordio. Solo 2004, dopo vari cambi di line-up, esce ‘One Who Points to Death’ per i tipi della Black Lotus Records. Purtroppo devo subito dire che a mio parere la band canadese non è riuscita nemmeno con questo nuovo disco a raggiungere i picchi dell’esordio “None Shall Defy”, album di culto per tutti gli amanti di quello che negli anni ’80 veniva definito Thrash/Death, ma bisogna anche ammettere che questo nuovo lavoro ha comunque delle buone carte da giocare. Riff violentissimo, velocissimo e rallentamenti spaccaossa. Sfortunatamente la band non riesce a mantenere un livello qualitativo costante, e tutto il disco è caratterizzato da alti e bassi. Ad agosto del medesimo anno Chris Bailey lascia di nuovo la band e viene successivamente sostituito da Brian Langley. Nel 2007 esce Demon God, un EP a tiratura limitata, contenente una nuova versione del brano S.O.S., originariamente inserito sul disco d’esordio, inciso con la partecipazione di George Fisher e Rob Barrett dei Cannibal Corpse. Nel 2017, dopo tredici anni da One Who Points to Death, esce ‘No God’ per la High Roller Records. “No God” è straordinariamente pazzesco, riesce a trasudare dai suoi pori tre decenni di esperienza e cattiveria sonora e nello stesso momento a suonare fresco e moderno grazie ad una produzione cristallina e curata nei minimi dettagli. In fin dei conti gli Infernäl Mäjesty fanno parte di quelle bands diventate ‘culto’ anche con pochi album all’attivo.

In conclusione: restano ancora oggi una band fondamentale per la scena thrash più estrema.

Rrröööaaarrr: Sacrifice

by DOOM

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I Sacrifice sono una band di thrash metal canadese, formatosi a Toronto nel 1983 su iniziativa dei chitarristi Rob Urbinati e Joe Rico. Nel 1984 registrano la prima demo che permette alla band di suonare come pedana agli Herrenvolk band di glam metal. Nel 1985 incidono ‘The Exorcism’, la seconda demo, dopodiché suonano come spalla agli Exodus durante il loro tour nordamericano. Sempre nel 1985 esce il debut album ‘Torment In Fire’, stampato da ben quattro etichette discografiche: Fringe Product/Diabolical Force per il Canada, Metal Blade Records per gli Stati Uniti e dalla Roadrunner Records per l’ Europa. Torment In Fire ha una produzione sporchissima, bastardissima e impastatissima. Il combo canadese poggia il proprio sound sulla classica raffica rapidissima di riff serrati e vocals urlate, a metà tra urli tipicamente thrash e roche performances death metal. Gli stop’n’go e le accelerazioni improvvise spingono a mille l’acceleratore: impossibile non restare rapiti dalla tempesta di riff tritatutto, ultraveloci e ripetuti incessantemente. Da puro delirio. La tecnica non è certo superlativa, è arrangiata con una produzione tutt’altro che fine ma per i thrashers vecchio stampo che amano il sound ottantiano non potranno non godere. Nel 1987 registrano ‘Forward to Termination’. Forward to Termination è invece un platter ben confezionato, lontano dalla rozza ignoranza del predecessore, che convoglia in una manciata di minuti un sound più maturo e curato, e all’interno del quale non si avvertono cadute di tono, indice di indubbia maturità. È infatti difficile non lasciarsi coinvolgere dalle aggressive sfuriate ritmiche e dalla voce roca di Rob Urbinati, che alterna un cantato ruvido ad urlati rabbiosi che si accordano perfettamente con i riffs sparati a raffiche dalle chitarre, caustici assoli compresi. In questo lavoro vengono abbandonate le tematiche sataniche tipiche del black metal. Nel 1990 la band incide il terzo album in studio ‘Soldiers of Misfortune’. Soldiers of Misfortune è orfano di quella potenza viscerale che aveva contraddistinto il precedente. Infatti le composizioni sono meno feroci ma più compatte e coerenti. Nel 1991 vanno tourné negli U.S.A. in compagnia di Bolt Thrower e Believer. Nel frattempo viene licenziato Gus Pynn al suo posto arriva Michael Rosenthal che partecipa alla registrazione del nuovo disco ‘Apocalypse Inside’ uscito nel 1993. Apocalypse Inside, a differenza del thrash corposo e diretto dei primi albums, presenta una architettura compositiva più complessa e articolata. Strutturata su tempi moderati e scarni che raramente raggiungono il classico stile Sacrifice. I testi sono criptici e tesi; apparentemente parlano della mente e del corpo umano ma da un punto di vista macabro. La Metal Blade, per via dello scarso riscontro di vendite, non rinnova il contratto alla band, che decide quindi di sciogliersi. Nel 2006 Urbinati viene contattato dal promoter del Day of the Equinox II Festival di Toronto che offre alla band la possibilità di suonare come headliner. Una grande opportunità che non va sprecata. Stessa proposta arriva nel 2008 dal promoter del Manitoba Metalfest di Winnipeg che invita la band a chiudere la seconda giornata del festival. Nel 2009 esce il quinto album in studio ‘The Ones I Condemn’, pubblicato dalla Cyclone Empire Records. The Ones I Condemn mette in evidenza la vecchia attitudine thrash della band, presentando delle sonorità non molto distanti dai primi lavori, se non per un cantato improntato verso lo screaming.

