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Archive for the ‘smaronamenti’ Category

Fortezza Bastiani: lasciai il mio baretto

by WM

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buongiornissimo

Oggi ho cambiato bar, che è un po’ come cambiar moglie o squadra di calcio: uno strappo; e anche se la vita è fatta di strappi non è detto che uno se li vada a cercare per forza; tanti motivatori all’americana ti diranno: “osa cambiare”, ma osare cosa? Lasciatemi nel mio.

Tuttavia, ho cambiato bar per necessità, per pranzare, perché le riunioni pomeridiane abbisognano di più di un caffè e di un dolcetto, e questo ha comportato qualche passo in più dall’ermo colle scolastico, ma anche una serie di spiacevoli abbandoni che meritano quasi il passato remoto:

  • abbandonai il mood del baretto asfittico, dove si ascolta RTL inframmezzata alle chiacchiere degli umarells che si vanno a confessare dalle bariste più pazienti di Freud;
  • lasciai gli aromi del caffè, che si disperdono facilmente nel grande ristobar, troppo ampio per trattenere odori e sentimenti olfattivi;
  • persi la mia intimità, facile da conservare nei pochi metri quadrati del baretto spesso affollato, col suo viavai di operai e signore che ritirano il cornetto caldo; l’open space mi si è aperto davanti come un inquietante panopticon, dove tutti possono guardare tutti e il cameriere li può sotterrare di “tuttapposto?” (consuma, consuma, vattene);
  • mi privai del “buongiorno, professore” , una benedizione mattutina in un mondo dove ormai non contiamo nulla. Aggiungo: ho sempre sognato di sedermi ad un bar e pontificare come l’anziano prof di “Bar Sport” di Stefano Benni, ma già il mio preside mi disse “schivo” e già lui capiì che non ero adatto a fare il re della piazza; quindi, un caffè e via a godersi il mutismo.
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in fondo a sinistra

Per fortuna sto in Sicilia, dove nessuno ha finora osato propormi il finger food e il brunch è roba da traditori della Patria da inseguire con fiaccole e forconi. Arancino uber alles! Mozzarella in carrozza sehr gut!

Nel barone “milanese” coi mobili in formica e i videoclip di Biagio Antonacci (1) non manca il sapore della terra, e questo va benone; però sono stato troppo comodo: avessi portato il 10 Pollici (Pollicino per gli amici) avrei digitato in diretta queste righe sbracato come un papa-re, invece di venir pigiato come l’uva a novembre, ma avrei pasteggiato a zibizzo senza dover stare attento a dove mettevo la tazzina del macchiato freddo, cioè nel solito buco strategico lasciato fra il portatile e la brioche.

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ermo colle daily, beh, mica tanto ermo

Tutti gentile, tutto ben fatto, ma mi manca il baretto come una donna perduta di perduto amor, dove non ami la donna più appariscente (formosa), ma quella più graziosa nella sua imperfetta perfezione (pulchra) di bellezza popolare e verace (bella).

Un velo di malinconia scende giù quando penso che me ne andrò da questo ermo colle in altre destinazioni, cosicché nel nuovo bar che mi accoglierà nuovo feudatario non potrò più dire “il solito” dopo aver appoggiato la borsa sulla poltroncina, per sedermi con Pollicino a scrivere e salutare i cani che entrano scodinzolanti, mentre guardo il cielo e mi nutro di sogni.

Il compito, ovvero “Buone nuove dal Forte Bastiani”

by WM

Rizzo - 5H 18-19

Disegno di Alessandro Rizzo

Sono qui di fronte a me, tutti chini sul foglio, tranne nessuno: si sono accorti che li osservo.

Salvo con la maglietta degli Iron Maiden, si pasce della propria atarassia e verga parole intelligenti sulla traccia banale data apposta per vedere se avrebbe scritto cose intelligenti; Antonio e Andrea dibattono su chi sia più rocker, Angelo imperturbabile “non mi avrete mai!”; il gruppetto delle ragazze (Grazia, Ilenia, Adriana, Giorgia) oscillano shopenauerianamente tra noia e dolore; Manuel nervoso e scattante, Giulio guarda uno dei due Samuele, mentre l’altro affonda nelle cuffie wireless nel suo easy listening (Einaudi… dagli exit poll emerge che lo ascoltano almeno in cinque). Gabriel, dall’altra fila, sfoglia e scruta serio e Michael accenna un sorriso, mentre Simone non si è fatto la barba e sembra un collega. Giovanni ascolta i suoi pensieri e il good boy Matteo muore dalla voglia di andare su Whatsapp; Andrea è tesissimo per dimostrare che vale, Giuseppe ha iniziato a scrivere solo adesso, o perlomento a fare disegni astratti. Antonello pare un treno in corsa e l’artista Alessandro (suo il disegno) consulta dizionari, mentre Gregorio dice che farà Economia, e almeno avremo un buon commercialista in città.

