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Recensione: “Sei Personaggi in cerca d’Autore”, Teatro dei Naviganti, Messina (5-9 maggio ’19)

by WM

(Fotografie di Morgan Maugeri)

Posso solo immaginare, anzi… nemmeno me lo immagino come mi sentirei se arrivasse uno a dirmi che per fare l’insegnante dovrò negare tutto quello in cui ho creduto e che quel che ho imparato sul fare questo mestiere è solo una convenzione, un contratto fra chi fa finta di lavorare e chi di studiare. Vorrei vedere se l’infame di cui sopra mi supplicasse o mi costringesse (magari è il provveditore o il ministro) a dire cose che mi contraddicono, mi oscurano e angosciano come professionista e come uomo. Darei di matto.

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Mi imbatto in uno splendido spettacolo ai “Magazzini del Sale” di Messina, dato da una compagnia che è un sapiente mix di attori esperti e giovani promesse, guidata da Domenico Cucinotta, e decido di andarmi a vedere questi “Sei Personaggi in cerca d’Autore” mosso dalla sottile angoscia di cui sopra.

Il teatro di Pirandello, quello maturo e metateatrale, è genericamente visto come la rivoluzione della “quarta parete” infranta nel teatro che parla di se stesso, ma è solo il momento finale della parabola letteraria di chi prima ha smascherato la vita come gioco di apparenze (penso alle prime novelle siciliane di “Novelle per un Anno”, verghiane come sapore, ma distanti dalla pretesa di analizzare il vero), poi ha frantumato l’io individuale, un vestito da dismettere e poi rimettersi alla bisogna (“Il fu Mattia Pascal”) o da abbandonare perché soffocante (per finire senza nome in “Uno, Nessuno, Centomila”) e approdare alla follia e/o alla metafisica.

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I “Sei personaggi” non sono un’operazione provocatoria come il teatro futurista (le maschere elettriche di Petrolini o Marinetti che al teatro metteva il mastice sui sedili degli spettatori) ma scomoda constatazione che il teatro ha superato ogni limite, ha preteso di essere vita per poi cadere in un formalismo vuoto e meccanico, atto di autoaccusa che rasenta il nichilismo, lo blandisce teneramente.

Come fa un attore, una compagnia teatrale ad accettare una sfida del genere, che riduce il contratto fra spettatore ed attore a un vuoto di senso? La Masterclass del Teatro dei Naviganti decide di rendere la mimesi della mimesi una girandola, in cui gli attori ruotano, scambiandosi ruoli e vestiti, per comunicarci che ogni finzione è palese, ogni artificio è sventrato, come i tubi a vista del Centre Pompidou. I Naviganti tolgono la pelle al teatro e ci invitano a guardare un perfetto manichino in forma umana, con tutti i nervi a vista e le vene pulsanti, in cui la vita pulsa in personaggi che vagano in cerca di un Autore, immaginari fantasmi, e non nella Compagnia che non sa che dir loro “ma lei non sa chi sono io!”. La finzione è più umana e viva di chi finge la finzione: non c’è un ribaltamento, ma una parola Fine.

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La sfida a Pirandello è potente e disperata, e ci accompagna fino al dramma finale in cui muore l’innocenza di due bambini, muti perché ormai pure apparenze di vita, e in cui il Padre, faccia a faccia al capocomico, sibila “Ma tu chi sei?!?”. Lo spettacolo non ci appaga nella ferocia, tragedia senza catarsi, né consolazione, ma continua ad attirarci, dato che continuiamo a guardare con gioia il teatro di Pirandello perché gli attori osano ancora avvicinarsi a lui (e ne siamo lieti), col rischio però di venirne divorati.

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Puppies 04 – A present for Bau

by WM + Herly

Qual è l’origine del pulcino petulante? Lo scopriremo nell’ultimo fumetto delle avventure di Pio e Bau. Enjoy!

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Crazy Diamonds: Genesis, “Say it’s alright Joe” (1978)

by WM

Difficile rimanere in tre dopo che si era stati una truppa d’assalto; i Genesis del 1978 perdono pezzi e si staccano dal morente prog per quello che ai fans pare tutt’oggi un suicidio artistico di dimensioni bibliche. L’aria era cambiata, il prog non tirava e i gruppi virano verso altre direzioni e progetti, dato che il nascente punk spazza quella che, a torto o a ragione, viene vista come la vecchia musica della conservazione, roba da borghesotti.