Lo stile adottato agli inizi dai Sacrifice si rifaceva ai contemporanei Slayer, Possessed e Dark Angel, proponendo un thrash metal incentrato sull’aggressività e sull’impatto violento.

I Sepultura, gli Entombed e i Cannibal Corpse hanno menzionato nel passato i Sacrifice come fonte di ispirazione. Vengono considerati unitamente ai conterranei Slaughter gli iniziatori della scena thrash metal canadese è compongono insieme ad Annihilator, Razor e Voivod i “Big Four” del Canada.

Insomma, se siete thrasher, avete amato alla follia – e amate tuttora – il thrash americano così come quello europeo, gli Slayer così come i Sodom, apprezzerete anche i Sacrifice. Se invece non vi piacciono, o magari non conoscete neanche le band di cui sopra fate bene a stare con le orecchie lontane!

Rrröööaaarrr: Satan

by DOOM

SatanI Satan sono una band di heavy metal britannico nati a Newcastle nel 1979 su iniziativa di un gruppo di compagni di scuola, i Satan si segnalano da subito per una grande carica metallica, per una certa ricercatezza negli arrangiamenti, e per una tecnica di tutto rispetto per l’epoca. Dopo due demo ed un singolo: The First Demo, Into the Fire e Kiss of Death, nel 1983 la Neat Records marchia il loro debutto:Court In The Act. Anche se la produzione è molto piatta, l’Lp riesce comunque a trasmettere tutte le qualità possedute dalla band, ed il loro heavy metal a tinte forti, mediato da arrangiamenti che trovo assolutamente notevoli in relazione all’anno di uscita del vinile, fece dondolare ossessivamente più di una criniera. Il lavoro della sezione ritmica è precisa; le due asce macinano riff taglienti e soli spesso più che godibili, e su tutto si staglia la voce di un personaggio come Brian Ross, il quale pur mostrando qualche incertezza sulla tenuta di alcuni acuti regala qui una delle prestazioni che più mi rimane nella memoria in relazione a quel periodo storico-musicale.

Il discreto successo dell’album consente alla band di esibirsi in una serie di concerti europei. Al termine del tour, la band affronta la prima battuta d’arresto a causa del nome fuorviante, che non permise alla band di raggiungere la stessa popolarità di altre bands. I testi delle loro canzoni, infatti, non avevano niente a che fare con l’occulto o il satanismo, bensì trattavano varie tematiche come: l’ingiustizia, la guerra e diritti dei nativi americani; il loro nome indusse però alcuni critici ad inquadrarli in un’ottica sfalsata e ciò spinse la band a cambiare nome optando per il più innocuo Blind Fury. Con il nuovo nome pubblicano nel 1985 Out of Reach per Roadrunner Records. Lo stile musicale si sposta verso sonorità meno pesanti. I cambiamenti non sortiscono l’effetto sperato, lasciando spiazzati i fans e non giovando alla band che poco dopo riprese a chiamarsi Satan. Con un nuovo cantante, la band pubblica l’EP Into the Future (1986) per la Steamhammer Records . Nel 1987 sempre l’etichetta tedesca da alle stampe il nuovo Suspended Sentence. In questo lavoro le sonorità tornano ad appesantirsi e che, rispetto all’esordio, presenta delle ritmiche di stampo thrash metal. Però, ancora una volta, la band decide di cambiare nome assumendo quello di Pariah. Con la stessa formazione e la stessa etichetta di Into the Future e Suspended Sentence, i Pariah pubblicano The Kindred e Blaze of Obscurity. Con questi due dischi di Power/Thrash ottengono un buon successo commerciale che fino a quel momento non era mai stato raggiunto come Satan. A causa di problemi con la casa discografica l’attività subisce un’interruzione. Per la pubblicazione di Unity (Aartee Music) si deve quindi attendere fino al 1997. Due anni dopo questa uscita il gruppo si scioglie definitivamente. Nel 2003 viene annunciata la partecipazione dei Satan al Keep It True Festival e al Wacken Open Air, esibendosi con la stessa formazione del primo album.

