Archivio

Archive for the ‘Musica’ Category

Recensione: Massimo Volume, “Il Nuotatore” (2019)

febbraio 17, 2019 Lascia un commento

di Claudia Amantini

MassimoVolume_IlNuotatore_cover_RGB_1440x_sticker Resize

A distanza di sei anni da Aspettando i barbari, esce la nuova “fatica” dei Massimo Volume. In un panorama come quello italiano, seminato da Sanremo e Talk Show musicali, ritrovare chi, a proprio modo, ha segnato la storia di una certa musica “indipendente” fa solo che piacere.
(c) Simone Cargnoni JUMP CUT-M19A1436Molti gruppi o filoni si sono autoreferenziati in quella che era la seconda metà anni ’90 e poi… sparizione, ri-cicli o meteore. I Massimo Volume, fedeli a loro stessi, al loro input, al loro “essere diversi”, ci sono ancora. E lo fanno tornando all’osso, al nucleo storico (Egle Sommacal, Emidio Clementi e Vittoria Burattini), musica minimale (basso, batteria e chitarre senza ausilio di elettronica, sintetizzatori o tastiere) e quel cantato-parlato che è il loro “timbro” di fabbrica.
Il Nuotatore come parabola per rimanere a galla, nonostante tutto. Un concept-album ricco di personaggi e storie, un po’ come la copertina… una spiaggia affollata ricca di solitudini. Un racconto che passa attraverso nove tracce, mischiando passato e futuro, post-rock, letteratura, introspezioni, inquietudini e timori. Vuoti esistenziali in cui l’album sguazza… e allora alla mente mi torna un libro dello stesso Clementi: “Gara di Resistenza”. Racconti di vita vissuta, Bukowski nel cuore, quotidiano amaro e frasi lapidarie.

https://www.facebook.com/massimovolumeofficial/

Out segnala: Ascolti di Febbraio ’19

febbraio 11, 2019 Lascia un commento

by WM

og“One Guitar”. La musica dei Mardi Gras a sostegno della ricerca sul Parkinson. La Light of Day Foundation da anni sostiene la lotta al morbo di Parkinson grazie al potere “benefico” della musica. Anche i romani Mardi Gras hanno deciso di partecipare a questa insolita raccolta fondi con una cover di un brano di Wille Nile, cult rocker americano da sempre legato alla Light of Day Foundation.
“One Guitar” è da oggi disponibile su tutti gli stores digitali e il ricavato dalle vendite andrà tutto in beneficienza.
Un video diretto da Marco Gallo con le video grafiche di Marco Castellani fa da corredo al brano.

https://www.youtube.com/watch?v=13D2shiXjv8

In questo stesso periodo, una carovana di musicisti americani è in attesa della WInterfest che si terrà nel New Jersey a Gennaio. Generalmente Bruce Springsteeninterviene in questa ultima tappa in quanto direttamente coinvolto nell’iniziativa. Lo stesso nome della fondazione prende spunto da una sua canzone.
Da più di dieci anni attivi sulla scena romana e internazionale i Mardi Gras in passato hanno già legato la loro musica ad Amnesty International, la “Drop the Debt Campaign”, e altre associazioni realizzando tre dischi con un ampia visione internazionale che li ha anche portati sui palchi irlandesi e negli studi di Abbey Road per terminare il loro terzo album. Neil Young ha scelto due dei loro brani per la sua speciale classifica “Songs of the times” dove il rocker canadese sceglieva le canzoni di protesta e di pace. I singoli “Shoes” e “Tried” li hanno visti protagonisti nel 2018 facendo da apripista a questo terzo singolo.
____

L’anno che verrà”: un augurio per il nuovo anno con Dalla e con Arau

Dopo l’uscita del cortometraggio “Un’altra musica”, in cui il cantautore Arau ha incarnato uno dei tanti artisti che negli anni, con la speranza di trovare ascoltatori per la propria musica, si sono ritrovati a ripercorrere le strade già percorse dai loro miti del passato (e che potete rivedere tramite questo link: https://youtu.be/gVkTWbT-sP0) esce oggi ufficialmente il singolo “L’anno che verrà”, eseguito dal vivo nel cortometraggio.

