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Recensione: Giulio Bianco, “Di zampogne e altre partenze” (2018)

by WM

giulio bianco - di zampogne partenze e poesia (copertina)Ci sono dischi più difficili da ascoltare di altri e ci son dischi che ti pongono dilemmi che te li rendono ancora più difficili. Questo disco appartiene alla seconda specie, specie protetta da tenere in una teca, se non fosse che a mettere le cose al museo poi le cose muoiono, fossero un libro, un dinosauro, ma anche un disco, un bel disco.
L’ascolto, per me fonte di enorme piacere, della zampogna salentina di Giulio Bianco, mi mette davanti a quei dilemmi che riempiono gli interstizi di Gommalacca, il nostro podcast in cui la musica popolare fa da padrona e dove mi interrogo, spesso senza risposta, sul perché la nostra musica “root” non produca a cascata un suo pop, sul perché sia confinata in qualche festival che la mischia inutilmente con “la qualunque” (come il Taranta Power che ospita sì il Trio Mandili, ma mette pure Ornella Vanoni e l’hip hop in un inutile melange postmoderno che nulla restituisce) o nelle notti della Taranta (dove mettono Steward Copeland dei Police a suonare la batteria fuori tempo). Altrove il popolare si è fatto pop, anche nella povera Irlanda o nelle Russie, mentre da noi no, e non basta un Caparezza ogni tanto.

Il disco di Giulio Bianco mette al entro la Zampogna, e non senza rischi. Far uscire fuori della circolarità della pizzica uno strumento estremamente espressivo ma dalla scarsa estensione melodica è un azzardo che il salentino si assume con gioia e coraggio. Il suono nasale ed arcaico a volte giganteggia sostenuto dal tamburo a cornice e dalle mandole (nella potente “intro” di Tornare), e costituisce il filo rosso di tutte le composizioni di questo breve album, quasi un EP, che spaziano dal Salento ai Balcani (Trainieri), flirta col tango e la fisa (Walzer dei giocattoli dimenticati, Cirano).

Un disco potente e bello, che spero venga salutato con favore anche dai puristi, e non sarà sdegnato da chi ama fare dei propri ascolti una scoperta: entrando in questo antro dorato vi troverà le radici, belle e odorose, da cui traiamo ancora linfa.

_img0627Abbiamo posto qualche domanda a Giulio Bianco, che ringraziamo per la cortesia e il tempo perso dietro le nostre paturnie.

Out. Spesso sono i titoli a dire molto delle intenzioni del disco: quali le partenze, quale la poesia di cui parla?
Giulio Bianco. Le partenze e la poesia sono stati i principali spunti creativi dell’album, tutti i temi musicali sono stati scritti a partire da suggestioni, immagini, pensieri e riflessioni che ho cercato di tradurre in musica attraverso la zampogna, strumento dal dna migrante per eccellenza e da sempre legato al mondo delle partenze. Tornare, originariamente si chiamava Partire; il brano è nato da una riflessione sull’estrema attualità di questa parola (dal latino partire / partiri), sul fatto che fosse una delle prime parole che l’uomo avesse dovuto inventare ed il cui significato originale era “dividere”, e su quanto ogni partenza assuma un significato soggettivo e personale.
Mi piace pensare che il brano abbia in se il sapore e la soggettività del viaggio, che per me che faccio il musicista è sempre un percorso con il privilegio di Tornare.
Un altro brano legato alle partenze è sicuramente Trainieri, in cui le voci di Uccio Bandello e Uccio Aloisi, aggiungono una dimensione temporale al viaggio dei carrettieri.
Cirano e il Walzer dei Giocattoli dimenticati sono invece brani che sono stati ispirati dalla poesia.
Tutto è iniziato con una riflessione sul ruolo della poesia ai giorni nostri; viviamo velocemente, costantemente in contatto gli uni con gli altri attraverso i social, ma poi profondamente soli nella vita reale.
Mi sono chiesto: che funzione può avere oggi la poesia? Come può catturare ancora l’attenzione di un giovane che vive così superficialmente?

_img0707Qualche anno fa, prima ancora dell’inizio della nostra collaborazione, lessi un racconto di Erri de Luca, che si chiama “Il turno di notte lo fanno le stelle”.
E’ un racconto – sceneggiatura, che parla di un uomo a cui viene trapiantato il cuore. Quello che mi colpì profondamente fu la conclusione del racconto, nelle ultime righe infatti, c’era una frase che non riuscivo a collegare alla trama, sembrava messa li per caso, la frase in questione era:

«Chi ha fatto il turno di notte per impedire l’arresto del cuore del mondo? Noi, i poeti».

