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Archive for the ‘Uncategorized’ Category

Video-rece: Cristina D’Avena, “Duets” (2017)

di Chiara Carla Napoletano

Affidiamo alla bravissima youtuber Chiara Carla il compito di inaugurare il filone delle videorecensioni anche su Out. Premiamo play con entusiasmo e ci affidiamo alla bella narrazione della nostra. già ascoltata in un paio di nostre playlist.

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Vivere nel sottomarino

novembre 30, 2017 Lascia un commento

by WM

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Prepariamoci all’immersione!

Sapete come si vive in un sottomarino? Io no.

Oddio: film sulla Seconde Guerra Mondiale ne ho visti a iosa e ricordo lo stralunato Jack Lemmon e l’impassibile Cary Grant lanciare siluri e dividere camerette con letti a castello, camminando bassi per non beccarsi una tubatura in testa o il cannocchiale del periscopio. Erano film sognanti, i film di un allegro vincitore, che mostrava come il valore dei marines sopperisse spesso alle mancanze di una flotta già massacrata a Pearl Harbour, ma che non si arrendeva, con l’ottimismo dei sorrisi-colgate di attori che mai dimenticherò.

Tuttavia, non mi sognerei mai di dire, nemmeno per informazioni de relato, che so come si viva in un sottomarino.

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Agli ordini, comànte!

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Ecco. Il sottomarino sgangherato mi vien spesso come metafora per quel mondo che vivo dall’interno, che tutti dicono di conoscere, ma di cui solo chi sta dentro alle sue viscere conosce più o meno bene. Questo mondo resta sommerso la mattina, inghiottendo dentro le sue fauci milioni di giovani vittime, risputandole fuori il pomeriggio con le loro cartellette e i risvoltini nel freddo polare. Al suo interno, mura scrostate sostituiscono i corridoi metallici, la presidenza la cabina di comando e la portineria il periscopio: non ho ancora capito cosa siano i siluri, forse perché non ne abbiamo.

Come nei film americani, ogni tanto si rientra in porto, entrano elementi estranei (un’ispezione, nuovi membri dell’equipaggio) che si guardano intorno senza quei bei sorrisi patriottici o l’inimitabile sorriso di Cary Grant, con un velo di compatimento e ansia in volto. La voce popolare raccoglie cospicui lamenti di chi non ne può più di questa rotta inconcludente fra Genova e New York, invoca riforme e lo smantellamento di questa carcassa arrugginita; almeno nel film del “Sottomarino Rosa” si dava una sverniciata e via a combattere i giapponesi… ma qui no, i giapponesi da far estinguere stanno dentro il sottomarino.

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– Oh, ma crolla il soffitto! – Il provveditorato ha mandato i soldi solo per il corso di zumba…

Allora li prendi per fame, gli prometti gli spiccioli, gli avveleni i pozzi e metti tutti i marinai al livello dei topi che scappano prima della tempesta. E tutti applaudiranno, perché la grigia esistenza di costoro merita un’eutanasia pubblica e spietata, ci scriveranno tomi su tomi e si lamenteranno se costoro smetteranno di fare le badanti dei loro preziosi pargoli.

Ma mentre il sottomarino imbarca acqua, c’è qualcuno che almeno prova a svuotarne i corridoi coi secchi, a tappare falle con lo scotch, perché domani è un’altra giornata dove provare a creare qualcosa mentre i siluri altrui vengono intercettati dal sonar, sempre più vicini, sempre più numerosi.

E non so quando dureranno le riserve di ossigeno, ma ci piacerebbe affondare almeno con una divisa linda e fischiettando sul ponte “Amazing Grace”.

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Oh Capitano, mio Capitano

Recensione+intervista: Giancarlo Frigieri, “La prima cosa che ti viene in mente” (2017)

novembre 22, 2017 Lascia un commento

by WM

 

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Il cantautorato barboso e barbone mi aveva da tempo allontanato da quei cantori dell’ovvio che mi avevano accompagnato come rumori di fondo della giovinezza, dai quali fuggivo a colpi di Vivaldi e progressive rock; deterioratisi i giganti, finiti nell’umido i vari Dalla, De Gregori e compagnia piacevolmente cantante, avevo riparato le orecchie dai vari Ron, Carboni, Baccini, perché erano perfetto specchio della musica di quegli anni lievi che ora i fan di Stranger Things idolatrano senza averli mai vissuti.

E non puoi prendertela con lo specchio, non ha colpa lo specchio: al limite puoi evitare di guardarci dentro, ma è sempre un po’ un perdersi qualcosa.

