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Recensione: Ground Wave, “Goodbye Neil” + Aeroflot, “Il resto del Cremlino vol.

berlinguerMESSAGGERO SULLA LUNA 21 LU 69Eh cari, non si scherza, col Passato, con la Storia… o almeno così credevo.
I rimasugli della storia mondiale stanno accanto a noi intorno a noi, produttivi e mitopoietici come non mai: si annidano nei libri del babbo, nei manifesti con Berlinguer, sul poster LUNA del Messaggero del 1969, negli spot. Sono ancora miti produttivi quelli del nostro Novecento, ma in direzioni impreviste e tristemente barbare: improbabili citazioni di Marilyn Monroe trasformano una discreta attrice in un nuovo Socrate; il Sogno di Martin Luther King smercia sogni telefonici. Mi fermo qui, o chi lo sente il dottore che mi dice di non stressarmi?

Mi arrivano due dischi che scherzano col fuoco, con il Sogno Americano e con la Madre Russia, due robe che hanno segnato la storia individuale e collettiva di generazioni e che ora paiono ingiallite polaroid, utili solo a rinverdire i fasti eroici di un tempo perduto in cui si credeva ancora in qualcosa, giusto a sbagliato che fosse.

 

copertina groundwave

Ground Wave, “Goodbye Neil” (2013)

Ecco gli “americani”. Il mito della Luna e del più grande astronauta di tutti i tempi, Neil Armstrong, unico civile ad arrivar lassù e fare battute su Mr. Gorsky. Il disco è un buon esempio di post rock che frulla ottime suggestioni floydiane (bella “Don’t speak, just whistle”, ma inquetantemente vicina a “By the Rivers of Babylon” in quanto a melodia); tocchi genesisiani di dodici corde (?) suonata alla Hackett si mischiano ad un wave che più America non si può, ma si fa particolarmente apprezzare la psichedelia di “Don’t Panic-Shubidubidubà”.
A giustificare il collegamento col mito dell’Apollo 11, qualche campionamento radio qui e là e metafore spaziali, e nulla più. Un disco di un gruppo potenzialmente molto interessante.

https://www.facebook.com/pages/Ground-Wave/45106839101?fref=ts

Aeroflot-manifestoAeroflot, “Il resto del Cremlino vol. 1” (2013)

Gli stessi Aeroflot ci mettono sull’avviso di non aspettarci un’operazione alla CCCP: manca il punk, il situazionismo e Fatur che fa le facce buffe. In compenso c’è una interessante ripresa di stornelli popolari che ricordano la lotta partigiana e la vita di popolo sotto l’invasore. Gli Aeroflot, irriverenti sin dal titolo, si rivelano serissimi nel declinare con amore la loro musica, un po’ pop, un po’ folk, sempre esplorando le pieghe del comunismo emiliano, un po’ balera, un po’ eredità della lotta partigiana. Forse li ha frenati il nobile precedente del gruppo di Giovanni Lindo Ferretti, ma con un po’ di coraggio, gli Aeroflot potrebbero divenire davvero un gruppo molto interessante.
Personalmente li ringrazio per aver disinnescato la retorica di gruppi sinistrorsi (e sinistrati) come i Modena City Ramblers, che ti fanno nascere inevitabilmente un amore viscerale per il capitalismo.

https://www.facebook.com/ilrestodelcremlino

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