Successivamente, ho avuto la fortuna non solo di conoscere Erri ma di collaborarci con il Canzoniere Grecanico Salentino. In uno dei nostri spettacoli, Erri spiegò il significato di quella frase, che era di Izet Sarajlich ed era riferita agli incontri letterari da lui organizzati a lume di candela negli scantinati di una Sarajevo assediata.
Attraverso Izet ho conosciuto una poesia che aveva la funzione di “interruttore di bombe”, una poesia che nelle notti dell’assedio più lungo dell’epoca moderna, in un posto dove mancava tutto, riusciva in qualche modo non solo ad interrompere l’assedio stesso, ma anche, sotto le bombe, a riabilitare l’amore attraverso le parole; e come quella di Cirano era una poesia “da dedicare”, una poesia attraverso i cui versi si sarebbero dati voce gli innamorati di due generazioni, una poesia che riusciva a far innamorare. Questa poesia mi ha ispirato una canzone, ma non essendo bravo con i versi, ne ho scritta una di sole note.
Il Valzer dei Giocattoli dimenticati ha una storia simile a quella di Cirano, ma non ne parlerò; ho scelto di non inserire un libretto e alcun tipo di parola nel disco per non influenzare l’ascoltatore e permettergli di viaggiare soggettivamente attraverso la mia musica.

O. La zampogna nel suo disco si fonde col drum’n’bass e l’elettronica. Com’è stato quest’incontro?

G.B. Gustav Mahler scriveva: “Musica popolare non è culto delle ceneri ma custodia del fuoco” e questo concetto è parte fondamentale del mio processo di scrittura in cui vecchio e nuovo si legano indissolubilmente, creando un ibrido in cui il linguaggio della musica tradizionale è ancora evidente ed il cui suono è stato concepito e studiato per suonare “moderno”. Il disco nasce anche dall’esigenza di sperimentare nuove forme di approccio alla musica tradizionale salentina e da una riflessione su come la tecnologia abbia fortemente influenzato e cambiato il linguaggio di ogni tipo di genere musicale; gli archi classici ad esempio hanno introdotto il vibrato dopo l’invenzione dei registratori, per limitare i difetti di intonazione che sfuggivano all’orecchio quando l’ascolto era ancora unico ed irripetibile.
Il linguaggio tradizionale è da sempre legato a doppio filo agli strumenti che i musicisti avevano a disposizione in un determinato periodo storico in una determinata area, ed è naturale che questo si evolva e muti con l’arrivo di nuovi strumenti e tecnologie, i cambiamenti del tessuto sociale, la perdita di alcune funzioni.
Oggi il nuovo è rappresentato dall’elettronica, e nel mio disco quest’ultima non è che un nuovo colore da utilizzare per continuare a “custodire il fuoco”.

O. La musica popolare ha ancora un suo perché? Esiste un popolo a cui trasmettere le danze e i suoni?

G.B. La musica popolare esisterà finché esisteranno le persone, perchè rappresenta il presente, esalta le differenze e il meticcio di ogni cultura.
Negli anni, riferendomi alla musica popolare salentina, abbiamo assistito alla perdita di molte delle sue “funzioni originarie” anche perchè è cambiato il contesto socio-culturale; oggi non si canta più per scandire il tempo del lavoro, o per curare, non esistono più i carrettieri, ma ci sono alcune realtà musicali come ad esempio il Canzoniere Grecanico Salentino che cantano “del presente”, che fanno proposta e non riproposta pur rispettando il linguaggio, che “tengono acceso il fuoco”.
Nel momento in cui si sale su un palco, ovviamente non si fa più musica tradizionale nel senso più puro del termine e la funzione diventa unicamente estetica.

O. Ci dice qual’è il suo disco nello stereo e il libro sul comodino?
G.B. Ci sono diversi dischi nel mio stereo (ahimè dgitale) e diversi libri sul mio comodino. Ultimamente sto ascoltando un sacco di musica nordica ed elettronica da Olafur Arnalds, Inude a Bon Iver, ma se dovessi consigliare un artista sicuramente sceglierei Gian Maria Testa, c’è anche un po’ di lui nel mio disco. Uno dei libri più illuminanti che ho letto e che consiglio è invece “Come funziona la musica” di David Byrne.

  1. Non c'è ancora nessun commento.
  1. gennaio 26, 2019 alle 2:05 pm

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