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Antidoti ovvero l’Estasi del meno peggio

by WM

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Ciao, sono il tuo super-io, e non ti libererai mai di me

Un rapporto ostinato con la realtà. Ecco cosa riserva l’imbiancamento dei capelli: epifanie inaspettate come antidoti. Non ce ne siamo resi conto, ma fatti apparentemente futili (idee, canzoni, show…) si sono agglutinati in un immaginario inattaccabile, eterno come un Pippo Baudo del super-io, che non puoi resettare nemmeno a cannonate.

Ogni antidoto è spuntato in silenzio come i funghi a Novembre, ma inaspettato (almeno i chiodini li fai al sugo e stai lì col calendario a dir loro “belli di zio, venite… su…”). Tocca contarli ad uno ad uno, un censimento necessario a scoprire il vero e il verosimile, ma anche il falso che consola, l’illusione che dà la carica, come pregare gli dèi sapendo che nessun buon Apollo ci risponderà.

Ma attenzione, perché è facile dire: “ah signora mia, io senza Shakespeare non so vivere”. Troppo facile, e a noi non piace vincere facile.

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Cratilo, Teeteto, Sofista, Politico

La cultura pop e quella delle antologie liceali hanno inciso più dei discorsi del Presidente, più della saggezza e della non sapienza di Socrate, invitandomi ad essere se non diverso, meno peggio, poiché se non mi hanno indirizzato all’elaborazione di una complessa metafisica, mi hanno perlomeno mostrato i limiti dell’umano; la risata di stomaco e lo spleen della milza mi hanno salvato dal “buongionissimo kaffèèèè” e da un grigiore dell’anima. E speriamo che Socrate non si offenda (Socrate tvb).

 

Questo testamento della coscienza dovrei dividerlo in tomi grossi come la Treccani, ma mi limiterò ad una stringatissima hit parade.

Giorgio Bracardi, “Che felicità”

Andare a zonzo come uno stronzo. Nulla è più libero e felicemente solitario della fece galleggiante, ignaro del futuro e lieve, quasi dimentico del passato. Svegliarsi dai sogni anche cattivi e cominciare a canticchiare e andare a zonzo. Nulla mi libera dal peso delle angosce come questa canzone, un singalong impossibile da dimenticare e di cui ringrazierò il Maestro per i secoli. Dimenticare pirandellianamente il nome e gioire del nulla. Che felicità!

Ettore Petrolini, “Fortunello”

Nel gioco delle parti, vi chiederanno di giustificare voi stessi. Non fatelo: è solo un tentativo subdolo di vedere a quali consorterie appartenete, se parlate così tranquilli perché avete una tessera di partito in tasca o il cugino alla Municipale.

Se aprite le finestre del cervello, fate loro prendere aria e fate vedere che non c’è nulla da nascondere, perché non c’è nulla; per quanto mi riguarda, dirò che a dirlo non son buono e al massimo mi proverò a cantar, e che nel mio canto accumulerò una serie di idiozie più vere del vero, e se non piaceranno, sorriderò stralunato perché se fossi più simpatico sarei meno antipatico e se fossi più antipatico sarei meno simpatico. (Qui la versione integrale non censurata)

Aldo Palazzeschi, “E lasciatemi divertire”

Cosa chiede oggi il mondo ai poeti? Niente. Ogni domanda è inopportuna e sulla mia tomba scriveranno “Cazzo guardi?” (la battuta è di Luttazzi: lo dico o poi mi accusa che copio). Godetevi Paolo Poli…

Giorgio Corazzini, “Desolazione del povero poeta sentimentale”

La tristezza non ha ragioni, né fini ultimi. Sono innamorato della mia tristezza come Billy Corgan che canta “Zero” e gli dèi me l’hanno data e guai a chi la tocca. Gustiamocela, come la solitudine, perché libarla ci permetterà il giorno dopo di alzarci e canticchiare per andare a zonzo galleggiando sul mare dell’assurdo. Legge Lorenzo Pieri.

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