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Troppe note, ovvero la musica di sintesi

by WM

kraftwerk

Negli anni ’70 si suonava troppo: troppe note, quelle che annnoiavano l’imperatore d’Austria ascoltando Mozart, che aveva voglia di espandere il suo universo all’infinito, ma agli ascoltatori non andava bene (e nemmeno a Sua Maestà).
Gli anni ’70 del ‘900 sono stati senza dubbio anni spiritualmente complicati, pieni di un’emotività musicale feconda ed esplosiva, che fece da sottofondo ad una possibile rivoluzione mai partita e mai totalmente e coerentemente desiderata. Quella libertà, tuttavia, ci ha donato dischi di contaminazione totale, con il progressive rock che prevedeva orchestre, coristi e direttori in frac (si suonava in tanti, come in Concerto Grosso dei New Trolls). Il prog ha espanso le sue ambizioni fino a metafisiche vette di insignificanza, con esecuzioni totali e “aperte” fino a contenere l’universo come in una sorta di Aleph, inglobando folk, jazz, ricchi premi e cotillons, ma la critica fu impietosa, tifava per il punk, negando il valore di una musica derivativa e sinmbolica, imitazione fallita trash della cultura alta. Troppe note, appunto.

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Si è approdati a quel punk rock che tagliava tutto e non si doveva nemmeno saper troppo suonare la chitarra, e i palchi bastavano per tre o quattro che cantavano la rabbia e la protesta sociale.
Ok, meno note, allora, e dio salvi la regina.

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Negli anni ’80, poi, il synth pop innova riempiendoci di elaborazioni sonore appunto sintetiche: bastava una tastiera e una drum machine per dire musica, proponendosi aal pubblico semplificato del 45 giri, tre minuti e quindici circa.
Ok, meno strumenti, basta un duo euritmico e comincia la festa.

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L’hip hop provvede a toglierci il vizio del canto, perché era sifficiente mormorare a tempo su un vinile scratchato e il funk si impadroniva dei corpi come il diavolo con la bambina de “L’Esorcista”.
Ok, cantare diventa superfluo e per le basi ci pensa il dj col macintosh.

Ma in fondo, penserete, il pop non ha mai negato la melodia, e la cantabilità richiede il canto, l’interprete. C’è da dire che la tecnologia ha eliminato la difficoltà del canto e permette anche ai tenori da doccia domenicale di essere intonati e melodici con una roba detta “auto-tune”, che raddrizza le frequenze più disperate.
Ok; anche quando serve cantare, puoi fare a meno di studiare canto, perché ci pensano Steve Jobs e i suoi fratelli.

Quale futuro?

Le ipotesi sono gratis, quindi ne spendo qualcuna.
Il futuro sarà forse la musica di sintesi, in cui nella stessa macchina collaboreranno due macchine diverse: una, allucinata nel “1984” di Orwell, che aggregherà testi, traendo lacerti e sintagmi da tutti i testi precedenti, da ogni fonte possibile; l’altra sarà il groove maker definitivo, che calcolerà stile, bpm e strumenti da utilizzare per raggiungere lo scopo emotivo prefissato (rilasssare, eccitare, far sentire qualcuno un ribelle per tre minuti e quindici).
Resterà il canto? Forse no.
Vocoder sempre più raffinati creeranno il cantante sintetico perfetto, e non avremo bisogno di attendere che nasca il nuovo Freddie Mercury: ce lo creeremo via software riesumando cadaveri sul lettino del Dottor Frankenstein.

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