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Recensione: Beck, “Morning Phase” (2014)

140117-beck-morning-phase-cover-artQuesto disco mi ricorda i tempi di “Infrarox”, quando la splendida collega Rosanna mi prendeva neanche tanto velatamente per i fondelli a causa dell’ammirazione che provavo per il signor Beck Hansen.

Beck mi copia il look (cit. Robin Williamson)

Beck mi copia il look (cit. Robin Williamson)

Chiariamo: a casa mia, tra gli scaffali con dischi e libri, c’è proprio di tutto, dal trash al sublime, dalla fantascienza alla Bohème: libero caos in libero stato, e la mente sceglie i percorsi, gli ascolti e le letture; c’è pure un disco dei Pooh (il bellissimo “Parsifal”), c’è spazio per il talento, per le provocazioni e la sana follia dell’artista, ma è raro che ci sia per il Manierismo, e se sì, solo per sbaglio.

Chiariamo bis: i Manieristi non mi hanno rubato la fidanzatina da adolescente, né bruciato la casa, ma nutro per loro dei sentimenti molto simili a quelli che nutro per l’olio di oliva rancido e la fila alle Poste. La querelle in questione è lunga quanto la carriera di Ligabue, che mi invade la privacy e le orecchie sin da quando ero un filologo matricola, e senza mai aver comprato un disco d’altronde.

Né giammai costui parve homo de maniera, giammai. Beck nasce come cantante blues, trasformatosi in freak elettroacustico che faceva della decifrazione e del riassemblaggio dei codici il suo punto forte, con punte di iconoclastia (come QUI), di manifesto generazionale (come qui) e di reinvenzione elettrofolk (tipo QUI): insomma, una gran figata. Anni ’90 splendidi, col trittico Mellow Gold-Odelay-Midnite Vultures che segnano un’epoca, spaventosamente folli. Poi il bellissimo e sorprendentemente intimista “Sea Change” e poi…

…e poi gli alieni rapiscono Beck e lo sostituiscono con un sosia di Paul McCartney sotto acidi che riprova a fare figate elettriche (l’orrendo “Guero”) o a rileggere i Velvet Underground, come Von Trier che rifà Psycho di Hitchcock inquadratura per inquadratura, o a scrivere libri di spartiti con canzoni sue da far interpretare ad altri. Lo spirito di Billy Corgan da vecchio si è definitivamente impossessato di lui, dato che ora prova a rifare un altro “Sea Change”, cantando arie pastoral-folk-qualcheccosa riuscendo al massimo a scimmiottare se stesso e gli ultimi fuochi del suo genio (“Morning Phase”), a guardare da lontano Neil Young (“Country Down”), che comunque gli dà ancora le piste a 70 anni suonati, e a rifare Simon&Garfunkel, udite udite, duettando con se stesso.

Per carità, meglio sto disco che un calcione negli stinchi, ma ho improvvisamente voglia di fumare crack e ascoltare solo musica lirica finché morte non ci separi.

Amen.

{EDIT} Questa roba ha vinto il Grammy come disco dell’anno.

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