Archivio

Archive for the ‘Libri’ Category

Out segnala: Andrea Gini, “Il dio Del Nulla” (romanzo, 2018)

dicembre 14, 2018 Lascia un commento

Ci stiamo divertendo a leggere un romanzo di fantascienza che ci riporta ai brossurati Urania e alla tempi in cui Asimov, Ben Bova, Clarke, Pohl e compagnia varia erano nostre guide verso nuovi mondi. Lasciamo la parola all’autore…

Copertina Il Dio del nulla 15x23 definitiva

Sinossi:

La storia del “Dio del nulla” si svolge in un futuro lontano di migliaia di anni, nel quale l’uomo ha attraversato fasi di evoluzione e devoluzione fino a giungere al concepimento di una monarchia assoluta dominata da uno Stato Vaticano corrotto e deviato e da un Papa Re folle e megalomane.

L’intera umanità è ridotta in schiavitù, decimata e assoggettata all’onnipotenza e ai deliri religiosi di un uomo resosi immortale attraverso la scienza e i potenziamenti cibernetici.

Intere legioni di cyberman guidati da un’unica volontà folle pattugliano e rastrellano il pianeta in cerca di ribelli ed eretici.

Un piccolo gruppo di persone trama nell’ombra con il solo umile scopo di preservare la storia, la cultura e le conoscenze pre impero, ora considerate eretiche.

Uno sconvolgimento nella routine quotidiana di questo piccolo gruppo di “ribelli” avviene quando un intero mondo alieno viene avvistato in rapido avvicinamento alla Terra.

Il Papa Re avverte ciò come una minaccia e decidere di distruggere il pianeta misterioso con la sua immensa flotta di navi da guerra.

I “ribelli” interpretano l’avvistamento come l’opportunità di trovare potenti alleati che possano salvare il pianeta.

Entrambe le fazioni lasciano la Terra per intercettare il pianeta alieno.

I costruttori del mondo alieno sono i padroni dell’universo, esseri che governano, osservano e gestiscono ogni galassia a loro piacimento.

Custodiscono meravigliose tecnologie e inquietanti segreti.

Gli alieni sono già stati sulla Terra, dove millenni prima hanno creato con i loro esperimenti una creatura che nel tempo si è evoluta in “uomo”.

I protagonisti della storia affronteranno le battaglie con il Papa Re e le altre minacce nelle profondità dello spazio, accompagnati da due potenti antichi alieni.

Assieme a loro dovranno affrontare la più grande delle sfide.

Usare un misterioso manufatto per raggiungere la conoscenza assoluta oppure risvegliare il Dio del nulla.

Reload: l’altro Levi

di Flavia Guidi

85_Primo-Levi_1200px_

Chi non ha letto “Se questo è un uomo”? Chi non conosce Primo Levi in quanto testimone della infernale esperienza del Lager?

61lIW6NSudLTuttavia chi vada a cercare le altre opere di Levi troverà anche una serie di scritti di tutt’altra natura, come “Il sistema periodico”, “Lilìt e altri racconti”, “Ad ora incerta”, venendo a conoscenza dei numerosi generi narrativi e temi a cui Primo Levi si è dedicato. Lui che era prima di tutto un chimico, e forse ancora prima un amante della montagna, che considerava fonte di conoscenza, scientifica e umana.

In questo articolo voglio soffermarmi su un aspetto che da molti è stato preso in considerazione, ma con uno scopo diverso.

Parto “da lontano”: quando si parla di materie umanistiche si vengono a delineare due fronti opposti, ovvero quello formato da chi ritiene il latino e il greco (soprattutto, ma non solo) interessi da coltivare nel tempo libero, lingue morte e forse da seppellire una volta per tutte in quando “la società sta migrando verso nuovi orizzonti”, e dall’altra parte coloro che difendono strenuamente l’importanza della lettura di Catullo, Orazio o Plutarco. Ma, io chiedo, perché difendere i “classici”? Alla domanda relativa all’utilità (che brutta parola!) di questi ultimi, molti dei “paladini” rispondono che c’è un tarlo nella domanda stessa e che, perciò, non dobbiamo salvare solo ciò che è utile.

