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Recensione: Sonatin for a Jazz Funeral, Lp omonimo (2013)

copertina-230x230Una delle prime cose che salta agli occhi (o alle orecchie, fate voi) è che i Sonatin for a Jazz Funeral non sono dei provinciali; poco tempo addietro riflettevamo su come fosse incredibilmente difficile guardare negli occhi il grande pop e rock internazionale per noi italiani, situazione incresciosa nata dalla paura, dalla scarsa propensione all’uso dell’inglese e da mille altri fattori (aggiungerei anche la pigrizia nel non fare tour di fronte a un pubblico non familiare).

Già nel primo EP, i SFJF avevano dimostrato una incredibile maturità nello scavo della tradizione rock e prog nostrana e nessun timore reverenziale nel declinare un linguaggio di respiro ampio e luminoso, fatto di pop, wave, indie e rock di diverse fedi e dialetti, pur con qualche ingenuità.

sonatin-for-a-jazz-funeralIn questo LP forse sparisce un po’ quella vena prog che mi aveva fatto brillare gli occhi (o le orecchie, fate voi) all’ascolto del loro primo splendido lavoro; sparisce anche qualche accento dance: il gruppo però ha acquistato, e parecchio, in efficacia pop (il cantato e la chitarra dialogano con una sottile tensione che eccita ed esalta) e tensione ritmica (eccezionale il lavoro di squadra di basso e batteria, ormai una caro). Due anni di lavoro insieme si sentono, eccome.

Il disco è carico della storia dei nostri tempi; è bello perché allarga lo sguardo su una realtà critica e difficile, è carico di una passione anche (perché no) politica che lo rende strumento di pensiero e riflessione. Amari, amarissimi, i testi rigorosamente in inglese, soffusi però di un’ansia di vita e ribellione che innescano qualcosa dentro.

Alcuni pezzi spiccano su tutti. “Erostratus” stravolge la versione che conoscevamo in un impeto di libertà selvaggia e distruttiva. (1) Esplosione del pop in “Over the Colours” (There is a world inside your pillow/ where many rainbows find the sound for / terrific flights Where there are murmurs / round and round running around a rhyme) con disturbanti ed eterei controaccenti che ci portano dino a “Rise Up”, il pezzone singolo, la vera e propria summa dei “nuovi” Sonatin, politici, smaglianti e incazzati col Sistema. Vai col liscio:

Sonatin-for-a-Jazz-Funeral-258Alzarsi contro la paura (While this hidden pain destroys / my father I want to fly away”): condivido tutto tranne il cappellino coi pon pon. “Second Line” abbassa i bpm e la soglia di percezione in una recherche non priva di ricordi sottilmente dolorosi. “T.y.f.e.d” (che scopriremo acronimo di “thank you for every disaster”) assieme all’antifrastico “Love the Americans” costituisce un dittico di spietata riflessione storica con una focalizzazione fra l’ironico e il disincantato.
Torna in coda un po’ di morbida psichedelia in un pezzo davvero splendido che è “All the Words”, che richiama la semplicita fanciullesca del canto
e del riverbero dei suoni che sfociano nel non-finito e nel subliminare.

Un disco maturo e vibrante. Se ci saranno orecchie (oppure occhi, fate voi) che attendono un disco che dica qualcosa e tocchi corde leggere ma profonde, allora del funerale jazz sentiremo parlare ancora a lungo.

(1) Ma c’entra qualcosa il racconto dell’efesino Erostrato? Segnarsi di chiederlo al quartetto che tampino tipo “piccolo fan” ogni ventinove e trenta… poracci…

PAGINA FB: https://www.facebook.com/sonatinforajazzfuneral

LINK SPOTIFY PER ASCOLTARE: http://open.spotify.com/artist/4ePeNSIca2jN6nPjbFKw8F

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