Il brano non è una semplice cover ma è la personale rivisitazione che il musicista sardo ha fatto del capolavoro di Lucio Dalla in compagnia della sua fedele chitarra Slide Weissenborn da ginocchia, ormai marchio di fabbrica della musica di Arau. Trovate il singolo qui:
Spotify: https://open.spotify.com/track/3ZWDanXR4k02OR3sdwAE9C

iTunes: http://itunes.apple.com/album/id1446800082?ls=1&app=itunes

Deezer: http://www.deezer.com/album/81914322

______

27751804_1604932222915677_4745704694139117615_n“17 Encores” segue il precedente lavoro di Daniele Bogon (pubblicato esclusivamente in formato digitale e con il nome Alley), arricchendo le 10 tracce contenute in “17” con altri 5 brani. Attraverso un panorama immaginario fatto di luci tenui e penombre, dove si alternano momenti sospesi di totale astrazione nell’Assoluto ad attimi più evocativi di ispirazione cinematografica, la colonna sonora intima e personalissima che si sviluppa nelle prime 10 tracce di quest’album accompagna l’ascoltatore nel suo viaggio interiore, diretto verso il centro del proprio universo privato e nascosto. Gli ambienti sonori che si creano nascono dalla fusione di note di pianoforte, archi e sintetizzatori in equilibrio con elementi di field recording e lavoro in studio. “Encores”, la seconda parte del disco, presenta cinque nuove tracce di matrice più elettronica e sperimentale, tra le quali sono presenti due reworks; il primo, “Batman is Bruce Wayne” si tratta della versione proposta nei live set audio/video del brano già contenuto in “17”; il secondo “Airport” invece vede la partecipazione di Push Against New Fakes che ha scomposto il brano ricostruendolo in una nuova forma del tutto originale.

La front cover e il design di “17 Encores” e del singolo “Batman is Bruce Wayne” sono ideati e realizzati da Valeria Salvo.

https://www.facebook.com/danielebogon

Biografia:

Daniele Bogon nasce a Padova il 17 Dicembre 1982. Intraprende gli studi musicali sin dall’infanzia studiando pianoforte, chitarra classica e infine basso elettrico. Dopo aver maturato diverse esperienze con i musicisti della scena padovana, fonda nel 2010 la band post-rock The White Mega Giant, con cui registra 2 album in studio: “Antimacchina” (2012) e “TWMG” (2014) e cura l’aspetto visual della band occupandosi di teaser e video. I tour che seguono la pubblicazione dei due dischi portano Daniele a suonare nei locali e festival di maggior rilievo della scena underground italiana con qualche partecipazione all’estero. Sospeso il progetto The White Mega Giant nel 2016, Daniele intraprende il proprio percorso solista, dedicandosi alla scrittura di nuovi brani, composti utilizzando principalmente sintetizzatori e pianoforte, mantenendo la matrice strumentale delle proprie composizioni. Nel 2018 esce “17”, primo album solista firmato sotto moniker Alley e pubblicato da New Model Label/Niafunken.

Recensione: Cranchi, “L’impresa della Salamandra” (2018)

febbraio 10, 2019 Lascia un commento

by WM

Cranchi - cover - 2018 - 1440La ricerca del facile effetto emotivo è quello che a volte mi allontana dai cantautori; la loro giusta consapevolezza di essere non più vati della patria e la necessità di raccontare il privato, spesso li catapulta in arrangiamenti eccessivi alla ricerca del rock, al compiacimento indie vendibile a Sanremo (i vari Brunori, Motta, Brondi, troppo impegnati a pettinarsi i capelli per scrivere cose memorabili) alla narrazione di come sia terribile essere trentenni (oggesù…).
Ma non me la prendo con loro se l’intellettuale prova a riposizionarsi in un contesto che lo espelle e non lo ascolta, perché i poeti esistono anche quando la poesia non esiste più e le parole chiamano, invitano la penna a scrivere, il canto a elevarsi anche in anni in cui ben pochi leggono e gli ascolti sono distratti. Ognuno fa quel che può e sa.

Poi l’imprevisto: ascolto un disco curato, che bada alla scrittura, all’espressione, che tiene un tono medio che ti invita all’esplorazione di un Nord per me lontano e poco comprensibile, fatto di brume, fiumi e grande Storia che ti attraversa e ti segna; il percorso all’approssimazione del pop dei Cranchi mi ha ricordato l’ascolto infantile di Venditti, quando viaggiavo per le strade di Roma, quando invece Roma l’avevo solo vista in cartolina o poco più, o nella nebbiosa Milano di Vecchioni, e non mi rendevo conto di non essere né romano, né milanese, perché divenivo semplicemente le parole del poeta, il suo punto di vista.
E ora tocca alla malinconica Mantova di Cranchi (ma sarà così? Almeno Milano e Roma le ho toccate con mano) troppo liscia e piena di acque e guerre che suscitano ricordi per essere vere (ma saranno vere sia le pianure che i fiumi, anche se di fiumi e pianure non ne ho e la Storia qui l’han fatta gli altri), in un tessuto elettroacustico di suoni ben arrangiati (anche questo fonte di meraviglia: devo assicurarmi più volte che non sia un disco anni ‘70, quando di arrangiatori mostruosi ne sfornavamo tanti perché i cantautori avevano tante etichette tra cui scegliere, tanto pubblico da raggiungere).