Dove voglio arrivare? 9788884027139_0_0_279_75Che c’entra tutto questo con Primo Levi? Ora vi spiego: stavo leggendo il saggio di Enrico Mattioda “Levi”, edito dalla Salerno. Mattioda ovviamente non può fare a meno, analizzando “Se questo è un uomo”, di parlare anche di quel passo tanto letto nelle scuole, tanto “chiacchierato”, che è il capitolo intitolato “Il canto di Ulisse”. Enrico Mattioda scrive molte delle cose che già sappiamo, ma poi dice, parlando di Levi: “Ritrovare se stesso fu il compito che lo attese al ritorno, quando potè finalmente scrivere. E allora si pose un nuovo problema: come dire quello che era successo, quale linguaggio usare? La risposta fu trovata nel linguaggio dei classici e nella sua capacità di rappresentare”. A quel punto ho sentito qualcosa, due poli si sono toccati: cortocircuito. Se è vero che non dobbiamo cercare l’utilità di ciò che apprendiamo, tuttavia Levi riesce a fornire un esempio lampante quanto pregno di significato del fatto che anche ciò che abbiamo sempre ritenuto inutile, o forse addirittura noioso, potrebbe divenire di vitale importanza, e in situazioni anche estreme, quelle più lontane dalla quotidianità che ci permette di avere accanto a noi, nella libreria, una “Commedia” a portata di mano. Dante non solo riesce a configurarsi come vacanza “liberatoria e differenziale”1 dal Lager, ma a fornire la chiave che consente a Levi-scrittore l’accesso alla possibilità di espressione e descrizione di ciò che è l’esperienza del campo di sterminio.

“In realtà, la scrittura non è mai spontanea. Ora che ci penso, capisco che questo libro è colmo di letteratura, letteratura che ho assorbito attraverso la pelle anche quando la rifiutavo e la disdegnavo (giacché sono sempre stato un cattivo studente di letteratura italiana). Preferivo la chimica. Mi annoiavano le lezioni di teoria poetica, la struttura del romanzo e roba del genere. Quando fu il momento e dovetti scrivere questo libro, e allora avevo davvero un bisogno patologico di scriverlo, trovai dentro di me una sorta di “programma”. E si trattava di quella stessa letteratura che avevo studiato più o meno con riluttanza, di quel Dante che ero stato costretto a leggere alla scuola superiore, dei classici e così via”2.

1 P. Levi: “I sommersi e i salvati”

2 P. Levi: “Conversazioni e interviste”

 

Recensione: Massimiliano Nuzzolo, “Fratture” (romanzo, 2012)

novembre 1, 2013 2 commenti

di Claudia Amantini e Francesco Misiti

FrattureUn libro a due voci, le voci di Thomas ed Elisa. Due mondi che s’incontrano via cellulare. Entrambi vittime della vita, entrambi che cercano di “trovare una cosa sensata da dire, un gesto ideale per ricomporre le fratture”.

Thomas sembra avere una vita felice, famiglia, lavoro, ragazza. Elisa anche, studentessa fuori sede con la passione per la fotografia. Ma la frattura è in agguato: Thomas è vittima di un incidente e si risveglia dal coma con la memoria azzerata, non riconosce né madre, né padre, né sorella, né fidanzata. Casa sua, la sua stanza, si sente estraneo. Elisa è risucchiata dal suo personale inferno, per lei il mondo pesa.

Un giorno Thomas legge una scritta nel bagno di un locale: “Cerco disperatamente una persona che abbia ancora l’anima e che possa prestarmela. Ne avrò molta cura. Promesso. È una cosa seria”, sotto la frase un nome e un numero di telefono. Thomas chiama e dall’altro capo Elisa risponde. E il libro fila via così, tra le conversazioni telefoniche, tra gli stati d’animo dell’uno e dell’altra. Anzi il libro inizia a Roma, fa rewind e si richiude a Roma, la città eterna. Nel mezzo citazioni sparse, i vinili di the Cure, Ramones, Bauhaus, David Bowie; i libri di Camus, Wilde, Tondelli, Carver, Fante. Momenti che qualcuno tenta di immortalare con Transformer di Lou Reed mentre il primo capitolo omaggia i Joy Division. Un libro pieno di musica.

