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Raffica di Cantattori di Marzo ’14

muda 350Davide Solfrini, “Muda” (2014)

Solfrini è uno di quelli facili da recensire, ma non perché sia semplice o semplicistica la sua musica, bensì perché fra i cantattori è uno di quelli che “si spiega”, fornisce l’esegesi, apre la porta dei casa e ci offre un thè, e per uno abituato ad ascoltare De Gregori l’effetto è straniante, anzi… parte una necessaria diffidenza. Meglio non cadere nel tranello petrarchesco dell’autoritratto che vela le inquietudini, che fornisce un quadro talmente netto da sospettare che non esistano maschere pirandelliane. Traggo solo la notizia che “Muda” non è la torre pisana del conte Ugolino, ma è il senso dello spreco che la società efficentista non sopporta e che la sua fonte musicale sono i R.E.M.: la cosa non mi coglie impreparato; ci sono bei giri armonici che rimangono incollati, belle storie (spicca “Marta al Telefono”), strano che si raggiunga una tale efficacia pop in un cantante che parla di amore, vita & se stesso. Ma le canzoni valgono, il disco si fa riascoltare tanto (e a Sotterranei ce ne siamo accorti già) e Solfrini si rivela come uno da tenere d’occhio. Lo attendo al varco, con o senza esegesi allegata (anzi, lasci a noi il piacere della scoperta). (Scuderia New Model Label)

Distacco_copertina_smllGiancarlo Frigieri, “Distacco” (2014)

Frigieri è invece uno di quelli difficili, che addirittura non concede interviste, ma intervista lui i suoi recenori sul suo blog, sempre se gli gira (a me finora è andata bene). Leggo in giro che non ero stato solo fulminato io sulla via della sua musica, ma che viene considerato uno dei cantautori più interessanti della piazza, uno che ha cose da dire, che scava, che brucia.

È un album meno americano e dylaniano del precedente, anche se gli ingredienti della sua scrittura ci sono tutti: al posto della Polisportiva c’è la metafora de “La Camera Oscura”, c’è l’affresco della memoria della terra, visione di barlumi di ricordi ricomposti in un coerede puzzle emozionale… vita della terra (“L’ultimo nato”) l’amore perduto (“distacco”) “e ci siamo svegliati un mattino (…) quattro anni in un canale di scolo”. C’è anche il post rock, “Strisce pedonali”, laghi si suono, maggiore cura negli arrangiamenti nelle ultime tracce, maggiore godibilità musicale.

Ci sarebbe da scavare davvero a lungo fra le tracce (ricchissima di sensazioni è la splendida “Neve”, come la ballata rock “Gorizia” sullo spinoso tema dell’irredentismo), tanto è ricco a livello di istintiva retorica il verso frigieriano, con paronomasie e analogi, metafore non banali e scivolamenti fra il registro più alto e un tenue registro medio del lessico, medio sì ma mai scontato.

Mi limito a consigliare spudoratamente l’ascolto e a seguire nei suoi sentieri l’Autore.

(Scuderia New Model Label)

copertinaGabriele Deriu, “Oltre il Muro” (2013)

Il Deriu è un’impresa ardua… da afferrare non è facile, perché forma e sostanza collidono e stridono provocandoci con un pop emozionale che pare puntare al facile ascolto, ma è invece condito con testi duri e graffianti, che rifiutano il realismo e parlano di morte , ma anche di amore e rivolta, sfornando ne “La Fine” una canzone sul Giorno del Giudizio (una rivoluzione? la punizione degli dei?) e in “Carcasse” una visione disillusa sulla stupidità umana. Eppure la confezione è molto radiofonica e l’inserto del rapper En?gma pare voler strizzare l’occhio a tanto pop radiofonico che gioca su sentimenti assoluti ed adolescenziali (e proprio questa invasione nell’hip hop contemporaneo –brividi– è la vera nota stonata). Voce molto personale, arrangiamenti curatissimi: ancora non c’è una cifra stilistica coerente, si ondeggia fra elettronica e pop-rock, ma è un bel punto di partenza. Un buon inizio per la neonata casa di produzione Mammut.

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