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Raffica di LP di Giugno ’14

Sono arrival a 176 mail, e sono tutte ancora inevase

176.

Prima che Claudia (Amaninustra, perdonaci!) ci licenzi in tronco, riprendiamo la tastiera e mettiamo tanti puntini di sospensione…

Mi pare ieri che ero a zero: il tempo corre e non ho nemmeno il tempo di dir “pio” che i dischi arrivano e le mail si sedimentano.
La risposta che diamo è di solito “abbiamo tempi biblici”: dovrò passare alle ere geologiche, ma non si può capire il fluire del nostro tempo se non accettate un botro invito al bar di fronte al mare a guardare il nulla con una granita che ti aspetta.
Accomodatevi e ascoltiamo qualcosa.

Miavagadilania, “Fuochi” (2013)WM APPROVED

MIAVAGADILANIA - copertina_fuochiAltro ascolto italico sepolto fra le pieghe dell’hd, ma che disco! Post-rock è dir poco per un lavoro che trae linfa dalle migliori suggestioni degli ultimi trent’anni, dal prog settantesco alle suggestioni noie, fino ad approdi vicini all’ambient.
Fuochi è un lavoro, maturo, profondo, breve, troppo breve. Liriche minimali che si accompagnano a tessuti di chitarre che illudono l’orecchio e lo portano verso territori inquietanti, moog che fanno capolino per orecchie che non avranno mai ascoltato un moog: e dire che “Trascinami” faceva presagire un disco rullante, proiettato in territori rock poi via via deostruiti, mimati alle mille suggestioni di cui sopra, per poi sciogliersi nel “dream pop” de “Il sogno”, che chiude il lavoro della band milanese.
Recuperatelo e combattete l’inutile pop estivo con un lavoro di livello.

Meme1 pozzetto

sartori_cantattore_cop_600x600Nicola Sartori, “Cantattore” (2014)

Non puoi iniziare con una canzone crudelissima e poi farmi una spremuta di cuore. Il Sartori, oltre che cantautore intelligente, cambia le maschere a seconda del mea come nel teatro antico; si finge preoccupato delle sorti della musica odierna, spargendo acido colorato di miele in una meta-canzone che dà il titolo all’album, crudele come non si vedeva da tempo (“Cantautore” di Edoardo Bennato): lì si frantumava l’idolo del barbuto cantore pseudofolk delle masse, qui si sviscera e si smaschera la vuotezza del mercato, che produce “musica da mangiare” (cit. di un altro, ma di un altro invecchiato davvero male).

Poi vediamo il Sartori indossare le vesti del cantore d’amore (“Confusa”) dai toni di una dolcezza che verrebbe da masticare un sasso per poterle resistere, vagare per tentazioni jazz e sfumature alla Tiromancino (urgh… “Quanto ridere fa”) e jovanottiane (doppio urgh “Vai Piano”, pur gradevole). Un bel pezzo “Niente”, retoricamente efficace, che torna alla cattiveria della traccia di apertura.
Musicalmente vario, forse un po’ troppo: in attesa che l’Autori focalizzi un percorso meno ondivago godiamoci questo “Cantattore”.

gallojpegGaloni, “Troppo bassi per i podi” (2014)

Disco assai compatto per linguaggio musicale e non, “Troppo bassi per i podi” lascia parecchio spiazzati su molti punti. Le liriche di Galoni sono ellittiche e apparentemente piane, rivestite di un piacevole pop-folk molto americano (Cake, echi di Neil Young) che promettono una fruizione gradevole, mentre i testi vanno molto masticati per trarne i succhi artistici (tante le ellissi, i correlativi, le paronomasie, e anche forme allegoriche che richiedono un lungo e inconscio navigare analogico fra i concetti).
Un disco da esplorare con pazienza, perché ne vale la pena, anche se qualche svarione non manca  il luddismo antimodernista de “i navigatori” contro l’uso del Gps lascia francamente perplessi; qualche allegoria non funziona, come il “centrocampo” già cantato da Ligabue (“Palla a centrocampo”).
Galoni si dimostra uno che vuoi ascoltare ancora, perché quando azzecca la canzone, arriva davvero al centro (davvero bellissima “Tu di’ loro che sto bene”). Archiviamo felici dell’ascolto.

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