Ci sono risate, ci sono lacrime, la voglia di “trovarsi”, di ripartire da zero: “Fratture” è specchio del suo tempo, inquietudini del millennio, frammentazioni e intrecci su piani sghembi, dove l’intreccio insegue una fabula fluttuante, ora delicata, ora sanguigna; le fratture dello spazio-tempo si incrociano su piani lontani che cercano una convergenza di rette parallele all’infinito.

Libro difficile, come difficili i tempi. Non consolante, non scevro da una sottile tenerezza. E a noi di Out è piaciuto così.

SITO: http://fratture.wordpress.com/

Recensione: Marco Bazzi, “Il Senso della Band” (libro, 2013)

giugno 25, 2013 2 commenti

Il Senso della BandIl Senso della Band

Oltre la tecnica. Tutti gli elementi che rendono una band unica (Edizioni Curci)
Autore: Marco Bazzi
Formato: 17×24
ISBN: 9788863951431
Pagine: 192
Prezzo: € 21,00 con DVD
________________________________________

Abbiamo gli strumenti, un garage dove strimpellare, un po’ di tempo sottratto ai libri di scuola, alla morosa, a tutte le cose che a mo’ di un bidone-aspiratutto prosciugano le nostre risorse. E ora? Ammettiamolo, chiunque ci abbia provato sa che i primi passi sono sempre abbastanza deludenti: superati i primi problemi tecnici e deciso il cosa suonare, subentra il problema di come suonarlo e perché. Il problema del senso della band.

Era dai tempi di “Manuale del gruppo rock” (Anthropos, 1982) scritto dal Banco del Mutuo Soccorso che non leggevo un libro simile, davvero… l’agile e divertente manuale di Marco Bazzi prova a riempire i vuoti sui quali i manuali di tecnica dello strumento non si pronunciano mai, la necessità di imparare ad uscire dalla solitudine della cameretta per interagire con altre persone in un percorso musicale consapevole e vivo.
Si badi:
questo libro non ė un banale “Bandmaking for Dummies”, un vademecum per velleitarie future star della musica, dove si predica una religione del cuore fatta di improvvisazione e pressappochismo, anzi. Da bravo musicista nonché insegnante, l’Autore sgombera subito il campo dai dubbi: vuoi trasgredire le regole? conoscile a menadito! Apriti agli altri e condividi quindi il tuo mondo interiore. A volte incautamente in qualche pagina si consiglia di abbandonare la “razionalità” (un brivido mi corre lungo la schiena, il Bazzi me lo conceda) in apparente contraddizione con l’andamento puntuale ed analitico dei capitoli, ma in effetti si intende il lasciarsi dietro preconcetti, paure e timidezze che rendono i musicisti italiani un po’ pavidi nel confrontarsi con gli intoccabili maestri d’oltreoceano o con quelli aldilà della Manica.

Uno degli aspetti più interessanti de “Il Senso della Band” è il punto di partenza di ogni esperienza musicale, cioè l’ascolto, che aiuta a cogliere le differenze e le specificità dei diversi generi, che differiscono per dinamiche, linguaggi, groove è sentimento musicale, non per imparare una grammatica da imitare pedissequamente, ma per entrare nel cuore pulsante del rock (o del pop, blues, reggae, funk…) ed inserire ciò che siamo in maniera dinamica, non per fare il compitino, ma per vivere la musica così come noi siamo senza inutili nostalgie o piatta filologia da cover band.

A completamento del libro, in allegato un DVD che ci inonda di 2 ore di musica live, con la magia dell’incontro fra 17 musicisti internazionali, i quali si confrontano sui generi musicali in nome di una solidissima preparazione e di un comune sentire che vive la musica in quel momento magico dell’interplay che permette di essere veri come poche volte accade nella vita, ovverosia tendere all’Arte.

“Il Senso della Band” è un libro che può diventare un punto di riferimento per i giovani musicisti per la sua accessibilità, lo stile ritmato e fresco (e qualche emoticon di troppo), ma anche per chi ama ascoltare i generi della musica popolare moderna con più consapevolezza e intelligenza, per vivere la magia della musica con un pizzico (anche due) di intelligenza in più.

