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Recensione: Von Datty, “Diavolerie” (EP, 2013)

di Gustavo Tagliaferri

copertina2A volte l’apparenza può ingannare. Perché dietro quei baffi esposti in primo piano, con tanto di fiocco incorporato, non si nasconde una copia carbone di Brunori Sas, bensì un ragazzo di Tivoli intento a dare alla musica d’autore una virata differente, fatta anche di sperimentazioni.

Il profilo del “Barone” Von Datty è bello che tratteggiato, e le “Diavolerie” da lui intese in questo E.P. sono canzoni che fanno da espressione a quello che è il proprio rifugio interiore, dove l’intimità si fa tutt’uno con i propri giocattoli disseminati qua e là, come fossero strumenti di contorno. Da una parte l’autobiografica “Von” che si confone con la sofferenza di “Aiutami”, oltre che ad una “Nouvelle Vague” intrisa di folk visionario e tocchi classicheggianti, dall’altra una narrazione persa in un mare jazzato dal quale ci si lascia portare via senza indugio, quella della , magari mentre scorrono le stesse folate di vento tanto care ad una dolce “madre falena” protagonista di “Cronache Notturne”, finchè non arriva una lugubre ballata come “Le Streghe”, scioglilingua in una casa infestata con accenni di Apocalyptica nella stesura degli archi, ma anche di Mr. Bungle. Volutamente imperfetto, eppure Von Datty non scherza, e i baffi al vento a lui tanto cari esprimono molte cose.

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