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Archive for the ‘Musica’ Category

Video-rece: Cristina D’Avena, “Duets” (2017)

di Chiara Carla Napoletano

Affidiamo alla bravissima youtuber Chiara Carla il compito di inaugurare il filone delle videorecensioni anche su Out. Premiamo play con entusiasmo e ci affidiamo alla bella narrazione della nostra. già ascoltata in un paio di nostre playlist.

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Recensione+intervista: Giancarlo Frigieri, “La prima cosa che ti viene in mente” (2017)

novembre 22, 2017 Lascia un commento

by WM

 

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Il cantautorato barboso e barbone mi aveva da tempo allontanato da quei cantori dell’ovvio che mi avevano accompagnato come rumori di fondo della giovinezza, dai quali fuggivo a colpi di Vivaldi e progressive rock; deterioratisi i giganti, finiti nell’umido i vari Dalla, De Gregori e compagnia piacevolmente cantante, avevo riparato le orecchie dai vari Ron, Carboni, Baccini, perché erano perfetto specchio della musica di quegli anni lievi che ora i fan di Stranger Things idolatrano senza averli mai vissuti.

E non puoi prendertela con lo specchio, non ha colpa lo specchio: al limite puoi evitare di guardarci dentro, ma è sempre un po’ un perdersi qualcosa.

Dal sonno dogmatico mi hanno risvegliato i nuovi cantori del meno ovvio, quelli “nuovi”, verso i quali mi ha mosso questo senso di perdita della parola, un vuoto da riempire.

Essi ormai non hanno il sostegno delle classifiche e delle radio, non hanno le major alle spalle e vendono pochissimo, cosicché devono smazzarsi un enorme lavoro di date live per promuoversi e sfondare il muro di indifferenza di un pubblico spesso annoiato anche nei circuiti di nicchia.

Giancarlo Frigieri - foto 2

Seguo Frigieri, annusandolo da lontano, dal suo LP del 2012, che ho ascoltato moltissimo pur avendone parlato poco: non che mi manchi la chiacchiera, ma il lavoro era esaustivo, autoesplicativo, un ritratto sghembo e malinconicamente poetico del decennio che ci apprestavamo a vivere (chi volesse approfondire, QUI la recensione, ma conviene andare a recuperare direttamente il disco, e magari comprarselo: sosteniamo i musicisti).

Dopo varie tappe, arriviamo a un ottavo album, inciso tra quattro mura per ritrovare intimità con le parole (abbiamo pure gli outtakes ne “I giorni che no”, che gustiamo in due versioni dirette e suadenti); esso prosegue il percorso precedente con alcune novità evidenti: le parole, spesso giocate su un coinvolgente “tu” poetico, si fanno più velate, richiedono di essere esplorate, vogliono essere meno didascaliche e più rivelatrici (anche quando si parla quietamente d’amore, come in “Vela”, pezzo stratificato e semplice, ma non semplicistico I love you).

Meno facilità d’uso: Frigieri è, come lessi tempo fa, uno che comincia con cinque spettatori e finisce con cinquanta attenti ascoltatori: il vestito è pop, cantabile, con sporadici inserti rock (“Sei Tu”) ed etnici (“Triveneta”, con richiami all’Africa che ricordano gli scozzesi Mouth Music). I testi non si schiodano da un tono medio ed elegiaco, come nella tradizione di quelli bravi, che sono però veicolo di cortocircuiti sorprendenti, espandendosi in molte direzioni, avendo abbandonato il ritratto d’ambiente (ricordo la splendida “La Polisportiva”) e puntando all’espressione dell’io lirico, e l’io non può che parlare di sé con speranza e sottile angoscia, affidandosi dylaniamente a sei corde e un’armonica.

Tre domande tre a Giancarlo Frigieri

– Mi pare che in questo suo nuovo album i testi siano, come dire…, diversi, più intimi. Dipende da come è stato registrato? E’ un cambio di direzione o nascono come sempre dal ritratto del mondo che la circonda?

I testi sono più intimi, in linea di massima. E’ vero. E’ una scelta. Direi che, principalmente, sia accaduto che ho cercato di avere un punto di vista del mondo diverso dal solito. Anche quando ci sono delle canzoni che parlano di temi decisamente più globali, come “Triveneta” o “La prima cosa che ti viene in mente” ho scelto di utilizzare l’immedesimazione e di cantare senza giudizi, anche se poi ovviamente i giudizi un poco traspaiono. Ma ho cercato di asciugarli e di andare all’essenza delle cose.