SITO: http://www.edizionicurci.it/printed-music/scheda.asp?id=3172&fb_source=message

Reload: Roma

default

di Flavia Guidi

Orazio parlava di “aurea mediocritas”, l’incisione nel tempio di Apollo a Delfi “medèn àgan”, cioè “nulla di troppo”. E anche nella cultura sembra la via mediana quella vincente.
È stato da poco presentato al Liceo Classico Niccolini-Gerrazzi di Livorno il libro di Donatella Puliga e Silvia Panichi Roma. Monumenti, miti, storie della città eterna, edito da Einaudi. Roma non è che il terzo frutto della collaborazione fra la professoressa Puliga, docente all’università di Siena e responsabile del Laboratorio di ricerca sulla didattica dell’antico, e l’archeologa e storica dell’arte Silvia Panichi, che si occupa in particolare di tematiche relative alla trasmissione di temi e modelli classici nell’arte moderna. “Abbiamo pubblicato nel 2001 In Grecia e nel 2005 Un’altra Grecia”, dice Silvia, “ due libri che volevano presentarsi come una sorta di guida per tutti coloro che volevano visitare la Grecia sapendo che cosa stavano ammirando. Non volevamo realizzare saggi per specialisti, con lunghe e complesse note come si fa nei testi universitari, ma non ci siamo neppure accontentate di stendere qualcosa che semplificasse e in qualche modo andasse a distorcere la storia, gli usi e i costumi dell’antica Grecia. La casa editrice, dopo il successo dei nostri primi due lavori, ha così deciso di realizzare una serie di saggi, uno dei quali addirittura parla di Cuba”.

Così ecco il loro terzo lavoro. Stavolta la protagonista è Roma, che nel libro si racconta attraverso le sue bellezze artistiche come il tempio di Giove Capitolino, il sepolcro degli Scipioni, l’Ara Pacis o l’Arco di Costantino. Nel saggio, inoltre, viene seguita la storia dei monumenti attraverso il tempo: tutto ciò che si è conservato è stato protagonista anche della storia recente, cambiando spesso il proprio “significato”. Ecco, infatti, che le due autrici raccontano di scavi archeologici e riscoperte, di riprese di canoni e temi classici nell’età moderna e contemporanea (come nella Morte di Giulio Cesare del pittore Vincenzo Camuccini, realizzata fra il 1793 e il 1806 o nell’uso e abuso della figura di Augusto durante il ventennio fascista).

La professoressa Puliga ha istituito un paragone, dicendo che come la Divina Commedia di oggi è anche quella di Roberto Benigni, il Colosseo degli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento è stato anche quello “regale e fatiscente” ricostruito dentro Cinecittà. Quello che colpisce del saggio è che attraverso l’arte, quindi forse attraverso la bellezza, chiunque è capace di avvicinarsi alla storia, alla letteratura, all’antropologia, portandosi dentro conoscenze finalmente non “da rotocalco”.

Il libro è ricco di immagini e in fondo è presente un indice dei nomi. Se si scorre con attenzione questo indice vediamo che nel saggio sono presenti grandi figure storiche dell’antichità, come Adriano e Alessandro Magno, ma anche odierne come Barack Obama, e inoltre personaggi mitici come Enea o grandi letterati come Euripide, Tacito, Goethe. Le numerose citazioni aiutano quando a immergersi nell’atmosfera dell’antica Roma, quando a fare interessanti paragoni con il presente. Le due autrici hanno sottolineato, infatti, come sia necessario e sostanziale conoscere il passato, anche quello più remoto, per comprendere ciò che ci circonda oggi. Quello che siamo noi adesso lo dobbiamo in gran parte a quello che Roma è stata, nell’età repubblicana come nel periodo imperiale. E, infatti, chissà quante cose sarebbero diverse se non ci fosse stato l’Impero romano e la civiltà latina. Vincenzo FarinellaRaccontando ai ragazzi del liceo la storia dell’Anfiteatro Flavio, meglio noto come Colosseo, Donatella Puliga ha fatto capire come gli studi classici servano anche a comprendere che, come un tempo le matrone romane impazzivano per la fama e la prestanza fisica dei gladiatori, oggi le ragazzine sono affascinate dai calciatori. Questo è uno degli esempi più semplici per accorgersi che per molti aspetti le distanze temporali non contano.Dobbiamo, quindi, prima conoscere a fondo, poi vedere con i nostri occhi ciò che di una antica civiltà rimane, recarsi sul posto, e infine saper collegare fra loro le nostre conoscenze, utilizzare con discernimento il nostro strumento critico, tessere una tela che riesca a collegare correttamente tutto ciò che abbiamo finora appreso. Roma sembra essere il luogo più esemplificativo.