Non li diresti zoticoni ora che pensano, come fece l’esimio collega uscendo dall’ora di supplenza, non li diresti nemmeno bambini, perché non lo sono più, destinati a decollare dal nido. E mi chiedo quali traiettorie prenderanno dopo averli osservati due anni, se qualche strano scherzo del destino li trasformerà in una loro versione peggiore, se la vita sarà benigna, se sorrideranno.

Mancano tre mesi al decollo e io li perderò ben prima in una sorta di valzer degli addii fatto di verifiche e parlami del Decadentismo, ma domani è un altro giorno, una nuova alzataccia qui al Forte Bastiani; non c’è tempo per le malinconie.

Retrogames (3): Insert Coin

febbraio 17, 2019 Lascia un commento

by WM

Commodore-Datassette

quante madonne…

Chi possedeva un Commodore stava assiso alla sua scrivania come Kirk sulla Enterprise, possessore delle periferiche, signore dell’azimuth del datassette e in paziente attesa che i dati venissero caricati nel fido C64 o nell’Amiga, lunghi minuti, lunghi i pensieri: solo più tardi sarebbero arrivate le turbo cartridge e i floppy disk. Il commodoriano si configurava come uomo sul trono, in attesa, intento a sfogliare riviste di settore e a meditare su ottima musica. In sala giochi, in fondo, si stava in piedi, ma in fondo ci si stava solo il tempo che finissero i magri gettoni.

Restaurare e ripristinare il gioco antico si scontra non certo con la difficoltà tecnica di emulazione del codice informatico, ma nel ripristino di una situazione esistenziale che comporta l’attesa, l’abbassamento del bioritmo e la felicità.

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Zzap! era qualcosa a metà fra la Bibbia, l’Amore della mia Vita e un giornale di partito

Il gioco era indissolubile dalle riviste di listati come Paper Soft, le colorate copertine di ZZAP!, gli articoli tecnici di Commodore Gazette, come fosse condimento ludico di un percorso intellettuale e spirituale di scoperta. Ognuna delle illuminazioni sarebbe stata poi sottoposta agli altri nerd, divulgata nelle rubriche della posta, sulle prime BBS. La Playstation odierna, invece, è lontana parente delle prime console che creavano gente da salotto, sprofondata nel sofà e ignorante di informatica, un altro mondo, un altro sentimento; il salto dalla scrivania del sapere al salotto dell’ignoranza è stata la prova più dura per il gamer tradizionale, che non ha mai abbandonato il computer, ora diventato pc o mac, come porto sicuro della sua scrittura, della costruzione del suo immaginario e della propria visione del mondo, poiché non ha mai traslocato il proprio cervello sul divano.

La soluzione più logica per ripristinare il sogno sarebbe ritirare le vecchie macchine dalle soffitte o comprarle di nuovo, ma a meno di non avere un proprio garage alla Steve Jobs, lo spazio manca, lo studiolo non basta, la cameretta dell’adolescente ce l’ha, perlappunto, l’adolescente, non tu. La soluzione (filo)logica è da scartare.

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Conviene quindi addestrare il moderno pc o il mac e convincerlo che ha 8 o i 16 bit. La cosa non si presenta nemmeno troppo difficile, dato che c’è ottimo software in giro, perlopiù free. Il MAME di Nicola Salmoria mi permetterà di emulare i giochi del bar con una pulizia e precisione incredibile; il C64 ha programmi come Frodo e Vice che vi faranno sorridere con il loro allegro “Ready” e “Press Play on Tape”, mentre Amiga gli ottimi UAE (a gratisse) e Amiga Forever di Cloanto. Per le altre macchine, basta un colpo di motore di ricerca e vi si spalancherà un mondo. Se siete pigri su Mac c’è OpenEmu che funge da asso pigliatutto, dato che emula macchine culto come il Vertrex (cioè… il Vertrex!).

