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L’Arte, la Protesta, il Mondo

Una vecchia conoscenza di Out ci manda un suo interessante delirio e, pieni di nostalgia delle nostre discussioni su Nietzsche e la cucina irlandese (discussioni separate, ma non prive di intrecci reciproci), l’aspettiamo con nuove prove di scrittura. Ciao Silvia😉

di Silvia Laganà

schiele.self-portraitIl mondo si cambia con le proteste, le proteste sono fatte di persone, e le persone anche di parole, che usano per comunicare. Ma sono importanti i gesti per dare gli esempi, non la forma, né l’educazione, parlare in maniera corretta potrebbe essere demagogia, illusione, o peggio utopia comunista / fascista / anarchica.

Più mi ronza in testa questo pensiero, più mi sembra assurdo non averlo capito prima. Noi non siamo uomini che protestano, siamo bestie che vogliono un recinto più grande. La sapientia s’è dispersa fra la stupidità dei giudizi a priori, insieme alla cultura e al senso comune di decoro. Perché è un pregio mostrarsi ignoranti a patto di voler imparare, è lecito porre domande, si sa, sono indiscrete le risposte. Ma qui sembra che tutto e il suo contrario siano giusti e sbagliati e, allora, dove sta la verità, io, mi chiedo. Questa non è pura speculazione, ma un interrogarsi su quale sia la forma migliore di protesta e su come approcciarsi. Scendere in piazza a manifestare mali umori, sembra un cliché d’ignoranza e disordine che, da ampio margine di manovra a chi con le folle ci sa fare.

Forse sogno ripensando all’intellettuale, che giudicava per mezzo di conoscenze antiche e parlava di nuovi futuri, che solo lui osava immaginare. Ma poi… a che serve pensare, quando è la pancia che brontola e vogliamo soldi da spendere per arrivare a fine mese. Con i pensieri ed i sogni non ci paghi le bollette, né ci paghi gli stipendi, o dai la vita a chi non ha speranze. A che serve andare a teatro o leggere, quando non puoi fare la spesa o allacciarti le scarpe a cui mancano i lacci scomparsi al collo di qualche suicida?

tumblr_mhdegdMCqw1r3vu29o1_1280Non serve a nulla. Viviamo nel nulla. Siamo nichilisti, distruttivi, amareggiati, distrutti, piegati, servi, stanchi, ma soprattutto affamati e allora ci alziamo e cacciamo, come leonesse in branco per conquistare una preda più grande. Peccato che, poi, arriva il leone a spolpare la carcassa per primo, perché lo sa, abbiamo bisogno di mangiare e non moriremo senza tentare. Quanta disgustosa amarezza. Ma no. Non dico basta, non dico nulla, se non: Vaffanculo. Fottetevi voi, e tutte le sottocategorie di mercato che avete inventato per far degli uomini un’etichetta. Andate al diavolo voi e i vostri sistemi. Per carità l’ordine e la regola sono necessari, come metrica per comporre musica e poesia, ma in tutti i migliori romanzi la fa da padrone il colpo di scena.

Bene, siamo uomini, non scintille, vero. L’unica cosa che arde dovrebbe essere la mente, che vuole conoscenza e non aria fritta di parole rimasticate. Ma mi sto perdendo, forse perché anch’io in tempo di crisi voglio un lavoro e voglio dire la mia. Peccato che nessuno mi paghi per parlare, ma i debiti che ho contratto, consapevoli e non, e la tristezza di questa vita hanno comprato il mio silenzio. Eppure, voglio congedarmi con un sorriso: voi che non credete all’arte, siete terra che il signore potente calpesta. Voi che credete all’arte, siete seme nella terra che il signore potente calpesta. Per caso, o per fortuna, istanti o anni, prima o poi, però, germoglia.

(illustrazioni di Egon Schiele)

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