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Raffica di Lp di Giugno ’13 (America Ok!)

Chi se lo ricorda Discoring? io sì.
Una di quelle trasmissioni che tutti condannano come la morte della musica, e poi rimpiangono, perché commerciale, asservita alle grandi case discografiche e bla bla bla. Boncompagni fu massacrato anche peggio di come la critica avrebbe accolto le tramissioni di Red Ronnie su TMC, su cui ci sarebbe molto da dire in chiave di revisionismo storico… Ma intanto concentriamoci su Discoring: ci vedevo passare il mondo dentro, ci ho visto suonare, pur in penoso playback, gente come Guccini e i Madness, mica cotiche. La liturgia del pomeriggio musicale della domenica è un qualcosa che nulla ha più sostituito, con i suoi stimoli ondivaghi e le banalità che qualche volta diventavano produttive, piene di riflessioni seducenti.
A sto punto, vi invito a cliccare sul video qui sotto, un pezzo del 1984 in una puntata sbrilluccicante di Discoring dove si esibiscono gli immensi, grandiosi, titanici New Trolls, purtroppo qui in evidente crisi di alzheimer… I padri del prog italiano si cimentano in un synth-pop da bagno penale dal titolo “America Ok”.

Dai geniali autori di “Concerto Grosso n.1” non ci si aspetterebbe certo una simile accozzaglia pop di banalità sugli U.S.A., ma nel reaganismo imperante bisognava schierarsi e la canzone divenne subdola propaganda della superiorità occidentale delle Fender sulla balalaika.
Vorrei puntare l’attenzione su alcuni versi: “Ascolto solo dischi funky, e qualche inglese che fa rock,/ Invidio i negri che son nati in Louisiana (seee vabbè, vai a raccogliere cotone nei campi, poi vediamo) / a stelle e strisce vestirei / sono nato per errore fuori dai confini tuoi“. Il confine del nostro provincialismo era segnato e così fu chiaro che eravamo solo periferia dell’Impero.

Seguo a volte qualche dibattito stucchevole degli autoctoni che rifiutano l’inglese per fare rock’n’roll, e quando rifiutiamo il sermo barbarus in nome della lingua di Dante (che in pochi conoscono: sia la lingua che Dante) vedo tante volpi agitarsi sotto un’uva che non possono raccogliere: solo per pochi l’italiano è scelta consapevole, per molti è l’unica opzione linguistica. Coloro i quali vanno a esplorare l’America spesso si perdono e tornano innervati di nuovo, di celestiali umori dell’unica cultura popolare ancora produttiva e vincente. Riusciranno i nostri eroi a non cadere nel manierismo? a non replicare stancamente moduli stilistici inventati da altri? E, soprattutto, abbiamo posto in un mondo che vede subalterni noi ed altri vincenti?
Non so se l’Italia diverrà di nuovo produttiva e seducente: per ora è chiaro che noi, malati di provincialismo, proviamo a non mischiarci restando nel nostro cortile. Per fortuna con qualche eccezione.

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Bobby Soul & Blind Bonobos, “Live at Mag Mell” (2013)

bobby-soul-blind-bonobos-live_meg_mall-300x300Il sogno chiamato America parte con Bobby Soul and Blind Bonobos, guidati da Alberto De Benedetti, che alternano sonorità sudiste, soul, rock seminale, con un profluvio di armoniche, steel guitar e stomp in due quarti che fanno sognare sterminate praterie e balle di sterpi che rotolano nel deserto.
il “Live at Mag Mell” è un concentrato di energia a stelle e strisce che cerca di arrivare al cuore di quel suono che fondo nero blues e musica popolare europea sporcata dalle sabbie dei deserti e pregna dello spirito di un Altrove dove si cantano amore, odio e speranza. La presa diretta esalta energia e vitalità del gruppo, che sfocia però nel manierismo per troppo amore e che forse ha come suo unico grosso limite un eccesso di filologia. Tuttavia, non credo che chi voglia ascoltare rhythm and blues cerchi chissà quali innovazioni. Interessantissimi conservatori.

Bandcamp: http://bobbysoul.bandcamp.com/album/bobby-soul-blind-bonobos-live-at-mag-mell
FB: https://www.facebook.com/BobbiSoul

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Wonder Vincent, “The Amazing Story Of Roller Kostner” (2013)

copertina wonder 2013 copiaUn disco complicato e musicalmente esaltante quello dei Wonder Vicent, che fonde zydeco, country, punk and roll con una energia davvero invidiabile, fondendolo in un concept album (alla maniera del St. Jimmy di “American Idiot” dei Green Day) che parte dalla figura di un vecchio reduce che attraversa un mondo di umori corporali e sentimenti repressi o delusi. La confezione musicale alterna rock sudista di presa immediata a suggestioni rock e punk che rendono il tutto molto vario e interessante.

Splendido lo “stomp” finale di “Venus in Darfour” (“don’t wanna know / where my little Bunny slept last night I found her blossom on a train / from the beauty to decay / don’t wanna know /so let me know…“), che sconfina nel country and western con leggerezza e bravura.

america ok!Un disco che si può ascoltare su più livelli, come sporco r’n’r o come complessa e dolorosa opera rock. Bravi.

FB: https://www.facebook.com/wondervincent

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I Used to be a Sparrow, “You are an Empty Artist” (2013)

I used to be a Sparrow - You are an empty artistÈ inquietante ignorare come questo disco sia finito nelle mie mani… cerco nelle mail, nei messaggi, nei download da Mediafire e… niente. “You are an empty artist” pare sbucato dal nulla con la sua wave aerea e il dream pop che aleggia in maggiore portandoci nei cieli azzurri sopra lo smog delle città.
Il combo italo-svedese si svecchia scivendo bei pezzi davvero catchy nella lingua di Albione e riesce a mescolare elettronica e pop con una leggerezza che non ricordo dai tempi dei primi Röyksopp, solo un po’ più drum and bass e vicini a certe sonorita alla Aphex Twin, senza Apocalisse o orizzonti malati. Splendide canzoni in Maggiore, ma non chiamatelo “indie”, ormai parola coperta dal generale disprezzo.

FB: https://www.facebook.com/iusedtobeasparrow

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