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t’amo, t’ho amato e sempre ti amerò

Tuttavia, non è facile trovare i giochi: Nintendo e compagnia cantante stanno facendo la guerra a chi distribuisce vecchi giochi in forma di “ROM” distribuibili; molti siti sono stati oscurati o castrati, come Emuparadise, per questioni di copyright ma anche perché è insorta la moda delle piccole macchine mini classic, dove giocare i vecchi giochi sulla TV. Fine della pacchia delle ROM gratis: per procurarsele bisognerà addentrarsi nei meandri della pirateria e del peer-to-peer.

Un’ultima opzione è comprarsi una console di retrogames tra le decine disponibili e sperare si riaccenda il sentimento. Io ho scelto questa (il Mamecube).

Qualunque sia la via che abbiate per un ritorno al futuro, percorretela fino in fondo e non ve ne pentirete, perché tornare al sogno non può che colorare in meglio i nostri giorni. Abolite l’ansia ipercinetica, correte come lieti cavalieri in mutande.

Parte la musichetta. Insert coin. Press 1 player start.
Ciao, son felice di nuovo almeno per un po’.

 

Retrogames (2) ovverosia il cavaliere in mutande

by WM

Parleremo presto di come emulare i vecchi giochi, ma ancora le idee da riordinare sono molte.

Dicevamo. Esci la mattina e affronti 12 ore un mondo crudele con più maschere di un fumetto di Stan Lee (una prece), faticoso; rientri e magari pensi di fare come quando accendevi il Commodore e ridevi per il cavaliere in mutande e il merluzzo 007. Ora accendo la Playstation e i giochi, brevi e costosissimi, sono in ordine: compulsivi, luminosi, angoscianti e assai peggio del mondo fuori dal portone. Al posto del sogno trovo l’angoscia, al posto dei morticini pixellosi e sgargianti mostri bavosi e tridimensionali. Tutto molto bello.

Dopo lunga riflessione, sorge chiara l’idea, la decisione.

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vabbè, ma io volevo l’Intellivision

La carriera di gamer finisce qui: dal Pong di Atari fino a qui è stato un matrimonio che pareva indissolubile, che nutriva l’immaginario di simboli divertenti, per de-vertere, uscire dalla via tracciata dalla vita e crearne di alternative e sognanti. Non che si smetta di giocare, ma di seguire il flusso, perché prima il gioco era bisogno, bisogno di vita necessario, mentre adesso si configura come desiderio del nuovo a tutti i costi. E la frase “a tutti i costi” non mi appartiene: vadano a spennare qualcun altro. Non guarderò più in avanti, e questo si chiama senilità. Magari è una fase transitoria, e poi mi butterò con entusiasmo nel futuro quando, chessò, inventeranno i videogiochi telepatici o che mi faranno parlare col cane e col gatto (sto dando delle idee, quindi Microsoft non si scordi di mandare il compenso fermo posta in banconote di piccolo taglio e non segnate).

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manca una foto mutandata, sorry

Per rigiocare i vecchi giochi dovrei ricomprare macchine vecchie e intasare i miei poveri spazi di cui dicevo; devo sopprimere l’ansia del filologo e accontentarmi di soluzioni moderne che fingano l’antico. Ma prima di ogni cosa, prima di risolvere i problemi tecnici, bisogna fare i conti con la rozzezza dell’antico: quanti di voi hanno rivisto di recente una puntata di Goldrake, sedendosi pieni di trepidante attesa, per poi accorgersi che le storie erano poca cosa e le animazioni pure peggio? Il “sense of wonder” del quindicenne va scavato e riportato alla luce con la delicatezza dell’archeologo che dissotterra il vaso etrusco, tanto prezioso quanto fragile, e non è facile emozionarsi dopo tanti e prolungati esercizi di cinismo quotidiano e attese al semaforo. Innanzitutto va recuperato il sentimento, l’emozione del “get ready player one”, “insert coin”, bling, tin, o del joystick in porta 2 del C64. Non siamo ai tempi di Bim Bum Bam, il cuore rinsecchito va fatto battere di nuovo.