I Genesis non hanno mai negato le loro origini agiate e lontane dal linguaggio dei proletari, infarciti anzi di poesia colta, cinema e avanguardia, e anche nella loro virata pop tirano fuori testi con un loro perché, da recuperare e apprezzare, anche se album come “Trespass” non ne faranno mai più. Da “…And then there were three” (citazione dai “dieci piccoli indiani” di Agatha Christie, roba da siùri!) tirano una malinconica e tristissima ballata di un uomo davanti a un bicchiere che parla a un barista che, probabilmente, lustra bicchieri indifferente mentre lui prefigura la propria tomba (un castello senza entrate, né uscite), gli chiede una canzone come Bogart a Sam in Casablanca, lui brava ape indaffarata che ha sempre fatto il suo dovere senza ricevere un briciolo d’amore, colmo solo di sogni.

Bellissima la messa in scena “live” dove Phil Collins canta seduto accanto a una lampada come solitario ubriaco.

Uno dei più bei testi di Mike Rutherford. QUI IN ORIGINALE. Come sempre, ogni correzione o suggerimento è ben accetto.

Say It’s Alright Joe

Dimmi che va tutto bene, Joe:
ho bisogno di un altro bicchiere per soffiarci su
così saprò di esser vivo.
Suonami una canzone, Joe,
per riempire le ore da qui al mattino
e poi non ti disturberò mai più.
Mi costruirò una torre senza entrate, né uscite
e gli amici potranno venire a trovarmi di tanto in tanto.

Dimmi che va tutto bene, Joe:
ho bisogno di essere rassicurato,
non sai mai in cosa puoi imbatterti nella notte.
Sono solo un’ape indaffarata, vivo ancora nel mio alveare
e sono in cerca di un altro mondo per sognare i miei sogni.

C’erano re che ridevano nella pioggia
e mi dissero che sarei dovuto giungere qui a guidare il corteo
e i colori erano cangianti
e il cielo cadeva in rovina
e le luci tutte brillavano su di me, su di te
oh… continuate a brillare.

Dimmi che va tutto bene, Joe:
la notte finirà presto
e nulla e nessuno lo saprà mai.
Apri i miei occhi, Joe,
ché mi piacerebbe vedere la luce del giorno:
l’orologio sul muro dice che è ora di andare.

Mai ho visto lo stesso volto due volte,
mai ho precorso la stessa strada
e il poco amore che ho conosciuto me lo tengo stretto.
Se ci fosse un fuoco, starebbe dormendo nel mio letto
e debbo lasciarlo bruciare perché finisca di bruciare.
Capisci quel che puoi,
non starò qui a lungo:
tornerò presto o mai più.

Sotterranei 22 (Aprile ’19)

by WM

Ed eccolo di nuovo qui il nostro trio delle Meraviglie alle prese con gli indipendenti del sottobosco italico in Sotterranei 22! Molto più rock del solito, Fra, Cla e Rox ci introducono alcune gemme dell’inentrante primavera e vi invitano a premere Play!!!

Sotterranei 22

Cevolani-Inghes – Frammento Irregolare (Cla)

Bikini Death Race – The Rabbit Hole (Rox)

Rev Rev Rev – Clutching the Blade (Fra)

Motivi per litigare – Rapina (Cla)

Houstones – Perimeter (walk on your same land) (ROX)

Ematite – Corazon Abierto (Fra)

CLICCA QUI CON IL TASTO DESTRO PER SCARICARE IL PODCAST

Fortezza Bastiani: lasciai il mio baretto

by WM

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buongiornissimo

Oggi ho cambiato bar, che è un po’ come cambiar moglie o squadra di calcio: uno strappo; e anche se la vita è fatta di strappi non è detto che uno se li vada a cercare per forza; tanti motivatori all’americana ti diranno: “osa cambiare”, ma osare cosa? Lasciatemi nel mio.

Tuttavia, ho cambiato bar per necessità, per pranzare, perché le riunioni pomeridiane abbisognano di più di un caffè e di un dolcetto, e questo ha comportato qualche passo in più dall’ermo colle scolastico, ma anche una serie di spiacevoli abbandoni che meritano quasi il passato remoto:

  • abbandonai il mood del baretto asfittico, dove si ascolta RTL inframmezzata alle chiacchiere degli umarells che si vanno a confessare dalle bariste più pazienti di Freud;
  • lasciai gli aromi del caffè, che si disperdono facilmente nel grande ristobar, troppo ampio per trattenere odori e sentimenti olfattivi;
  • persi la mia intimità, facile da conservare nei pochi metri quadrati del baretto spesso affollato, col suo viavai di operai e signore che ritirano il cornetto caldo; l’open space mi si è aperto davanti come un inquietante panopticon, dove tutti possono guardare tutti e il cameriere li può sotterrare di “tuttapposto?” (consuma, consuma, vattene);
  • mi privai del “buongiorno, professore” , una benedizione mattutina in un mondo dove ormai non contiamo nulla. Aggiungo: ho sempre sognato di sedermi ad un bar e pontificare come l’anziano prof di “Bar Sport” di Stefano Benni, ma già il mio preside mi disse “schivo” e già lui capiì che non ero adatto a fare il re della piazza; quindi, un caffè e via a godersi il mutismo.
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in fondo a sinistra

Per fortuna sto in Sicilia, dove nessuno ha finora osato propormi il finger food e il brunch è roba da traditori della Patria da inseguire con fiaccole e forconi. Arancino uber alles! Mozzarella in carrozza sehr gut!

Nel barone “milanese” coi mobili in formica e i videoclip di Biagio Antonacci (1) non manca il sapore della terra, e questo va benone; però sono stato troppo comodo: avessi portato il 10 Pollici (Pollicino per gli amici) avrei digitato in diretta queste righe sbracato come un papa-re, invece di venir pigiato come l’uva a novembre, ma avrei pasteggiato a zibizzo senza dover stare attento a dove mettevo la tazzina del macchiato freddo, cioè nel solito buco strategico lasciato fra il portatile e la brioche.

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ermo colle daily, beh, mica tanto ermo

Tutti gentile, tutto ben fatto, ma mi manca il baretto come una donna perduta di perduto amor, dove non ami la donna più appariscente (formosa), ma quella più graziosa nella sua imperfetta perfezione (pulchra) di bellezza popolare e verace (bella).

Un velo di malinconia scende giù quando penso che me ne andrò da questo ermo colle in altre destinazioni, cosicché nel nuovo bar che mi accoglierà nuovo feudatario non potrò più dire “il solito” dopo aver appoggiato la borsa sulla poltroncina, per sedermi con Pollicino a scrivere e salutare i cani che entrano scodinzolanti, mentre guardo il cielo e mi nutro di sogni.

Reload: Il Dialogo sulle Donne

Di Flavia Guidi

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222 a.C., Atene

Io, Filodemo, racconterò ciò che ho visto e ascoltato quando mi decisi a scendere nell’Ade.

Sono dieci anni che ormai le donne hanno preso il potere nella nostra città e che noi uomini abbiamo accettato di malavoglia questa soluzione, vista come unica possibile dopo “aver tentato tutto”, come dicono le nostre mogli.

Con mio grande stupore la cosa pubblica ha riacquistato vigore e posso dire che oggi la nostra città poggia i piedi su un terreno solido, più di quanto non lo faccia la nostra Atena nel Partenone.

Fu così che due mesi fa, in occasione dei cento anni dalla morte del maestro Aristotele, decisi di fare una visitina al filosofo nel luogo in cui adesso trascorre le sue giornate, per raccontargli ciò che era accaduto alla nostra città.

Scovata la grotta fumante non vi trovai altro che buio, umidità e un forte odore di zolfo. Niente Cerbero o Caronte: era chiaro che i poeti avessero raccontato simili fandonie per tenere gli uomini lontani dal regno dei morti.

Dopo aver respirato quella fetida aria per circa un’ora ecco che sentii un gran frastuono. Decisi di dirigermi verso il baccano, che vidi esser provocato da tre uomini sdraiati su triclini, impegnati in una accesissima discussione, forse dopo un lauto banchetto.

Aristofane Ma insomma! Non è possibile che non aveste capito in vita ciò che vi avevo lasciato con le mie Ἐκκλησιάζουσαι! Io scrivevo commedie, intrattenevo la gente, la facevo ridere…Non volevo certo denigrare le donne!

Aristotele Forse non la donna nella sua natura, ma di certo in quanto possibile membro dell’assemblea, Aristofane!

Aristofane Le cose sono più complesse di così, mio caro filosofo della natura! La commedia è arte, non oratoria! Io non volevo assumere delle posizioni nette, ma soltanto far riflettere in modo leggero su quello che avevo ascoltato da alcune lezioni di Platone1.

Platone Devo dire che hai fatto una bella pubblicità alle mie idee! Ma io ero deciso e irremovibile, anzi, proprio grazie al tuo inutile attacco scrissi La Repubblica! Dovevo difendermi!

Aristotele Chi sta dalla parte della Verità non ha bisogno di difendersi, caro maestro!