– Cantautore? Una vecchia etichetta di cui disfarsi o una parola che conserva un senso?

Io dico sempre che sono uno che suona la chitarra e canta. Dovrei aggiungere che mi scrivo anche le canzoni. Quindi, per dirla in una parola sola, sono un cantautore. E’ un termine comodissimo, agile e versatile. Io lo uso senza vergogna, se poi qualcuno si vergogna di usare questa parola qui perché ha un’accezione negativa nel suo immaginario, il problema è tutto suo.

– C’è un disco, un libro, un film che i suoi ascoltatori dovrebbero conoscere meglio per entrare nel mondo delle sue canzoni, per capire meglio il Frigieri artista?

Un libro: “Democrazia, cosa può fare uno scrittore?” di Luca Rastello e Antonio Pascale.
Un disco: “The velvet underground & Nico”.
Un film: “Amici miei” o “Taxi Driver”. O entrambi.

Raffica di Novembre ’17, ovvero post Rocco e i suoi fratelli

by WM

Riflettevo su come mi ripugnasse ogni cosa “post” in cui mi imbattessi: post-moderno (scusa per frullare tanti generi quando non ne sai usare nemmeno uno: risultato= fine dei generi, morte del tragico e del comico), post-democrazia (come fa figo chiamare il nullismo senza alternative), post-verità (palle per gonzi). E se almeno post-rock si salvasse?

In fondo, riflettevo, il rock conservativo è al palo, roba per storici e amanti di vinili, e i suoi figli più o meno legittimi devono sopravvivere in nicchie dove, chissà, un giorno diranno qualcosa anche al popolo, se mai risorgeranno i popoli (oggi c’è solo un post-popolo, il “popolo della Rete”, dove restare per sempre dodicenni).

Ma il post-rock, riflettendoci bene, non è niente, parola che non connota nulla, non contenendo nulla, ma per fortuna ha in sé un tale ampio spazio di manovra che consente esplorazioni senza sensi di colpa, poiché ci si può permettere di deframmentare i codici e ricomporli con l’avventata gioia di un fanciullo. E volendo stare attenti alle etimologie, esso è solo quel che giunge dopo, niente di più.

I Fiori di Mandy, Radici (EP, 2016)

Pensavo proprio a loro quando scrivevo le righe poco smopra, proprio perchè il trio de I Fiori di Mandy ha sempre sbandierato (a quanto leggo altrove) una programmatica mancanza di programma, uno stuolo di influenze contraddittorie come dovrebbero essere quelle di gente che ascolta molto e incamera tutto, dai Cccp agli Afterhours. Tuttavia, non ci troviamo di fronte a mera conservazione del patrimonio del post-punk italiota o del roccume bolso di tanti anni ’90, ma al bisogno di suonare e farsi ascoltare, a costo di salire su un palco vestiti di gonne a fiori, inanellando tracce in lingua nazionali dolci e angosciose (molto bella “Afrodite”); i tre ci paiono animali da palco e ci piacerebbe vederli dal vivo per verificarlo, e per ora mi accontento di questo Ep che il mio mac sputa sempre fuori, ma l’autoradio ha accettato con gioia.

https://www.facebook.com/FioridiMandy/

Frank Sinutre, The Boy Who Believed He Could Fly (2017)

Una delle uscite più notevoli del post-qualcosa, anche se l’esistenzialismo elettronico (Credeva di Volare), il classicismo synth pop (Challenger 1986), le pulsioni elettriche e danzerecce di certi pezzi, al limite del funk ( Be all you can be) ci porta in teoria assai lontani dal contenitore in cui vorrei ficcare apposta i Frank Sinutre, ma mi sorregge la convinzione che la grammatica del post-vattelappesca non sia stata minimamente codificata, e così questi saggi e divertenti figli dei favolosi anni ’80 possono di diritto ambire a costruire una tessera di questo nuovo puzzle.

Ma non è solo sperimentazione sonora, ma anche ricerca meccanica ed elettrica, con l’invenzione e la modifica di strumenti elettronici home made, che permette un approccio intenso e carnale con le protesi sonore che propagheranno il suono, un’intimità che si avverte, si vive ad ogni traccia.