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ah no eccoliiii, i boxer a pallini rossi 😀

Ogni vertebrato che abbia superato gli -anta avrà i suoi esercizi zen, il training autogeno adatto, perché ogni testa è tribunale e non esiste un cavatappi universale per il grigiore (dei miei antidoti generici ho già parlato un paio di post fa). L’istinto mi ha portato a focalizzare un lampo, una sola cosa che squarcia le nuvole. Un cavaliere in mutande.

superfrogQuanto mi parve stupido che un prode, armato di acciaio, si dovesse misurare con buffi zombie e antipatici draghetti per recuperare la sua bella, ma ancor di più mi fece sogghignare l’assoluta serietà dello stesso che, colpito dalle pallottole nemiche, perdeva decoro finendo in brache di tela a gettar dardi, ma senza perdere un briciolo della suo eroico ardore. A Ghosts’n’Goblins ero e sono scarsissimo, e forse solo con dei cheats ero arrivato al secondo livello, ma solo sul Commodore e mai in sala giochi. Eppure rigiocherei mille volte il gioco del mutandato senza mai angosce, riconoscendolo come mio fratello in armi, mai domo, sempre allegramente zompettante.

Questo ancora accende un qualcosa e mi salva, mi stimola il senso di una maraviglia senza confini, senza prezzo. E spero che ognuno àncori gemme simili ai suoi pensieri e ne tragga sempre forza.

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C’era pure l’Oman! Ma esiste o è tipo il Molise?

Il retrogame non conosce paura del futuro, perché lo ingloba in un presente eterno che è storia immanente ciclica; non è sfida perché è divertimento, non un e-sport; di fronte all’arido vero, apre finestre di fantasia e sogno: un giorno sei prode cavaliero, un giorno supermario o superfrog (che io preferivo), e se ti va di ballonzolare in mezzo a un campetto, puoi farlo mentre impari la geografia con Microprose Soccer.

E mi ritrovo di nuovo a sorridere.

Dedico l’articolo ai ragazzi della 2C, 2F e 1B del Liceo Archimede di Messina per le riflessioni, gli spunti e le risate in un’oretta di supplenza passata a parlare di Videogiochi.

Antidoti ovvero l’Estasi del meno peggio

by WM

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Ciao, sono il tuo super-io, e non ti libererai mai di me

Un rapporto ostinato con la realtà. Ecco cosa riserva l’imbiancamento dei capelli: epifanie inaspettate come antidoti. Non ce ne siamo resi conto, ma fatti apparentemente futili (idee, canzoni, show…) si sono agglutinati in un immaginario inattaccabile, eterno come un Pippo Baudo del super-io, che non puoi resettare nemmeno a cannonate.

Ogni antidoto è spuntato in silenzio come i funghi a Novembre, ma inaspettato (almeno i chiodini li fai al sugo e stai lì col calendario a dir loro “belli di zio, venite… su…”). Tocca contarli ad uno ad uno, un censimento necessario a scoprire il vero e il verosimile, ma anche il falso che consola, l’illusione che dà la carica, come pregare gli dèi sapendo che nessun buon Apollo ci risponderà.

Ma attenzione, perché è facile dire: “ah signora mia, io senza Shakespeare non so vivere”. Troppo facile, e a noi non piace vincere facile.

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Cratilo, Teeteto, Sofista, Politico

La cultura pop e quella delle antologie liceali hanno inciso più dei discorsi del Presidente, più della saggezza e della non sapienza di Socrate, invitandomi ad essere se non diverso, meno peggio, poiché se non mi hanno indirizzato all’elaborazione di una complessa metafisica, mi hanno perlomeno mostrato i limiti dell’umano; la risata di stomaco e lo spleen della milza mi hanno salvato dal “buongionissimo kaffèèèè” e da un grigiore dell’anima. E speriamo che Socrate non si offenda (Socrate tvb).

 

Questo testamento della coscienza dovrei dividerlo in tomi grossi come la Treccani, ma mi limiterò ad una stringatissima hit parade.

Giorgio Bracardi, “Che felicità”

Andare a zonzo come uno stronzo. Nulla è più libero e felicemente solitario della fece galleggiante, ignaro del futuro e lieve, quasi dimentico del passato. Svegliarsi dai sogni anche cattivi e cominciare a canticchiare e andare a zonzo. Nulla mi libera dal peso delle angosce come questa canzone, un singalong impossibile da dimenticare e di cui ringrazierò il Maestro per i secoli. Dimenticare pirandellianamente il nome e gioire del nulla. Che felicità!

