Severino e Narciso, ovverosia La fine della seduzione

by WM

Quando lessi il “Diario di un seduttore” di Kierkegaard (si scrive così? se sì, significa che ho fatto copia e incolla) ricordo che rimasi piuttosto scocciato, perché non sapevo cosa significasse sedurre e perché un tizio inventato dal filosofo “Severino” (domanda liceale della tremenda prof.ssa X: “cosa significa ‘Soren’ in italiano?”… e il terrore calava sulla classe) ingannava se stesso per meglio ingannare la povera pulzella, la quale, spulzellata, veniva lasciata come cosa priva ormai di ogni interesse, come la cagnolina di una novella di Pirandello, quella del cane Pallino e della cagnolina di città.
Sugli inganni e gli autoinganni ci sono voluti molti libri e molta gente per imparare quello che Freud ti dice in due pagine ma tu hai bisogno di una vita per capirlo, e riguardo la questione della seduzione la mia pigrizia ha avuto la meglio, perché più di tanto non sono riuscito a imbellettare quello che sono e quel che faccio, bravo negli autoinganni, insufficente nel tessere la tela dove far cadere le potenziali fidanzate, gli ammiratori e i potenziali capufficio. E magari proprio adesso mi inganno, mentre invece sono un fine stratega che mette nel sacco gli sprovveduti con il suo superiore carisma.

Severino-quello-lì guardava il baratro che ci separa dal divino e intortava le femmine, faceva della dialettica e delle Lettere strumento che “portava a sé” le anime candide nutrite di letteratura rosa, avviluppava la preda con la ragnatela e le iniettava il veleno che intontiva e segnava il suo trionfo: prima del possesso del corpo e del godimento carnale, veniva il trionfo dell’ego, dato che il seduttore viene prima e sovrasta l’amante, o perlomeno ai tempi di Kierkegaard (ctrl+V) il Nostro pensava così: Narciso si univa ad Atena, l’amor proprio all’astuzia calcolante.

Poi chiudo i libri e mi trovo fra motorini che sfrecciano e liceali in monopattino, coscio che Atena è morta ma Narciso no.
Sedurre è letteralmente “portare a sé”, far sì che l’altro o l’altra si muova spontaneamente verso di te, accetti le profferte amorose, amicali, cultural-bocciofile senza sollevare dubbi, contento/a della mitridatizzazione che trasforma il veleno in miele; sedurre non ha niente a che vedere con la verità e forse è stato un necessario inganno per far progredire la specie, per non morire di oblomovismo. Mi rendo conto, tuttavia, che nella vita accelerata non c’è più tempo per sedurre perché Narciso ha fagocitato Atena e gli unici tatticismi sono veloci comunicazioni elettroniche, la presenza iconica di un like sparato a raffica su Instagram, autorappresentazione epica di una iper-vita fatta di grafica e non di parole (le uniche sono citazioni stancamente ripetute fino alla consunzione del senso), il “vocale” su whatsapp biascicato fra una videochiamata e l’altra.
La domanda viene espressa quasi subito e senza troppi giri di parole: “vuoi o non vuoi?”
Via al cronometro.

Sguardi, conversazioni dolci, esaltazioni come quelle di Levin per Kitty o serenate al balcone come in tante canzoni popolari: tutto bypassato in favore di un fastfood emozionale che esclude il richiamo a sé, trasformandolo in una convocazione coatta (date voi il senso che più vi piace), sbrigativa e diretta a un consumo fuggevole.
Instagram permette una permanente campagna elettorale del sé narcisistico, espone minne e pettorali, vacanze da sogno e libertà sfrenata, allegria coatta (vedi sopra) resa eterna dallo scatto e dalle “storie”, che segnano un’autorappresentazione continua e storicizzante, un’epos individuale dove si segnano le conquiste, gli aereoporti visitati, le serate alternative tutte uguali, ma la mia è più uguale.
Vuoi conoscermi? guarda Insta ché ho tutta la mercanzia in esposizione, i soldi ostentati, la sicumera da autoscatto come permanente ruota del pavone: e più aumentano gli anni, più pesanti si fanno i filtri fotografici e gli strappi al jeans. Non vuoi? Non farò nulla per convincerti di ciò che dovresti fare spontaneamente, avvinto/a dall’epicità della mia esistenza di cui non cogli il fulgore, deficiente.
Guarda la pancia piatta, il mio danaro, guarda me! io! io!

Il seduttore postmoderno diventa così un motore immobile aristotelico, che ispira l’universo dell’amore di sé; la preda è poco più che un orpello in questa telenovela, aggeggio funzionale alla narrazione e alla metanarrazione elettronica, godimento auspicabile ma non del tutto necessario. La/Il raga da ostentare deve avere followers, il resto è silenzio.

In tutti i discorsi di cui sopra non ho mai usato la parola amore.

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