Recensione: Stranger Things 3

by WM

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Daltonismo, portami via…

Perché gli anni ‘80?

Perché i produttori di telefilm invecchiano e provano a ricordarsi di com’era bello (per loro) vivere tra teste cotonate, spalline da rugby e singoli di Madonna, quando avevano i capelli e se avevano soldi avevano tutto, anche fidanzate non immaginarie.
Non basta dare, tuttavia, la colpa all’effetto nostalgia per il ritorno di quegli anni di felicità, posticcia quanto volete, ma felicità; i Settanta furono e sono totemici, ma ora i loro cultori vanno per la sessantina e non hanno più le leve del comando, e, di conseguenza, I Quaranta/Cinquantenni vogliono il racconto del loro Eldorado dai colori fluò, che il volgo ricorda come gli anni Ottanta.

Recensione di Stranger Things 3 forse da qui e non vi lamentate degli spoiler

Per citare quelli bravi: SIGLA! (con ciuffo)

quando accadeva, sai le madonne…

Mischieremo critiche ed elogi: decidete voi quali sono i primi e quali i secondi.

Stranger Things è serialità moderna, da vedere in binge watching, come un film diviso in capitoli. Gli americani hanno tanti di quei dineros che si possono permettere di fare produzioni gigantesche anche per prodotti seriali: per Mork e Mindy una volta (signora mia!) bastava un soggiorno e il negozio del papi di Mindy, mentre ora, caro lei!, c’è bisogno di più CGI degli Avengers.
ST (e ST3) hanno tanti dineros e CGI da riempire un film Marvel.

Netflix, che mai avrà il mio rid, ha in passato spesso puntato sui palpiti dell’adolescenza, triturando e riassembrando i generi più congeniali agli ormoni adolescenziali: li ha titillati col sangue di Tredici (terza stagione in arrivo, che non guarderei nemmeno con la cura Ludovico) e le rivolte di The End of this F***ing World (meh…), quindi per Stranger Things non è che mi aspettassi chissà cosa, tuttalpiù un gradevole passatempo.

Ciao! sono la tua ragazza immaginaria di quando non battevi chiodo!

ST è filologia; sapete cos’è la filologia? In soldoni quando per suonare la musica antica ti mettono un bel berretto colorato e calzoni di braghe, e ricostruiscono cromorni e arciliuti nuovi di zecca, ma uguali uguali a quelli che usava uno Jeronymus Kapsberger a caso, così fai più antico, coinvolgi gli spettatori che penseranno di essere alla corte di Teresa d’Austria davanti a Vivaldi e non in una sala concerti per pochi maniaci del barocco.
Il filologo ambisce alla macchina del tempo che decostruisca il moderno in forma di antico, lo spalmi su un territorio comprensibile e lo venda come originale e perfetto; ne esce fuori una ricostruzione consapevole sì dell’antico, ma senza odore e sapore, giusto per farsi un’idea, una vaga infarinatura che permetta ai post-moderni di gustare un nuovo tipo di esotismo pretecnologico per poi tornare allegramente a farsi i selfie e instagrammarsi il deretano. L’antico così è senza la puzza, il sangue, l’esaltazione, totalmente disinfettato e igienico.

Il contrario del filologo è il post-moderno, che tutto frulla e ingoia, ammicca con ironia e dice di non fare sul serio quando mischia merda e cioccolata, pensando che una nuova mistura conferisca l’originalità… ma questo è un altro discorso: dimentichiamoci di lui per un po’, ma ce lo ritroveremo presto fra le scatole, occhio.

Il problema con gli anni ’80 è che qualcuno ancora se li ricorda e quindi è stata notevole cura dei Duffer Brothers di raccogliere con splendida e maniacale precisione tutti gli elementi che contraddistinguevano l’estetica, il gusto (o il disgusto, fate voi) e la way of life ottantesca, perché quel poco, pochissimo, che manca ce lo metterà lo spettatore con i suoi ricordi, le memorie delle riviste colorate e dei diari di scuola tamarri, misti alla puzza della Gommina Simmons che tutti portavano e che ha reso calvi i fidanzati di tutte le mie amiche (tiè! gne gne gne!).
Mi immagino la scena, coi due Duffer che si segnano tutto quello che ci devono infilare degli anni ’80: “Hai messo i videogames di sala giochi?” “messi”; “hai messo gli orologini Casio con i minigames e la calcolatrice dentro?” “messi”; “hai citato tutti i film con ragazzini? “Messi: ET, Goonies, Navigator”; “E che ci mettiamo in questa serie? abbiamo citato pure Aliens per i mostri!”. I due Duffer camminano nervosamente in mezzo alla sala e urlano in coro “I COMUNISTI!!!”.
Giusto! Approvo. Come fai a parlare deli anni ’80 senza un po’ di guerra fredda e di sano reaganismo? Allora ST3 viene riempito di Russi cattivi che vogliono riaprire la porta dei mostri per fare armi brutte sporche e cattive (bastard commies!). Red Dawn aveva già detto tutto!

