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Reload: Meraviglioso Boccaccio!

di Flavia Guidi1424865827

Questo potrebbe essere definito per me “l’anno di Boccaccio”.

Studiando Lettere moderne all’università di Pisa mi trovo a frequentare un corso molto interessante sul “Decameron” nello stesso periodo in cui è uscito il nuovo film dei fratelli Taviani sulla “Commedia umana”.

Strano a dirsi, ma le due letture dell’opera sono incredibilmente vicine fra loro.

Meraviglioso_Boccaccio_PosterQuello di Paolo e Vittorio Taviani non è il primo “esperimento” cinematografico sul grande capolavoro di Boccaccio. Pierpaolo Pasolini, ben quarantaquattro anni fa, aveva deciso di portare sul grande schermo il “Decameron”, con un altissimo grado di rielaborazione, tanto da far sembrare il libro opera sua.

Tuttavia la lettura dell’opera stavolta è ben diversa, molto più aderente al suo significato e struttura originari e allo stesso tempo più vicina ai nuovi studi critici sull’opera trecentesca. Pasolini scelse dieci delle cento novelle di Boccaccio; Paolo e Vittorio Taviani hanno scelto di non iniziare con una novella ma con la cosiddetta “cornice”. Può sembrare una scelta dovuta soltanto alla volontà di rimanere più aderenti al testo boccacciano, ma dietro questa scelta c’è molto di più…La “cornice” permette di comprendere il vero e più profondo significato del film quanto del “Decameron”, come io e i miei compagni di corso stiamo apprendendo.

La critica più recente sembra andare di pari passo con l’intento dei due registi: dare nuovamente risalto alla centounesima novella: la “cornice”.

Meraviglioso-boccaccio-filmNon potendo qui dilungarmi, devo comunque dire che nel film si dà molto spazio a ciò che a lezione abbiamo trattato ampiamente: alle donne e al tema del raccontare. La parola è vita (pensiamo alla cornice delle “Mille e una notte”). L’opera sembra così diventare un raccontare del raccontare, un gioco di specchi su più livelli, fino a che i diversi piani della narrazione si confondono. Questo è stato colto magistralmente dai fratelli Taviani, che durante la novella di Tancredi e Ghismunda, la protagonista della novella, interpretata da Kasia Smutniak, finisce per prendere il posto di Fiammetta e racconta lei, accanto alle giovani della brigata, la sua morte.

La via del raccontare si pone come via mediana, come aurea mediocritas, fra due atteggiamenti all’epoca della peste dominanti e contrapposti: quello autolesionista dei ferventi cristiani e quello edonistico. E proprio nel segno del raccontare sembra chiudersi la vicenda: i giorni previsti per “novellare” sono finiti. Nel film dei Taviani i giovani sono distesi sul prato e sentono il rumore delle campanelle di un carro che probabilmente stava portando cadaveri di appestati… Nonostante il raccontare sia un’evasione, questa deve avere un termine, e questo è noto a tutta la brigata. I giovani dicono che la bella stagione sta per finire e infatti durante la notte una pioggia torrenziale si abbatte sulla campagna fiorentina. I dieci ragazzi decidono di tornare a Firenze il giorno dopo. E’ questo finale, forse inaspettato, che ci fa capire che il raccontare è un mezzo per migliorarsi, per conoscere la realtà in tutti i suoi aspetti, ma che dopo aver affrontato e portato a termine questo percorso si deve tornare alla realtà quotidiana, anche nel caso in cui questo implichi la morte, una morte in questo caso “lieta” perché avvenuta dopo l’assoluto perfezionamento di se stessi sotto l’egida del realismo.

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