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Vaiana, for non-calabrian only

Scartando fra cartelle sepolte in un armadio, tiro fuori un paio di copie master di una fanzine che pubblicavo con amici qualche migliaio di qualsiasi cosa fa, roba da nascondere ma che dispiace buttare perché non si sa mai e anche perché incombe il mio super-io in forma del mio maestro che rimbrotta “Lei è un antistoricista: accetti il passato”. L’ha vinta il super-io. Leggo quella sublime e ingenua robaccia e ci scopro vecchi amici persi di vista e una cosa che mi ero dimenticato.

La cosa è questa: un inveterato e viscerale odio per la Disney.

Odio, sissignori. Perché un antistoricista è anche uno che c’è l’ha facile facile il senso del bene e del male, è il male era la Disney e la sua melassa, la Disney e quell’educazione all’atlantismo e al sogno americano che riduceva la complessità del mondo a pura operetta di scarso impegno e di grosse pretese. Altro che arte grafica, altro che arte: alabarda spaziale! L’altra sì che era animazione!

Poi il tempo passa e i nipoti accumulano aristogatti e pinocchi, la fronte si incanutisce e l’antistoricismo passa come il morbillo, lasciando solo qualche traccia superficiale e la memoria del tempo che fu. In fondo le chiavi di lettura di un opera, mi dicevo, non possono essere liquidate moralisticamente ed essa va calata nel contesto, ne si possono cogliere sottotesti e sottili fili di divertimento spassionato: è la commedia che rende sopportabile l’arido vero, quello che sta fuori dal portone di casa o solo fuori dal tuo studio.

Negli anni i classici sono stati affiancati da sedicenti nuovi classici, i disegni da modelli 3D e l’inventiva dal post-moderno che frulla elementi del passato e riscrive la storia (la noia provata davanti a palesi schifezze quali Rapunzel e Frozen non ha prezzo: ridatemi quelle tre ore di vita, please). Fa senso come un gatto sull’asfalto il politicamente corretto con i personaggi ridotti ormai tenere marionette congelate, uomini e principesse senza qualità e senza principe. Faccio fatica a non far riaffiorare l’antipatia per questi sentimenti ipocriti e senza dramma, che perlomeno Bambi e Biancaneve sfioravano con sentimenti di acuta passione e dolore.

La stroncatura di Oceania appena letta dà il colpo finale all’ultimo lavoro degli eredi di Walt, ormai rincoglioniti dalla politeness obbligatoria, tanto da dover censurare il nome della protagonista, passata in Italia dal chiamarsi Moana (nome che evocherebbe altri scenari e coprotagonisti) a Vaiana.

Cioè, la chiami “membro virile” in calabrese?

Me l’immagino il cinema a Pizzo Calabro, coi bambini che sillaberanno il nome indicibile e sforneranno le più ardite e salaci metafore a sfondo pecoreccio sulla vaiana, fino a sconfinare alle battute da terza elementare del compagno sporcaccione (“Il cameriere neanche lava sotto il letto”, ma  questa la capirà solo il 3% della provincia di Reggio), contribuendo alla diseducazione sessuale ormai vigente.

Nel regno incantato di Disney è entrato il nemico, il sesso priapico, la scorrettezza del rapporto carnale dopo il “felici e contenti”, e questo, per fortuna, ci fa riscoprire sentimenti veri e momenti dimenticati.

Viva l’antistoricismo e abbasso Disney.

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