Dal sonno dogmatico mi hanno risvegliato i nuovi cantori del meno ovvio, quelli “nuovi”, verso i quali mi ha mosso questo senso di perdita della parola, un vuoto da riempire.

Essi ormai non hanno il sostegno delle classifiche e delle radio, non hanno le major alle spalle e vendono pochissimo, cosicché devono smazzarsi un enorme lavoro di date live per promuoversi e sfondare il muro di indifferenza di un pubblico spesso annoiato anche nei circuiti di nicchia.

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Seguo Frigieri, annusandolo da lontano, dal suo LP del 2012, che ho ascoltato moltissimo pur avendone parlato poco: non che mi manchi la chiacchiera, ma il lavoro era esaustivo, autoesplicativo, un ritratto sghembo e malinconicamente poetico del decennio che ci apprestavamo a vivere (chi volesse approfondire, QUI la recensione, ma conviene andare a recuperare direttamente il disco, e magari comprarselo: sosteniamo i musicisti).

Dopo varie tappe, arriviamo a un ottavo album, inciso tra quattro mura per ritrovare intimità con le parole (abbiamo pure gli outtakes ne “I giorni che no”, che gustiamo in due versioni dirette e suadenti); esso prosegue il percorso precedente con alcune novità evidenti: le parole, spesso giocate su un coinvolgente “tu” poetico, si fanno più velate, richiedono di essere esplorate, vogliono essere meno didascaliche e più rivelatrici (anche quando si parla quietamente d’amore, come in “Vela”, pezzo stratificato e semplice, ma non semplicistico I love you).

Meno facilità d’uso: Frigieri è, come lessi tempo fa, uno che comincia con cinque spettatori e finisce con cinquanta attenti ascoltatori: il vestito è pop, cantabile, con sporadici inserti rock (“Sei Tu”) ed etnici (“Triveneta”, con richiami all’Africa che ricordano gli scozzesi Mouth Music). I testi non si schiodano da un tono medio ed elegiaco, come nella tradizione di quelli bravi, che sono però veicolo di cortocircuiti sorprendenti, espandendosi in molte direzioni, avendo abbandonato il ritratto d’ambiente (ricordo la splendida “La Polisportiva”) e puntando all’espressione dell’io lirico, e l’io non può che parlare di sé con speranza e sottile angoscia, affidandosi dylaniamente a sei corde e un’armonica.

Tre domande tre a Giancarlo Frigieri

– Mi pare che in questo suo nuovo album i testi siano, come dire…, diversi, più intimi. Dipende da come è stato registrato? E’ un cambio di direzione o nascono come sempre dal ritratto del mondo che la circonda?

I testi sono più intimi, in linea di massima. E’ vero. E’ una scelta. Direi che, principalmente, sia accaduto che ho cercato di avere un punto di vista del mondo diverso dal solito. Anche quando ci sono delle canzoni che parlano di temi decisamente più globali, come “Triveneta” o “La prima cosa che ti viene in mente” ho scelto di utilizzare l’immedesimazione e di cantare senza giudizi, anche se poi ovviamente i giudizi un poco traspaiono. Ma ho cercato di asciugarli e di andare all’essenza delle cose.

– Cantautore? Una vecchia etichetta di cui disfarsi o una parola che conserva un senso?

Io dico sempre che sono uno che suona la chitarra e canta. Dovrei aggiungere che mi scrivo anche le canzoni. Quindi, per dirla in una parola sola, sono un cantautore. E’ un termine comodissimo, agile e versatile. Io lo uso senza vergogna, se poi qualcuno si vergogna di usare questa parola qui perché ha un’accezione negativa nel suo immaginario, il problema è tutto suo.

– C’è un disco, un libro, un film che i suoi ascoltatori dovrebbero conoscere meglio per entrare nel mondo delle sue canzoni, per capire meglio il Frigieri artista?

Un libro: “Democrazia, cosa può fare uno scrittore?” di Luca Rastello e Antonio Pascale.
Un disco: “The velvet underground & Nico”.
Un film: “Amici miei” o “Taxi Driver”. O entrambi.

Rrröööaaarrr: Angel Witch

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Gli Angel Witch, sono una band di Heavy Metal inglese, si formano a Birmingham in Inghilterra nel 1977. Inizialmente con il nome di Lucifer, ed era composta dal chitarrista e cantante Kevin Heybourne, il chitarrista Rob Downing, il batterista Steve Jones, e il bassista Barry Clements.