Nel 2011 si sono definitivamente riformati. Con un nuovo contratto in tasca la band pubblica Life Sentence nel 2013 e Atom by Atom nel 2015 (entrambi su Listenable Records). Due album made in Satan fino al midollo.

Della loro storia travagliata e per certi versi surreale, sono certamente edotti gli appassionati più attempati e comunque tutti quelli che seguono più assiduamente il settore, mentre per i più giovani sarebbe necessario uno studio più approfondito per evitare di liquidare la band frettolosamente come qualcosa di troppo superato per essere preso in considerazione, perché i Satan sono stati semplicemente seminali e le loro influenze sullo speed, ma più ancora sul thrash degli albori sono enormi.

Scheletri nell’armadio: WarrenG, “Prince Igor” (1999)

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Ammettetelo: aprendo i polverosi armadi della memoria, ognuno di noi ha qualcosa che lo fa arrossire, che gli fa rimpiangere la felice minchioneria dei propri anni meno grigi. Mandateci i vostri pezzi e confessate (l’email è sempre quella, laposta.out@gmail.com, con oggetto SCHELETRO NELL’ARMADIO).

by WM

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1998, gli anni d’oro già passati, ma la videomusic prosperava ancora nel Belpaese coi “bacibaci di Lucia Schillaci” e i Soerba a deliziarci insieme a tante one hit wonders, da Natalie Imbruglia a Carlotta: un calderone del disimpegno la Videomusic, che rimpiangiamo come le Girelle di una volta o il Blob Algida.

In questo minestrone, indigesto agli alfieri della musica impegnata, che continuavano ad ascoltare Stockhausen nelle loro camerette senza mai accendere la TV, spunta un rapper che si lancia in una impresa quanto meno folle: collegare America e Russia, hip hop dei ghetti e la musica di Alexander Borodin, un polpettone storico in forma d’opera quale il Principe Igor’ e le Danze Polovesiane in esso contenute.

Grazie a Youtube, memoria storica del genio umano, ma anche di schifezze inenarrabili, riesco dopo anni di pace a risvegliare l’antico trauma di una delle vette di buon cattivo gusto musicale mai esperita dal mini-me che guardava VideoMusic.

Eppure Warren G non aveva un cattivo curriculum: fratellastro del Dr Dre, aveva collaborato con calibri quali Snoop Dogg (quello prima della cura) e il compianto Tupac Shakur (sempre prima della cura), lanciandosi fra gli astri dell’hip hop statunitense. Tuttavia, il 1999 incombe anche sui regaz del ghetto; la “Mama Rossiya”, in mano al debole Yeltsin, pare territorio da colonizzare e campionare, cannibalizzare alla ricerca di suoni esotici e insoliti. In “Prince Igor” si fa affiancare dal soprano norvegese Sissel Kyrkjebø e sforna un frullato indigesto di dissing contro colleghi (i cattivi niggaz che vendono milioni di dischi ma non valgono un soldo) con un arrangiamento che in confronto gli Enigma sono Mozart (ve li ricordate gli Enigma?, saranno un prossimo scheletroda rispolverare) e un ritornello in russo ripetuto per un minuto e venti senza alcun collegamento al flow del rapper (una sorta di “Va’ pensiero”, un ricordo delle terre natie da parte di un coro degli schiavi nell’opera borodiniana).

Il video si rivela anche peggio, con il buon Warren, accompagnato da ballerine callipigie (o macropigie) e un gruppo di hacker del ghetto, che penetra dentro una blindatissima base spaziale con le guardie che dormono, per ascoltare la principessa della Luna, Sissel, truccata come uno dei Rockets ma coi capelli, mentre le bgirl mischiano danza hiphop con la classica, non riuscendo né in una, né nell’altra. Un brano di musica diversamente bella, che ha dato vita a più imitazioni della Settimana Enigmistica (vi basterà googlare Улетай на крыльях ветра e vi si spalancherà davanti un mondo). Ve ne proponiamo solo un paio, promesso.

Sissel Kyrkjebø with Jens Wendelboe Orchestra

La prima è una autocover della cover, Sissel che si accompagna a un orchestra e un chitarrista che si crede Jimi Hendrix, mentre canta con fare ammiccante e sensuale “Vola via sulle ali del vento, verso le terre natie”. Roba che manco all’Eurofestival.