Platone Piantala di fare il saputello, tu che hai attinto al mio sapere per tutta la vita! E ti dirò di più: pur di attaccarmi sei stato tanto tracotante da farmi passare per un idiota con la testa fra le nuvole!

Aristofane Ahahah!

Platone E anche tu sei responsabile in questo, lo sai bene!

Aristotele Forse, maestro, hai ragione…Non eri poi così tanto con la testa fra le nuvole quando indicasti di far accoppiare gli uomini più valenti con le donne migliori tramite un sorteggio…truccato!2 Ricordo bene… “καὶ τοῖς ἀγαθοῖς γέ που τῶν νέων ἐν πολέμῳ ἄλλοθί που γέρα δοτέον καὶ ἆθλα ἄλλα τε καὶ ἀφθονεστέρα ἐξουσία τῆς τῶν γυναικῶν συγκοιμήσεως3

Aristofane Come poterlo scordare? Non a caso volli scherzare su questo e sull’idea della comunione delle donne quando feci contendere il ragazzotto da quelle orrende vecchiacce che se lo dovevano portare a letto se egli avesse voluto arrivare alle giovani pollastre!

Platone Quanta muffa! Sentiteli! Certamente le mie idee erano più vicine alla realtà di quelle del mio scolaretto! Ti ricordi, Aristotele, cosa osavi dire in vita? Impallidisci al sol pensiero, eh? Vuoi che lo dica? Bene, dal momento che oggi ognuno sta sputando il rospo, lo farò anche io, sebbene non sia mia usanza. Partendo dalla dissomiglianza fra i sessi in base all’attività riproduttiva, sei arrivato ad affermare che la femmina è un “maschio difettoso”4…che ha un corpo incompleto come quello di un bambino. Mi permetterai di osservare che certamente la donna e l’uomo differiscono per numerosi elementi, ma che questo non fa della donna un maschio mancato.

Aristotele Ah, no?! E tu che dicevi che i maschi vili rinascono come donne?5

Platone Beh…Quello è stato un pensiero che mi è stato proprio per un periodo della mia vita, ma che ho poi abbandonato. Nella “Repubblica” dissi che le donne dovevano avere gli stessi diritti degli uomini, nonostante la loro maggiore debolezza. L’inferiorità da un punto di vista fisico non comporta una sudditanza a livello sociale o politico! Sono stato più che democratico nel dire che la donna eccelle in molti campi, distinti da quelli in cui eccelle l’uomo, e che, anzi, proprio per questo il discorso che feci sui guardiani-filosofi riguardava le donne non meno degli uomini6. Molti hanno speso invano energie per capire cosa volessi intendere, ma la cosa è semplice: le donne meritevoli possono essere migliori rispetto a molti uomini, e inoltre ero a favore di una educazione alla pari…comune a maschi e femmine.

Aristofane Certo che però l’isonomia riguardava soltanto i guardiani!

Platone Certamente! Forse nelle tue commedie possono esistere comuni cittadine che ficcano il naso negli affari maschili!

Aristofane Bella democrazia la tua! Ahahahahah!

Aristotele Non converrai con me, maestro, che le donne sono per natura più fredde degli uomini e che quindi hanno meno necessità dell’organo di refrigerazione, ossia il cervello?

Platone Queste sono delle buffonate buone per farci commedie! Ahahah! Caro il mio μαθητής snaturato, tu hai affermato che, poiché più fredde, le donne hanno bisogno di un cervello più piccolo. Ti pare logico tutto ciò? Ricordi Sannos, quel servo stupidone? Non aveva forse la testa grande quanto un cratere per il vino?! E vogliamo parlare delle donne, così sei contento, Aristotele? Bene, sia la madre che la sorella avranno avuto dieci chili di cervello, ma non per questo sarebbero mai state scambiate per delle sagge!

Aristotele E va bene, saputone! Prova allora a spiegarmi come potrebbero reggere una città le donne, che per natura hanno l’anima sensitiva molto più sviluppata di quella razionale!

A questo punto la discussione diventava scottante, il tema per me era estremamente interessante e essi avevano toccato le corde che io per primo pensavo di solleticare…

Filodemo E se vi dicessi che le donne sono in grado di amministrare Atene meglio di quanto gli uomini abbiano mai fatto?

Aristotele Ahahahah! Ma non diciamo sciocchezze! Piuttosto…Da dove viene questa voce? Chi è stato a parlare?

Filodemo Sono io, Filodemo di Atene, figlio di Xantia, un umile liberto.

Platone Vorresti dire che tu…vivi ancora?

Filodemo Certo! Lo testimonia il fiato che uscendomi dalla bocca crea delle nuvolette in questo posto umido e freddo.