Un vero e proprio colpaccio averli tra le proprie fila per la New Model Label, segno che nel sottobosco c’è vita.

PS. sono riuscito a recensirli senza nominare una volta Air, Boards of Canada e Aphex Twin. Grazie, clap, clap.

https://www.facebook.com/FrankSinutre/

 

Autist, Controverse (2017)

Un album post-tutto, un duo francese di stanza a Berlino, in bilico fra acustica ed elettronica, con profonde pulsazioni dub e virate rumoristiche e ipnotiche, con un parlato disturbante e inquieto, il tutto a comporre un’ideale colonna sonora delle inquietudini metropolitane di cieli oscuri e palpitanti di odio e speranza. Tra punk e dark wave, gli Autist si rinchiudono in una bolla autosufficiente di suoni, di tutti i suoni esperibili, e di ritmi i 4/4.
Un’esperienza intensa, un’esplorazione di nuove strade verso la psichedelia, intesa letteralmente come ricerca dell’anima.
Amore al primo ascolto, rabbia pura.

http://www.autist.tv/

https://www.youtube.com/user/autistofficial
https://www.facebook.com/autist.official/

Recensione: Porco Rosso, “Living Dead” (2017)

di Claudia Amantini

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Porco Rosso è un collettivo artistico formato da due persone, Michele Ricoveri (parole, voce e partiture elettroniche) e Giovanni Sodi (organo elettronico, synth e miscellanee), un duo Synth Punk che abbraccia l’elettronica e… la prima cosa che mi hanno ricordato, sarà per il nome, è il film d’animazione giapponese di Hayao Miyazaki.

E mentre le tracce si susseguono riaffiorano altri pensieri. Nella visione buddhista il maiale rappresenta l’ignoranza e l’autoinganno del sé, nel vocabolario Treccani diventa un individuo ingordo, grasso, flaccido, nel Medio Evo è simbolo di generosità e fertilità, per il cristianesimo emblema di lussuria. Per il “nostro” duo invece il Porco sta per maiale sovversivo. E sovversivi lo sono: prima e ultima traccia (Introne e Outrone) assomiglia ad un comunicato uscito dritto da V for Vendetta; Baci E Abbracci regala schiaffi, pugni e calci, ma anche carezze, baci e abbracci… Un concept album che strizza l’occhio al Teatro degli Orrori, qualche nota lontana dei Depeche Mode, un’ironia (La Marcia Dei Maiali) che fa riaffiorare Roberto “Freak” Antoni. Profondo Nero ne è il primo singolo (videoclip) tratto da questo Living Dead, che merita più di un ascolto per finire sottopelle, con pace della New Wave. (scuderia New Model Label)

 

Press Play on Tape 21: The Falls

Guidati da Amantinustra e Ilenia Volpe (per cui di solito ci vuole il parental control, ma stavolta no!), andiamo alla scoperta di una deliziosa band indipendente (dagli indipendenti) chiamata The Falls. Aurora, la batterista, ci sopporta per una mezzoretta di musica, risate e massimi sistemi (splendidi racconti al PignetoCaffè, Via del Pigneto 15 manonèpubblicità!).