no scusi, ho sbagliato pianeta, mi vaporizzo…

Poi un Duffer a caso deve aver mostrato all’altro la sua collezione di film action con “Terminator” di Cameron in cima e hanno deciso che di mostri ne bastava uno, ma tanti russi con a capo un clone di Terminator assicuravano botte, vetrine rotte e tanti cazzotti che Bud Spencer scansati. E l’omaggio al cinema “di menare” è servito, una delle cifre più importanti per ricordare quel mitico cinema del disimpegno che ha in “Commando” di Schwarzenegger (si scrive così?) l’apice come ritmo e divertimento (film esplosivo, recuperatelo).

Il duro lavoro di Duffer uno e Duffer due è stato notevole e proficuo, e ha impacchettato un’opera godibile e cotonata come le orrende capigliature sfoggiate senza ritegno in quegli anni assurdi. L’opera è godibile non solo dall’ingrigito paninaro, ma anche dal ragazzino che non ha mai visto E.T. (“prooooof!!! non vedo l’ora! St3 esce a luglio!”). Attori bravi, regia di buon livello per un telefilm, atmosfere affascinanti.

oook, take my money!

Ma ci sono dei ma, grossi come una casa.

ST 1-2-3 è opera degli anni ’10, figlia di un’epoca e di una nazione puritane e nostalgiche, per cui è impossibile non notare pesanti storture.

– Il politicamente corretto la fa da padrone;
– ci sono i russi cattivi da operetta, ma c’è anche il russo buono, visto che Netflix sta pure da Putino e non ti puoi giocare il mercato estero. L’unico vero cattivo è il mostro, l’alieno, il diverso dell’altro mondo…;
– i protagonisti sono sempre stati scelti per rappresentare stereotipi riconoscibili per il sicuro transfert (il bullo, lo sfigato, la bella , il timido), ma qui siamo al manuale Cencelli del politicamente corretto: l’imperfetto malato, la tsundere, il suprematista bianco, il gay, il nero. Il personaggio non viene scritto e concepito per la forza narrativa che emana, ma per rappresentareun po’ tutti, e questo è un tratto dei Duemila ben poco filologico. In questi anni ’80 di ST bianchi e neri vivono come nella canzone Ebony and Ivory (cioè in perfect harmony) che nel 1982 in termini poetici denunciava l’incomunicabilità e il razzismo strisciante dell’epoca tatcheriana e reaganiana; ma scherziamo? la provincia americana come melting pot? Mi aspettavo come minimo il KKK e le croci bruciate, altro che Ebony and Ivory;

“mangia, che cresci…”

– negli anni ’80, inoltre, il gay era rappresentato in maniera ridicola e buffonesca, la lesbica come virago cripto-lgbt, una marchiatura che segnava la differenza coi “normali”;
– il product placement (cioè la pubblicità occulta) è pesante da far schifo, fino a sfociare in un dialogo sulla differenza fra la vecchia e la nuova Coca-Cola di due minuti buoni, mentre il mostro sta a due metri e vuol fare pitinghi pitinghi i mocciosi.
– La versione italiana è pessima; gli show, va detto, bisogna imparare a guardarli in lingua originale, al massimo con i sottotitoli, perché ormai qui non sappiamo doppiare e nemmeno tradurre: “E pluribus unum” tradotto “La Festa”??? Il motto nazionale degli americani? In latino? O serva Italia, manco il latino sai… e lo sanno loro.

I Duffers non sono Bergman, devono badare al soldo, trovare sponsor e non offendere il pubblico, offendendo però solo mostri indifesi, a cui hanno sostanzialmente rotto le balle per poi accusarli di aver reagito. Tiferò per loro nella quarta serie, unico esempio di socialismo realizzato ed ecumenico in un solo enorme unico blob. Dixi.

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