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Recensione: Albedo, “Lezioni di Anatomia” (2013), “Metropolis (2015)

(WM approved)

Ascolto “Lezioni di Anatomia” da tre mesi e “Metropolis” da due, e il bello che all’inizio pensavo sarebbe stato facile scriverci su qualcosa, tante erano le idee che mi assalivano, ma alla fine il risultato è stato un foglio bianco, una tastiera senza ticchettii e “salva con nome”.
Tanto per essere chiari: sono due dischi belli e profondi, che mi fanno diventare una belva se penso a quello che gira in giro, mentre in queste canzoni mi perdo e rischio di mandare alle ortiche il mio fanzinismo, preda del blocco dello scrittore: mannaggia agli Albedo, insomma!

Perché due concept? Sono davvero dei concept?

Il pop non dovrebbe addentrarsi in narrazioni troppo barocche o si guarderebbe compiaciuto l’ombelico. Almeno questa era la mia idea di partenza.

LEZIONI_FRONTEAlbedoIl concept album mi pareva poco adatto come contenitore di una manciata di canzoni che dovrebbero far cantare: non puoi rifare, che so io, “The Lamb” dei Genesis o “Animals” dei Pink Floyd senza una téchne e un pubblico disposti a seguire il respiro della tua arte, senza costruire narrazione per valli e movimenti, tracce lunghe ed infinite. Il concept era possibile quando si appoggiavano le puntine sui vinili, atto fisico che squarciava la noia e impegnava il tempo a scorrere nella direzione della nostra mente e del nostro ascolto. Nell’era ormai post-iPod (ebbene sì, la fine dell’iPod Classic è segno della fine della fisicità almeno digitale della musica e del trionfo di Spotify che ti sceglie le playlist) quella degli Albedo mi pare una scelta azzardata, una richiesta di pazienza e di riflessione che poco si accorda al presente Zeitgeist.

La seconda pulce nell’orecchio che ronza e non se ne va è che il concept è stato il figlio del Progressive Rock e dell’Art Rock in generale, frutto di una musica stratificata e complessa che era nata incendiaria ed è morta pompiere.

Gli Albedo, di cui canticchio da sempre gli esordi più incazzati e assai meno carezzevoli, intavolano prima sul corpo umano e poi sulla storia di una inurbazione, una serie di schegge pop che devono al miglior suono di Oltremanica, ai Travis e agli ingiustamente vituperati Coldplay. Il disco del 2013 è un interessante antipasto, viviseziona emozioni fratte per organo (“Cuore” e “Polmoni” le migliori), mentre la nuova uscita parte con un pezzo immenso quale “Partenze” (per me serio candidato ai prossimi Out Awards), rock con liriche opprimenti e claustrofobiche: la coscienza del chiuso, dello sporco cittadino, del rifugio nel kipple come unica possibilità di fuga da una società malata da cui guardarsi, da cui difendersi ad ogni costo. Travaso delle speranze nell’amore come unico rifugio metafisico, un qualcosa di magnifico che riscatta (“La Profezia”, “Astronauti”).

Non posso che invitare a supportare questa band, a scaricare sì i dischi, ma anche a permettere loro di poter fare altri dischi: andate ai concerti, prendete il cd fisico, fate quel che mentula vi pare, ma fateli andare avanti.

Dixi.

Scarica “Metropolis” in FREE DOWNLOAD

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