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Eugenia Sotnikova : “Улетай на крыльях ветра”

La seconda è uno dei tanti cloni para-triphop ldelle danze polovesiane, che coverizzano e integrano: base di soffice elettronica dance su canto di soprano, incollata sulla scena di un discreto fantasy russo del 2015 “On Drakon”.

Che dire? Premete festosamente il play e tuffatevi nel 1999. Videomusic. Baci Baci!

Il meme della discordia

by WM

Mi perdonerete l’atticismo e molte superficialità, ma il seguente post è scritto con l’urgenza di chi si vede circondato da persone in festa e cose da fare (per dire, già alla seconda parola digitata suonava il campanello del portone).

L’aition del post nasce da un meme, unica forma di umorismo moderno praticata dalle masse dopo la fine delle storielle anni ‘60/70, quelle piene di carabinieri, uomini che entrano in un caffè e Matto, Lo Prendo e Mi Butto. Il meme, come reiterazione idillica di momenti umoristici, pieni di twist e decontestualizzazioni, figli di un postmoderno che frulla cose serie e isole dei famosi, non mi ha mai particolarmente entusiasmato. Preferivo francamente il Fantasma Formaggino.

Ricevo questo meme con una domanda: è sessista?

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che noia… che barba…

A questo punto l’allerta “pericolo: discussioni sul femminismo!” va over 9000 (mi è bastata l’ultima volta che l’ho fatto sul blog) e il rischio sismico di “Sei un veteromaschilista e pure interista!” va oltre le varie scale Mercalli e Richter. Spoiler della risposta: no, non è una vignetta sessista, ma è degna comunque di analisi sine ira et studio.

– La situazione è quella iconica di Casa Vianello: lei “che noia che barba”, lui immerso in considerazioni che esulano dal contesto.

– Il meccanismo comico consiste nello scarto fra i meditabondi cogitata dei protagonisti.

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“Ma il libro perduto della Poetica di Aristotele lo troveremo mai?”

– La ragazza non esprime, come sospettato dalla mia amica, pensieri frivoli in opposizione ai pensieri culturalmente elaborati del compagno, né fa la figura della gallina di fronte all’aquila; la ragazza è inserita in un contesto di, direbbe Sterne, “discorsi da letto”, in cui la noia del momento si traduce nel ritirarsi ognuno nel proprio io e pensare. La ragazza, quindi, elabora alcune veloci riflessioni adeguate al contesto e alla situazione (mancanza di dialogo e di desiderio), mentre l’uomo si sofferma su un luogo comune degli studi virgiliani abbastanza abusato e neanche tanto interessante.

– Lo scarto fra un personaggio, che vive il contesto, e l’altro, che va invece in tutt’altra direzione, determina l’ “avvertimento del contrario”, il comico.

A chi è rivolto il meme? A un fruitore con studi liceali o filologici, una presa in giro (postmoderna e a me poco gradita) del professorame e di una cultura letteraria avvertita come desueta e poco utile, gradita solo a gente strana e che con la realtà non ha alcun contatto, almeno secondo l’autore del meme. Oppure ai classicisti, uomini e donne, che sanno ridere di e su se stessi.

Riguardo alla buona amica (avrete capito che è la nostra Flavia di Reload), ricordo che è il contenuto ideologico dello scrivente o dello spettatore a influenzare le letture, come il monaco che nel suo codice copiava “Satanas” al posto di “Atanas”, vivendo in un’epoca in cui la puzza di zolfo del demonio la si avvertiva a ogni angolo. In quest’epoca della “presidenta” e dell’ “assessora”, dove il femminismo ha perduto la sua forza propositiva e progressiva (penso, chessò, alle Suffragette) e si perde nelle minuzie grammaticali o nel pretendere che Biancaneve non attenda il Principe delle favole, il meme suddetto diventa manifesto del patriarcato, mentre è una battuta per liceali del triennio.

Ps. Se non vedrete altri post di Flavia, temo che capirete da soli il perché. Fuori i secondi…

Raffica di Febbraio ’18 ovverosia i fiori non colti

febbraio 12, 2018 Lascia un commento

by WM

Rev Rev Rev, “Des fleurs magiques bourdonnaient” (2016)

revrevrevDetto in soldoni, stiamo qui parlando di una band di qualità, qualsiasi cosa voglia dire, di un combo di musicisti rispettato anche all’estero, di un disco ben riuscito e ben suonato.

A questo punto di solito scatterebbe l’avversativo “tuttavia”, ma stavolta no, perché chi ascolta dovrebbe perlomeno conoscere la grammatica delle cose udite per capire e apprezzare, avere un retroterra da cui partire per non cadere nel facile impressionismo; putroppo non ci inviano mai del buon prog, rari i dischi di psichedelia, e quando arrivano i dischi targati “folk” ci ritiriamo nel guscio, constatando ancora una volta la morte della canzone popolare.

