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Raffica di Febbraio ’17, ovvero la banda degli omonimi

by WM

Neanche a farlo apposta, gli omonimi rilasciano omonimi, perché prima della musica giunga il nome, si imprima nella memoria e poi lo seguano le note. Premiamo play.

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Aemil (Omonimo, 2016 – EP)

Affidare darkwave ed electropop al sottoscritto è un po’ come mettere l’osso-clava in mano agli scimmioni di “2001 Odissea nello Spazio”, col risultato di confondere il primate plantigrado che si perde in una scia di grugniti, lasciando lì l’attrezzo inerte. Eppure con gli Schonwald aveva funzionato, mi son detto, e magari la magia si ricrea: dài, premiamo play allora.

Arrivano zaffate di anni ottanta e synthoni che non sentivo da quando programmavo il Korg di mio fratello, due composizioni per nulla sgradevoli, ma cadenzate e decadenti, che il mio mini-me di allora avrebbe lasciato a se stesse. Per fortuna si cresce, si espande la propria area cerebral-estetico-bocciofila e posso dire che me li sono sentiti dieci volte. Allora forse un ascolto lo posso consigliare in buona coscienza: anime gotiche di tutto il mondo e fanciulli/e che non sanno di esserlo: mungete con entusiasmo i link qui sotto.

https://soundcloud.com/aemilufficiale

https://www.facebook.com/aemilufficiale

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copertina_cafeamaro

cafeAmaro (Omonimo, 2017)

L’arpa pop, l’arpa jazz. Già dai tempi della new age dei primi anni ’90 ci avevano insistentemente provato a reinventare questo strumento antichissimo innestandolo in nuovi territori più pop, con alterni risultati, tra cui qualche discreta prova di Andreas Vollenweider (qui tutto il suo “Behind the gardens” ) o il celtico Vincenzo Zitello (“Et vice versa” è un bell’album, sul resto taccio).

Un tastierista, Andrea Ponzoni, e l’arpista australiana Diane Peters provano a far dialogare beat, synth e arpa in un disco molto gradevole e vagamente jazzato, con punti davvero buoni ed efficaci (il latin jazz di “Bossa Nova”) e qualche episodio più pretenzioso (Ying Yang).

Un disco che cresce alla distanza.

Qui il soundcloud: https://soundcloud.com/martepress/sets/cafeamaro/s-DXOh

https://www.facebook.com/cafeamaro/?fref=ts

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15027500_210354599405175_6236684329296090077_nThe Klaudia call (omonimo, 2017)

Nome che resta, note che restano abbastanza. I The Klaudia call propongono un pop diretto tentando di essere chiari, ma non banali, leggeri, ma di giusta pensosa leggerezza. Brani brevi, alcuni belli e che restano (“Niagara” e “Nascondino” soprattutto): il tentativo di fare un buon pop-rock si è sempre scontrato in Italia con la polisillabicità dell’Italiano, la metrica difficile, il mercato diseducato da Ligabue che lo ha relegato a semplice anthem per tardoadolescenti. Sono produzioni seminali, dal basso e dalla basilare ostinazione come queste che ci tireranno fuori dalle secche?

I TKC sono gente che ama suonare: acerbi, in qualche passaggio ancora poco incisivi, ma devono trovare chi li aiuti a crescere professionalmente e ne rinforzi il lato pop.

Noi ascoltatori facciamo gli ascoltatori e apriamo le orecchie: il link sono qui sotto

https://open.spotify.com/album/1OnDxYuLZQ5nHXPIsRThDT

https://www.facebook.com/theklaudiacall

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