La prima canzone degli Angel Witch ad ottenere il successo è ‘Baphomet’, che sarà inclusa nella celebre compilation “Metal for Muthas I”. Questa canzone conferma alla band una certa notorietà, tanto che la stessa EMI offre un contratto al giovane band. Nei primi mesi del 1980 esce il primo singolo “Sweet Danger”. È un flop commerciale spingendo così la EMI a rescindere il contratto.

Nel 1980, la Bronze Records mette sotto contratto la band e nello stesso anno esce album di debutto ‘Angel Witch’. Contiene una miscela musicale fatta di schitarrate libere, ma già sufficientemente tecniche, vocals clean e precise, riffs semplici ed efficaci, che odoravano di corse all’aria aperta e libertà, galoppate e cori ad effetto (vero trademark degli Angel Witch), arpeggi, soli incrociati ed armonizzati , drumming quadrato e senza fronzoli, il tutto apprezzabile specialmente in pezzi quali AngelWitch, Sorcerers, Gorgon, Angel of death e Devil Tower.

Questo album è considerato una vera pietra miliare del genere. Ma dopo l’uscita dell’album, la band si sfascia! Ma prima di sciogliersi definitivamente riescono a immettere sul mercato l’EP “Loser”. Nel 1982 gli Angel Witch vengono resuscitati da Heybourne che ingaggia il cantante Roger Mardsen ed il batterista Ricky Bruce dei Deep Machine, e chiama Jerry Cunningham a suonare il basso. Questa nuova formazione dura poco, in quanto lo stile vocale di Mardsen mal si addice al suono degli Angel Witch. Vista le penuria di vocalist idonei al sound Angel Witch è lo stesso Heybourne a ricoprire il ruolo del cantante. Divenendo così un trio. Nel 1985 esce il secondo album della band, “Screamin’ N’ Bleedin”. Lavoro se valutato con i criteri di oggi potrebbe apparire un tantino semplice, banale, privo di guizzi significativi, ma al tempo era una valida alternativa tra le tante pubblicazioni di band inglesi che, magari, si limitavano ad una mera imitazione degli Iron Maiden. Considerata anche la produzione non eccellente, il platter resta apprezzabile. Ancora una volta, l’instabilità della band non tarda a manifestarsi: prima della registrazione del terzo album “Frontal Assault” datato 1986. Frontal Assault è un lavoro ordinario molto inferiore al già deludente Screamin´N´Bleedin’. Il problema di fondo è sempre lo stesso perché, per quanti sforzi si facciano, si finisce sempre per paragonarli ad Angel Witch, il debutto, svilendo in tal modo anche quegli esigui aspetti positivi che si riscontrano nell’ascolto di Screamin’ N’ Bleedin e di Frontal Assault. Gli Angel Witch, purtroppo, non seppero cogliere l’attimo nel momento in cui la buona sorte gli arrideva: è questa é, la loro maggiore colpa.
Dopo anni di scioglimenti e vagabondaggi tra Stati Uniti ed Inghilterra con “As Above, So Below”, il quarto album in studio, del 2011, gli Angel Witch ritrovano la strada di casa, quella che un tempo li aveva già visti primeggiare, ma che non li aveva mai portati al meritato successo; ora i nostri hanno saputo inglobare nuove risorse, come un fiume maestro che si sazia dei suoi affluenti, ma hanno impiegato troppo tempo per risalire la corrente e rendersi ancora più forti di prima. Lo spirito della NWOBHM rivive in As Above, So Below, ma sa farlo con la consapevolezza di un epoca dominata dal fascino arcano di un tempo oramai non più così lontano. Volendo risalire alle radici essenziali della NWOBHM, alla fine credo che sarebbero tutto sommato pochi i nomi che potrebbero a pieno titolo essere inclusi nel novero di quelli relativi ai padri fondatori del genere.

Press Play on Tape 21: The Falls

Guidati da Amantinustra e Ilenia Volpe (per cui di solito ci vuole il parental control, ma stavolta no!), andiamo alla scoperta di una deliziosa band indipendente (dagli indipendenti) chiamata The Falls. Aurora, la batterista, ci sopporta per una mezzoretta di musica, risate e massimi sistemi (splendidi racconti al PignetoCaffè, Via del Pigneto 15 manonèpubblicità!).

