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Archive for the ‘Uncategorized’ Category

Raffica di Febbraio ’18 ovverosia i fiori non colti

febbraio 12, 2018 Lascia un commento

by WM

Rev Rev Rev, “Des fleurs magiques bourdonnaient” (2016)

revrevrevDetto in soldoni, stiamo qui parlando di una band di qualità, qualsiasi cosa voglia dire, di un combo di musicisti rispettato anche all’estero, di un disco ben riuscito e ben suonato.

A questo punto di solito scatterebbe l’avversativo “tuttavia”, ma stavolta no, perché chi ascolta dovrebbe perlomeno conoscere la grammatica delle cose udite per capire e apprezzare, avere un retroterra da cui partire per non cadere nel facile impressionismo; putroppo non ci inviano mai del buon prog, rari i dischi di psichedelia, e quando arrivano i dischi targati “folk” ci ritiriamo nel guscio, constatando ancora una volta la morte della canzone popolare.

Insomma, per cogliere la presente bellezza dell’album, ne dovremmo cogliere il sentimento di oscuro abbandono, senza farsi distrarre da brevi interludi sonici e dal finalequasi velvettiano: dovremmo avere alle spalle una educazione sonora molto più wave per amare in pieno canzoni che scorrono uguali e cariche come un fiume costante, mentre noi ci aspettiamo che, almeno ogni tanto, una carpa giapponese increspi guizzando la superficie, lasciando così una scia di colore sull’uniforme azzurro dell’acqua.

Ci documenteremo per il futuro.

https://www.facebook.com/revrevrev.band/

 

MDGA, “The Album” (2017)

recensione-MDGAHip Hop, Rap, un chicco di crossover, testi in perlopiù in italiano, testi impegnati contro la modernità disumanizzante, ecologici ed ecosostenibili: mescolare bene, servire caldo.

La ricetta dei MDGA è semplice ed efficace: melodie minimali, efficacia ritmica e un po’ di ritmi in levare, che fa tanto Jamaica, crossover da palco per far ballare insieme gruppo e pubblico.
Quel che rilevo è che il messaggio prevale sulla musica, l’intento morale sul progetto musicale, ancora passibile di evoluzione, di perfezionamento; andranno bene per i circoli Arci, ma per farsi ascoltare in contesti meno politicamente educati, ma serve più cattiveria e meno politezza ideologica, o il rischio è cadere nel “patchanka” che tutto ingoia e nulla salva, peggio dei buchi neri che ingoiano stelle. Piacerà, perché è un moralismo liberal che ha presa, definisce un orizzonte non scoprendone di nuovi.

Da segnalare i pezzi “La mia generazione” e “A sud di ogni cosa”. Attendiamo nuove prove.

https://www.facebook.com/mdgaband/

 

Date at Midnight, “Songs to Fall and Forget” (2017)

date-at-midnightIl Wave, il sentimento dark di oltre-melancolia, malinconia che si arrovella intorno alle ragioni della propria ossessione, coltivata quasi con tenerezza e senza alcuna voglia di uscirvi (come Petrarca che nel “Secretum” si autoaccusa di accidia, ma si guarda bene di cedere le armi alla ragione) ha fatto radici talmente profonde che, da Ian Curtis in poi, ce lo siamo ritrovati sbucare dappertutto.

L’acqua sa la sua strada, mi disse un architetto: dal soffitto delle case e delle cose, questa strisciante allegra autodistruzione ce la siamo ritrovata in ogni branca della cultura popolare, anche negli anime (avete presente la vuotezza emozionale di Evangelion?) e nei telefilm (13 era intrisa di Joy Division), e nella musica ha allignato fino a diventare sistema.

La mia distanza tra la Wave e me non è mai stata estetica, e spesso ne ho abbracciato le sensazioni, ma filosofica, perché cedere al Lato Oscuro presuppone una missione, un rintracciare un senso, una metafisica, seppur del nulla. A differenza della psichedelia, che si immerge in una segreta e solipsistica autoinchiesta, il Wave ti chiama per partire per Mordor, quindi niente seconda colazione e troll ad ogni angolo.

