Raffica di Giugno ’20 – Album di fine di mondo

by WM

Artura, “Massive Scratch Scenario” (2019)

Dai tempi dei dischi della old school italiana che non ascolto un disco con gli scratch, e dato lo skate in copertina mi aspettavo che gli sfregi fossero metafore e il disco hardcore.
Ed invece no, ambient. Gli scratch del vinile su un tessuto di pop-rock ambientale curatissimo, gradevole, strano, estraniante. Un pugno di canzoni che svariano da un morbido funky (“Nada mas”) a fiati etno-jazz (“Eco Gae”), passando per qualcosa di molto vicino all’hip hop (“Ja Ja…”).

Artura, un progetto di Matteo Dainese, musica in libertà, che scompone la forma canzone in direzioni oblique e sempre diverse, in un disco non facile da seguire, ma a cui è facilissimo abbandonarsi.

Gli Artura, qui al secondo disco, restituiscono al campionamento dignità di esistenza musicale slegata da una scena o da un genere definiti, come fu, ad esempio, in “Zoolook” di Jean Michel Jarre in cui erano strumenti ritmico melodici mirati al sinfonismo elettronico del compositore francese, oppure per Dj Shadow nella sua musica-non_musica, a cui le atmosfere degli Artura un po’ si avvicinano. Il pop aereo, jazz (quante volte è uscito questo termine per i dischi “di ricerca” usciti negli ultimi due anni?) e funk, qui trovano felice connubio, ma non un facile letto cui riposare: dove ci porteranno gli Artura nel loro prossimo lavoro? Svilupperanno gli stessi semi? Si avvicineranno alla libertà formale e retrò degli Air o dei Gotan Project? Attendiamo, ma intanto ci gustiamo un bel disco.

FB: https://www.facebook.com/arturacollective/

Autostoppisti del Magico Sentiero, “Sovrapposizione di antropologia e zootecnia” (2020)

La Fine dei Giorni concide con la Fine dei Generi, ma anche con una irrimediabile lucidità di lettura storica, che trova percorsi narrativi potenti attraverso le metafore: fu così per l’Apocalisse di S. Giovanni, figlia della letteratura ebraica della Fine e del disvelamento misterico dei culti non ufficiali mormorati fuori dai confini della legge.

“Sovrapposizione.zip” è appunto Apocalisse, come rivelazione del tessuto nascosto delle cose, racconto dalle radici profonde prima che un disco, ma, poiché è anche un disco, mi tocca anche dirvi cosa c’è dentro e constatare come esso tragga linfa dal teatro fatto di parola parlata e dialogo diretto dello standup comedian (eccallà, volevo evitare barbarismi, ma questo non lo evito come una buca sulla statale), con un tessuto di accompagnamento musicale che ricorda la felice libertà esecutiva dei primi dischi di The Incredible String Band, dall’andamento libero ma meno giocondo.

In ogni monologo, lucidamente disperato, si scova una metafora, novelli anticristi, come il Viaggio di “Mongolian River”, decadenza polverosa e olezzante di petrolio del mondo arcaico ora servo di quello che va a benzina, o “La città è un ovile sovrapposto” che, come mi insegnava il Traina/Perini, mostra come la pastorizia sia la forma sociale che ha dato vita al linguaggio che regge questo mondo, mentre prima le lingue primitive erano canto del mondo (“Paleoworld”) e la stanzialità come mito del progresso ha fatto dimenticare il nomadismo schiacciandolo prima ideologicamente che economicamente e militarmente.

Un disco pazzesco, difficile, struggente. Apocalittico.

Sito: http://newmodellabel.com/autostoppisti-del-magico-sentiero-sovrapposizione-di-antropologia-e-zootecnia/

RosGos, “Lost in the Desert” (2020)

A volte gli album sono intimisti per essere apologetici, altre volte traspirano sincerità lirica, cercano di rappresentare lo scacco in cui ci tiene il mondo che non ti consente di piangere (l’intro lenta ed acustica di “Free to Weep”) se non di nascosto degli altrui occhi e orecchie, che non ti consente di odiare se non quando i cuori si scontrano e collidono sanguinando da migliaia di coltelli che li trafiggono (l’apparentemente lieta “Standing in the light”), mentre una cornetta sancisce la necessità di chiuderla con le canzoni nuove, che non solo non cambiano il mondo, ma non cambiano nemmeno i cuori (“The Telephone song”). Risolversi all’abbandono e alla preghiera del non abbandono (“Sparkle”) non è sufficiente, perché si desidera ancora viaggiare nel cuore di chi ti ascolta (la pumpkinsianissima “To Daydream”); allora si affoga nei ricordi delle donne che furono e che saranno (“Sara”, “Mary Ann”) e nella celebrazione della perdita dell’innocenza (“17”, fulminante).

Come combattere la storia di uno scacco in un’epoca arroccata ai lati della scacchiera se non con la musica del Grande Scacco, la sonicità wave, acustica e melodica degli anni ‘90? Anni in cui in difensori della libertà di prima si trasformarono nei censori, in cui si proclamo la liquidità dell’esistenza illudendo i cuori sanguinanti dei poeti che sarebbe sorto un mondo nuovo, tutti uniti per il nuovo, schiavo su schiavo. E in cui l’amore sarebbe stato somministrato in pochi milligrammi.

RosGos, a.k.a Maurizio Vaiani, abbandona pop e lingua italiana forse perché sa di dover dipingere parole crudeli in un tappeto rassicurante e ci cattura, topi in trappola, davanti a un ritratto struggente, roseo e disperato come sono stati i nostri 17 (o i 19 degli Smashing Pumpkins). Un disco che resterà, forte perché crudele, bello perché bello e basta.

https://www.facebook.com/RosGosMusic/

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