CLICCA QUI PER ASCOLTARE

Scaletta

-Superman
-Just to make it clear
-Run away

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Rrröööaaarrr: Diamond Head

by DOOM

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I Diamond Head si formarono nel 1976 a Stourbridge in Inghilterra, inserendosi assieme a Iron Maiden, Saxon, Angelwitch e tanti altri, nel filone del nascente metal inglese, denominato “New Wave Of British Heavy Metal”, inaugurato da Judas Priest e Rainbow. I DH erano però tra coloro che si rifacevano più all’hard-rock di Deep Purple e Led Zeppelin che agli eccessi di Judas Priest e Rainbow. Tra il 1977 e il 1979 pubblicano due demo autoprodotte che garantiscono alla band concerti di spalla a AC/DC ed Iron Maiden.

Tra le etichette discografiche comincia una lotta per assicurarsi la band, ma nessuna di loro arriva fino in fondo, così la band decide di cominciare a pubblicare i propri lavori attraverso la propria etichetta, la Happy Face Records. Nel 1980 i DH riescono a far uscire il debut album, intitolato Lightning to the Nations, in realtà il disco non ebbe ufficialmente un titolo e solo successivamente fu adottato il nome “Lightning to the Nations” mentre la copertina dell’album è completamente bianca e senza lista tracce, con in copertina solamente la firma di uno dei componenti, e inizialmente furono stampate solamente mille copie, vendute esclusivamente ai concerti o tramite mailorder al prezzo di 3,50 sterline. L’album fu nuovamente distribuito in altre mille copie, questa volta contenenti la tracklist, successivamente fu la Woolfe Records a ripubblicarlo con in copertina il disegno della Terra infuocata. Nel 2001 la Sanctuary Records lo ripubblicò per l’ennesima volta. Questo lavoro come il primo degli Iron Maiden, viene considerato uno dei dieci album più importanti della musica metal, perché i DH sono riusciti nella non facile impresa di scrivere 7 canzoni formidabili una dietro l’altra e di farlo nel pentagramma di quel metal che stava inventandosi.

Il successo del primo album porta la band a firmare il primo contratto con la MCA Records nel 1981, per la quale pubblicano l’EP Four Cuts, contenente classici come “Call Me” e “Dead Reckoning”. Il primo album per la nuova etichetta è Borrowed Time, che raggiunge la 24ª posizione della classifica inglese e permette alla band di imbarcarsi in un tour nelle arene inglesi. Il successo però fu breve a causa delle sperimentazioni di Canterbury. Uscito nel 1983, l’album sterza verso ambiti progressive, male accolti dai fans. Nello stesso anno la band apre il Monsters of Rock e comincia a lavorare al quarto album, intitolato “Flight East”. Il gruppo però viene scaricato dalla MCA, e Tatler ed Harris (i membri fondatori) decidono di lasciare a causa del negativo giudizio verso la scena metal che stava nascendo e verso bands come Metallica e Slayer. La band quindi si sciolse per la prima volta nel 1985.

L’aumento di popolarità dei Metallica e il loro continuo menzionare i Diamond Head come una delle più grandi influenze li fece tornare alla ribalta e portò alla ristampa del catalogo della band. Inevitabilmente nel 1991 Tatler e Harris riformarono il gruppo. La band pubblica anche un nuovo EP intitolato Rising Up, contenente le canzoni “Wild on the Streets” e “I can’t help myself”, reperibile solamente ai concerti o presso negozi specializzati. Due anni dopo il gruppo rilascia Death & Progress, con le collaborazioni di Tony Iommi dei Black Sabbath e di Dave Mustaine dei Megadeth. Comunque, la riunione fu di breve durata, e finì con la pubblicazione dell’album. Nel 1994 il gruppo si sciolse nuovamente per poi riformarsi sei anni più tardi. Nel 2000 Harris e Tatler tornano di nuovo insieme dopo una serie di concerti pubblicano nel 2005 All Will Be Revealed, con un cambio radicale nel sound rispetto ai loro primi album. Nel 2007 la Cargo Records ha pubblicato il sesto album What’s in Your Head? mentre nel 2016 la Dissonance Productions pubblica il settimo album intitolato semplicemente Diamond Head.

I Diamond Head sono più un caso antropologico che musicale. Nessun altro nella storia del rock è riuscito a essere così influente con una produzione tanto esigua ma anche grazie alla popolarità dei Metallica ch’è stata per i Diamond Head una vera e propria manna dal cielo. Nel 1998 i Metallica inserirono nel loro album di cover Garage Inc. ben 4 brani dei Diamond Head: It’s Electric, Helpless, The Prince e Am I Evil?.