Se avete voglia di lasciare le pantofole e abbracciare la tristezza amica della mia malinconia (cit.), niente di meglio che abbandonarsi al basso e al canto dei Date at Midnight, che plasmano un album lungo e in minore, una cavalcata fra le sensazioni e le angosce immanenti che diventano ground narrativo e musicale per una band dal suono tondo e sofisticato, meritevoli per capacità compositiva e compattezza del suono.

Le canzoni si susseguono con un sottile filo di richiamo a quegli anni (gli ‘80) in cui si intrecciarono i rimasugli del punk, esploso e subito estinto, con l’urgenza del suono e del racconto, nel tentativo (utopico?) di riproporre lo stesso tessuto di canto e suono che emozionò i più e segnò l’evoluzione del post-punk. Un certo manierismo non macchia più di tanto un disco altrimenti impeccabile, sin dalla joydivisionissima “Cold Modern World”, fino a “To fall and forget”, apice dell’opera, fruibile anche dalle anime belle che ripudiano il Lato Oscuro.

Mea culpa: il disco è riemerso dalle mie playlist troppo tardi per fare promozione. Spero che queste parole siano giusto risarcimento a una band che sa dire la sua.

https://www.facebook.com/dateatmidnightband/

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Bobby Soul and the Blind Bonobos, “Dodici Lanterne” (2017)

by WM

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Ho sempre seguito le avventure de rag. Debenedetti (ex dei Blindosbarra e anni di glorioso canto blues e funky) e gli ho dedicato volentieri lunghi ascolti e recensioni sempre più convinte, conscio tuttavia di non sapere una mazza di funk; ho ritenuto mio dovere, tramutatosi in piacere estatico, di recuperare i capolavori del genere in varie declinazioni, da James Brown a George Clinton, per prepararmi al nuovo disco dei Bonobi ciechi… e che mi combinano questi? Fanno un disco pop, di splendido pop, nel senso più nobile del termine, che si allarga dal lato della melodia e sconfina nel prog rock alla Delirium

‘tacci vostri…

Prog in che senso? Intanto è un concept album che propone un viaggio fra i dodici fari che uniscono Genova a Civitavecchia, un Gran Tour d’Italie che esplora umanità marginale, sentimenti che non fanno notizia, uno sguardo onirico e ironico sull’umanità che tanto ha creato e prodotto nei padri del Prog nostrano. Inoltre, si percepisce il desiderio di suonare sperimentando, allargando: non abbiamo, sia ben inteso, la frenesia ipertecnica dei New Trolls, ma quell’approccio elettroacustico che accompagna l’urgenza del racconto come per i citati Delirium o gli Osanna, che producevano splendido pop chiamandolo in altre maniere.

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Nei mondi sonori di “Dodici Lanterne” certe volte riemergono blues e funk, a volte la roots music americana (la dobro national di “La Torre di Controllo”, splendido stomp), a volte il pop si scioglie nel canto dei sentimenti (“Vera”), il tutto per comporre un mosaico arioso e bello da gustare anche nelle singole sue tessere.

Grazie, Ragioniere. WM APPROVED.

http://www.bobbysoul.com/

https://www.facebook.com/BobbiSoul/

Video-rece: Cristina D’Avena, “Duets” (2017)

di Chiara Carla Napoletano

Affidiamo alla bravissima youtuber Chiara Carla il compito di inaugurare il filone delle videorecensioni anche su Out. Premiamo play con entusiasmo e ci affidiamo alla bella narrazione della nostra. già ascoltata in un paio di nostre playlist.

Vivere nel sottomarino

novembre 30, 2017 Lascia un commento

by WM

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Prepariamoci all’immersione!

Sapete come si vive in un sottomarino? Io no.

Oddio: film sulla Seconde Guerra Mondiale ne ho visti a iosa e ricordo lo stralunato Jack Lemmon e l’impassibile Cary Grant lanciare siluri e dividere camerette con letti a castello, camminando bassi per non beccarsi una tubatura in testa o il cannocchiale del periscopio. Erano film sognanti, i film di un allegro vincitore, che mostrava come il valore dei marines sopperisse spesso alle mancanze di una flotta già massacrata a Pearl Harbour, ma che non si arrendeva, con l’ottimismo dei sorrisi-colgate di attori che mai dimenticherò.