CLICCA QUI PER ASCOLTARE

Scaletta

-Superman
-Just to make it clear
-Run away

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Rrröööaaarrr: Manilla Road

by DOOM

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I Manilla Road sono una band di heavy metal statunitense, fondati a Wichita, Kansas nel 1977 dal cantante e chitarrista Mark Shelton e dal bassista Scott Park a completare la formazione arriva il batterista Rick Fisher. Dopo l’uscita della demo Underground del 1979, la band nel 1980 esordisce con Invasion edito dalla Roadster Records. Incoraggiati dai giudizi positivi della stampa e dal crescente numero di fan i Manilla Road concordano con la Roadster Records la pubblicazione di un secondo album, intitolato semplicemente Metal uscito nel 1982. Ancora una volta, le nuove canzoni vengono accolte con entusiasmo da stampa e fan. Il brano Flaming Metal System (in seguito pubblicato sulla ristampa di Crystal Logic), appare sulla compilation U.S. Metal #3 della Shrapnel Records, che viene distribuita anche in Europa portando la band all’attenzione di stampa e pubblico del vecchio continente. Nel dicembre 1983 i Manilla Road pubblicano Crystal Logic. Questo disco è considerato insieme ai suoi due successori, album fondamentale per la nascita del genere epic metal (Il titolo “epic” deriva dalla tematiche affrontate nei testi, che richiamano scenari mitologici, fantasy e epici. Non è mai stato un genere esposto al mainstream, ma è sempre rimasto ancorato alla scena underground, accompagnata da pochi fan e da piccole case discografiche e si è sviluppato prevalentemente negli Stati Uniti tra gli anni settanta ed ottanta venendo influenzato principalmente dal hard rock e poi dall’ heavy metal). Nel 1984 il batterista Rick Fisher lascia la band. Viene rimpiazzato dal talentuoso Randy “Thrasher” Foxe, i cui virtuosismi alla batteria diventano un altro punto di forza della band in futuro.

ManillaRoad
La band abbandona la Roadster Records e firma per l’etichetta francese Black Dragon Records, sotto la quale pubblicano il loro secondo capolavoro:
Open the Gates che conferma la fama crescente della band, che si consolida con il terzo “classico”, The Deluge, pubblicato nel 1986 sempre su Black Dragon Records. In questo album il drumming di Randy Foxe inizia a divenire una componente importante nell’alchimia della band, e da al sound un tocco più tecnico e potente. Nel 1987 viene pubblicato Mystification, che conferma quanto detto per i precedenti tre album: esso è suonato nel classico stile dei Manilla Road. Le reazioni del pubblico e della stampa sono sempre positive, ma meno rispetto a quelle esternate per gli ultimi tre album.

Nel 1988 i Manilla Road tornano sul mercato con Out of the Abyss, lavoro influenzato dal nascente filone thrash metal e per questo poco apprezzato dai fan puristi. L’ultimo album della band prima dello scioglimento è The Courts of Chaos, Dopo la pubblicazione dell’album e qualche data live i problemi tra Park e Foxe non sembrano attenuarsi, così Shelton decide di sciogliere la band per cercare di far riappacificare i due. Ma invano. Verso la fine degli anni novanta l’interesse verso i Manilla Road ricomincia a crescere, dato che molte delle nuove epic metal bands li citano come principali influenze. La vera riunion si concretizza nel 2001, con la pubblicazione di Atlantis Rising su Iron Glory Records e seguito nel 2002 da Spiral Castle.

È sempre del 2002 esce Mark of the Beast, album “perso” originariamente registrato nel 1981 e scartato per concentrarsi sulla produzione di Metal. Nel 2003 i Manilla Road pubblicano il loro tredicesimo full-lenght: Gates of Fire, lavoro suddiviso in tre trilogie. Nel 2008 con una nuova formazione incidono Voyager uscito per l’italiana My Graveyard Productions, che ha garantito alla band un posto come headliner all’importantissimo Play it Loud Festival. Nel 2011 la band, con una ulteriore nuova formazione ha pubblicato Playground Of The Damned per la Shadow Kingdom Records. Sempre per la stessa etichetta è uscito nel 2013 Mysterium. Mentre per la Golden Core Records è uscito il più recente The Blessed Curse. Tutti dei buona fattura ma orfani di quella epica magia che aveva caratterizzato: Crystal Logic, Open the Gates e The Deluge. I Manilla Road sono considerati uno dei gruppi più importanti dell’epic metal, avendo contribuito al suo sviluppo insieme con Manowar e Virgin Steele.

Gommalacca 10 – Il folk prima del folk

0x0_12295849C’era un altro folk. Una volta. Prima del rock, dei Juke box, la musica popolare era leggerezza, ballo in levare per salvarsi dai padroni infami, dalla vita di fatiche bestiali, doveva far respirare per un po’: una forma di resistenza, di tenace attaccamento alla vita.

Prima che diventasse sterile parodia del rock’n’roll.

Gommalacca 10 ripercorre le strade della musica popolare: Francesco alla conduzione.

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Playlist

John Vesey: Reels: Bonnie Kate/Kiloran’s Reel
The Balfa Brothers: Drunkards Waltz
Alvaro e Susana Seivane: Muiñeira de Chao – Curuxeiras (muiñeiras)
Harry McClintock: The Big Rock Candy Mountain