Ettore Petrolini, “Fortunello”

Nel gioco delle parti, vi chiederanno di giustificare voi stessi. Non fatelo: è solo un tentativo subdolo di vedere a quali consorterie appartenete, se parlate così tranquilli perché avete una tessera di partito in tasca o il cugino alla Municipale.

Se aprite le finestre del cervello, fate loro prendere aria e fate vedere che non c’è nulla da nascondere, perché non c’è nulla; per quanto mi riguarda, dirò che a dirlo non son buono e al massimo mi proverò a cantar, e che nel mio canto accumulerò una serie di idiozie più vere del vero, e se non piaceranno, sorriderò stralunato perché se fossi più simpatico sarei meno antipatico e se fossi più antipatico sarei meno simpatico. (Qui la versione integrale non censurata)

Aldo Palazzeschi, “E lasciatemi divertire”

Cosa chiede oggi il mondo ai poeti? Niente. Ogni domanda è inopportuna e sulla mia tomba scriveranno “Cazzo guardi?” (la battuta è di Luttazzi: lo dico o poi mi accusa che copio). Godetevi Paolo Poli…

Giorgio Corazzini, “Desolazione del povero poeta sentimentale”

La tristezza non ha ragioni, né fini ultimi. Sono innamorato della mia tristezza come Billy Corgan che canta “Zero” e gli dèi me l’hanno data e guai a chi la tocca. Gustiamocela, come la solitudine, perché libarla ci permetterà il giorno dopo di alzarci e canticchiare per andare a zonzo galleggiando sul mare dell’assurdo. Legge Lorenzo Pieri.

Il fascino perverso di Radio Balla Balla

dicembre 23, 2018 Lascia un commento

by WM

4ac689260fd02d58102d9b91aa8453ef.jpgIl problema dei classicisti sono i classicisti stessi, strenui filologi di quel sentimento che non proveranno mai più. Hai voglia, caro Robert Plant, a dirci che dobbiamo ascoltare nuove band e non rimminchionirci sui vecchi vinili o sui cofanetti “the best of”; hai voglia, caro fratello trappista o indiano barbuto e decadente, a smerigliarci di modernità che, disse Manuel Agnelli, rifà solo il peggior Venditti.

Non ci restano che i “greatest hits”, le lunghe file di vetusti supporti fisici o qualche radio che ancora ci vuole come target.

maxresdefaultEh le radio… almeno se sto a casa, infilo qualcosa di buono nel lettore o mi rivolgo a uno streaming ragionato, ma in automobile? È ineguagliabile il panico di quando pensi: “malanova… ho dimenticato i cd/cassette/ipod; mi resta RTL o devo sorbirmi solo i clacson e le marmitte truccate delle macchinine dei tredicenni danarosi”. Comincia così una ricerca affannosa delle cangianti frequenze di Radio Freccia o Virgin Radio, nella speranza non mandino new wave o i Joy Division, che stamattina gira male eh!

Ve lo confesso: quasi meglio RTL. Radio Freccia è inutilmente verbosa, Virgin un miscuglio di stili che col rock spesso fa a karate shotokan; ci sarebbe molto da dire sulla programmazione fallimentare di classiconi accostati a mediocrità synthpop da far accapponare la pelle a un pokemon, ma quando la filippica stava per partire, ecco che mi si schiude un mondo.

Balla Balla.

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ziti, schietti e maritàti (cit.)

All’inizio pensavo che fosse una emittente calabrese, di quelle della piana di Gioia che un tempo mandavano tarantelle rosarnesi, e non mi sono accorto di essere caduto in un gorgo di perché e percome, fatto di (*inalare profondamente*) liscio, valzer e mazurche da orchestrina, valzer e mazurche da base midi, Canzoni da balera, cover di canzoni da balera, cover di classici da balera, napoletanità varia, schlager altoatesino, sentimenti di poesia/armonia/nostalgia/gelosia, tovaglie a scacchi, baite con prosperose bionde, amori infiniti, casti palpiti, nostalgia di Peppino Principe e Aurelio Fierro. Pubblicità pari allo zero.

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è lui o non è lui?

Rimango interdetto, mani sul volante. Musica da intrattenimento perfetta per l’umarellizzazione completa dell’anima, alla ricerca di uno scoglio a cui aggrapparsi, che non si rassegna a un nuovo che non comprende e non si riconnetta all’antico, mentre in Balla Balla ci trova la linfa della musica dei padri con le radioline a transistor e del paesello sui colli e il fiasco di vino con la paglia intorno, con alle pareti un bel quadro di Teomondo Scrofalo.