Tuttavia, non mi sognerei mai di dire, nemmeno per informazioni de relato, che so come si viva in un sottomarino.

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Agli ordini, comànte!

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Ecco. Il sottomarino sgangherato mi vien spesso come metafora per quel mondo che vivo dall’interno, che tutti dicono di conoscere, ma di cui solo chi sta dentro alle sue viscere conosce più o meno bene. Questo mondo resta sommerso la mattina, inghiottendo dentro le sue fauci milioni di giovani vittime, risputandole fuori il pomeriggio con le loro cartellette e i risvoltini nel freddo polare. Al suo interno, mura scrostate sostituiscono i corridoi metallici, la presidenza la cabina di comando e la portineria il periscopio: non ho ancora capito cosa siano i siluri, forse perché non ne abbiamo.

Come nei film americani, ogni tanto si rientra in porto, entrano elementi estranei (un’ispezione, nuovi membri dell’equipaggio) che si guardano intorno senza quei bei sorrisi patriottici o l’inimitabile sorriso di Cary Grant, con un velo di compatimento e ansia in volto. La voce popolare raccoglie cospicui lamenti di chi non ne può più di questa rotta inconcludente fra Genova e New York, invoca riforme e lo smantellamento di questa carcassa arrugginita; almeno nel film del “Sottomarino Rosa” si dava una sverniciata e via a combattere i giapponesi… ma qui no, i giapponesi da far estinguere stanno dentro il sottomarino.

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– Oh, ma crolla il soffitto! – Il provveditorato ha mandato i soldi solo per il corso di zumba…

Allora li prendi per fame, gli prometti gli spiccioli, gli avveleni i pozzi e metti tutti i marinai al livello dei topi che scappano prima della tempesta. E tutti applaudiranno, perché la grigia esistenza di costoro merita un’eutanasia pubblica e spietata, ci scriveranno tomi su tomi e si lamenteranno se costoro smetteranno di fare le badanti dei loro preziosi pargoli.

Ma mentre il sottomarino imbarca acqua, c’è qualcuno che almeno prova a svuotarne i corridoi coi secchi, a tappare falle con lo scotch, perché domani è un’altra giornata dove provare a creare qualcosa mentre i siluri altrui vengono intercettati dal sonar, sempre più vicini, sempre più numerosi.

E non so quando dureranno le riserve di ossigeno, ma ci piacerebbe affondare almeno con una divisa linda e fischiettando sul ponte “Amazing Grace”.

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Oh Capitano, mio Capitano

Recensione+intervista: Giancarlo Frigieri, “La prima cosa che ti viene in mente” (2017)

novembre 22, 2017 Lascia un commento

by WM

 

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Il cantautorato barboso e barbone mi aveva da tempo allontanato da quei cantori dell’ovvio che mi avevano accompagnato come rumori di fondo della giovinezza, dai quali fuggivo a colpi di Vivaldi e progressive rock; deterioratisi i giganti, finiti nell’umido i vari Dalla, De Gregori e compagnia piacevolmente cantante, avevo riparato le orecchie dai vari Ron, Carboni, Baccini, perché erano perfetto specchio della musica di quegli anni lievi che ora i fan di Stranger Things idolatrano senza averli mai vissuti.

E non puoi prendertela con lo specchio, non ha colpa lo specchio: al limite puoi evitare di guardarci dentro, ma è sempre un po’ un perdersi qualcosa.

Dal sonno dogmatico mi hanno risvegliato i nuovi cantori del meno ovvio, quelli “nuovi”, verso i quali mi ha mosso questo senso di perdita della parola, un vuoto da riempire.

Essi ormai non hanno il sostegno delle classifiche e delle radio, non hanno le major alle spalle e vendono pochissimo, cosicché devono smazzarsi un enorme lavoro di date live per promuoversi e sfondare il muro di indifferenza di un pubblico spesso annoiato anche nei circuiti di nicchia.