“L’impresa della Salamandra” mi lascia senza difese, lo devo approvare per quello che è, uno dei pochi dischi che mi fa star zitto ad ascoltare. Ascoltate anche voi.

Dal comunicato della New Model Label: Massimiliano Cranchi è un cantautore mantovano, classe ’82. Insieme all’amico, autore e chitarrista Marco Degli Esposti nel 2010 inizia ad arrangiare e suonare dal vivo canzoni originali di sua composizione. Cranchi dal vivo è accompagnato da Marco Degli Esposti (Chitarra elettrica), Simone Castaldelli (Basso elettrico), Luca Zerbinati (Tastiere), Alessandro Gelli (Violino), Fausto Negrelli (Batteria).

www.soundcloud.com/cranchi-band

www.youtube.com/user/TheCRANCHIBAND

www.facebook.com/cranchiband

Recensione: Il DUbbio, “Evoluzione” (2018)

by WM

ildubbio-evoluzione28front29Se dico che è un disco inquietante, non se la prenda l’artista, perché l’inquietudine non è un qualcosa di negativo da condividere, o lo diviene solo se si è in cerca di facile consolazione. Il disco de Il DUbbio, al secolo Nico Lotti, che si avvale della partecipazioni di artisti con cui collabora ormai da anni, quali Gianfranco “Mode-G” Chieppa (alle voci e alle percussioni) e Fabio Lotti (alle chitarre). Il tessuto delle composizioni è fondamentalmente elettronica minimale con testi che alternano un registro medio a delle rasoiate liriche, una sorta di poetica del crepuscolo del desiderio. C’è sotto il Battiato più straniato e stranienta, i New Order senza la fretta e con più introspezione meditativa.

ildubbio-foto2Il tessuto pop di suoni artificiali è condito di spoken word che fanno sembrare le canzoni dei monologhi interiori disvelati, scarni e malinconicamente dolenti con degli scarti di rabbia covata sotto la cenere (“Vecchio cinema”, la traccia migliore, e la ben riuscita “Asta”): il tono medio nasconde sentimenti e pensieri, il suono quasi alla Kraftwerk (“Radici”) e analogico esalta l’inquietudine.

A volte il vocoder si fa pesante e l’autotune flirta con la Trap in una dance sbilenca e disturbante (“Little personal J.”) e forse il nuovo entra con troppa forza in un orecchio troppo aduso all’antico, poiché elettronica analogica e arrotondamenti tonali non si fondono il giusto.

Ci Hanno cullati, ci hanno allietato, per pugnalarci di struggimento.

Dubbio, punti interrogativi: li preferiamo alle pallide certezze. W Il DUbbio.

Link: https://www.facebook.com/IlDUbbioMusic/

Categorie:Musica Tag:, ,

Sotteranei 19

49769263_2247106495501881_8654997406594629632_o

Cla e Fra, coadiuvati dalla ridente Rox tirano fuori tanto rock che più punk non si può, dimenticandosi le playlist sul comodino e mandando in tilt pure WhatsApp. Ascoltiamoci un po’ di splendido sottobosco italico e festeggiamo il ritorno di Rosanna!!!

Playlist

Gomma, Tamburo
Cactus, Sam Battle
Ematite, Burn Kali Burn
Oneman Pier -Troppe views
The Lizards’ Invasion – Incredible
Incomodo, Smalto

 

CLICCA PER ASCOLTARE

_

_

Sotterranei 18

gennaio 20, 2019 2 commenti

by WM

coverAddirittura due-trasmissioni-due in questo freddo Gennaio che dimostrano come il sottobosco italico sia fiorente di canzoni e suoni e il Fra e la Cla non abbiano un tubo da fare di sabato per registrare (qualcuno li inviti per uno spritz o continueranno ancora!). Ma vediamo le loro proposte:

Playlist

I Funketti Allucinogeni – Four to Fire
Dominic Silvani – Always You
Maisie – Hyperbaric rendez-vous
RosGos – Viaggiarti il cuore
Punk Freud – Krampus