Sul web informazioni zero, una pagina FB piena di “buongiornissimo kaffèè” e un sito ufficiale più spoglio di quello della mia scuola, dove almeno due gif animate ce le ha messe il vicepreside. L’unico evento è un ballo collettivo a Diamante, paese dei murales e del peperoncino.

W Radio Balla Balla, a cui dobbiamo il ritorno a quando papà metteva la brillantina e i miei eroi erano giovani e belli. Inutile dire che ormai la radio è fissa su quelle frequenze. Chi si lamenta, può mettere le cuffiette e ascoltare i truzzi in autotune.

Dixi.

Il meme della discordia

by WM

Mi perdonerete l’atticismo e molte superficialità, ma il seguente post è scritto con l’urgenza di chi si vede circondato da persone in festa e cose da fare (per dire, già alla seconda parola digitata suonava il campanello del portone).

L’aition del post nasce da un meme, unica forma di umorismo moderno praticata dalle masse dopo la fine delle storielle anni ‘60/70, quelle piene di carabinieri, uomini che entrano in un caffè e Matto, Lo Prendo e Mi Butto. Il meme, come reiterazione idillica di momenti umoristici, pieni di twist e decontestualizzazioni, figli di un postmoderno che frulla cose serie e isole dei famosi, non mi ha mai particolarmente entusiasmato. Preferivo francamente il Fantasma Formaggino.

Ricevo questo meme con una domanda: è sessista?

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che noia… che barba…

A questo punto l’allerta “pericolo: discussioni sul femminismo!” va over 9000 (mi è bastata l’ultima volta che l’ho fatto sul blog) e il rischio sismico di “Sei un veteromaschilista e pure interista!” va oltre le varie scale Mercalli e Richter. Spoiler della risposta: no, non è una vignetta sessista, ma è degna comunque di analisi sine ira et studio.

– La situazione è quella iconica di Casa Vianello: lei “che noia che barba”, lui immerso in considerazioni che esulano dal contesto.

– Il meccanismo comico consiste nello scarto fra i meditabondi cogitata dei protagonisti.

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“Ma il libro perduto della Poetica di Aristotele lo troveremo mai?”

– La ragazza non esprime, come sospettato dalla mia amica, pensieri frivoli in opposizione ai pensieri culturalmente elaborati del compagno, né fa la figura della gallina di fronte all’aquila; la ragazza è inserita in un contesto di, direbbe Sterne, “discorsi da letto”, in cui la noia del momento si traduce nel ritirarsi ognuno nel proprio io e pensare. La ragazza, quindi, elabora alcune veloci riflessioni adeguate al contesto e alla situazione (mancanza di dialogo e di desiderio), mentre l’uomo si sofferma su un luogo comune degli studi virgiliani abbastanza abusato e neanche tanto interessante.

– Lo scarto fra un personaggio, che vive il contesto, e l’altro, che va invece in tutt’altra direzione, determina l’ “avvertimento del contrario”, il comico.

A chi è rivolto il meme? A un fruitore con studi liceali o filologici, una presa in giro (postmoderna e a me poco gradita) del professorame e di una cultura letteraria avvertita come desueta e poco utile, gradita solo a gente strana e che con la realtà non ha alcun contatto, almeno secondo l’autore del meme. Oppure ai classicisti, uomini e donne, che sanno ridere di e su se stessi.

Riguardo alla buona amica (avrete capito che è la nostra Flavia di Reload), ricordo che è il contenuto ideologico dello scrivente o dello spettatore a influenzare le letture, come il monaco che nel suo codice copiava “Satanas” al posto di “Atanas”, vivendo in un’epoca in cui la puzza di zolfo del demonio la si avvertiva a ogni angolo. In quest’epoca della “presidenta” e dell’ “assessora”, dove il femminismo ha perduto la sua forza propositiva e progressiva (penso, chessò, alle Suffragette) e si perde nelle minuzie grammaticali o nel pretendere che Biancaneve non attenda il Principe delle favole, il meme suddetto diventa manifesto del patriarcato, mentre è una battuta per liceali del triennio.

Ps. Se non vedrete altri post di Flavia, temo che capirete da soli il perché. Fuori i secondi…