Giancarlo Frigieri - foto 2

Seguo Frigieri, annusandolo da lontano, dal suo LP del 2012, che ho ascoltato moltissimo pur avendone parlato poco: non che mi manchi la chiacchiera, ma il lavoro era esaustivo, autoesplicativo, un ritratto sghembo e malinconicamente poetico del decennio che ci apprestavamo a vivere (chi volesse approfondire, QUI la recensione, ma conviene andare a recuperare direttamente il disco, e magari comprarselo: sosteniamo i musicisti).

Dopo varie tappe, arriviamo a un ottavo album, inciso tra quattro mura per ritrovare intimità con le parole (abbiamo pure gli outtakes ne “I giorni che no”, che gustiamo in due versioni dirette e suadenti); esso prosegue il percorso precedente con alcune novità evidenti: le parole, spesso giocate su un coinvolgente “tu” poetico, si fanno più velate, richiedono di essere esplorate, vogliono essere meno didascaliche e più rivelatrici (anche quando si parla quietamente d’amore, come in “Vela”, pezzo stratificato e semplice, ma non semplicistico I love you).

Meno facilità d’uso: Frigieri è, come lessi tempo fa, uno che comincia con cinque spettatori e finisce con cinquanta attenti ascoltatori: il vestito è pop, cantabile, con sporadici inserti rock (“Sei Tu”) ed etnici (“Triveneta”, con richiami all’Africa che ricordano gli scozzesi Mouth Music). I testi non si schiodano da un tono medio ed elegiaco, come nella tradizione di quelli bravi, che sono però veicolo di cortocircuiti sorprendenti, espandendosi in molte direzioni, avendo abbandonato il ritratto d’ambiente (ricordo la splendida “La Polisportiva”) e puntando all’espressione dell’io lirico, e l’io non può che parlare di sé con speranza e sottile angoscia, affidandosi dylaniamente a sei corde e un’armonica.

Tre domande tre a Giancarlo Frigieri

– Mi pare che in questo suo nuovo album i testi siano, come dire…, diversi, più intimi. Dipende da come è stato registrato? E’ un cambio di direzione o nascono come sempre dal ritratto del mondo che la circonda?

I testi sono più intimi, in linea di massima. E’ vero. E’ una scelta. Direi che, principalmente, sia accaduto che ho cercato di avere un punto di vista del mondo diverso dal solito. Anche quando ci sono delle canzoni che parlano di temi decisamente più globali, come “Triveneta” o “La prima cosa che ti viene in mente” ho scelto di utilizzare l’immedesimazione e di cantare senza giudizi, anche se poi ovviamente i giudizi un poco traspaiono. Ma ho cercato di asciugarli e di andare all’essenza delle cose.

– Cantautore? Una vecchia etichetta di cui disfarsi o una parola che conserva un senso?

Io dico sempre che sono uno che suona la chitarra e canta. Dovrei aggiungere che mi scrivo anche le canzoni. Quindi, per dirla in una parola sola, sono un cantautore. E’ un termine comodissimo, agile e versatile. Io lo uso senza vergogna, se poi qualcuno si vergogna di usare questa parola qui perché ha un’accezione negativa nel suo immaginario, il problema è tutto suo.

– C’è un disco, un libro, un film che i suoi ascoltatori dovrebbero conoscere meglio per entrare nel mondo delle sue canzoni, per capire meglio il Frigieri artista?

Un libro: “Democrazia, cosa può fare uno scrittore?” di Luca Rastello e Antonio Pascale.
Un disco: “The velvet underground & Nico”.
Un film: “Amici miei” o “Taxi Driver”. O entrambi.

Rrröööaaarrr: Angel Witch

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Gli Angel Witch, sono una band di Heavy Metal inglese, si formano a Birmingham in Inghilterra nel 1977. Inizialmente con il nome di Lucifer, ed era composta dal chitarrista e cantante Kevin Heybourne, il chitarrista Rob Downing, il batterista Steve Jones, e il bassista Barry Clements.

La prima canzone degli Angel Witch ad ottenere il successo è ‘Baphomet’, che sarà inclusa nella celebre compilation “Metal for Muthas I”. Questa canzone conferma alla band una certa notorietà, tanto che la stessa EMI offre un contratto al giovane band. Nei primi mesi del 1980 esce il primo singolo “Sweet Danger”. È un flop commerciale spingendo così la EMI a rescindere il contratto.