CLICCA QUI PER ASCOLTARE

—–

Recensione: Giulio Bianco, “Di zampogne e altre partenze” (2018)

gennaio 19, 2019 1 commento

by WM

giulio bianco - di zampogne partenze e poesia (copertina)Ci sono dischi più difficili da ascoltare di altri e ci son dischi che ti pongono dilemmi che te li rendono ancora più difficili. Questo disco appartiene alla seconda specie, specie protetta da tenere in una teca, se non fosse che a mettere le cose al museo poi le cose muoiono, fossero un libro, un dinosauro, ma anche un disco, un bel disco.
L’ascolto, per me fonte di enorme piacere, della zampogna salentina di Giulio Bianco, mi mette davanti a quei dilemmi che riempiono gli interstizi di Gommalacca, il nostro podcast in cui la musica popolare fa da padrona e dove mi interrogo, spesso senza risposta, sul perché la nostra musica “root” non produca a cascata un suo pop, sul perché sia confinata in qualche festival che la mischia inutilmente con “la qualunque” (come il Taranta Power che ospita sì il Trio Mandili, ma mette pure Ornella Vanoni e l’hip hop in un inutile melange postmoderno che nulla restituisce) o nelle notti della Taranta (dove mettono Steward Copeland dei Police a suonare la batteria fuori tempo). Altrove il popolare si è fatto pop, anche nella povera Irlanda o nelle Russie, mentre da noi no, e non basta un Caparezza ogni tanto.

Il disco di Giulio Bianco mette al entro la Zampogna, e non senza rischi. Far uscire fuori della circolarità della pizzica uno strumento estremamente espressivo ma dalla scarsa estensione melodica è un azzardo che il salentino si assume con gioia e coraggio. Il suono nasale ed arcaico a volte giganteggia sostenuto dal tamburo a cornice e dalle mandole (nella potente “intro” di Tornare), e costituisce il filo rosso di tutte le composizioni di questo breve album, quasi un EP, che spaziano dal Salento ai Balcani (Trainieri), flirta col tango e la fisa (Walzer dei giocattoli dimenticati, Cirano).

Un disco potente e bello, che spero venga salutato con favore anche dai puristi, e non sarà sdegnato da chi ama fare dei propri ascolti una scoperta: entrando in questo antro dorato vi troverà le radici, belle e odorose, da cui traiamo ancora linfa.

_img0627Abbiamo posto qualche domanda a Giulio Bianco, che ringraziamo per la cortesia e il tempo perso dietro le nostre paturnie.

Out. Spesso sono i titoli a dire molto delle intenzioni del disco: quali le partenze, quale la poesia di cui parla?
Giulio Bianco. Le partenze e la poesia sono stati i principali spunti creativi dell’album, tutti i temi musicali sono stati scritti a partire da suggestioni, immagini, pensieri e riflessioni che ho cercato di tradurre in musica attraverso la zampogna, strumento dal dna migrante per eccellenza e da sempre legato al mondo delle partenze. Tornare, originariamente si chiamava Partire; il brano è nato da una riflessione sull’estrema attualità di questa parola (dal latino partire / partiri), sul fatto che fosse una delle prime parole che l’uomo avesse dovuto inventare ed il cui significato originale era “dividere”, e su quanto ogni partenza assuma un significato soggettivo e personale.
Mi piace pensare che il brano abbia in se il sapore e la soggettività del viaggio, che per me che faccio il musicista è sempre un percorso con il privilegio di Tornare.
Un altro brano legato alle partenze è sicuramente Trainieri, in cui le voci di Uccio Bandello e Uccio Aloisi, aggiungono una dimensione temporale al viaggio dei carrettieri.
Cirano e il Walzer dei Giocattoli dimenticati sono invece brani che sono stati ispirati dalla poesia.
Tutto è iniziato con una riflessione sul ruolo della poesia ai giorni nostri; viviamo velocemente, costantemente in contatto gli uni con gli altri attraverso i social, ma poi profondamente soli nella vita reale.
Mi sono chiesto: che funzione può avere oggi la poesia? Come può catturare ancora l’attenzione di un giovane che vive così superficialmente?

_img0707Qualche anno fa, prima ancora dell’inizio della nostra collaborazione, lessi un racconto di Erri de Luca, che si chiama “Il turno di notte lo fanno le stelle”.
E’ un racconto – sceneggiatura, che parla di un uomo a cui viene trapiantato il cuore. Quello che mi colpì profondamente fu la conclusione del racconto, nelle ultime righe infatti, c’era una frase che non riuscivo a collegare alla trama, sembrava messa li per caso, la frase in questione era:

«Chi ha fatto il turno di notte per impedire l’arresto del cuore del mondo? Noi, i poeti».

