Recensione: Massimo Zamboni, “La macchia mongolica” (Libro+cd, 2020)

di Claudia Amantini e WM

Questioni cicliche, di qualità o private: “Sonata a Kreuzberg”, il precedente album (qui la recensione) ha creato un ponte con la Berlino anni ’80, quella Berlino dove idealmente sono nati i CCCP-Fedeli alla linea; “La Macchia Mongolica” è un altro viaggio, a vent’anni e più di distanza, da quella Mongolia che aveva segnato/ispirato l’ ultimo disco dei CSI “Tabula Rasa Elettrificata”.

Questo nuovo viaggio di Zamboni in quella terra mitica (lo stesso Massimo dichiara che è lì che ha scoperto un’appartenza ancestrale pari solo a quella dei boschi emiliani) si compone di 13 tracce quasi interamente strumentali, da lui composte e suonate insieme a Cristiano Roversi (percussioni) e a Simone Beneventi (basso). L’Emilia dei padri e la Mongolia dello spirito. In quel primo viaggio che Massimo aveva fatto insieme alla moglie e ai Csi in lui era nato un desiderio, quello di avere un figlio. Due anni dopo nascerà Caterina, con una macchia inequivocabile: una voglia congenita dal tipico colorito bluastro destinato a scomparire nel tempo, la cosidetta “macchia mongolica”, conosciuta anche come “macchia blu della Mongolia” (fenomeno piuttosto comune tra i bambini alla nascita, molto diffusa nella popolazione della Mongolia). “La Macchia Mongolica” è anche un libro, scritto insieme alla figlia Caterina e edito da Baldini e Castoldi, e un film diretto da Piergiorgio Casotti.

L’album è fatto di oscillazioni: della tradizione del Consorzio resta la splendida chitarra di Zamboni che ondeggia su prati post-rock che fungono da dipinto sonoro alle pagine del libro, ne sono necessario compendio, quindi è decisamente post-consorziale, ormai lanciato verso nuove dimensioni poetiche che lo Zamboni, disco dopo disco e libro dopo libro, stanno costruendo con fatica artigianale e artistica. Splendide le tracce “ambientali” e più “world” (“Shu” e “Altopiano Ruota” su tutte) e spiazzante l’intro “Owe Owe” che pare una litania di preghiera al profano, ma è Byambaa, l’autista della Uaz, fuoristrada d’epoca sovietica, racconta la leggenda all’origine della macchia mongolica; unico pezzo cantato è “Lunghe Ombre” che ci fa scorrere una furtiva lacrima dei tempi che furono e che mai più saranno (?).

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