Raffica di Settembre ’19: Tempi Moderni

Ramon Moro ed Emanuele Maniscalco, “Dreams” (2019)

Non è tempo di be-bop, né di coolness. Il Jazz, che ha tentato negli anni scorsi nuove strade con fare frenetico, pare ripiegare sui suoni e le melodie pure, perché non è più il suono del suo tempo, ma quasi mistica ascesi e ricerca dell’io. Certo, resiste una scena ligia agli stilemi dei grandi, da Coltrane a Davis, come resiste la contaminazione creativa (ricordo al Caulonia Jazz festival un concerto di Latin Jazz così come il vocalese di una cantante di estrazione barocca), ma ad ascoltare eravamo masse scelte ed educate, tranne me e il mio amico col fiasco di vino nei posti vip da raccomandati; la strada ora suona altri suoni: il Jazz è rientrato a casa.

Ramon Moro, accompagnato da Emanuele Maniscalco al pianoforte, trascrive sogni e ci propone un disco minimale di melodie suggerite come flusso, suggerimento di sentimenti possibili o probabili, in cui perdere il flusso dei pensieri in brume inaspettate e contemporaneamente prevedibili. Un disco “chiuso”, autunnale nel suo svolgersi, che richiede un ascolto prima attento e poi inconsapevole, che finalmente sfugge ad un certo autocompiacimento che certi trombettisti rinomati hanno nel presentare la propria musica troppo “uguale”.

Nella disperata ricerca di un’uscita dal post-moderno (sperimentare silenzi, pause, ricerca melodica e rifiuto del ”free”) forse creerà intimità nuove che daranno frutti: per il momento noi ci godiamo questo bellissimo disco.

http://www.ramonmoro.com/

https://ramonmoro.bandcamp.com/releases

Simone Osmari, “Icarus” (EP – 2015)

Un disco solista è un rischio enorme, un disco home-made e self-made è un rischio al quadrato. Un disco con una cover di Battisti è il cubo di un binomio di rischio. “Icarus” è tutto questo, un disco acerbo, un tentativo molto coraggioso è rifare “Il tempo di morire”, con qualche bella soluzione e non cercando fedeltà filologica perché Battisti è incoverizzabile, a meno di non rischiare il castigo degli dèi. L’Ep soffre di qualche passaggio a vuoto, quando ne “Le Ali di Icaro” l’ispirazione “pumpkiniana” schiaccia il cantato e il tessuto musicale: meglio quando emerge il Corgan di “Ava Adore” (“Ansia retroattiva”) e i toni si abbassano in un lo-fi abbastanza controllato. La chiusura con la semiacustica “Il tuo profumo”, caracollante come il Devendra Banhart di “Nino Rojo”, lascia non particolarmente soddisfatti, ma in sé il pezzo si lascia ascoltare.

Un insieme di esperimenti diversi, ancora molto acerbo: una poetica in formazione. Dateci un ascolto.

https://www.facebook.com/simone.osmari/

Giardini di Mirò – “Different Times” (2018)

I Tempi Moderni chapliniani sono stati interiorizzati, la facillima profezia dell’uomo meccanizzato, insieme merce e consumatore di se stesso e di pezzi della propria anima, si è consumata in gesti senza senso: chi vi è dentro, è macchina. Chi sta fuori, dal flusso del “main” dal ritmo, dalla compulsività, evade dagli interstizi, cercando lievi consolazioni, forse le uniche possibili. Il “dream pop” e il “wave” allargano i suoni, dicono ai batteristi di non esagerare e mettono i parametri di “release” al massimo.

I Giardini di Mirò sono una band storica con un percorso lungo e complesso, ma approdano a “Different Times” con la freschezza della giovinezza, con arrangiamenti curatissimi e un pugno di canzoni (solo sette, purtroppo) che squarciano solitudini, cercano l’uscita dalla Macchina, su tutte la disperata e dolcissima “Don’t Lie”, soffice cavalcata accompagnata da un superbo e minimale video girato a New York. Li trovate inglobati come “post-rock”, ma qua c’è di tutto un post: dal pop evoluto (con il picco emotivo di “Hold On”), all’ambient, al dream pop più moderno, con “Fieldnotes” a tessere il tutto in uno splendido finale.

Per chi non li conoscesse, ma credo siano ormai in pochi, “Different Times” potrebbe diventare il giusto trampolino per esplorare i loro dischi e per iniziare a gustarli dal vivo, grandi rockers e animali da palco.

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https://www.facebook.com/giardinidimiro/

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