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Rrröööaaarrr: Slaughter

by DOOM

33531737_10205069479414133_2621962927300673536_nGli Slaughter, sono una band canadese di Death/Thrash metal formatosi a Toronto (Ontario).

Era un trio di pazzi folli che, nati nel 1984, erano talmente estremi da aver avuto per un po’ nelle proprie fila nientemeno che Chuck Schuldiner dei Death, lo testimonia l’album postumo “Fuck Of Death”, registrato nel 1986 ma uscito 20 anni dopo per la onnipresente Hells Headbangers Records. Approssimativi nella tecnica ma assolutamente distruttivi nella violenza dei propri suoni. Sotto l’egida della Fringe pubblicano nel 1987 ‘Strappado’ . Lavoro composto da una manciata di pezzi sanguinolenti e schizofrenici. Un esordio che fa seguito a quattro demo e un singolo e resterà l’unico studio album da culto di una band dall’esistenza breve ma significativa.

Chitarre sporche, riffing violento, spezzato, grezzo e martellante: la direzione stilistica sostenuta dal trio non è certamente una dimostrazione di tecnica ma un putiferio insolente di influenze thrash-black derivata dai pionieri del genere come Venom, Celtic Frost e Possessed. Il singer utilizza un vocalismo roco e aggressivo, non ancora definibile growl ma sicuramente all’estremo per l’epoca. Non sono presenti molti ‘ritornelli’, perché Hewson si limita più che altro a ‘vomitare’ la sua furia a velocità considerevole, in una sorta di sfogo furioso privo di orpelli, strofe, cadenze vocali. Come detto in precedenza, la band canadese non eccelle in tecnica, né quando preme il piede sull’acceleratore né quando si approccia in parti dalla rapidità più contenuta: riff e ritmica vengono impastati furentemente sulle sei corde, con crudezza ed ignoranza inaudita, segno sì di inesperienza ma anche di affascinante approccio sanguigno ad un genere che all’epoca puzzava ancora maledettamente di scantinato. Si zoppica non poco quando c’è da tirare in ballo la sezione solista del guitarwork, perché proprio per sopperire ad una tecnica approssimativa Hewson limita nella durata i pochi assoli, brevi e lancinanti. La ruvidezza della chitarra sarà elemento cardine di tutto il disco, dall’inizio alla fine: va inoltre aggiunto che la gamma di riff proposti non tende all’eccitazione impazzita, come nei casi di moltissime thrash metal bands dell’underground ottantiano, ma è fortemente inclinato al death. Questo non significa che Strappado sia sopratutto un album death, anzi, l’attitudine e le serrate sfuriate fast’n’furious hanno un sapore fottutamente thrash. La ritmica è asfissiante, irruenta e marcia, sospinta a velocità forsennata per quasi tutto il disco, anche se sono presenti alcune eccezioni più catacombali, nelle quali la musica si fa strascinata ed opprimente. A tratti il full length sembrerà monocorde e un po’ statico, assestato su pezzi troppo simili tra loro, anche se le atmosfere serrate e marce che lo impregnano aiutano a dargli un alone di caligine che non guasta.

Gli Slaughter sono esclusivamente questo: sporchi e bastardi aggressori, a cavallo tra death e thrash metal primordiale, con qualche similitudine di troppo e nessun elemento di particolare variazione da pezzo a pezzo, ma per gli amanti dell’underground più lercio questo non potrà essere altro che un pregio, con un’irruenza e una violenza notevoli per il tempo. Sicuramente, il disco non è un capolavoro ma potrà piacere sia agli appassionati di reliquie di thrash metal che a quelli interessati ai passi pioneristici del death metal.

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