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Recensione: Laika Vendetta, “Elefanti in fuga” (2014)

laika-vendetta-musica-streaming-elefanti-in-fugaNon è un segreto che il rock sia lottando per mantenere identità e scopi. Lo noti guardando le classifiche, mai così vuote di chitarre-basso-batteria; solo qualche concerto-evento muove un po’ le acque, come gli Stones a Roma, che hanno richiamato il loro popolo, ma non il popolo (e ci credo, biglietto 90 euro).
Dalla morte di Cobain il rock ha smesso (rinunciato?) ad essere musica popolare, chiudendosi nei club, non sfondando mai nelle vendite (ultimo sussulto fu “Tabula Rasa Elettrificata” dei C.S.I), lasciando al rap di basso cabotaggio e al pop il compito di raccontare bene o male il mondo; dopo averci promesso la Rivoluzione pace&amore, proclamato e realizzato il “No Future” con un colpo di fucile, siamo sotto scacco, in una strettoia dalla quale si dovrà uscire o si perirà.

I Laika appaiono molto consci di questo stallo, rinunciano ad essere universali rinnegando la tentazione del pop, la cantabilità e il cuore/amore. tentano una via retorica (in senso buono) di scavo del linguaggio attraverso una foresta di simboli che tagli come rasoiate l’orecchio (la sposa di fango, le farfalle sopra i fari di un’auto, gli elefanti in fuga), per concretizzare forme che permettano di raccontare ansie e nevrosi degli anni ’10.
L’uso dell’Italiano, sul quale varie volte ci siamo soffermati, appare qui arma a doppio taglio: difficile da maneggiare, perché meno plastico dell’inglese, così pieno di sdrucciole e piane che incasinano la metrica; molto ricco semanticamente, dal vocabolario aperto e duttile che va sfruttato con equilibrio e libertà per canzoni dall’esito felice, che non respingano, esprimano, tranquillizzino chi non è mai approdato al RnR.

Sulla forma musicale, poco da dire: un disco che tiene inchiodati, carico di tensione e voglia di trasmettere e comunicare fino all’ultima goccia, ben dosato nella playlist che alterna veloce e lento, elettrico e acustico. Un disco che solleva molte questioni, non semplice, fruibile su più piani, dal facile ascolto da autoradio (“La sposa di fango”) allo scavo dei testi (ultima scoperta “Kali allo specchio”). Un disco da ripensare, ma anche adatto alla danza e all’abbandono.

Dopo il primo EP, che potete ascoltare in una lontana puntata di Press Play on Tape (dateci un ascolto, vale), ecco un lavoro completo, forte e bello che porta in primo piano la vendetta laika e ci fa ben sperare per il futuro, anche se non invidio chi dovrà percorrere la strada durissima della ricostruzione del rock italiano.
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