Raffica di Novembre ‘20 – Pensare Jazz

Ramon Moro

by WM

Una delle cose che mi riesce male è “pensare jazz”, con le sue strutture assenti e le improvvisazioni non casuali, perché il mito cartesiano della ragione che calcola mi ha attratto per troppo tempo, ma poi, ora che ricordo e ricostruisco il Tutto, penso che il “pensare jazz” mi ha sfiorato più di un momento di codesta vita frale, quando attendevo il capodanno sintonizzato su Radio Tre a mezzanotte ad ascoltare Coltrane, quando mi diedero un nastro con “Tutu” e “In a Silent Way” di Miles Davis, quando sbattei sul latin-jazz a Roccella Jonica e nel Kronos Quartet, quando ho ammirato Wynton Marsalis rifare il barocco, e la lista sarebbe lunga di fin troppi quando. E fu una lunga via di ri-avvicinamento perché del jazz avevo disperso tutto e l’inconscio del “pensare jazz” andava reinserito nella sua trama, ristoricizzato.

Ho ricominciato con passo lento dallo swing di Django, al classico con Louis, dl cool di un ritrovato Miles ai moderni che hanno recepito i flussi e la tradizione di questa musica centenaria, la quale ostenta casualità e calcola ogni battito con orologi e metri che non sono di questo mondo e che mi ostino a voler “capire” ma mai “comprenderò”.

Quindi, o spirito di Boris Vian, aiutami tu a contenere l’incontenibile, a scrivere dell’inneffabile: Laus Iovi Optimo.

Ramon Moro Quartet – Blue Horizon (2020)

Ho avuto il piacere e la fortuna di incontrare l’opera di Ramon Moro con un disco dall’inquietante vena avant-garde (“The Quiet Revolution”, dei 3quietmen) e poi con “Dreams” (in collaborazione con Emanuele Maniscalco. Abbiamo letto anche i suoi pensieri dei Giorni Difficili del lockdown n.1.

Al duo di melodici, ormai consolidato e quasi una carne sola, si affianca Federico Marchesano al contrabbasso e Zeno De Rossi alla batteria a formare un quartetto, e fondalmentalmente si ripercorrono le strade diafane e di sottile angoscia del disco precedente, atto a esplorare le sensazioni e i dilemmi di ciascun interprete, usando la batteria come una sorta di esoscheletro che riporta tutti all’ordine e all’ascolto reciproco, provocando magia. Già in “Dreams”notavo il rifiuto del free e del nichilismo formale, e qui si procede con fare psichedelico ad un suono interiore e intimo, che non cerca la comunicazione se non con quello che rimane più sepolto e indicibile del nostro animo.

Come è giusto che sia, ognuno seguirà le strade dello strumento e del suono che lo attrarrà come un aquilone, che proverbialmente va seguito senza farsi troppe domande. Ognuno, più che in altri dischi e in altre opere, è destinato a perdersi in “Blue Horizon”.

LINKS:

https://www.autrecords.com/store/ramon-moro-quartet-blue-horizon/

https://autrecords.bandcamp.com/album/blue-horizon

Ramon Moro – Horizon (2020)

Partiamo dai soli dati certi. Il primo è una strepitosa copertina copertina del maestro Danijel Zezelj, dal nero tagliente come pochi, una sofferente forma umana, quasi cristologicamente crocifissa, agnello sacrificale dell’Offerta. Il secondo è che mi sono fermato in mezzo alla strada portando una mano alle cuffie e chiedendomi: “ma cosa sto ascoltando?” in un attimo di confusione e smarrimento.

L’anima avanguardista dei 3 Uomini Quieti del disco 2013 in confronto era quasi un pop amichevole, mentre qui l’altro polo dell’artista-Moro si diverte a distorcere ancora un po’ i suoni onnipervasivi e totali della tromba che diviene letteralmente tutto, basso continuo e melodia, venendo filtrata, distorta e scheggiata in mille maniere, a volerci dire che il pacifico suono dell’ottone può divenire urlo di angoscia e perdita di senno, in un vortice di canzoni che paiono suggerire una storia, sinfonia solitaria, orchestra di un uno, solo. Anche gli episodi più facili (“Walking Towards Farewell”) odorano di un senso medievale della morte e del destino che non ascoltavo da certe cose dei Dead Can Dance.

Prog, Jazz e Dark Folk si intrecciano in una danza macabra che annulla il mondo, annuncia il destino di solitudine di chi vorrà entrare in questa selva, da cui (forse) lo splendido arrangiamento di un Adagietto di Mahler, posto come traccia finale, segna la fine di un incubo verso il risveglio, a meno che il vostro lettore non abbia l’ordine di ripiegare su se stesso e tornare da capo a esplorare dantescamente questo luogo indefinibile.

Un disco bellissimo, ma a patto di non interromperne il flusso per coglierne lacerti: è indivisibile, anti-spotify, classico e fuori da questo tempo.

LINKS

https://www.subcontinentalrecords.com/

 https://subcontinentalrecords.bandcamp.com/

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