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Raffica di LP di Luglio ’13 (italrock?)

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Z467FotoBancodelMutuoSoccorsoOra ditemi come faccio a scrivere di rock italiano, una sorta di musica da cortile che sarà ascoltata solo in qualche provincia e qualche città dove non odiano i decibel, che sarà ignorata dal resto di un mondo che non ama l’italiano, né il rock.

Ok, mi calmo… il puntino sulla mappa chiamato Belpaese produce comunque sogni, e i sogni sono degni di rispetto quando sono abbinati al sudore, anche se i codici sono locali e poco esportabili, eteronomici e non originali. Per riprendere una frase di Tenco presa dal sito di Snowdonia, non abbiamo avuto il coraggio di far diventare moderna la nostra musica tradizionale, che infatti è pressoché defunta (il primo che mi parla di “notti delle tarante” si ripari dagli oggetti contundenti che mi appresto a lanciare).

Eppure bisogna ragionare da storici: facile buttare tutto via, in nome di un passato che non tornerà mai più…

Abbiamo avuto nonostante tutto artisti raffinatissimi, il prog italiano ha fatto anche scuola parlando in italiano. Finita quella stagione gloriosa e anni ’70, non ci resta che analizzare l’esistente e scacciare le paure. In quel libro che la mia memoria ha evocato di recente, ma ormai finito chissà dove (“Manuale del gruppo rock” scritto 30 anni fa dal Banco del Mutuo Soccorso), era già palese questa crisi, ma ancora si sognava di combattere ad armi quasi pari coi grandi anglosassoni, battagliando anche sul piano della metrica e del linguaggio, non solo della perizia tecnica. È difficile scrivere bene in italiano per il rock, difficilissimo… siamo pieni di parole sdrucciole e bisdrucciole, e pure le piane rompono abbastanza; l’inglese, invece, ha parecchie tronche adatte alla ritmica martellante di basso e batteria. Per noi è arduo adattare parole lunghe e scivolose all’alternarsi frenetico di arsi e tesi del 4/4 rock.
Rare le eccezioni; cito i Banco, martellanti e tonici:

 guardo la mia televisione, viva la mia televisione

Abbiamo le tradizioni degli altri, facciamocele bastare…

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La Fortuna di Nashira - è un paese per vecchi - coverLa Fortuna di Nashira, “È un paese per vecchi” (EP, 2012)

Fanno riflettere questi quattro rocker pisani dal sound quadratissimo e assai affiatati: una delle tendenze del rock italiano è stato quello di cogliere sottili influenze derivanti dall’insistita (e ormai decaduta) educazione al testo letterario che ha reso le liriche di Osanna, Pfm e compagnia cantante estremamente metatestuali. Episodi evangelici e lacerti di linguaggio religioso (davvero efficace la focalizzazione in “Spezza il pane per Giuda” e l’acida parodia del linguaggio liturgico in “Dicono Che”), lessico filosofico ( “utopia trascendentale” =?_?), Arte (“Frida”), Storia (“Hiroshima”), insomma tutto quello che usciti dal liceo questi giovanissimi rocker hanno filtrato tra una bigiata e un compito in classe.
Un EP abbastanza promettente, ma la prossima volta non fate il falò coi libri di testo: son sempre utili per l’LP successivo.

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21364Questi Sconosciuti, S/t (LP, 2013)

Pop rock ben definito, scorrevole. Dispiace leggere sulla loro pagina che andranno in letargo, prodromo di ogni scioglimento. Eppure le spruzzate wave e le chitarre di “Ciao” non mi erano affatto dispiaciute, con quel lieve dondolio di sensazioni in un racconto di un amore perduto. Efficaci le canzoni d’occasione, con dedica ad personam, in una sorta di colloquio con i dedicatari alla ricerca della sublimazione del sentimento. Immagina di liberarti/ dalla stretta feroce del Nulla/ da un pensiero cattivo: paura di avere paura (“Principianti”): un verso che dedicherei a molte persone dall’alto del disincanto dell’età matura.

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kleinkief - Gli infrantiKleinkief, “Gli infranti” (LP, 2013)

Band di lungo corso che ha più di un volto e ha girato disinvolta tra i generi, ora approda a un pop rock che usa pure i congiuntivi e la consecutio temporum nei testi (scusate, non ci sono più abituato… per me è un bonus). Per penetrare nei segreti del disco bisognerebbe scavare storicamente nel materiale del gruppo, nell’evoluzione/involuzione, nelle scelte che si possono così solo intuire: avendo a disposizione solo “Gli infranti” mi immergo in un ascolto che si è rivelato divertito e inquietante.
Da segnalare gli arzigogoli assai divertenti del pezzone “L’anarcosentimentale” con i suoi ghirigori fra desiderio e amore che si dà e si riceve. Molto belle almeno un altro paio di tracce, “Ufonastri” e “La casa sugli alberi”, abbastanza stucchevole l’antiutopia de “Le mucche intelligenti”.

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