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Recensione: Kafka sulla Spiaggia, “New Beat” (2016)

by WM 10352_0232016122906_350

Il postmoderno ha segnato la mappatura delle ultime mattonelle: per chi fosse digiuno di studi geografici, è quella storia che nulla è ignoto, perché i geografi, dall’Himalaya alla Fossa delle Marianne, hanno messo già tutto il globo su carta, e questo comporta la diminuzione del senso dell’ignoto, la scomparsa di ogni Frontiera e l’assottigliamento estremo di ogni meraviglia, fine dell’emozione, materiale e concretissimo realismo. E io soffoco, peggio che sotto un cielo di agosto senza ombrellone.

kafka sulla spiaggia

L’ultima catarsi, la musica, non pare messa meglio, perché la massa enorme, ENORME!, di musica prodotta, autoprodotta, diffusa, regalata, si affianca al passato IMMANENTE, compresente nella sua totalità negli archivi video, nelle raccolte mp3, passato a portata di mano senza quasi bisogno di cercare (tanto arriva il suggerimento dell’algoritmo).

Lo spazio dell’esplorazione è angusto, limitato dall’impossibilità di fare un reboot, di ispirarsi e ricalcare (come si è permesso Zucchero di fare rhythm’n’blues usando gli accordi del rhythm’n’blues che assomigliano a tanti altri pezzi rhythm’n’blues?), quindi non invidio davvero chi prova a creare artisticamente, ad approfondire un qualsivoglia discorso musicale, perché ci son professori oggidì a tutte le porte, penna rossa e account twitter infuocato.

Alla ricerca delle ultime piastrelle: Cabotaggio.

I talenti veri mi sembrano giocare sui margini, cabotando i piani del possibile, visto che l’immaginario è piastrellato al 100%, come i Tame Impala, che reimpastano impasti ascoltati mille volte alla ricerca proficua di un proprio profilo riconoscibile, o come i Boards of Canada che toccano i cieli della psichedelia elettronica superando a sinistra Aphex Twin, ormai immenso reduplicatore di se stesso.

 

Il pop italiano, almeno quello degno di ascolto, si dibatte in questa esplorazione dei margini, e i Kafka sulla Spiaggia ci provano con un certo coraggio: già il fatto che affrontino palchi e pubblici senza fare cover di Ligabue o degli 883, per provare a raccontare gli anni ’10, è degno di nota e lode. Inoltre il loro primo disco “New Beat” è fatto a regola d’arte come dovrebbe esser ogni disco pop, cioè canzoni divertite e divertenti, cantabili, piccole finestre di quotidianità sostenute da un sound equilibratissimo tra l’elettrico e l’acustico, che provano a

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per l’onomastico, il draghetto Gorgonzola, grazie…

– sfuggire alla tirannia del quattro/quarti (La Finestra, Foca);

– rifare i coretti beat (Come Va);

– ammaliarci con spruzzi di drum’n’bass e nursery rhymes (Keysha);

– fare intro e outro come se non ci fosse un domani.

Alla ricerca di draghi e chimere, forse la mancanza di realismo dei Kafka, i richiami alla golden age e la loro morbida psichedelia elettro-acustica ci fanno ben sperare che questo affannoso aggirarsi sui margini preluda alla scoperta di una nuova frontiera, dove chi sale sul palco non si limiterà a biascicare sulle note di “Hanno ucciso l’Uomo Ragno”, ma spalancherà armadi su nuove Narnia musicali ancora da esplorare come futura frontiera. Forse sarò un sognatore, ma mi sa che non sono il solo.

Notte.

  1. Anonimo
    aprile 8, 2016 alle 11:04 am

    mi piace questo tuo articolo😉

    • Franciscus wm
      aprile 8, 2016 alle 6:14 pm

      grazie *_*

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