Aristofane Παπαῖ, παπαῖ! E’ proprio vero!

Aristotele Suvvia! E adesso noi, filosofi e poeti, dovremmo ascoltare il figlio di un liberto?

Filodemo Non so quanto vi importi, signori, ma mio padre si è distinto per la sua acuta intelligenza ottenendo la libertà dal padrone.

Aristofane Εἷς μοι μύριοι, ἐὰν ἄριστος ἦν!

Aristotele Esatto! Volete dirmi che possiamo considerare un liberto “il migliore”?

Platone Questa poi! Non sono mai riuscito a capire come tu potessi sostenere che lo schiavo è inferiore in quanto schiavo per natura! Se un uomo libero diventa schiavo per debiti, eh? Che mi dici di questo? Perde forse la sua anima razionale…da un giorno all’altro? E poi dimmi: la riacquista quanto diventa liberto? Dove? Al mercato?!

Aristotele Veramente io…

Platone Fa’ silenzio adesso! Come diceva Pitagora: “L’inizio della saggezza è il silenzio”. Ascoltiamo il ragazzo!

Filodemo Da ormai dieci anni le donne reggono il governo ateniese…All’inizio eravamo tutti molto perplessi, ma ad oggi devo dire che anche noi uomini siamo soddisfatti delle condizioni della nostra città…Siamo arrivati insomma a quell’ εὖ ζῆν di cui tanto avete parlato!

Fu così che, dopo averli lasciati sbigottiti per un po’, decisi di tornarmene a riveder la luce. Penso che non si siano più accapigliati, anzi…che abbiano messo per un po’ i loro scritti dentro un cassetto chiuso a chiave…assieme alle loro strane teorie sulle donne.

1 A. Colonna (“La Letteratura greca” Lattes editori, Torino 1985) dice chiaramente che, guardando le date di composizione della commedia aristofanea e della Repubblica di Platone, la prima risulta essere stata scritta prima della seconda (“Le donne al parlamento” fu rappresentata alle Lenèe del 392, mentre “La Repubblica” fu scritta fra 390 e 360). E’ chiaro però che Aristofane aveva composto la commedia dopo aver sentito parlare di Platone e delle sue teorie.

2 Repubblica, V, 460 a

3 Repubblica, V, 460 b

4 Hist. an. 538 b; De gen. an. 775 a, 737 a

5 Timeo

6 Repubblica, VII, 540 c

Il compito, ovvero “Buone nuove dal Forte Bastiani”

by WM

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Disegno di Alessandro Rizzo

Sono qui di fronte a me, tutti chini sul foglio, tranne nessuno: si sono accorti che li osservo.

Salvo con la maglietta degli Iron Maiden, si pasce della propria atarassia e verga parole intelligenti sulla traccia banale data apposta per vedere se avrebbe scritto cose intelligenti; Antonio e Andrea dibattono su chi sia più rocker, Angelo imperturbabile “non mi avrete mai!”; il gruppetto delle ragazze (Grazia, Ilenia, Adriana, Giorgia) oscillano shopenauerianamente tra noia e dolore; Manuel nervoso e scattante, Giulio guarda uno dei due Samuele, mentre l’altro affonda nelle cuffie wireless nel suo easy listening (Einaudi… dagli exit poll emerge che lo ascoltano almeno in cinque). Gabriel, dall’altra fila, sfoglia e scruta serio e Michael accenna un sorriso, mentre Simone non si è fatto la barba e sembra un collega. Giovanni ascolta i suoi pensieri e il good boy Matteo muore dalla voglia di andare su Whatsapp; Andrea è tesissimo per dimostrare che vale, Giuseppe ha iniziato a scrivere solo adesso, o perlomento a fare disegni astratti. Antonello pare un treno in corsa e l’artista Alessandro (suo il disegno) consulta dizionari, mentre Gregorio dice che farà Economia, e almeno avremo un buon commercialista in città.

Non li diresti zoticoni ora che pensano, come fece l’esimio collega uscendo dall’ora di supplenza, non li diresti nemmeno bambini, perché non lo sono più, destinati a decollare dal nido. E mi chiedo quali traiettorie prenderanno dopo averli osservati due anni, se qualche strano scherzo del destino li trasformerà in una loro versione peggiore, se la vita sarà benigna, se sorrideranno.

Mancano tre mesi al decollo e io li perderò ben prima in una sorta di valzer degli addii fatto di verifiche e parlami del Decadentismo, ma domani è un altro giorno, una nuova alzataccia qui al Forte Bastiani; non c’è tempo per le malinconie.