Reload: Lavia, “Se vuoi essere moderno leggi i classici”

settembre 1, 2017 Lascia un commento

Lunedì 7 agosto Gabriele Lavia è stato ospite del Caffè della Versiliana per presentare il suo libro: “Se vuoi essere contemporaneo leggi i classici”. Ecco il report della nostra Flavia.

di Flavia Guidi

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Gabriele Lavia sono un nome e cognome che dicono sempre qualcosa. L’attore e regista ha raccontato di come è nato il libro: “Alcune signore sono venute da me chiedendo di scrivere un libro sui classici dal titolo Se vuoi essere moderno leggi i classici. Per me se vuoi essere moderno non devi leggere i classici, o meglio, non leggere”. Lavia continua dicendo che non facciamo caso al fatto che quando si parla di tempo si pensa al passato come a qualcosa che ci sta alle spalle, mentre “noi di fronte abbiamo solo il passato, ed è solo il passato che dovremmo guardare. Il futuro ci sorprende alle spalle solo se noi abbiamo la capacità di guardare coraggiosamente il passato”. Possiamo così, attraverso ciò che ci precede, prevedere quello che può essere davanti a noi. Solo il passato è contemporaneo, ed è per questo che Gabriele Lavia ha deciso di sostituire per il titolo del suo libro moderno con contemporaneo.
La contemporaneità dei classici è la pienezza del tempo: “Rendiamo contemporanea l’Iliade solo perché la si legge…Ma a che cosa serve? Noi ci rispecchiamo, siamo riflessi da quella storia e da quel personaggio, anche se non c’è nulla nella storia, per esempio, di Edipo che assomigli alla nostra vita”. Lavia passa così a un altro concetto, quello della sostanzialità della presenza di due poli: interprete e spettatore, autore e lettore.
Il conduttore della serata, Marco Ventura, ricorda poi che il libro di Gabriele Lavia si apre con l’inizio della Repubblica di Platone: “Ieri scesi al Pireo”. Per il regista questo incipit è il denominatore comune di tutte le grandi opere d’arte. La caduta, la catarsi (dal verbo greco katàiro, scendere, dal significato simile al verbo usato da Platone: katabàino), è l’immagine che rappresenta profondamente il pensiero di Platone: il filosofo si precipita giù, al porto, nel luogo più violento. Così la catarsi non è il “sentirsi più buoni”, ma il cadere dello spettatore così come cade il personaggio. Lavia accosta Edipo al protagonista dostoevskijano di Memorie dal sottosuolo, al Dante della Commedia e a Pinocchio. Gabriele Lavia, dicendo di essere un esperto di cartoni animati perché da ragazzo voleva disegnare per l’animazione, racconta come originariamente Pinocchio per Collodi doveva morire da burattino, impiccato. Gli editori, indignati, fecero sì che lo scrittore toscano concludesse il suo romanzo con il burattino che diventa un “bambino vero”: “Cosa ci può essere di peggio di impiccarsi per un burattino? Diventare uomo, condannato alla morte vera. Da burattino può solo rappresentare la morte. Pinocchio: che orrore! Diventa bambino!”.
Tornando a Edipo Lavia dice che il personaggio sofocleo rappresenta più di ogni altro la ricerca di sé, della verità: trovando la madre morta impiccata e non potendo quindi sapere da lei la verità egli decide di accecarsi. “La tragedia di Edipo non è esser figlio della sua sposa, ma il fatto che non sa. Se con gli occhi non posso sapere, l’unico modo per sapere è accecarmi”.
E legato al vedere è anche il teatro: la parola teatro significa “luogo dello sguardo”, sguardo che è possibile solo se presenti i due poli di cui Lavia aveva già parlato, lo spettatore e l’attore.
Gabriele Lavia ha chiuso l’intervista parlando di Moby Dick, romanzo a lui caro, che spiega molto bene quella caduta e quella ricerca di verità di cui aveva parlato prima. “La balena è la grande salvezza di Achab. Achab è tutto vestito di nero e ha un oggetto bianco, un osso di balena al posto della gamba. Alla fine egli è preso dentro ciò che lui ricerca, e questa balena bianca gli permette di andare sempre più giù, nel profondo…Eraclito diceva in un frammento «Per quante vie tu percorrerai nella tua vita, giù, sempre più nel profondo, mai arriverai alla tua anima, così profonda e ampia», utilizzando la parola greca bathùn, che significa sia profondo che vasto”. La vita dell’uomo è sprofondare, anche se non arriveremo mai al fondo.