Nel 1980, la Bronze Records mette sotto contratto la band e nello stesso anno esce album di debutto ‘Angel Witch’. Contiene una miscela musicale fatta di schitarrate libere, ma già sufficientemente tecniche, vocals clean e precise, riffs semplici ed efficaci, che odoravano di corse all’aria aperta e libertà, galoppate e cori ad effetto (vero trademark degli Angel Witch), arpeggi, soli incrociati ed armonizzati , drumming quadrato e senza fronzoli, il tutto apprezzabile specialmente in pezzi quali AngelWitch, Sorcerers, Gorgon, Angel of death e Devil Tower.

Questo album è considerato una vera pietra miliare del genere. Ma dopo l’uscita dell’album, la band si sfascia! Ma prima di sciogliersi definitivamente riescono a immettere sul mercato l’EP “Loser”. Nel 1982 gli Angel Witch vengono resuscitati da Heybourne che ingaggia il cantante Roger Mardsen ed il batterista Ricky Bruce dei Deep Machine, e chiama Jerry Cunningham a suonare il basso. Questa nuova formazione dura poco, in quanto lo stile vocale di Mardsen mal si addice al suono degli Angel Witch. Vista le penuria di vocalist idonei al sound Angel Witch è lo stesso Heybourne a ricoprire il ruolo del cantante. Divenendo così un trio. Nel 1985 esce il secondo album della band, “Screamin’ N’ Bleedin”. Lavoro se valutato con i criteri di oggi potrebbe apparire un tantino semplice, banale, privo di guizzi significativi, ma al tempo era una valida alternativa tra le tante pubblicazioni di band inglesi che, magari, si limitavano ad una mera imitazione degli Iron Maiden. Considerata anche la produzione non eccellente, il platter resta apprezzabile. Ancora una volta, l’instabilità della band non tarda a manifestarsi: prima della registrazione del terzo album “Frontal Assault” datato 1986. Frontal Assault è un lavoro ordinario molto inferiore al già deludente Screamin´N´Bleedin’. Il problema di fondo è sempre lo stesso perché, per quanti sforzi si facciano, si finisce sempre per paragonarli ad Angel Witch, il debutto, svilendo in tal modo anche quegli esigui aspetti positivi che si riscontrano nell’ascolto di Screamin’ N’ Bleedin e di Frontal Assault. Gli Angel Witch, purtroppo, non seppero cogliere l’attimo nel momento in cui la buona sorte gli arrideva: è questa é, la loro maggiore colpa.
Dopo anni di scioglimenti e vagabondaggi tra Stati Uniti ed Inghilterra con “As Above, So Below”, il quarto album in studio, del 2011, gli Angel Witch ritrovano la strada di casa, quella che un tempo li aveva già visti primeggiare, ma che non li aveva mai portati al meritato successo; ora i nostri hanno saputo inglobare nuove risorse, come un fiume maestro che si sazia dei suoi affluenti, ma hanno impiegato troppo tempo per risalire la corrente e rendersi ancora più forti di prima. Lo spirito della NWOBHM rivive in As Above, So Below, ma sa farlo con la consapevolezza di un epoca dominata dal fascino arcano di un tempo oramai non più così lontano. Volendo risalire alle radici essenziali della NWOBHM, alla fine credo che sarebbero tutto sommato pochi i nomi che potrebbero a pieno titolo essere inclusi nel novero di quelli relativi ai padri fondatori del genere.

Press Play on Tape 21: The Falls

Guidati da Amantinustra e Ilenia Volpe (per cui di solito ci vuole il parental control, ma stavolta no!), andiamo alla scoperta di una deliziosa band indipendente (dagli indipendenti) chiamata The Falls. Aurora, la batterista, ci sopporta per una mezzoretta di musica, risate e massimi sistemi (splendidi racconti al PignetoCaffè, Via del Pigneto 15 manonèpubblicità!).

CLICCA QUI PER ASCOLTARE

Scaletta

-Superman
-Just to make it clear
-Run away

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