Insomma, per cogliere la presente bellezza dell’album, ne dovremmo cogliere il sentimento di oscuro abbandono, senza farsi distrarre da brevi interludi sonici e dal finalequasi velvettiano: dovremmo avere alle spalle una educazione sonora molto più wave per amare in pieno canzoni che scorrono uguali e cariche come un fiume costante, mentre noi ci aspettiamo che, almeno ogni tanto, una carpa giapponese increspi guizzando la superficie, lasciando così una scia di colore sull’uniforme azzurro dell’acqua.

Ci documenteremo per il futuro.

https://www.facebook.com/revrevrev.band/

 

MDGA, “The Album” (2017)

recensione-MDGAHip Hop, Rap, un chicco di crossover, testi in perlopiù in italiano, testi impegnati contro la modernità disumanizzante, ecologici ed ecosostenibili: mescolare bene, servire caldo.

La ricetta dei MDGA è semplice ed efficace: melodie minimali, efficacia ritmica e un po’ di ritmi in levare, che fa tanto Jamaica, crossover da palco per far ballare insieme gruppo e pubblico.
Quel che rilevo è che il messaggio prevale sulla musica, l’intento morale sul progetto musicale, ancora passibile di evoluzione, di perfezionamento; andranno bene per i circoli Arci, ma per farsi ascoltare in contesti meno politicamente educati, ma serve più cattiveria e meno politezza ideologica, o il rischio è cadere nel “patchanka” che tutto ingoia e nulla salva, peggio dei buchi neri che ingoiano stelle. Piacerà, perché è un moralismo liberal che ha presa, definisce un orizzonte non scoprendone di nuovi.

Da segnalare i pezzi “La mia generazione” e “A sud di ogni cosa”. Attendiamo nuove prove.

https://www.facebook.com/mdgaband/

 

Date at Midnight, “Songs to Fall and Forget” (2017)

date-at-midnightIl Wave, il sentimento dark di oltre-melancolia, malinconia che si arrovella intorno alle ragioni della propria ossessione, coltivata quasi con tenerezza e senza alcuna voglia di uscirvi (come Petrarca che nel “Secretum” si autoaccusa di accidia, ma si guarda bene di cedere le armi alla ragione) ha fatto radici talmente profonde che, da Ian Curtis in poi, ce lo siamo ritrovati sbucare dappertutto.

L’acqua sa la sua strada, mi disse un architetto: dal soffitto delle case e delle cose, questa strisciante allegra autodistruzione ce la siamo ritrovata in ogni branca della cultura popolare, anche negli anime (avete presente la vuotezza emozionale di Evangelion?) e nei telefilm (13 era intrisa di Joy Division), e nella musica ha allignato fino a diventare sistema.

La mia distanza tra la Wave e me non è mai stata estetica, e spesso ne ho abbracciato le sensazioni, ma filosofica, perché cedere al Lato Oscuro presuppone una missione, un rintracciare un senso, una metafisica, seppur del nulla. A differenza della psichedelia, che si immerge in una segreta e solipsistica autoinchiesta, il Wave ti chiama per partire per Mordor, quindi niente seconda colazione e troll ad ogni angolo.

Se avete voglia di lasciare le pantofole e abbracciare la tristezza amica della mia malinconia (cit.), niente di meglio che abbandonarsi al basso e al canto dei Date at Midnight, che plasmano un album lungo e in minore, una cavalcata fra le sensazioni e le angosce immanenti che diventano ground narrativo e musicale per una band dal suono tondo e sofisticato, meritevoli per capacità compositiva e compattezza del suono.

Le canzoni si susseguono con un sottile filo di richiamo a quegli anni (gli ‘80) in cui si intrecciarono i rimasugli del punk, esploso e subito estinto, con l’urgenza del suono e del racconto, nel tentativo (utopico?) di riproporre lo stesso tessuto di canto e suono che emozionò i più e segnò l’evoluzione del post-punk. Un certo manierismo non macchia più di tanto un disco altrimenti impeccabile, sin dalla joydivisionissima “Cold Modern World”, fino a “To fall and forget”, apice dell’opera, fruibile anche dalle anime belle che ripudiano il Lato Oscuro.

Mea culpa: il disco è riemerso dalle mie playlist troppo tardi per fare promozione. Spero che queste parole siano giusto risarcimento a una band che sa dire la sua.

https://www.facebook.com/dateatmidnightband/