Vincenzo Farinella, docente di Storia dell’Arte moderna all’università di Pisa, nella sua postfazione al saggio riesce a riassumere tutto questo quando dice che dobbiamo: “prendere coscienza della caratteristica che fa di Roma una città unica al mondo: la millenaria continuità di epoche, di culture e di monumenti stratificatisi l’uno sull’altro, in un’affascinante simbiosi che pone costantemente ogni nuova creazione in relazione strettissima col passato, in un continuum estremamente vitale e fecondo, fonte di infiniti stimoli per tutti gli artisti che a Roma hanno lavorato, creato, vissuto”.

Categorie:Libri Tag:,

Reload: Le parole sono importanti

febbraio 23, 2013 Lascia un commento

vlcsnap-2010-09-04-19h39m45s152

di Flavia Guidi

Le parole sono importanti!” gridava Michele Apicella, personaggio interpretato da Nanni Moretti nel suo film “Palombella rossa”.

Queste sono spesso sintomo e indizio di realtà concrete e a volte sono addirittura in grado di modificare ciò che ci circonda. Così il linguaggio può finire per condizionare il suo “creatore”, come se celasse al suo interno una verità ontologica che porta inevitabilmente con sé. Tuttavia, l’attenzione all’utilizzo di un linguaggio “giusto”, non deve portare ad assumere posizioni estreme, che possono generare usi linguistici fuorvianti.

image_book

L’articolo è stato ripubblicato in questo volume

Il semiologo Umberto Eco scrisse un articolo, poi apparso su “La Repubblica” nell’ottobre 2004, sul politically correct dove, con lucida ironia, mostrava le numerose contraddizioni a cui certe “deviazioni linguistiche” avevano portato. Così, per ovviare a ingiuste discriminazioni o per evitare offese, il “politicamente corretto” ha tentato di trovare termini sostitutivi eufemistici come “diversamente abile” per “disabile” o “operatore ecologico” per “spazzino”. Eco, però, dice che in questo modo “si è ipocritamente rimossa la parola, ma non il problema. Questo spiega perché una categoria richiede il cambio del nome e dopo un poco, restate intatte alcune condizioni di partenza, esige una nuova denominazione, in una fuga in avanti che potrebbe non finire più se, oltre al nome, non cambia anche la cosa”. Si rischia di scivolare, quindi, da un problema di diritti di una certa categoria di persone, a quello puramente e aridamente linguistico. Inoltre, egli sostiene che, prima di emendare un termine, sarebbe giusto chiedersi se davvero la parola va a ledere la sensibilità altrui: “Il problema non è decidere “noi” (che stiamo parlando) come chiamare gli “altri”, ma di lasciar decidere agli altri come vogliono essere chiamati.

A volte le parole non sono “solo parole”.

Quello che mi interessa non è parlare della “potenza” del linguaggio in termini generali, ma di un caso particolare in cui si è verificato tutto questo.

Il Femminismo si è battuto spessissimo per i pari diritti delle donne in campo sessuale, e forse noi donne di oggi siamo il frutto delle conquiste ottenute da questo movimento. Non approfondendo l’ampio e complesso discorso che riguarda poi quanta libertà stia realmente dietro certi atteggiamenti che vedono la donna “libera” e “padrona della propria vita sessuale”, vorrei far notare come già certi termini ed espressioni comuni celino un discrimen a monte.

Sarà magari banale dirlo ancora, ma una donna che vive in modo aperto la propria sessualità è soggetta a critiche e a giudizi negativi; l’uomo cacciatore gode della stima di chi lo circonda. Fioccano così gli appellativi di “puttana” e via dicendo (ma non esiste un corrispettivo maschile, pur non mancando i “prostituti”). La soluzione più semplice potrebbe essere il ricondurre certi termini, ora connotati spregiativamente, al loro significato originale, utilizzandoli quindi solo in certi contesti, a loro appropriati. Sarebbe bello se ripulissimo il vocabolario dalle parole che non amiamo sentirci dire: “zoccola” al bando, “prostituta” resti come termine tecnico. D’altra parte mi piacerebbe, quasi per legge del taglione o per spirito democratico e par condicio, che venissero coniati termini tutti al maschile che, slittando semanticamente, assumessero un’accezione negativa, cosicché possano diventare frecce al nostro arco, magari da scoccare soltanto quando siamo noi ad essere offese per prime come ai “vecchi tempi”.

