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The walking band

by WM

Uno spettro si aggira per l’Europa. Grandi rockers del passato si aggirano come ombre per i palasport, non rassegnandosi a raccontare, con in mano una tisana e non una chitarra, le lontane gesta degli anni che furono ai nipoti davanti al caminetto.

musicalbox_foxtrot_wpL’attenzione a questi dead men walking si era accesa pochi anni fa mentre si discettava in allegria di (vere) cover band, non quelle di Vasco e Liga, ma di gruppi talmente indietro nel tempo da poter essere considerati Storia né più e né meno di Giulio Cesare o Winston Churchill; la distanza ideologica e musicale dai ruggenti Sessanta e Settanta ha permesso il sorgere di imitatori filologicamente impeccabili di grandi band storiche del prog e del rock anglosassone: impressionanti, ad esempio, sono i canadesi The Musical Box, i quali studiano persino gli abiti di scena dei Genesis 1972-74 per poter ricreare il concerto-teatro dei massimi padri del prog inglese con una cura a dir poco maniacale.
Bene: fin qui ci può stare: congelare il passato e provare a rifarlo può essere una enorme fonte di divertimento reciproco. It’s only rock’n’roll, geniale truffa in maschera.

Il problema è quando tutti si credono i Rolling Stones o gli AC/DC, gente produttiva che gestisce con genio musicale la propria decadenza. Molte band storiche (o almeno quel che ne resta) innestate da musicisti giovani, cantanti sostituti, con qualche vecchio membro alle tastiere o al basso, continuano a girare il mondo con il loro marchio consunto per raccattare quel che possono in nome della passata gloria. E i gonzi accorrono festanti.

Guardiamo, ad esempio, nella parrocchia del prog, vera religione per certi neofanatici incapaci di prendere le distanze da quelle che sono splendide elaborazioni musicali, ma non un sistema ideologico-filosofico.

A spulicchiare i gonzi ci pensa l’unico che nei Genesis ci credeva, il chitarrista Steve Hackett (1): riunita una buona band che ha subito una “cura Ludovico” coi classici

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Steve “celafaccioancora” Hackett

genesisiani, rivisita da anni gli stessi pezzi: nonostante la sua strepitosa tecnica sulle corde, l’effetto complessivo è quella di una allegra sagra di anziani che si esaltano con Cucciolo dei Dik Dik (non se la prenda il grande Cucciolo, per il quale nutro solo stima e affetto, molta più stima che per Hackett). Non parliamo poi dei cantanti, spaesati e a disagio come un cammello al polo, per cui suggerirei al buon vecchio Steve di Assoldare i Musical Box se proprio deve proseguire nella burla.
Un nanetto. Il buon amico Pierluigi Auddino mi narrò anni fa di uno spettatore che in un concerto italiano si alzò scandalizzato sclerando a un concerto di Hackett più o meno così: “Cos’è ‘sta roba? Io c’ero nel ’71 coi Genesis! Io c’ero!!!”. All’epoca fremetti per  la lesa maestà, ma mo’ quasi quasi mi trovo d’accordo. Anzi, tolgo il “quasi quasi”.

yes

Ramsete II e i suoi fratelli (YES)

Caso davvero limite sono gli Yes, quelli dei dischi infiniti e delle sinfonie rock, che sopravvivono col polmone d’acciaio, coi membri che muoiono o si ammalano e vengono rimpiazzati da membri di cover band (cioè, no… ah beh… questi davvero si servono delle cover band: leggete la pagina di Wikipedia sulla line-up e da oggi in poi la trama de Il Trono di Spade vi sembrerà una bazzecola). Trascinano un sound uguale e fedele nei secoli avendo organizzato una macchina musicale che virtualmente durerà fino all’estinzione del genere umano, ma non dirà mai più nulla di nuovo. Una rendita perpetua per omnia saecula.

deep-purple-ufficiale

Villa Arzilla Deep Purple

Dei vecchi rockers citerei anche i Deep Purple, che ho avuto la fortuna (?) di ascoltare dal vivo nel 2006, coperti dai miei sbadigli: sì ok, “Smoke on the Water” è quella che è, la voce di Ian Gillian ancora spaccava, ma era davvero impietoso il confronto fra i vecchi e le canzoni di un ultimo stanco album, fra la filologia che richiede quella chitarra là, quel basso lì, e le confuse e ammassate composizioni degli ultimi anni, che ad onor del vero almeno tentavano qualche strada nuova. Ancora girano, ancora il marchio tira, ma per quanto ancora?

Questa INPS del rock classico ha trasformato la musica in brand, ha spostato l’attenzione dal prodotto al logo e inaridito le fonti di ispirazione; la filologia dovrebbe essere pane per le cover band e la musica per gli artisti, ma gente pur grande ha finito per clonare se stessa. Per mettere il pane in tavola o la nafta nei riscaldamenti della megavilla del QualcosaShire, le walking band attendono che la genetica cloni i rocker e non solo le pecore per vivere gli anni che furono come un parco a tema, immemori dello scorrere del tempo e con le cornine alzate, perché la vita scorre, ma il rock è eterno. Vabbè, il problema è che puzza.

 

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