Zehra Doğan, Arte e rivolta

di Pàmela I.Z.

Zehra Doğan nasce nel 1989 a Diyarbakir (Turchia). È artista e attivista, fondatrice di JINHA, prima agenzia stampa tutta al femminile. Nel 2016 viene arrestata e incarcerata a seguito di un disegno critico nei confronti del regime turco e per la sua attività volta a far conoscere la storia e la persecuzione subita dal popolo curdo. Viene rilasciata dopo 2 anni, 9 mesi e 22 giorni di prigionia. 

Che forma ha un ombelico? Che strade traccia una cicatrice responsabile del nostro primo, involontario atto d’indipendenza?
Si direbbe materia avvolta su se stessa, un monito a non finire nell’ingorgo, ad alzare la testa e non ridurre lo sguardo agli angusti confini di una carne come un’altra.
Le prigioniere nelle carceri turche siedono ammassate e ricurve, la pancia è il loro orizzonte, lo sguardo vincolato sconta la pena. 
Sotto la pancia di una donna però un nuovo atto involontario può spezzare le catene e rivelarsi strumento di fuga. È così che ritrovi spazio vitale, che ancora una volta il mento si distanzia dalla gola e ti riprendi il mondo. Di sangue mestruale può tingersi la carta, un muro, un fazzoletto. Di sangue può comporsi il colore in uso a un’artista. 
Ecco dunque il gesto volontario che rianima, ecco la vita costretta all’ingiustizia divenire consapevolezza. 

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Un feto nasce; un’artista vive. 
“Se mi guardo indietro non so nemmeno io come ho fatto. Non avevo un posto dove creare e i materiali tradizionali per comporre quadri quindi ho sviluppato il metodo di disegnare sotto il letto. Ero stata arrestata in quanto artista ed è per questo che dovevo continuare ad essere artista anche lì”. 
Il sangue, l’urina, i capelli sono presenza intima che i lavori di Zehra Doğan non espongono a noi morbosi estranei, il rapporto tra opera e artista è esclusivo. Sono certamente tra i mezzi espressivi usati in carcere e mantenuti successivamente ma quello che percepiamo noi è l’opera.
A noi attende uno specchio, dimmi cosa vedi e ti dirò chi sei. Prenderà vita un dialogo, a sua volta intimo, esclusivo e insieme esteso alla collettività che tratta della realtà storica del Kurdistan e del corpo femminile, entrambi oggetto di violenza e saccheggio.
Veniamo chiamati all’appello: “In che modo il corpo è diventato una prigione per le donne, quando invece dovrebbe essere considerato una parte di ciò che siamo e non solo una forma di possesso? Come è stato possibile trasformare la biologia in ideologia? In che modo gli esseri umani definendo se stessi attraverso i loro corpi, si sono chiusi in norme sessiste? “. 

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Le donne hanno un corpo che nasce dalla terra malata di esalazioni tossiche e pantani, brucia la carta e i tappeti della rappresentazione come quella dei fuochi la vita. Il vincolo è sigillato, se migliaia di anni di potere patriarcale l’avvelenano chi ne è il frutto ne porta i segni.
È il cordone che non viene mai reciso, il legame persistente con meccanismi universali che spingono al possesso dei territori come dei corpi altrui e la loro assenza dalla consapevolezza delle masse. 
Dalle radici le donne risalgono, consce sviluppano seni rivolti al principio ma la testa è di animale sacro slanciata al cielo, in smania di ossigeno sorgono portatrici di forza e inviolabilità. 
I fluidi corporei assorbiti dalla carta sono la testimonianza inconfutabile della materia per quella che è, l’organismo cellulare è delimitato da un preciso confine non più eludibile con sovrastrutture che condannano e la nostra identità è libera di costruirsi.   
La genesi è ripristinata, la ferita riparata, una terra è feconda di un mondo nuovo.
Riposi in pace la rivoluzione.

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