Come diceva Giorgio Gaber: “Secondo me un uomo che dice di una donna: ‘Quella lì la dà via’ meriterebbe che a lui le donne non gliela dessero proprio mai.”

Gaber-day Guidi,

Categorie:Libri Tag:,

Recensione: Massimo Gramellini, “Fai bei sogni” (romanzo – 2012)

gennaio 5, 2013 20 commenti

scaled

La vita non fa sconti – di Chiara Lorenzetti

“Non essere amati è una sofferenza grande, però non la più grande. La più grande è non essere amati più.”

“Fai bei sogni” è il racconto autobiografico di Massimo che a 8 anni perde la madre per un infarto. Questo lutto, così potente e violento, diventa il leitmotiv della sua vita, da senso di colpa a vergogna, da sofferenza a nascita di patologie emotive invalidanti negli anni a venire. La storia di Massimo viene raccontata passo passo con accanto la figura materna, idealizzata e pura nella sua amorevole presenza, unico rifugio per le vicissitudini della vita. Massimo figlio, scolaro, universitario, giornalista, amante, marito, cresce e fa progressi senza vederli, travolto dal continuo dolore per il torto della madre nei suoi confronti, l’abbandono, che lo porta a distruggere ogni tipo di rapporto umano pur di non avere la felicità di poter comunque amare.

Solo con la scoperta della vera natura della morte della madre, avvenuta in età adulta, Massimo recupererà la voglia di vivere e una serenità di pensieri da condividere con la persona che ama.

———————————————————

Il romanzo di Massimo Gramellini segue ” L’ultima riga delle favole” romanzo onirico e surreale, con qualche accenno alla vita personale. Con “Fai bei sogni” il filone autobiografico prende il sopravvento. Il suo scrivere è fluido, semplice e ben organizzato, con alternanza di dialoghi e narrazione. Molti sono gli accenni culturali e storici dell’Italia del dopoguerra, ben inseriti nello svolgersi della storia. Un libro leggero che si legge in poche ore.

Alcuni freni hanno però inceppato la mia lettura, primo tra tutti l’autobiografia. In questi anni si è visto un pullulare di autobiografie di calciatori, politici, attori e giornalisti, storie comuni e poco interessanti, scritte, presumo, per il semplice narcisistico bisogno di raccontarsi. Solo che non tutti sono nati Napoleone Bonaparte.
In secondo luogo l’esagerato vittimismo di cui si ammanta tutta la storia. Non metto in dubbio il sentire dell’autore, ma l’esasperazione spinta al voler commuovere a tutti i costi non mi aggrada. Ci sono inoltre parecchi luoghi comuni che rendono il discorrere banale, più vicino ad una rivista femminile degli anni ’50 che ad un vero romanzo. Da ultimo il lancio editoriale del libro avvenuto da Fabio Fazio su Rai 3 dove Gramellini esortava i lettori a comperare il libro per venire a conoscenza della modalità della morte della madre (il fatto viene rivelato solo nelle ultime pagine). E vogliamo parlare del “dicono di me” pubblicato nelle ultime pagine del libro, con i commenti positivi dei lettori? Un’autocelebrazione pura e semplice.

 

Da un libro mi aspetto emozioni, genialità, avventura, poesia e passione, cose che a mio giudizio scarseggiano in questo racconto, privilegiando un’autobiografia a mio parere più utile al salottino di uno psicologo che ad un pubblico di lettori amanti della buona lettura.

La vita non fa sconti a nessuno, basta viverla.

 

Titolo: Fai bei sogni

  • Autore: Massimo Gramellini
  • Editore: Longanesi
  • Data di Pubblicazione: Ottobre 2012
  • ISBN- 978-88-304-2915-4
  • Pagine: 223
  • Prezzo: 14.90
Categorie:Libri