Successivamente, ho avuto la fortuna non solo di conoscere Erri ma di collaborarci con il Canzoniere Grecanico Salentino. In uno dei nostri spettacoli, Erri spiegò il significato di quella frase, che era di Izet Sarajlich ed era riferita agli incontri letterari da lui organizzati a lume di candela negli scantinati di una Sarajevo assediata.
Attraverso Izet ho conosciuto una poesia che aveva la funzione di “interruttore di bombe”, una poesia che nelle notti dell’assedio più lungo dell’epoca moderna, in un posto dove mancava tutto, riusciva in qualche modo non solo ad interrompere l’assedio stesso, ma anche, sotto le bombe, a riabilitare l’amore attraverso le parole; e come quella di Cirano era una poesia “da dedicare”, una poesia attraverso i cui versi si sarebbero dati voce gli innamorati di due generazioni, una poesia che riusciva a far innamorare. Questa poesia mi ha ispirato una canzone, ma non essendo bravo con i versi, ne ho scritta una di sole note.
Il Valzer dei Giocattoli dimenticati ha una storia simile a quella di Cirano, ma non ne parlerò; ho scelto di non inserire un libretto e alcun tipo di parola nel disco per non influenzare l’ascoltatore e permettergli di viaggiare soggettivamente attraverso la mia musica.

O. La zampogna nel suo disco si fonde col drum’n’bass e l’elettronica. Com’è stato quest’incontro?

G.B. Gustav Mahler scriveva: “Musica popolare non è culto delle ceneri ma custodia del fuoco” e questo concetto è parte fondamentale del mio processo di scrittura in cui vecchio e nuovo si legano indissolubilmente, creando un ibrido in cui il linguaggio della musica tradizionale è ancora evidente ed il cui suono è stato concepito e studiato per suonare “moderno”. Il disco nasce anche dall’esigenza di sperimentare nuove forme di approccio alla musica tradizionale salentina e da una riflessione su come la tecnologia abbia fortemente influenzato e cambiato il linguaggio di ogni tipo di genere musicale; gli archi classici ad esempio hanno introdotto il vibrato dopo l’invenzione dei registratori, per limitare i difetti di intonazione che sfuggivano all’orecchio quando l’ascolto era ancora unico ed irripetibile.
Il linguaggio tradizionale è da sempre legato a doppio filo agli strumenti che i musicisti avevano a disposizione in un determinato periodo storico in una determinata area, ed è naturale che questo si evolva e muti con l’arrivo di nuovi strumenti e tecnologie, i cambiamenti del tessuto sociale, la perdita di alcune funzioni.
Oggi il nuovo è rappresentato dall’elettronica, e nel mio disco quest’ultima non è che un nuovo colore da utilizzare per continuare a “custodire il fuoco”.

O. La musica popolare ha ancora un suo perché? Esiste un popolo a cui trasmettere le danze e i suoni?

G.B. La musica popolare esisterà finché esisteranno le persone, perchè rappresenta il presente, esalta le differenze e il meticcio di ogni cultura.
Negli anni, riferendomi alla musica popolare salentina, abbiamo assistito alla perdita di molte delle sue “funzioni originarie” anche perchè è cambiato il contesto socio-culturale; oggi non si canta più per scandire il tempo del lavoro, o per curare, non esistono più i carrettieri, ma ci sono alcune realtà musicali come ad esempio il Canzoniere Grecanico Salentino che cantano “del presente”, che fanno proposta e non riproposta pur rispettando il linguaggio, che “tengono acceso il fuoco”.
Nel momento in cui si sale su un palco, ovviamente non si fa più musica tradizionale nel senso più puro del termine e la funzione diventa unicamente estetica.

O. Ci dice qual’è il suo disco nello stereo e il libro sul comodino?
G.B. Ci sono diversi dischi nel mio stereo (ahimè dgitale) e diversi libri sul mio comodino. Ultimamente sto ascoltando un sacco di musica nordica ed elettronica da Olafur Arnalds, Inude a Bon Iver, ma se dovessi consigliare un artista sicuramente sceglierei Gian Maria Testa, c’è anche un po’ di lui nel mio disco. Uno dei libri più illuminanti che ho letto e che consiglio è invece “Come funziona la musica” di David Byrne.